APPUNTI PER UNA LEZIONE: RIFLESSIONI ED OPINIONI SULL’EVOLUZIONE DELLA VITA SULLA TERRA; a cura del dott. Piero Pistoia

ART. IN VIA DI COSTRUZIONE…..

N. B. – RINGRAZIAMO AUTORI ED EDITORI, NOMINATI IN QUESTO ARTICOLO, SE CI PERMETTERANNO DI MANTENERE IN QUESTO BLOG, MESSAGGERO DI CULTURA (almeno nelle nostre intenzioni di insegnanti) SENZA FINI DI LUCRO (con estrema certezza), IL PRESENTE INTERVENTO; IN CASO CONTRARIO, AVVERTITI ALLA MAIL ao123456789vz@libero.it,  LO SOPPRIMEREMO IN BREVE.

 

S. J. GOULD E LA FAUNA DI BURGHESS, TEORIA DELLE CATASTROFI, EVOLUZIONE

APPUNTI PER UNA LEZIONE ALLA FRONTIERA DELLA NOZIONE “EVOLUZIONE”

dott. Piero Pistoia

PREMESSA

“Un primo affascinate insegnamento che ci viene dal giacimento [di argilloscisti] di Burghess, [dopo l’esplosione del Cambriano], è quello di una differenza sorprendente fra la vita del passato [lontano] e quella del presente pur contando un numero di specie molto minore, il giacimento [ di fossili a corpo molle] di Burghess – [a partire da] una cava, non più lunga di un isolato urbano, nella British Columbia, sulle Montagne Rocciose canadesi – contiene una disparità di piani anatomici che supera di gran lunga la varietà moderna in tutto il mondo!” Da Feltrinelli, “La vita meravigliosa” di S. J. Gould, pag. 61, prima edizione nei Saggi, Ottobre 1990

L’ambiente di Burghess era di tipo marino del Cambriano medio, pressochè privo di ossigeno, ubicato alla base di scarpate spesso soggette da frane del sedimento, che spesso travolgevano gli animali che venivano inglobati in ogni posizione (vedere foto di ‘spaccati’ tridimensionali sotto). Esistevano specie bentoniche o che vivevano infossate nei sedimenti, che poi venivano intrappolate dalle frane, ma anche, quelle planctoniche e natanti, che avrebbero lasciato traccia solo dopo la morte, quest’ultime certamente lasciarono a burghess meno fossili rispetto alle altre, potendo sfuggire agli eventi drammatici.

Le specie di animali di Burghess presentavano un grado di specializzazione straordinaria; di essi furono recuperati decine di migliaia di fossili e continuamente studiati da decine di ricercatori accademici nel corso più di un secolo e, ancora oggi, sta aumentando il numero dei fossili raccolti, studiati o rivisitati. Il problema Burghess, nonostante tutto, rimane ancora aperto sia nel pratico, sia nel teorico. Oggi quello che è certo è che la fauna cambriana di Burghess avesse già raggiunto uno stato di evoluzione e differenziazione straordinario nei loro piani anatomici strutturali (phyla).

Forniamo come dati di oggi non definitivi sulla composizione della fauna di Burghess, i seguenti: 50000-60000 fossili recuperati; almeno 150 specie non riconosciute suddivise in  119 generi, con 9 (10) Phyla già conosciuti (Priapulidi, Anellidi, Artropodi, Poriferi, Ctenophori, Echinodermi, Onychophora, Brachiopodi [Cefalopodi (Nectocaris prima incerta), da rivista Nature del 1-giugno-2010]; vedere immagine alla fine) e otto (8) phila, entro cui racchiudere tutte le nuove specie non catalogabili (confrontare i due spaccati di Burghess, trasferiti da Le Scienze, 1979 e 1994, da cui è possibile ricavare i nomi dei fossili numerati nelle due figure).

Lo spaccato seguente è ripreso da Le SCIENZE  ed. italiana di Scientifica American settembre 1979 n. 133, alle pagg 76-77. Lo scrivente è abbonato a detta rivista da sempre ed il blog dove scrive è uno zibaldone culturale calato nell’interfaccia scolastico-extrascolastico ed è completamente senza scopo di lucro. L’illustrazione fu inserita ne Le Scienze per l’articolo “La fauna degli Argilloscisti di Burghess” di Simon Conway Morris e H. B. Whittington. Si rimandano, alla lettura della stessa rivista, i nomi con breve descrizione dei  28 animali numerati in questa prima ricostruzione marina. Chi volesse vedere una rappresentazione a colori della stessa fauna con 46 fossili numerati compresi i 28 precedenti (i numeri dei due schemi non corrispondono), leggere Le Scienze dicembre 1994, n. 316 o confrontare i  28 animali numerati nello Schema 1 con i 46 dello Schema 2 dei quali sono riportati tutti i nomi in legenda, cercando di riscoprirne le forme, vedere dopo).  La legenda sottostante riporta invece  i nomi ricordati nella stessa illustrazione riportata anche in Gould, op. cit. pag. 200 (in tutto, 5 animali bizzarri di Burghess). Si tratta di una ricostruzione sottomarina di un luogo dove i sedimenti degli argilloscisti formano una piattaforma sotto l’acqua di mare in discesa che parte dai piedi di una grande scogliera (situata a nord della figura) e degrada verso il mare profondo lungo un gradiente NE-SO. La piattaforma è soggetta a frane. Da notare intanto la Pikaia gracilens (28) (10) unico rappresentante del phylum dei cordati nel Cambriano medio mentre nuota solitario a N-O.

Nello schema illustrativo 1, si notino i vermi Priapulidi nelle loro tane e vari organismi bizzarri di Burghess fra cui  Dimomischus (17) (17), l’Hallucigenia (18) (39) che si prepara a cibarsi di un verme  morto, l’Opabinia (19) (3) nell’atto di afferrare un vermetto con la sua unica appendice biforcuta e la wiwaxia (24) (1) coperta di squame e spine difensive. Uno sbaglio appare a nord-Ovest: due “fette di ananas” (10) (41) stanno nuotando; in effetti  gli autori dell’articolo de Le Scienze  riparano l’errore: questa struttura rappresenta la bocca carnivora dell’Anomalocaris. 

SCHEMA ILLUSTRATIVO 1

Vicino al nome dell’organismo si notano due numeri: Il primo numero fra parentesi rimanda allo schema 1 e il secondo allo schema 2

 

IL CAMMINO DELLA VITA A PARTIRE DA 3.75 MILIARDI DI ANNI (inizio della vita sulla terra) A 570 MILIONI DI ANNI (limite Precambriano/Cambriano), VERSO LA SEDIMENTAZIONE DELLA FAUNA DI BURGHESS (530 Ma)

0 – Il pianeta terra 4.5 miliardi di anni fa terminò la sua crescita dalla nebulosa planetaria; iniziò allora a differenziarsi in gusci in quanto fuso dall’impatto dei corpi celesti e dal decadimento di isotopi radioattivi di breve vita media e, quando la crosta raffreddata fu pronta per la vita, a circa 3.75 miliardi di anni in sedimenti ad ovest della Groelandia apparvero tracce di attività organica individuate da azione fotosintetica differenziale su isotopi del Carbonio con aumento del rapporto 12C/13C, indicanti un tipo di vita molto primitivo. Ma da  3.75 miliardi di anni  a 570 Ma (inizio Cambriano) non ci fu praticamente nessuna tendenza evolutiva rilevante per la vita, cioè per ben circa 2.4 miliardi di anni fu abitata da primitive cellule singole incomplete (procariote), prive di organelli interni (nucleo, cromosomi appaiati, mitocondri, cloroplasti) e da cui circa 1.4 miliardi di anni fa iniziarono a ‘costruirsi’ le molecole singole eucariote forse per aggregazione coloniale dalle procariore più piccole. 

1 – Subito prima di tale limite (570 Ma) probabilmente iniziò un fenomeno piuttosto improbabile, a partire da una estinzione di massa

2 – All’inizio del Cambriano o subito prima, infatti, sembra sia avvenuto un episodio abbastanza ‘dolce’ di diversificazione di forme prima dell’Esplosione del Cambriano medio;  infatti (almeno 100 Ma prima di Burghess), si ebbe l’apparizione nei documenti fossili di animali pluricellulari primitivi con parti molli (?), organismi a forma di frittella diffusi su scala mondiale come Ediacara (Australia, tra 620 e 550 milioni di anni fa) e le minuscole lame, coppette e capsule rigide del Tommotiano in Russia pure su scala mondiale, ‘la piccola fauna con parti dure’.  Si estinsero praticamente prima di Burghess e  sembra che questi pluricellulari iniziali  forse rappresentarono un tentativo evolutivo fallito. Comunque anche le loro diverse fasi di sviluppo furono discontinue ed episodiche e non in progresso graduale. Un creazionista forse potrebbe dire “sono le prove sperimentali iniziali di un Creatore  prima di affrontare la vera creazione della vita sulla terra (cioè l’esplosione del Cambriano medio)! Con l’ esplosione del Cambriano medio infatti, a partire da 530 Ma, in un intervallo di tempo di un secondo (5 Ma geologici), apparvero contemporaneamente tutti i phylum (piani anatomico -strutturali) degli animali moderni forse meno uno, i Briozoi, che si presentarono all’inizio del periodo successivo (Ordoviciano); ma è facile che cercando ancora nelle argilliti a Burghess…. L’Universo è così complesso che chi cerca trova? Si fa per dire! In una iperbole potremmo azzardare l’ipotesi che l’esplosione del Cambriano medio avesse le stesse caratteristiche funzionali  di un piccolo big bang per l’evoluzione della fauna terrestre. Chi sa se ci furono anche  prove sperimentali qualche frazione di secondo prima, come nel caso della fauna (tentativi sperimentali di Ediacara e Tommotiano)!

