BREVI RIFLESSIONI PERSONALI FUORI DALLE RIGHE SUL SENSO DEI DATI DA ELABORARE IN STATISTICA, SULLA ‘BUONA SCUOLA’, CONTROLLA IL CONTO ED ALTRO, a cura dei docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

 

IN AMBITI ‘INSEGNATIVI’, BREVI RIFLESSIONI CRITICHE E PRECISAZIONI PERSONALI FUORI DALLE RIGHE SU ‘SENSO DEI DATI DA ELABORARE IN STATISTICA’, ‘CONTROLLA IL CONTO’, ‘LA BUONA SCUOLA’  ED ALTRO
a cura dei docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia (vers. in divenire)

 

SENSO DEI DATI DA ELABORARE IN STATISTICA

Come premessa generale a tutti gli scritti di statistica vorremmo precisare almeno la risposta alla domanda, che si percepisce nell’aria, diciamo ingenua, ma forse anche pretestuosa per secondi obiettivi (nel prossimo non indifferente c’è sempre un po’ di malevolenza), e, se in buona fede, come minimo da inesperti, che suona grosso modo così: <<A chi serve studiare dati certamente già analizzati da altri, anche in ambiti accademici e magari anche in tempi ormai lontani, ovvero studiare dati simulati?>>.
Se i dati fossero simulati si tratterebbe di fare mera esercitazione sulle leggi della statistica e sui linguaggi informatici relativi, che data la potenza di questi strumenti, ci sembra, se condotta con criterio (si insegna cercando di costruire insieme nell’andare, nel senso che nel correggere si impara), si tratti di un ammaestramento comunicativo rilevante e non da poco!
Se poi i dati sono reali, raccolti sul campo, per le teorie sul forecast, l’analisi dei dati lontani spesso ha più significato di quelli vicini. In una iperbole, si rifletta sul battere di ali di una farfalla lontana nel tempo, in situazioni complesse!
E se poi sono già stati analizzati più volte anche in sedi accademiche, pur permanendo la causa primaria di un ammaestramento significativo, si ha anche maggiore opportunità di imparare a controllare il conto, perché nel passato e nel futuro siamo sempre noi a pagarlo! Se su quel conto sono state prese decisioni che ci riguardavano e se era sbagliato al tempo, tale sbaglio continuava a ripercuotersi su tutte le previsioni future (il forecast appunto)!
Ma perché i conti eseguiti in ambiti accademici possono essere ‘sbagliati’? Perché i conti sono tendenzialmente, direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, controllati da chi vengono pagati (chi ordina la relazione tecnica in qualche modo riesce a comunicare la propria idea che ‘pesa’ sul progetto), cioè dal potere, con maggior frequenza quanto più gli eventi in studio cadono in ambito complesso dove vari percorsi razionali sono sempre possibili. E questo è un rischio sempre in agguato.

 

LE COMPETENZE DELLE TECNO-RAGIONERIE A FRONTE DELLE DISCIPLINE E DELLO SVILUPPO ONTOGENETICO DELLA MENTE

In particolare, comunque, i buoni scritti, sono sempre aperti a nuove congetture, a nuove argomentazioni, mai definitivi e …se falsificati anche meglio, come ci ha insegnato l’epistemologo K. Popper. Non si tratta di ‘oggetti assoluti’ appartenenti alla categoria della lectio magistralis  che, a ragione o a torto, oggi va di moda alla grande e i gruppi che la ‘sanno fare’ (spesso da sè se lo dicono!) si moltiplicano a dismisura.  Per quanto ci riguarda i nostri sono ‘oggetti in produzione’, in divenire (fieri), che procedono  su percorsi spesso tortuosi; meglio se il ‘macchinario’ per costruirli è una ‘comunità di cervelli’ in interazione, che procede ‘annusando sentieri’, scegliendo ‘percorsi’ e spesso tornando indietro. Comunità non necessariamente appartenenti alle categorie di eccellenza, spesso autoreferenti, ma solo menti ‘che non sanno’ (cioè ‘sanno di non sapere’), ma curiose di sapere e determinate ad acquisirlo in un atteggiamento di ricerca, in un trouble (‘in un travaglio’, come direbbe il grande Socrate nella sua Maieutica) di prove, tentativi ed errori, sorretti però da un einfunlung e da un background culturale più o meno rilevante onde formulare ipotesi, ‘incarnando’ la conoscenza in biologia!