3 – Riassumendo con Gould (pag. 58, op. cit.), tra la nascita della vita e fauna di Burghess, invece di avere una continuo processo darwiniano di complessità, notiamo una successione di faune senza apparenti legami di continuità: da 3.75 a 1.4 miliadi di anni  (quasi per 2.5 miliardi di anni) si rinvengono solo cellule eucariote in stasi; successivamente da 1,4 miliardi a 570 milioni di anni (inizio Cambriano), cioè per altri 700 milioni di anni si aggregarono cellule protocariote a formare le prime cellule eucariote più grandi e organizzate, ma non una vita pluricellulare; infine, per arrivare a Burghess, passarono ancora 100 milioni di anni circa, 20 secondi geologici prima dell’esplosione Cambriana che durò 1 secondo (5 Ma) e in questa frazione di tempo geologico, si susseguirono tre faune straordinariamente diverse, Ediacara, Tommotiano e Burghess. E poi? Per arrivare a noi, cioè ancora 500 milioni di anni (altri 100 sec), la vita si mosse in tutte le direzioni e su essa si possono raccontare storie mirabili di trionfi e tragedie le più svariate, …ma non un singolo nuovo phylum o piano anatomico fondamentale si è aggiunto alla serie di Burghess“! E’ anche probabile che i piani anatomici strutturali a Burghess fossero in numero superiore a quelli rinvenibili della fauna attuale data che “molti dei primi esperimenti si sono estinti col passare del tempo e non è comparso alcun nuovo phylum. (Le Scienze, 1994, op. cit.).

4 – Ma quale potrebbe essere la ragione scientifica per il fatto che in un attimo geologico si siano sprigionati tutti i tipi di organizzazione anatomica? Ci sono almeno due ragioni: una <<esterna>> e l’altra <<interna>>.  Quella esterna è fondata “su base ecologica….L’esplosione del Cambriano rappresenta il riempimento iniziale del serbatoio ecologico di nicchie [completamente libere] per gli organismi pluricellulari e qualsiasi esperimento vi ha trovato spazio“; Quella interna è “basata sulla genetica e sullo sviluppo: i più antichi animali pluricellulari avevano forse conservato una certa flessibilità per il cambiamento genetico e la trasformazione embriologica, flessibilità che si è fortemente ridotta allorchè essi si sono <<bloccati>> in un insieme di modelli stabili e di successo”. (Le Scienze, 1994, pag. 69; op. cit.)

SCHEMA ILLUSTRATIVO 2
Illustrazione (modificata sulla destra) riportata ne LE Scienze, dicembre 1994, n. 316, pagg. 68-69. Molti organismi come il gigantesco Animalocaris, non vissero a lungo ed hanno una anatomia così peculiare che è impossibile classificarli nei phyla noti.

5 – Se fosse davvero così si potrebbe formulare una ipotesi azzardata e poco razionale per la presenza della vita sulla terra. Da quanto descritto sembrerebbe che Chi o che cosa avesse ‘progettato’ o ‘attivato’ Burghess in effetti avrebbe costruito l’attuale vita sulla terra con tutte le sue forme e, riavvolgendo il film, anche tutte le altre infinite possibili.

6 – Poco dopo questa prima fase, diciamo, incerta,  nell’ultimo episodio dell’Esplosione del Cambriano di fatto si sviluppò la improbabile Fauna di Burghess, con sviluppo anche di forme pluricellulari a tessuto molle.

7 – Di ‘trascendente bellezza‘ sono risultati gli organismi di Burghess e rilevanti  ‘per la nuova visione della vita che hanno ispirato‘ e per la loro estrema complessità dei loro apparati, che avrebbero fatto immaginare, in regime di neo-darwinismo – se avessero saltato il baratro della catastrofe cambriana – la loro sopravvivenza verso spettacolari esplosioni di forme di certo mai viste, dal partire da una loro strabiliante molteplicita di piani strutturali: l’Opabinia con i suoi 5 occhi e l’organo di prensione frontale, l’Anomalocaris, l’animale più grosso del suo tempo, un terribile predatore con una mascella circolare, l’Allucigenia con una anatomia che giustifica pienamente il suo nome ….. (Gould, op.cit.). Vedere legenda dello spaccato.

Da terminare……

CONCLUDIAMO QUESTI APPUNTI UN PO’ SCONNESSI CON I PUNTI INTERROGATIVI DI S. J. Gould (La vita Meravigliosa, op. cit. pag. 62), RINVIANDO IL LETTORE INTERESSATO A LEGGERE IL TESTO.

In un momento geologico prossimo alla fine del Cambriano, fecero la loro prima apparizione praticamente tutti i phyla moderni,  assieme ad una serie ancora maggiore di esperimenti anatomici che non sopravvissero a lungo. Nei successivi 500 milioni di anni non emerse alcun nuovo phylum, ma solo variazioni su piani  già ben affermati, anche se alcune di tali variazioni, come quella della coscienza umana, avrebbero in seguito esercitato un impatto sorprendente sul mondo. Che cosa mise in moto l’esplosione di Burghess? e che cosa lo disattivò così rapidamente? Che cosa, se qualcosa ci fu, favorì l’insieme limitato di progetti sopravvissuti rispetto alle altre possibilità fiorite nella fauna di Burghess? Questo schema di decimazione e di stabilizzazione, che cosa cerca di dirci sulla storia e sulla evoluzione?

Infine rimane da sottolineare ancora come la fauna di Burghess sembra così autorizzare l’introduzione di un nuovo concetto la ‘catastrofe’ o ‘decimazione’ improvvisa e indiscriminata che distruggendo gran parte della fauna del pianeta può avviare l’evoluzione in direzioni in gran parte imprevedibili, lasciando alla selezione naturale un raggio di azione più circoscritto. Nel ‘bestiario’ degli argilloscisti di Burghess, c’è un piccolo ‘cordato’ dall’aspetto insignificante, simile ad un verme. Quello che è certo è che, se quel lontano progenitore fosse stato coinvolto in una di tali decimazioni, l’uomo non sarebbe mai esistito.

‘ALBERI’ DELLA VITA A CONFRONTO

Walcott, nonostante fosse lo  scopritore ed il primo studioso della fauna di Burghess, continuò a pensare convenzionalmente che la vita col tempo si diversificasse sempre più con continuità a partire da una semplicità anatomica alla base con pochi piani strutturali, “interpretando ogni organismo della fauna di Burghess come un membro primitivo di qualche ramo importante del successivo albero della vita” (Gould, op. cit. pag. 42)

CONO DELLA DIVERSITA’ CRESCENTE

L’iconografia erronea ma ancora convenzionale della diversità crescente

Ma l’esatta ricostruzione di questa fauna sembra suggerire un modello (quasi albero rovesciato), dato il grande numero di piani anatomici strutturali subito dopo la diversificazione dei primi animali pluricellulari (EDIACARA e compagni) e l’albero successivo procedette per eliminazione e non per espansione di piani strutturali. La caterva di specie attuali sarebbere una “variazione sulla base di pochi piani anatomici fondamentali;  con un singolo piano fondamentale i tassonomisti hanno infatti descritto più di mezzo milione di specie di coleotteri “(Gould, op. cit. pag. 43)

ALBERO CAPOVOLTO DELLA DECIMAZIONE E DIVERSIFICAZIONE

<———-diversità anatomica ———>
Modello riveduto della decimazione e diversificazione

Albero filogenetico derivato dalla reinterpretazione della fauna di Burghess. L’eliminazione della maggior parte dei gruppi per estinzione lascia grandi vuoti morfologici fra gli organismi sopravvissuti. La linea tratteggiata rappresenta il tempo della fauna di Burghess, con la disparità a livello massimo (Gould, op. cit., pag. 220)

 

Continuano le ricerche, aumentano i fossili, si modificano le attribuzioni da phyla primitivi a fossili bizzarri e viceversa.

L’ULTIMA MODIFICA DELLA SAGA AVVENUTA NEL 2010

Nel Portale dell’evoluzione, detto PIKAIA, dell primo giugno 2010, si parla che, su l’ultimo numero di Nature, Smith e Caron, studiando nuovi fossili di Nectaris, già descritto come un animale con la testa di un artropode primitivo ed il corpo di un cordato, lo inseriscono come membro primitivo del phylum Cephalopoda. Pensavamo che questo phylum iniziasse 30 milioni di anni dopo il Cambriano medio (Burghess), con fossili simili al nautilo. Ancora una prova che a burghess ci potrebbero essere i ‘germi’ di tutti i phyla di oggi!

ECCO LA NUOVA NECTARIS

Forma corporea schiacciata e romboidale, grosse pinne laterali, un imbuto boccale con cui accelerava, coppia di lunghi tentacoli per procacciarsi le prede.