Ecco, leggendo ancora della Buona Scuola, a taglio sempre più tecnologico-ragioneristico, sarebbe da riflettere più a lungo sul pensiero di Socrate relativo al responso dell’oracolo del dio di Delphi, Apollo,  alla domanda chi fosse il più grande sapiente della terra! Senza voler operare un forzato ‘transfer bruneriano’ (con transfer senza la t, come si legge nei testi di J. Bruner), vorremmo riportare però le parole di Socrate  estratte dal suo discorso nell’agorà di Atene nel 399 a.C. dopo la sua condanna a morte, che possono ‘suonare’ così <<Cittadini, svergognate e tormentate i miei figli se vi sembra che si preoccupino più dei soldi  e d’altro prima che delle virtù umane>>. Con cittadini, Socrate intendeva, politici, poeti, possessori di techné, che, con un po’ di fantasia, potrebbero corrispondere agli ideatori della Buona Scuola attiva ancora oggi!

A nostro avviso, ciò di cui parla Socrate, rivisitato oggi, con le sue virtù in riferimento all’oracolo del dio di Delphi, riguarda, forse, la ricerca, nell’attività pedagogica-educativa, di metodi (o multi-metodi) di conoscenza sul mondo naturale ed umano, focalizzati da una riflessione  storico-filosofica sulle singole discipline, che riflettano, accompagnino e amplifichino lo sviluppo cerebrale dello studente che deve essere curato nel pensiero, nel comportamento e nei fatti (per Bruner, infatti, le strutture disciplinari riflettono le funzioni cerebrali della mente, il logico riflette lo psicologico) e questo per buona parte del corso della vita, perché si continua infatti ad imparare per tutta la vita, Bruner,  Montessori…, con le conseguenti modifiche cerebrali del fenotipo, come sembra affermare il Darwinismo Neurale del premio Nobel medico fisiologo Edelman, ed altri). Forzando le analogie, semplificando e osservando da ‘fuori’, ci piace pensare  che un buon software (apprendimento durante la vita), possa modificare l’hardware (struttura cerebrale del fenotipo), riuscendo a creare un feedback a spirale virtuoso. Solo gradatamente, ad un certo livello, si potrà iniziare a proporre le competenze relative alle tecno-ragionerie, inserite però armonicamente nei processi di formazione mentale (ma ciò oggi non accade quasi mai!) per creare poi i cittadini operativi del domani. Insomma, prima di tutto la formazione del cervello, seguendo tutti gli insegnamenti conosciuti della Psicologia (‘norme cerebrali’) e della Epistemologia (‘norme delle discipline’),  poi… la pratica delle carriere! Risalendo un ramo di iperbole, la Buona Scuola non è quella che si riduce alle mere visite (didattiche?), meglio se sempre più frequenti, delle fabbriche dei soldi! onde iniziare a costruire formiche ammaestrate alla loro produzione e a quella del capitale.

Un professore universitario durante un corso di aggiornamento ebbe a dire che non era necessario preparare gli alunni e fornire loro conoscenza come se tutti da grandi dovessero divenire ricercatori universitari. Noi non siamo mai stati d’accordo, a tutti dobbiamo fornire le basi per poterlo diventare! Lo stesso Bruner afferma che se nell’insegnare procediamo con il (o un) metodo di un ricercatore di quella disciplina, certamente gli allievi apprenderanno nel modo migliore possibile, ottenendo un cittadino più consapevole, responsabile, pronto ai cambiamenti per adeguarsi anche alle tecno-ragionerie che fra l’altro mutano rapidamente.