La lettura di questi appunti poco ordinati dovrebbero stimolare il lettore ad approfondire questi argomenti relativi all’evento più importante e bizzarro fin’ora conosciuto nel processo evolutivo della fauna terrestre, almeno sugli scritti nominati:

Stephen Jay Gould “La vita meravigliosa” Feltrinelli, 1990

LE SCIENZE, Settembre 1979 n. 133 “La fauna degli argilloscisti di Burghess” di S. C. Morris e H. B. Whittigton

LE SCIENZE, Dicembre 1994 n. 316 “L’evoluzione della vita sulla terra” di J. S. Gould

CONCLUSIONI

Proprio a partire da queste ricerche sul campo di forme di vita del passato remoto della terra e  dalla relativa documentazione fossile, che suggeriva la presenza di brusche accelerazioni nel processo evolutivo, in prima istanza per molto tempo trascurate, Gould e Eldredge proposero la Teoria degli Equilibri Punteggiati (brevi periodi geologici con improvvisi esplosioni evolutive seguiti da lunghi periodi di lenti ritmi uniformi di tipo darwiniano). Questa potente ipotesi intuitiva, proposta dai due ricercatori nell’articolo “Punctuta Equilibria An Alternative To Phyletic Graduation”  intorno agli anni settanta, osteggiata per lungo tempo sotto la pressione del paradigma darwiniano – come sempre un paradigma nelle accademie tende a mantenere se stesso – oggi sembra accettata e convalidata in ‘buona’ “teoria”, perché i suoi due autori “riuscirono a proporre una teoria scientifica innovativa non aggiungendo nuove informazioni, ma riformulando le conoscenze già accumulate dalla loro disciplina  e male interpretate” (Telmo Pievani, nell’introduzione al recente libro “L’Equilibrio Punteggiato” di prossima pubblicazione per Codice Edizioni. (Da Le Scienze Novembre 2018, pag. 8)

Dott. Piero Pistoia

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La base in -jpg dei precedenti articoli è stata trasferita da ‘Il Sillabario’ cartaceo

 

da continuare…

 

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BREVI RIFLESSIONI PERSONALI, FUORI DALLE RIGHE, SULLA ‘BUONA SCUOLA’, CONTROLLA IL CONTO ED ALTRO, a cura dei docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

 

IN AMBITI ‘INSEGNATIVI’, BREVI RIFLESSIONI CRITICHE E PRECISAZIONI PERSONALI FUORI DALLE RIGHE SU ‘CONTROLLA IL CONTO’, ‘DISCIPLINE E TECNO-RAGIONERIE’, ‘LA BUONA SCUOLA RIDEFINITA’  ED ALTRO
a cura dei docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia (vers. in divenire)

LE COMPETENZE DELLE TECNO-RAGIONERIE A FRONTE DELLE DISCIPLINE E DELLO SVILUPPO ONTOGENETICO DELLA MENTE

In particolare, comunque, i buoni scritti, sono sempre aperti a nuove congetture, a nuove argomentazioni, mai definitivi e …se falsificati anche meglio, come ci ha insegnato l’epistemologo K. Popper. Non si tratta di ‘oggetti assoluti’ appartenenti alla categoria della lectio magistralis  che, a ragione o a torto, oggi va di moda alla grande e i gruppi che la ‘sanno fare’ (spesso da sè se lo dicono!) si moltiplicano a dismisura.  Per quanto ci riguarda i nostri sono ‘oggetti in produzione’, in divenire (fieri), che procedono  su percorsi spesso tortuosi; meglio se il ‘macchinario’ per costruirli è una ‘comunità di cervelli’ in interazione, che procede ‘annusando sentieri’, scegliendo ‘percorsi’ e spesso tornando indietro. Comunità non necessariamente appartenenti alle categorie di eccellenza, spesso autoreferenti, ma solo menti ‘che non sanno’ (cioè ‘sanno di non sapere’), ma curiose di sapere e determinate ad acquisirlo in un atteggiamento di ricerca, in un trouble (‘in un travaglio’, come direbbe il grande Socrate nella sua Maieutica) di prove, tentativi ed errori, sorretti però da un einfunlung e da un background culturale più o meno rilevante onde formulare ipotesi, ‘incarnando’ la conoscenza in biologia!

Ecco, leggendo ancora della Buona Scuola, a taglio sempre più tecnologico-ragioneristico, sarebbe da riflettere più a lungo sul pensiero di Socrate relativo al responso dell’oracolo del dio di Delphi, Apollo,  alla domanda chi fosse il più grande sapiente della terra! Senza voler operare un forzato ‘transfer bruneriano’ (con transfer senza la t, come si legge nei testi di J. Bruner), vorremmo riportare però le parole di Socrate  estratte dal suo discorso nell’agorà di Atene nel 399 a.C. dopo la sua condanna a morte, che possono ‘suonare’ così <<Cittadini, svergognate e tormentate i miei figli se vi sembra che si preoccupino più dei soldi  e d’altro prima che delle virtù umane>>. Con cittadini, Socrate intendeva, politici, poeti, possessori di techné, che, con un po’ di fantasia, potrebbero corrispondere agli ideatori della Buona Scuola attiva ancora oggi!

A nostro avviso, ciò di cui parla Socrate, rivisitato oggi, con le sue virtù in riferimento all’oracolo del dio di Delphi, riguarda, forse, la ricerca, nell’attività pedagogica-educativa, di metodi (o multi-metodi) di conoscenza sul mondo naturale ed umano, focalizzati da una riflessione  storico-filosofica sulle singole discipline (strutture diciplinari), che riflettano, accompagnino e amplifichino lo sviluppo cerebrale dello studente che deve essere curato nel pensiero, nel comportamento e nei fatti (per Bruner, infatti, le strutture disciplinari riflettono le funzioni cerebrali della mente, “il logico riflette lo psicologico”). Di fatto questo processo si mantiene per buona parte del corso della vita, perché si continua infatti ad imparare per sempre, Bruner,  Montessori…, con le conseguenti modifiche cerebrali del fenotipo (nuovi collegamenti neurali fra cellule del cervello), come sembra affermare il Darwinismo Neurale del premio Nobel medico fisiologo Edelman, ed altri). Forzando le analogie, semplificando e osservando da ‘fuori’, ci piace pensare  che un buon software (un buon insegnamento-apprendimento durante la vita), possa modificare l’hardware (struttura cerebrale del fenotipo), riuscendo a creare un feedback a spirale virtuoso.

Infine, in questa ottica, se fosse vero quello che sembra afferma con forza l’accademico Emilio del Giudice, stimato fisico teorico da poco scomparso, cioè che il fenotipo sarebbe una Totalità,  un Uno, allora i vari enti che lo compongono vibrerebbero in risonanza, cioè sarebbero tutti in fase. Questo comporterebbe che una leggera modifica di fase in un certo punto (piccola zona) della struttura (per es., dove si modificano alcuni legami fra cellule cerebrali sotto l’impulso di cultura assimilata durante la vita), invierebbe messaggi, senza entrare nel merito delle ipotesi sul loro trasporto,  a tutti gli altri punti, che si attiverebbero di conseguenza, compreso quindi anche il genoma (potenzialità culturali che si trasmetteranno alle generazioni future?); forse un nuovo modo di vedere il concetto di epigenesi?  (processo di incarnazione della cultura nella biologia). Se si ipotizzasse un trasferimento attraverso onde elettromagnetiche, probabilmente tali segnali dovrebbero essere dotati di energia infinitesima o quasi, per la quasi infinita numerosità dei punti da colpire,  a meno che nei viventi fossero sufficienti anche segnali sotto l’errore per renderli operativi.

Solo gradatamente, ad un certo livello, si potrà iniziare a proporre le competenze relative alle tecno-ragionerie, inserite però armonicamente nei processi di formazione mentale (ma ciò oggi non accade quasi mai!) per creare poi i cittadini operativi del domani. Insomma, prima di tutto la formazione del cervello, seguendo tutti gli insegnamenti conosciuti della Psicologia (‘norme cerebrali’) e della Epistemologia (‘norme delle discipline’),  poi… la pratica delle carriere! Risalendo un ramo di iperbole, la Buona Scuola non è quella che si riduce alle mere visite (didattiche?), meglio se sempre più frequenti, delle fabbriche dei soldi! onde iniziare a costruire formiche ammaestrate alla loro produzione e a quella del capitale. Non è fuori luogo ricordare, a prescindere dalle motivazioni diverse, che solo ora un ministro dell’istruzione sta riflettendo criticamente sul senso dell’alternanza scuola-lavoro (intervista condotta da Gianna Fregonara riportata sul Corriere della sera, alla pagina Scuola, del 31-Agosto-2018).

Alla luce di queste argomentazioni, viene anche in mente per certi versi l’intervista sulla valutazione scolastica di Chiara Dino nel Corriere della sera  del 29-agosto-2018 dove si legge nelle risposte della docente intervistata che nell’ottica di una auspicabile collocazione professionale  quello che conta soprattutto è insegnare ai ragazzi a <<saper essere>> piuttosto che a <<saper fare>> e più avanti, sui test invalsi, si afferma che <<sono noti perché voluti da istituzioni commerciali e non educative>>

Un professore universitario durante un corso di aggiornamento ebbe a dire che non era necessario preparare gli alunni e fornire loro conoscenza come se tutti da grandi dovessero divenire ricercatori universitari. Noi non siamo mai stati d’accordo, a tutti dobbiamo fornire le basi per poterlo diventare! Lo stesso Bruner afferma che se nell’insegnare procediamo con il (o con un) metodo di un ricercatore di quella disciplina, certamente gli allievi apprenderanno nel modo migliore possibile, ottenendo un cittadino più consapevole, responsabile, pronto ai cambiamenti per adeguarsi anche alle tecno-ragionerie che fra l’altro mutano sempre più rapidamente.

Riassumendo, secondo noi, tutta la vicenda culturale che riguarda Socrate e il dio di Delphi  potrebbe così voler significare che le competenze tecnico-ragionieristiche di “politici, poeti e tecnici s.l.”, da tradurre in personaggi attuali, dovrebbero, riguardo alla maturazione ontogenetica del cervello (un processo essenziale per le ‘virtù socratiche’), avere una posizione di secondaria importanza nella nuova definizione di Buona Scuola, cosa che sembra oggi accadere sempre meno.

SULLA LEZIONE NELLA BUONA SCUOLA RIDEFINITA

In questa posizione riecheggiano le argomentazioni dell’articolo “Inventare per apprendere, apprendere per inventare” di Heinz von Foerster , riportato nel testo di Paolo Perticari (a cura di) “Il senso dell’imparare” Anabasi, 1994; di questo articolo, nel tempo, potremmo anche proporre una breve “lettura critico -interpretativa” da agganciare a quello che accade oggi.
Intanto, senza entrare nel merito, nell’ottica di questo background metodologico, potremmo riformulare quel concetto di Buona Scuola, che ultimamente andava per la maggiore, in modo che l’aggiornamento dei lavoratori, per lo più si possa configurare come auto-aggiornamento, dove le conferenze, le lezioni, i corsi dei tecnici non si richiuderebbero su se stesse, come spesso accade, ed, essenziali per le misurazioni del lavoro, sarebbero le ‘argomentazioni intorno a punti interrogativi’ e mai o quasi un confronto con un quiz ad items, dove il rispetto dei dictat dei ministeri, del Miur e dei programmi non si esaurirebbe nell’applicare protocolli ai punti interrogativi, perché nel complesso i protocolli, mai definitivi, spesso falliscono l’obbiettivo, per cui sono spesso a favore dei comunicatori e non degli alunni. C’è anche una probabilità che il protocollo possa ‘uccidere’! Se ‘muore’ il paziente, ma il protocollo è rispettato (da loro se lo dicono), nè il ‘maestro’ verrà punito , nè il suo superiore! Semplificando, il protocollo potrebbe essere considerato come una scaletta operativa, applicata ad un caso da risolvere, calibrata sullo stato dell’arte relativo a quel problema.

Proporre un evento culturale (progetto) nella speranza che abbia successo, è certamente una buona cosa, 1) se vengono attivati prima gli ‘incastri’ relativi a quell’evento, sulla frontiera del particolare ‘Mondo 3’ (Popper) degli utenti o delle classi,  ciascuno con la propria (vedere anche, per es., nel blog “Ilsillabario2013.wordpress.com”, il post ‘Epistemologia, psico-pedagogia e insegnamento della fisica nell’ottica di una nuova riforma della scuola’ a cura del dott. prof. Piero Pistoia), e 2) se verrà controllato, dopo l’evento, che qualcosa di culturale sia stato davvero ‘agganciato’! Spesso ci si limita invece semplicemente ‘a fare’ secondo legge e protocolli, perché è questo che richiede la burocrazia. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, forse è meglio l’antico!

Ciò che davvero conta in una Buona Scuola è anche il tipo di lezione che viene fatta. E’ necessario articolare la lezione in maniera che venga condotta proprio per far sorgere dalla classe le domande legittime di Foerester, di cui gli alunni non conoscono ancora le risposte; devono sorgere interrogativi specifici che si calino nel merito e che si aggancino ai successivi passi in divenire della spiegazione ‘insegnativa’ del docente!

La lezione in costruzione deve sorgere da una interazione continua fra classe, insegnante ed alunni fra loro e sta in questa interazione multipla l’assimilazione concettuale e l’apprendimento.
La lezione-spiegazione condotta in maniera continua dall’insegnante in cattedra, magari anche al di là dei 20 minuti prescritti dalla psicologia dell’attenzione, avrà scarsa efficacia anche se condotta con tutti i crismi della logicità e della chiarezza (il vecchio ottimo insegnamento!).

Bruner parla di costruzione di una tradizione di una piccola società ( la classe), che rimarrà attiva nel ricordo e nel comportamento, non solo culturale, per tutta la vita dell’alunno.

Per l’apprendimento e l’assimilazione concettuale, il problema centrale, davvero rilevante, della comunicazione culturale in generale, non sta nella preparazione culturale specifica del comunicatore o almeno non solo in quella, cioè, in ambito scolastico, nel continuo anche se qualificato aggiornamento accademico di base, d’altra parte scontato, del docente!

Ecco, invece, due importanti processi fra gli altri che favoriscono l’apprendimento:

1 – Abolire molti degli escamotages sempre più complicati che cercano di pianificare e semplificare il processo comunicativo indebolendo  l’immaginazione e la riflessione personale; l’apprendimento è personale e faticoso!

2 – Dare spazio all’arte s.l. sempre disinteressata, che attiva immaginazione e creatività, aprendo finestre per gettare uno sguardo al di là delle apparenze (per certi versi il “BEYOND THE INFORMATION GIVEN” di Bruner!)

Questo insegnamento proposto, che, a nostro intendimento, potrà costruire “IO” presenti e consapevoli in tutte le circostanze, diventerà davvero uno strumento efficace per sopravvivere nel mondo degli umani e non solo, rispondendo anche ai suggerimenti significativi e liberatori suggeriti dai sei versi seguenti di Bertolt Brecht:

Non avere paura di chiedere,
compagno! Non lasciarti influenzare, verifica tu stesso!
Quel che non sai tu stesso, non lo saprai.
Controlla il conto, sei tu che lo devi pagare.
Punta il dito su ogni voce, chiedi: e questo, perché?
Tu devi prendere il potere.

Bertolt Brecht 1993

 

Docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

 

Curriculum di PIERO PISTOIA (Traccia):

PIERO PISTOIA CURRICULUMOK.pdf

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COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE DEL Dott. Prof. FRancesco Gherardini

04-09-2018, ore 12.55

Ho letto l’articolo, sono molto d’accordo con la vostre valutazioni.

Saluti.

Francesco

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COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE DEL dott. prof. Giacomo Brunetti

27/09/2018 (83) Libero Mail. Posta

Buongiorno

Ho letto con piacere e faccio i miei complimenti per le considerazioni che condivido in pieno e che vedo ben sopportate scientificamente.
Qualche parola da parte mia, meno scientifica, ma che scaturisce piuttosto dalla “pancia”.

200/400 ore di alternanza scuola/lavoro: per la maggior parte “tempo perso”!!! Forse si otterrebbero migliori risultati con un ventesimo delle ore, organizzate con grande perizia (che purtroppo manca sia alla classe dirigente che alla gran parte della classe insegnante).
Progetti… progetti…progetti: per dirla con un mio arguto amico di viaggio (pensionato ormai da 27 giorni) io proporrei il progetto: “una settimana di lezione in classe”!!
Siamo andati sulla luna (dopo lo “scandalo dello sputnik” che ha risvegliato i pedagogisti americani) con le belle lezioni frontali e con il “sano” studio. Cavallo che vince non si cambia… perché i metodi di insegnamento sì ??
Infine un po’ di organizzazione: mia figlia Amelia, 16 anni, fa il liceo in Francia, a Bordeaux. Là la scuola è iniziata il 27 settembre, ma il 7 agosto aveva già ricevuto via mail l’ ORARIO DEFINITIVO. Qui siamo ad oltre dieci giorni dall’inizio delle lezioni e stiamo viaggiando ancora ad orario ridotto con il 30/40% dei docenti (non esagero controllate pure!!!); l’orario definitivo, come ogni anno, arriverà più o meno con i regali di Natale!!!!!
Che VERGOGNA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Grazie della gentile attenzione. A presto.
G

 

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15/10/2018

COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE DEL dott.ssa prof.ssa Ghilli Lucia

Concordo pienamente con Voi. Voglio avere il coraggio di aggiungere al vostro ricco e magnifico intervento poche (e già conosciute) riflessioni tra le miriadi che solloòineano l’importanza della scuola e della conoscenza quando aiutano a crescere davvero.

Ghilli Lucia

Per leggere le riflessioni della dott.ssa prof.ssa Lucia Ghilli cliccare, in questo blog, sul Post “Ancora sulla “Scuola i ieri e Scuola di oggi”: commento al margine della dott.ssa prof.ssa Ghilli Lucia.

 

 

 

 

“OSCURI” PENSIERI SU CUI MEDITARE: MANICHEI ED IPERBOLI, LA MENTE NARRATIVA, FALSIFICAZIONISMO E SUA BREVE CRITICA; Tavole di verità, Fallacia nell’affermare il conseguente, Modus Tollens , Duhem e Quine; a cura di Piero Pistoia

“OSCURI” PENSIERI SU CUI MEDITARE  di Piero Pistoia

 

Per leggere questi pensieri in .pdf cliccare sotto:

MANICHEI ED IPERBOLI_ok2

 

Una revisione critica possibile del link precedente

Una espansione, revisione e reinterpretazione critica, in positivo o in negativo, con successiva integrazione delle singole proposizioni del link precedente, volutamente iperboliche, attiverebbero per i comportamenti nella tribù degli umani, una serie alternativa di storie-guida alla Feyerabend (vedere, come un esempio paradigmatico di reinterpretazione, la poesia di Miloz in questo blog).
Infatti, in un Universo complesso, come affermava Egdar Morin “L’unico pensiero (argomentazione, giudizio, interpretazione), chiaro od <<oscuro>>, che viva, è quello che si mantiene alla temperatura della propria distruzione“.

Oggi, nell’era avanzata dei ‘computer’ e del ‘burocratismo’ dove la Verità appare unica,  la “Mente Narrativa“, di J. Bruner,  propria degli Umani, continua a rendere attive sempre più relazioni fra gli uomini, negoziando la sua ricerca, e più verità appaiono da dietro l’angolo. Per Bruner, come continua nella sua intervista Piero Lavatelli, nell’inserto LIBRI, la separazione fra mente e  corpo, proposta da Cartesio, al là di tutte le ubriacature ideologiche, sta perdendo forza di convinzione e si comincia a pensare che la realtà sociale non è esistente fuori da noi, ma dipende da noi, creata e negoziata da noi, “fatta della nostra carne e del nostro sangue”. Non c’è un unico “mondo reale” esterno ed indipendente da noi, dalla nostra mente, dai nostri linguaggi e dai nostri modelli simbolici con cui vengono costruiti i nostri mondi possibili. In generale, sembra una norma che, nel tempo della storia, quando le situazioni sociali (es., costituzioni di governi, guerre, migrazioni epocali…) si ‘cristallizzano’ sotto un’unica Verità (assenza di negoziazione),  si sprigioni un’esplosione di dolore e di ingiustizia nell’Universo, di cui si prende consapevolezza solo nel tempo futuro. “Abbiamo superato, da tempo, il rigido <<verificazionismo>>la nozione che il significato di qualunque cosa sia la sua unica e singola Verità. Il significato è un modo del connetterci, del negoziare, del riconciliare le nostre rispettive versioni del mondo al fine di trovare un modus vivendi nella diversità”. E ancora, L’uomo non è  “una specie di computer ad alta complessità e la società umana come un insieme di computer che operano congiuntamente a qualche programma comune chiamato <<società>>. La passata generazione ci aveva proposto il cane di Paulov, l’animale dai riflessi condizionati, come modello della natura umana. Stiamo ora scendendo più in basso, degradando il cane ad un computer? Mi sembra che dobbiamo rendere maggiore giustizia alle capacità intuitive dell’uomo, alla ricchezza del mondo delle reazioni umane, alla complessità della cultura”. Per la burocrazia è da dire con Bruner che essa è “antinarrativa per eccellenza; non c’è per essa che una Verità e tutti sono tenuti ad averne la stessa versione“, a favore di una nozione anti-soggettivistica di efficienza. Mandiamo al diavolo “lo sterile silenzio della nostra vita burocratizzata”!

 

Per leggere di più sugli epistemologi Feyerabend e Popper e sul mentalista americano  Bruner cercare queste parole sul nostro blog.
Inserire eventualmente qui l’ascolto della canzone di Guccini ‘Libera nos Domine’ da YouTube (rispettando naturalmente le leggi dell’editoria).

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A proposito dei limiti sui concetti popperiani di verificazione, falsificazione e corroborazione, accennati  precedentemente, cerchiamo di sintetizzarli  di seguito insieme alla Tabella di Verità della proposizione logica o implicazione “H implica Q” (ovvero H -> Q).

1) TABELLA DI VERITA’ DELL’IMPLICAZIONE: H implica Q
(H-> Q)    H        Q
(1) vera    vera vera
(2) vera   falsa vera
(3) vera   falsa falsa
(4) falsa   vera falsa
Dove H sono le ipotesi prodotte dal soggetto e Q sono le conseguenti osservazioni sperimentali e i dati dell’esperimento
Dalla Tavola di Verità si evince che se l’implicazione è vera – il nostro caso – la verità di Q (righi 1 e 2) non ci dice nulla sulla verità di H che può essere vera o falsa indifferentemente. Ne deriva un’espressione logica scorretta, cosiddetta della FALLACIA NELL’AFFERMARE IL CONSEGUENTE, classica dei processi induttivi e della verificazione dei positivisti. Questa espressione scorretta ha la forma:
Se “H  implica  Q1,Q2…Qn”, è una affermazione vera e
se dall’esperimento od altro risulta che le Qi sono vere
——————————————————————-
H è vera
In simboli: [(H->Q)UQ]->H.
Se le implicazioni sperimentali Qi dell’ipotesi H sono vere non risulta affatto che H sia vera, neppure probabilisticamente, perché le Qi in effetti sono infinite.
Invece se l’implicazione è vera e Q è falsa (rigo 3) necessariamente anche H è falsa, MODUS TOLLENS;

in simboli: [(H->Q)U(non-Q)]->non-H.
Se (H  implica Q) è una relazione vera,
se dall’esperimento od altro  risulta che un Qi è falso
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Per anticipare brevemente la argomentazione di Duhem e Quine sul superamento dei limiti del falsificazionismo popperiano a fronte delle ipotesi H e dei dati sperimentali Q, da approfondire tramite  i riferimenti ai posts, suggeriti nello scritto precedente, MANICHEI ED IPERBOLI, cliccare sotto:

FALSIFICAZIONISMO_critica in pdf

Ovvero leggere di seguito:

Per quanto riguarda il rapporto H → Q, nessun processo induttivo del positivismo sostenuto dalla logica, può portare da Q ad H (Fallacia nell’affermare il Conseguente); nessuna probabilità è derivabile per H a partire solo da Q, senza interventi del soggetto; nessuna implicazione logica, anche se “vera”, come il Modus Tollens popperiano, [(H → Q) U non-Q)] → non H], permette la falsificazione univoca (Duhem), data la presenza in H di ipotesi al contorno non esplicitate (non sappiamo cos’è che di fatto viene falsificato!), ecc.

Per quanto riguarda il versante dei dati sperimentali, la sicurezza di Q, il così detto protocollo sperimentale, basta dire che non solo la sua descrizione presuppone l’uso di un linguaggio per sua natura intriso di teoria, ma la costruzione stessa dell’informazione sul dato ha bisogno di aspettative e quindi di teorie e punti di vista più o meno esplicitati e lo stesso strumento che lo raccoglie (compreso l’occhio o altro organo di senso) si basa spesso su teorie estremamente complesse e lontane dall’ambiente di osservazione e/o di misura. Lo stesso Q non rimanda inoltre univocamente ad una sola teoria; più teorie incompatibili possono essere sostenute dallo stesso Q (Quine). (Leggere anche sul blog “La Teoria, La Realtà ed i limiti della conoscenza” del dott. Piero Pistoia).

Svariati percorsi razionali fanno attrito con il mondo!

Non c’è un solo punto di vista per guardare il mondo!

Quando ci sentiamo sicuri di un fatto è il momento di cambiare il punto di vista!

dott. Piero Pistoia

Testi consultati:

A.V. “Critica e crescita della conoscenza”, Feltrinelli, 1976

M. Pera ” Il mondo della scienza e noi” da “Il mondo incerto”, Sagittari Laterza, 1994.

Vedere anche in questo blog “Insegnamento della Fisica“, parte IV e “Dalla “Scienza alla Narrazione” di P. Pistoia.

Piero Lavatelli “USIAMO LA TESTA”  intervista a J. Bruner, Inserto LIBRI

 

DELL’UNIVERSO: OGGETTI FISICI ED UNICORNI; pensieri fuori delle righe del dott. Piero Pistoia

Articolo in ricostruzione…

COSE” DELL’UNIVERSO

PENSIERI FUORI DALLE RIGHE

Oggetti fisici ed Unicorni

Dott. Piero Pistoia

 

in qualche modo, le magie s.l. colgono gli Unicorni e ambedue gli oggetti scambiano energia con la mente umana. E’ La qualità dei nodi dei due rezzagli emessi dalle due camere del cervello umano, non la forma e dimensione delle loro maglie, che ora fanno attrito con oggetti fisici ora con unicorni!

Per leggere lo scritto in PDF, cliccare su:

oggetti fisici_Unicorni0003

 

UNA LEZIONE IN DIVENIRE: STORIA DI BASE SUL MIOCENE, APERTA, DA AGGIORNARE, CIOE’ DA ADEGUARE, CORREGGERE, REINTERPRETARE, NEL CORSO DEL TEMPO; ZONA DI POMARANCE-VOLTERRA E DINTORNI; a cura del dott Piero Pistoia

HAIKU SUI GENERIS

COSI’ SIAMO PARTITI:

TANTO INCOSCIENTI,

SPROVVEDUTI FANCIULLI,

DA QUASI SAGGI!

P. Pistoia

“Qualunque cosa tu possa sognare di fare , incominciala subito! L’audacia ha in sé genio, potere e magia”

Johann Wolfgang Goethe

 

Le parti integrate nel tempo vengono aggiunte  inserite fra parentesi graffe

 

DALLA CARTA STRATIGRAFICA INTERNAZIONALE (ICS)

 

I LINKS CHE SEGUONO RIMANDANO ALLA PRIMA BOZZA DELL’ARTICOLO DA COMPLETARE CON CALMA ED AGGIUSTARE NELLE FIGURE DA INSERIRE

Le due figure al termine dell’art.  sono state riprese dalle ‘Note illustrative della carta geologica d’Italia a cura del “servizio Geologico D’Italia”; zona Pomarance; Università di Siena; Coord. Lazzarotto –  L.A.C. Firenze 2002

{

P R E M E S S A

CENNI AD ALCUNI EVENTI RILEVANTI, MAGMATICI, TETTONICI E SEDIMENTARI DURANTE L’OROGENESI APPENNICA NEL MIOCENE, LUNGO LA SEGUENTE DIRETTRICE, A PARTIRE DAL RETROPAESE:   BACINO BALEARICO – L’ERCINICO SARDOCORSO – TIRRENO SETT. – TOSCANA

(Leggere la breve successiva narrazione con lo schema che segue)

MIOCENE_EVENTI_OK

 

La fase appenninica iniziò dopo la chiusura dell’area oceanica del Tetide (Fase Oceanica), quando i sue margini continentali Europa a N-O e Appennino a S-E iniziarono a scontrarsi (Fase Ensialica) nell’Oligocene, che portò alla formazione della catena appenninica attuale. Fra l’Oligocene superiore ed il Tortoniano superiore si attivò una sequenza di eventi con la strutturazione e l’accavallamento di diverse unità tettoniche costruendo, in sintesi, un complesso a falde:  Unità Liguri (Unità Ofiolitifere, Unità di Monteverdi-Lanciaia), Unità Austroalpine (Unità di S. Fiora, quella ad Argille e Calcari), Unità Toscane (in particolare, Unità della Falda Toscana). Sul campo si tratta di alcune successioni stratigrafiche riconosciute sovrapposte caratterizzate, in affioramento, da formazioni di facies diverse corrispondenti ad unità cronologiche uguali che sono state di conseguenza interpretate come deposte in bacini di sedimentazione distinti (per approfondire leggere, per es.,  “Elementi di Geologia” di A. Lazzarotto nel testo “La storia Naturale della Toscana Meridionale” Silvana Editoriale, 1993, o anche alcuni posts in questo blog, cercando con il nome delle Unità Tettoniche).

Terminata nell’Oligocene Superiore la chiusura per ‘collisione continentale’ del bacino ligure all’inizio del Miocene e forse a partire dal Oligocene sup. , (circa 23-25 maf), nell’area appenninica generalmente si svilupparono varie aree di ‘distensione’; si aprì il rift del ‘Bacino balearico’ i cui margini si ‘spostarono’  fino a parte del Burdigaliano, facendo ruotare in senso antiorario il Massiccio Sardo-Corso; intanto, sempre a partire dal Miocene inferiore, in corrispondenza della catena, anche l’asse di rotazione del Paleo-Appennino paleozoico ruotò in senso antiorario,  aprendo, fra la Corsica e l’Elba, il Tirreno sett. (forse non si trattò di un vero e proprio rifting) e il Bacino Corso, creando un’area di distensione nel versante occidentale dell’Appennino sett.;  questo evento distensivo venne accompagnato da magmatismo calco-alcalino nella Sardegna e Corsica allora ‘Erciniche’, e rimase attivo praticamente per tutto il Miocene ed oltre. Sempre nel primo Miocene in Toscana si strutturò il ‘core complex’ delle Alpi Apuane con riesumazione del metamorfico profondo e si configurò, ancora in fase distensiva, la ‘Serie Ridotta’. A partire dal Langhiano fino all’inizio del Tortoniano si ‘costruì’, sempre in Toscana, l’Epiligure e, successivamente, sempre in Toscana, iniziò il Neoautoctono, che perdurò fino alla fine del Pliocene.

Il core complex …

La Serie Ridotta: in alcuni luoghi della Val di Cecina (es., Campiglia, Monterotondo, Castelnuovo) la Serie Toscana si presenta con tutti i suoi termini fino al macigno; altrove, per es., appare priva di termini superiori al Calcare Cavernoso triassico, venendo  a contatto diretto con le formazioni dell’alloctono. Questa giacitura è nota appartenere alla Serie Ridotta della Toscana, che non viene più interpretata come dovuta ad erosione, ma come un denudamento tettonico detto “sostituzione di copertura”, strettamente collegato a rilevanti spinte tangenziali di laminazione in ambiente distensivo, durante le traslazioni. Ciò spiegherebbe perché spesso un “alto tettonico” della copertura può corrispondere a un “basso tettonico” nel basamento, cioè un horst nel basamento laminato dalla traslazione non necessariamente può corrispondere ad un picco topografico.

L’Epiligure viene descritto come costituito da placche di bassa estensione, di composizione per lo più  arenacea di età Miocenica medio-superiore (Langhiano – Tortoniano inferiore), ricche di micro- e macro- fossili, trasgressive sulle Liguridi e sulle Australpine interne, forse, al tempo, ancora in movimento (Baldacci F., 1967 e Decandia, 1992). Oggi sembra che siano formazioni assimilabili ad un Neoautoctono anticipato.

A partire dal Tortoniano superiore cessarono in Toscana i movimenti traslativi delle coperture e si instaurarono movimenti rigidi a componente prevalente verticale in regime distensivo. Si attivarono così faglie dirette con inclinazione intorno a 60°, con piano di faglia che in  profondità tendeva a spinarsi e le cui aperture procedevano nel tempo da ovest ad est, costruendo man mano, lungo tutta l’area della catena, fosse tettoniche allungate NO-SE, una successione in direzione appenninica di Horst e Graben (vedere figura sotto, da vari autori, 1992, ripresa da G. Gasperi “Geologia Regionale”, Pitagora editrice, Bologna).

BACINI NEOGENICI E QUATERNARI

                                                              LEGENDA

Bacini neogenici e quaternari  del versante tirrenico dell’Appennino, oggi.

Zone rigate: in generale, i bacini mio-pliocenici con depositi marini.

Zone punteggiate: i bacini plio-pleistocenici con depositi continentali

Zone bianche: in generale colline e dorsali; da notare la Dorsale Medio-Toscana: dalle Apuane attraverso il Monte pisano fino alla zona di Grosseto.

 

Schema di una catena ripreso dal testo di G. Gasperi “Geologia Regionale”, modif. da Boccaletti e Moratti, 1990

LEGENDA

Per studiare una sezione schematica medio-generica da SO a NE  attraverso la figura BACINI NEOGENICI E QUATERNARI precedente, osservare lo schema sopra con distinti i bacini evoluti nelle diverse condizioni strutturali.

  1. Bacini interni (es., i bacini neogenici toscani).
  2. Bacini formatisi in relazione ai sovrascorrimenti sul fronte della catena e insieme ad essa trasportati (ad es., il Pliocene Intrapenninico).
  3. Avanfossa posta fra il fronte della catena e la scarpata dell’Avampaese, la rampa di Avampaese.
  4. Avampaese sommerso.
  5. Avampaese emerso.
  6. Da notare la distensione nella catena iniziale e la compressione sul fronte.

PALEOGEOGRAFIA DELLA TOSCANA NEL MESSINIANO  (da Bossio et al., 1992, trasferita dal testo di  A. Lazzarotto “elementi di Geologia”, 1992, opera citata).

LEGENDA

1 – Aree emerse

2 – Aree sommerse dal mare messiniano.

3 – Bacini lacustri.

4 – Linee di riva marine e lacustri nel Messiniano.

5 – Linee di costa  e margini dei bacini lacustri attuali.

“Alla fine del Messiniano si verificò in Toscana un sollevamento generalizzato che determinò una quasi totale regressione marina; ad ovest della Dorsale Medio – Toscana, solo piccoli bacini ristretti rimasero occupati da acque dolci-salmastre (facies di lago-mare)” (A. Lazzarotto, 1992, op.cit.)

Probabilmente alla fine del Messiniano (subito prima della grande trasgressione del Pliocene inf.), un striscia di terra doveva collegare l’Elba al continente perché dal Monte Capanne, circa 4 maf, un fiume potesse fornire ciottoli, filoniani da magma granitico (aplite porfirica, porfido granitico), ad un conglomerato complesso che si depositava sopra banchi di gesso al tempo in Val di Cecina (Pomarance).

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In odt:

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In pdf:

MIOCENEok

 

CHI E’ L’AUTORE (traccia): CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

Piero Pistoia, diplomato negli anni ’50 presso il Liceo Classico Galileo Galilei di Pisa, è dottore in Scienze Geologiche con lode e, da borsista, ha lavorato e pubblicato presso l’Istituto di Geologia Nucleare di Pisa, misurando le età degli “strani” graniti associati alle ofioliti (1) e studiando i serbatoi di gas e vapori della zona di Larderello. Successivamente ha scritto almeno una cinquantina di articoli pubblicati a stampa, a taglio didattico-epistemologico, di cui circa la metà retribuiti secondo legge,  dagli editori Loescher, Torino, (rivista “La Ricerca”), La Scuola di Brescia (“Didattica delle Scienze”), a controllo accademico ed altri, affrontando svariati problemi su temi scientifici: dall’astrofisica all’informatica, dall’antropologia culturale all’evoluzione dell’uomo, dalla fisica alla matematica applicata e alla statistica, dalla geologia applicata al Neoautoctono toscano, dall’origine dell’Appennino alla storia delle ofioliti, alle mineralizzazioni delle antiche cave in Val di Cecina (in particolare su calcedonio, opale e magnesite), qualche lezione-sintesi di epistemologia ecc..  En passant, ha scritto qualcosa anche sul rapporto Scienza e Poesia, sul perché la Poesia ‘vera’ ha vita infinita (per mere ragioni logiche o perché coglie l’archetipo evolutivo profondo dell’umanità?); ha scritto alcuni commenti a poesie riprese da antologie scolastiche e,  infine decine di ‘tentativi’ poetici senza pretese. Molti di tali lavori sono stati riportati su questo blog. (2)

NOTE

(1) L’età dei graniti delle Argille Scagliose, associati alle ofioliti, al tempo situate alla base della falda in movimento, corroborò sia l’ipotesi che esse fossero ‘strappate’ dal basamento ercinico durante i complessi  eventi che costruirono la catena appenninica, sia, indirettamente, rafforzò la teoria a falde di ricoprimento nell’orogenesi appenninica. Fu escluso così che il granito associato alle ofioliti non derivasse, almeno non in tutti i casi, da una cristallizzazione frazionata (serie di Bowen) da un magma basico od ultrabasico.

(2) Piero Pistoia ha superato concorsi abilitativi nazionali, al tempo fortemente selettivi (solo sotto il 5 per mille gli abilitati, max voto 8), e non frequentò mai i ‘famigerati’ Corsi Abilitanti voluti dai sindacati (99% gli abilitati con voti altissimi!). Superò  i concorsi per l’insegnamento, in particolare nella Scuola Superiore, per le seguenti discipline: Scienze Naturali, Chimica, Geografia, Merceologia, Agraria, FISICA e MATEMATICA. Le due ultime materie sono maiuscole per indicare che Piero Pistoia in esse, in tempi diversi, fu nominato in ruolo, scegliendo poi la FISICA, che insegnò praticamente per tutta la sua vita operativa. Pochi anni prima che l’Istituto Tecnico Industriare di Pomarance fosse aggregato al Tecnico Commerciale di Volterra, il dott. prof. Piero Pistoia fu nominato Preside Incaricato presso il detto istituto dal Provveditorato agli Studi di Pisa, ottenendo la valutazione massima.

 

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA; lo scritto è a nome di due autori (Pazzagli A. – P. Pistoia); il dott. Piero Pistoia ha anche ricercato e curato la rivisitazione ed il trasferimento di esso su questo blog.

FESTA_FOLCLORE   in pdf :     FESTA_FOLCLORE

 

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA
Mo. Andrea Pazzagli – dott. Piero Pistoia

RIASSUNTO

Il presente lavoro è stato occasionato dagli spettacoli “ Da maggio a maggio” che ritornano periodicamente con le primavere nelle piazze dei nostri paesi. Esso intende recuperare i concetti culturali di festa e folclore attraverso un’analisi di tipo storico e con riferimenti antropologici. Da questa analisi è emersa la possibilità di un legame della festa e del folclore con la cultura attuale. Infine si forniscono almeno ipotesi di interventi operativi.

PARTE PRIMA

MONDO DELLA RETTA E DEL CIRCOLO: LA FESTA ED I MODELLI MITICI

La società industrializzata, caratterizzata da un procedre irreversibile, condizionato essenzialmente da una tecnica, che può crescere solo su se stessa con continuità, ignora pressoché completamente i grandi cicli naturali. L’artificiale uccide o, nel migliore dei casi, nasconde la visione del Naturale (per es., il cemento e la luce elettrica si frappongono fra l’uomo e le grandi ciclicità del Cielo e della Terra). Di fronte a questo mondo della linea retta sopravvive in angoli perduti o come residuo dentro la stessa società industrializzata, il mondo del circolo, le culture della ciclicità. In queste culture esiste una profonda rispondenza fra le caratteristiche antropologiche dell’uomo, sorto da un Cosmo regolato ciclicamente e il Cosmo medesimo. Tale rispondenza si sprigiona essenzialmente in occasione della festa che nelle società arcaiche si riconnette sempre al rapporto uomo-natura sia pure mediato dal rapporto uomo-uomo, cioè dalla Cultura.

Gli studiosi di antropologia ed etnologia vedono nelle feste infatti ben altro che l’odierna contrapposizione di “ tempo libero” e “tempo di lavoro”: la festa è sospensione di attività quotidiana, immissione in un tempo sacro ed immobile, destorificazione e ritorno alle origini e quindi di coinvolgimento diretto con la matrice cosmica comune.

Il diverso rapporto istituito con la natura della festa, trasforma radicalmente anche il rapporto fra gli umani. In questo mondo capovolto (Cocchiara) tutte le regole saltano, come accade presso gli Indiani pescatori Junok, citati da Erikson: l’avaro diventa prodigo, altre volte si disconoscono completamente le regole di castità; anche i ruoli sociali consueti vengono messi in discussione, come in due feste cicliche che hanno resistito fino ad oggi: il Carnevale ed il Maggio. Nel carnevale fino all’epoca moderna si infrangono liberamente da parte dei sudditi i privilegi e le protezioni dei membri della classe dirigente; nel Maggio si eleggono un”re” ed una “regina” del maggio ed i loro poteri sono accettati nella comunità per un intero mese.

L’interpretazione della festa data dagli studiosi può ricondurre a tre posizioni di fondo:

1 – Interpretazione “irrazionale” di Eliàde, secondo la quale la festa ciclica e arcaica attinge l’essenza cosmica.

2 – Interpretazione “culturale” di Jensen e Kereny, secondo la quale nella festa si colgono le implicazioni più profonde della vita di quella comunità: chi partecipa alla festa fa esperimento, erlebnis, diretto della base comune su cui si regge il gruppo.

3 – Interpretazione “funzionalistica” che suggerisce di vedere la festa anche in relazione alla necessità di superamento di problemi psicologici nascenti dall’intersecarsi dell’attività produttiva.

 

Nonostante le diversità di questi punti di vista, essi però concordano nel riconoscere alla festa le caratteristiche di un’occasione privilegiata per riconquistare l’unità profonda fra uomo e cosmo e , di qui, fra uomo e uomo, secondo moduli mitici, differenziati certo da cultura a cultura, ma tuttavia riconducibili ad una unità di esperienza e funzione.

Sul sentimento di unità e identità di gruppo, rivissuti o riconquistati nella festa, si fonderà poi il vario mondo delle relazioni umane da quella familiari a quelle economiche, collegate al principio antropologico a valenza evolutiva della spartizione del cibo, che danno luogo, in società più evolute, a manifestazioni, a loro volta partecipi dello spirito della festa, come la “fiera”. In questo contesto si potrebbero anche situare feste come i “Palii”, es., di Siena, Arezzo, Pomarance…, il “Gioco del Ponte” di Pisa…, che pur risalendo nella loro fenomenologia apparente a fatti storici precisi (e in questo somigliano alle feste religiose della Seconda Parte), rimandano però anch’esse ad esigenze antropologiche a valenza etologica (smorzare e ridurre a gioco simbolico, i conflitti inter-gruppo per il controllo del territorio).

 

PARTE SECONDA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA FESTA NELLE GRANDI RELIGIONI

Il mondo della retta è il mondo di oggi, però le sue origini sono lontane. Come diceva Weber il disincanto e la razionalizzazione hanno cominciato a distruggere i miti molto prima dell’età moderna. Questa teoria trova esplicita conferma proprio nel caso della festa e in particolare del rapporto fra modello mitico arcaico e modello delle grandi religioni storiche (Buddismo, Ebraismo e Cristianesimo).

Le grandi religioni storiche anzitutto abbandonano il tema della interazione uomo-cosmo e le vicende naturali per sostituire loro l’evocazione di precisi fatti storici (Natale, Pasqua…) che sollevano la storia umana a storia di salvezza e respingono il linguaggio mitico. Quindi dal mito alla ragione, dal cielo alla storia. Naturalmente questo processo è differenziato da una religione storica all’altra Nel Buddismo infatti la struttura ciclica permane anche se connotata negativamente, come catena da interrompere; nell’Ebraismo e soprattutto nel Cristianesimo gli eventi si presentano secondo una direttrice rettilinea richiamata dalla parusia futura (finale trasformazione del mondo dopo il secondo avvento). Così alcune grandi religioni dischiudono le porte al mondo della retta, cioè all’Era Moderna. Per altre, specialmente all’origine, lo stesso Cristianesimo e tutt’altro che ignaro del grande valore intrinseco della festa ciclica e compie numerosi e significativi tentativi di recupero. La stessa festa del Natale recupera la precedente festa invernale pagana del Sole invitto (già dal solstizio invernale infatti il sole risale a spirale verso il Tropico, quasi a suggerire la rinascita sua e del Cosmo); anche nella Pasqua , festa tipicamente cristiana, c’è un recupero di temi ciclici del Dio che risorge con la Natura e dell’uovo come simbolo di fecondità. Questi aspetti, con il pathos naturalistico e lo stesso pathos mistico specifico delle feste religiose, centrato sul tema della rivelazione e della salvezza, si sono andati sempre più affievolendo nel corso dei secoli; è stato perso il senso della festa, del naturalistico e del sacro. Un poeta italiano alle soglie dell’era moderna, Giacomo Leopardi esprime la crescente incapacità dell’uomo contemporaneo a sentire e vivere la festa.

PARTE TERZA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA MORTE DELLA FESTA NEL MONDO CONTEMPORANEO E NECESSITA’ DI UN RECUPERO

Il mondo contemporaneo si caratterizza per un radicale venir meno delle radici mitiche e religiose della festa. Da un lato la festa viene ridotta a mero tempo libero contrapposta, ma insieme uguale, per l’assenza della dimensione “libertà”, al tempo di lavoro; dall’altro lato la festa, ormai svuotata del suo significato, viene ad essere inglobata nell’economia e nella produzione, attraverso l’imposizione e l’esasperazione del consumo.

Sono sorte anche nuove feste legate ad eventi particolari della storia di una nazione, di un gruppo o di una classe (ricorrenze nazionali, celebrazione della resistenza, Primo Maggio…); talora queste feste, come il caso del Primo Maggio, hanno cercato anche di assumere in sé precedenti valori e tradizioni, ma in generale si può dire che tali feste moderne, come semplice assenza di lavoro e più recentemente in quello consumistico, non sono riuscite a recuperare il modulo mitico della festa originaria.

 

Anche altre occasioni come le “fiere”, un tempo ricche di significati simbolici (occasione di incontro fra gruppi, rivolto a favorire scambi esogamici, occasione di riconferma di tradizioni alimentari o di abbigliamento…), tendono , eccetto particolari situazioni di residui di civiltà contadine o montanare, a diventare sempre più occasione per l’acquisto di merce (dalla fiera al mercato). Anche nei Palii si assiste da una discontinuità di partecipazione fra i turisti che assistono ed i cittadini coinvolti nell’evento.

In questi ultimi anni si è assistito ad un tendenza al recupero delle tradizioni, forse dovuto agli effetti atomizzanti sulla società esercitati dalla cultura sempre più simbolica, dalla specializzazione e parcellizzazione crescente del lavoro industriale, nonché dal venir meno di numerose occasioni di scambio nella vita quotidiana. Questa tendenza si è espressa in modi molto vari, talora chiaramente distorti (come l’esasperazione del tipo sportivo per le squadre locali), tal altra strumentalizzati, come nelle feste di partito, altra ancora, certo in modo più genuino, nelle feste e sagre paesane o nella costituzione di gruppi per il recupero delle tradizione folcloristiche (canto del Maggio, Bruscelli; ricerche, anche stampate, su aspetti paesani pieni di ricordi e nostalgie…), ma tuttavia non recuperanti in generale la distanza fra cultura odierna e festa. Infatti, mentre la feste nelle società arcaiche e in quelle contadine più recenti (fino a pochi decenni fa) esplicitava e confermava un mito che a sua volta sostanziava la cultura, ora viene meno proprio questo legame; la discontinuità fra folclore e cultura( o per usare la terminologia gramsciana, fra folclore e storia) rimane profonda.

A questo livello si pongono con urgenza due problemi:

1 – E’ possibile un collegamento fra folclore e cultura?
2 – Se è possibile a quali condizioni?

Alcune correnti sociologiche sostengono l’impossibilità di ritrovare un legame fra la cultura attuale ed il folclore e ritengono quindi che il fenomeno della riscoperta del folclore sia solo sintomo di una sterile nostalgia, per altro ben comprensibile nelle condizioni di aridità e solitudine delle società tecnologicamente avanzate, che fra l’altro stimolano anche l’insorgere di fenomeni come l’interesse per la parapsicologia, l’astrologia, la magia nera.

A nostro avviso sono più accettabili altre posizioni della cultura contemporanea che affermano la possibilità, sia pure problematica, di ristabilire un rapporto fecondo fra folclore e cultura. Lo stesso Gramsci, anni addietro, intuiva tale necessità e possibilità e, anziché irridere illuministicamente alla cultura del popolo, ritenuta per altro insufficiente, ne ipotizzava tuttavia un recupero necessario ad una presa di coscienza, in vista dell’emancipazione del popolo stesso.

In contesto culturale assai diverso il grande antropologo Levi-Strauss distingue fra civiltà fredda e civiltà calda, intendendo col primo termine le società primitive di cacciatori-raccoglitori orientate ad un rapporto simbiotico e non distruttivo con la natura, e, col secondo termine, l’odierna civiltà tecnologica caratterizzata al contrario da un rapporto distruttivo e ad alta entropia con la realtà naturale;egli auspica e ritiene non impossibile che le civiltà calde possano, in qualche modo, assumere alcuni caratteri delle civiltà fredde e non è fuori luogo vedere, proprio in un ben inteso recupero culturale del folclore, una delle strade per tale necessaria integrazione.

Ritornando all’iniziale metafora del circolo e della retta, per altro sorretta da concezioni di carattere cosmologico, pare opportuno pensare ad una società in cui il circolo non si chiude mai completamente, aprendo con continuità a spostamenti lungo la retta (vedi figura), in tal modo le componenti del progresso e della stabilità non si oppongono, né si escludono, ma al contrario reciprocamente si completano. Viene formulata così una risposta positiva al primo interrogativo.

 

 

PARTE QUARTA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: IPOTESI OPERATIVE

Circa i modi di rendere concreta la possibilità di recupero della festa alla cultura contemporanea, sembrano da respingere gli attuali tentativi che o ripetono il vecchio modulo della festa, diretto intenzionalmente da parte delle classi dirigenti ad esorcizzare e riassorbire conflitti e tensioni (De Masi, Europeo N°21 del 3 agosto 1981), oppure si riconducono ad essere semplice “Festa dell’oblio”, fine a se stessa, magari inserendosi nelle tendenze, oggi diffuse nei giovani, al disimpegno, al rifiuto politico, all’isolamento totale singolo o di gruppo nella droga o nel rock.

La strada da seguire è un’altra:

1° – In primo luogo si tratta di immettere il folclore nel circuito culturale attraverso una presa di coscienza colta dei valori intrinseci che la festa autentica ed il folclore recano in se stessi, consapevolezza da riportare poi al pubblico tramite esperimenti di drammatizzazione e teatralizzazione che che consentano la immedesimazione e la partecipazione emotiva degli spettatori, portati a rivivere così in forme mediate il loro folclore. Esperienza colta significa anche confrontare e così capire il proprio modo di vivere, nel folclore, fondamentali esperienze umane, col modo in cui le stesse sono vissute o celebrate in altre culture, anche molto lontano nel tempo e nello spazio, sottolineando in tale maniera la comune umanità che pervade le differenti tradizioni: è in questa fase che è colto esplicitamente il rapporto valorizzante fra folclore e scienza antropologica, possibile sapere disciplinare fra altri come Botanica, Zoologia, Fisica…), quindi fra folclore e cultura simbolica.

2° – In secondo luogo si può vedere nel recupero del folclore locale, la possibilità di far recuperare ad un gruppo le sue comuni radici quindi di ridarli un’identità che troppo spesso la società attuale tende a cancellare e gettare nell’oblio. Ci riferiamo ad esperienze che a noi paiono esemplari in tal senso, nei nostri paesi spesso le autorità sociali (Assessori della cultura e dell’istruzione, Commissioni alla cultura…) attivano, usando strutture presenti come Filarmoniche, Filodrammatiche ed altro se disponibile, per, es., spettacoli che si riferiscono al folclore coinvolgendo di solito interi paesi. Così la solidarietà di gruppo, caratteristica, almeno in passato, delle nostre popolazioni si trova spesso amplificata per es., nelle diverse versioni del “Maggio” tramandate oralmente per generazioni: si leggono spesso strofe che indicano la buona disponibilità verso l’ospite, lo straniero che bussa alla porta del podere; al tempo si aprivano le cantine si imbandiva la tavolata in allegria (“Quando andate giù in cantina / fate il giro alla rotonda / e prendete la meglio forma / della tavola su in cima” ovvero “Quando andate a quel prosciutto / e prendete quel coltello / e tagliate il cordicello / affettaticelo tutto”). Rimane qui l’immagine di una società contadina resa peraltro tanto disponibile all’ospite anche dalla diffusa abitudine alla caccia di gruppo, grandemente sviluppata anche oggi (si pensi alle cacciate al cinghiale nelle macchie della Carline, di Monte Castelli, di Sant’Ippolito, della Trossa, della Casa…) e dalla relativa cultura (divisione del cibo…), nonché dalle caratteristiche territoriali della zona, con poderi molto isolati, in cui si aspettava con ansia l’arrivo del forestiero in vista di scambi di oggetti, esperienze, legami affettivi (esogamia).

3° – Infine si nota una forte connessione fra recupero del folclore da una parte e cultura ed educazione ecologica dall’altra; la natura o più precisamente una natura ben più ricca di quella attuale, un ambiente non ancora degradato, sono protagonisti dei canti di Maggio e di altri momenti del folclore: le “bubbolelle” e gli “allori spontanei” sono quasi scomparsi dalla Val di Cecina, i prati inaridiscono sotto gli zoccoli delle pecore o sfruttati fino all’inverosimile dai seminati intensivamente condotti e dalle monoculture, solo i margini dell’asfalto sono ancora accessibili e gli stessi fiori di maggio si sono ritirati in rare stazioni (si pensi ai “tromboni”, alla “ruta”, alla “camomilla”…); è diventata esperienza privilegiata riuscire ad ascoltare il gaio, dolce e articolato canto dell’usignolo o rivedere il frizzante giallo del cardellino (quanti ne sono consapevoli?): “E’ tornata la bubbolella / a far nido in su pe’ prati / come fan l’innamorati /quando vanno dalla bella” ovvero “Su per Cecina e per l’Era / son fioriti già l’allori / cardellini e rosignoli / cantan ben la primavera”. E’ riascoltando questi versi che non solo si ha nozione nostalgica di un mondo che ormai sta scomparendo, ma si riceve forse l’impulso potente al rispetto dell’ambiente naturale in ogni suo componente.

 

LE DUE SCULTURE DI INIZIO GIUGNO 2017 della scultore Roberto Marmelli

 

NDC – Piero Pistoia

Per dare senso culturale alle foto delle tue sculture dense di significato sarebbe opportuno un minimo di interpretazione sulle idee guida, sugli stili e sulle dimensioni. Segue un primo intervento dello scultore in tal senso.

 

 

Per vedere la comunicazione cliccare sul link sotto:

TORSO_Marmelli

Ovvero leggere di seguito:

20° Concorso Nazionale di pittura – scultura – grafica CITTA’ DI RIPARBELLA

Verbale della Commissione Esaminatrice
Il giorno 20 giugno 2017, alle ore 16,00, a Riparbella, nella sede della Pro Loco, si è riunita la Commissione Esaminatrice del 20° Concorso Nazionale di pittura – scultura – grafica CITTA’ DI RIPARBELLA per esaminare e valutare le opere partecipanti al concorso.
La commissione composta dai Signori Monica Meini, Umberto Cazzuola, Serena Baroncini e Patrizia Scapin è presieduta dal Signor Renzo Meini, presidente e fondatore del Concorso Nazionale di pittura – scultura – grafica CITTA’ DI RIPARBELLA.
I componenti della commissione esaminatrice ringraziano tutti gli artisti che hanno aderito alla selezione presentando le proprie opere nelle varie sezioni in cui è strutturato il premio ed esprimono la più ampia soddisfazione per i risultati raggiunti.
In seguito ad una approfondita valutazione delle opere, la commissione, a suo insindacabile giudizio, esprime i seguenti risultati:

Secondo premio sezione scultura: opera n.15 – ROBERTO MARMELLI
Il torso mirabilmente lavorato in pietra locale è modellato nel rispetto della pietra stessa e si presenta quasi come un reperto archeologico, un oggetto proveniente dall’antichità. Profondo è il rimando evocativo non solo all’archeologia ma all’uomo stesso quando viene privato delle sue capacità.

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VERGINE MADRE

CONDOTTIERO