Riassumendo, secondo noi, tutta la vicenda culturale che riguarda Socrate e il dio di Delphi  potrebbe così voler significare che le competenze tecnico-ragionieristiche di “politici, poeti e tecnici s.l.”, da tradurre in personaggi attuali, dovrebbero, riguardo alla maturazione ontogenetica del cervello (un processo essenziale per le ‘virtù socratiche’), avere una posizione di secondaria importanza nella nuova definizione di Buona Scuola, cosa che sembra oggi accadere sempre meno.

LA LEZIONE NELLA BUONA SCUOLA RIDEFINITA

In questa posizione riecheggiano le argomentazioni dell’articolo “Inventare per apprendere, apprendere per inventare” di Heinz von Foerster , riportato nel testo di Paolo Perticari (a cura di) “Il senso dell’imparare” Anabasi, 1994; di questo articolo, nel tempo, potremmo anche proporre una breve “lettura critico -interpretativa” da agganciare a quello che accade oggi.
Intanto, senza entrare nel merito, nell’ottica di questo background metodologico, potremmo riformulare quel concetto di Buona Scuola, che ultimamente andava per la maggiore, in modo che l’aggiornamento dei lavoratori, per lo più si possa configurare come auto-aggiornamento, dove le conferenze, le lezioni, i corsi dei tecnici non si richiuderebbero su se stesse, come spesso accade, ed, essenziali per le misurazioni del lavoro, sarebbero le ‘argomentazioni intorno a punti interrogativi’ e mai o quasi un confronto con un quiz ad items, dove il rispetto dei dictat dei ministeri, del Miur e dei programmi non si esaurirebbe nell’applicare protocolli ai punti interrogativi, perché nel complesso i protocolli, mai definitivi, spesso falliscono l’obbiettivo, per cui sono spesso a favore dei comunicatori e non degli alunni. C’è anche una probabilità che il protocollo possa ‘uccidere’! Se ‘muore’ il paziente, ma il protocollo è rispettato (da loro se lo dicono), nè il ‘maestro’ verrà punito , nè il suo superiore!

Proporre un evento culturale (progetto) nella speranza che abbia successo, è certamente una buona cosa, se vengono attivati prima gli ‘incastri’ relativi a quell’evento, sulla frontiera del particolare ‘Mondo 3’ (Popper) degli utenti o delle classi,  ciascuno con la propria (vedere, per es., nel blog “Ilsillabario2013.wordpress.com”, il post “Insegnamento della Fisica” a cura del dott. Piero Pistoia), e se viene controllato, dopo l’evento, se qualcosa di culturale è stato davvero ‘agganciato’! Spesso ci si limita invece ‘a fare’ secondo legge e protocolli, perché è questo che richiede la burocrazia. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, forse è meglio l’antico!

Ciò che davvero conta in una Buona Scuola è anche il tipo di lezione che viene fatta. E’ necessario articolare la lezione in maniera che venga condotta proprio per far sorgere dalla classe le domande legittime di Foerester, di cui gli alunni non conoscono ancora le risposte; devono sorgere interrogativi specifici che si calino nel merito e che si aggancino ai successivi passi in divenire della spiegazione ‘insegnativa’ del docente!

La lezione in costruzione deve sorgere da una interazione continua fra classe, insegnante ed alunni fra loro e sta in questa interazione multipla l’assimilazione concettuale e l’apprendimento.
La lezione-spiegazione condotta in maniera continua dall’insegnante in cattedra, magari anche al di là dei 20 minuti prescritti dalla psicologia dell’attenzione, avrà scarsa efficacia anche se condotta con tutti i crismi della logicità e della chiarezza (il vecchio ottimo insegnamento!).

Bruner parla di costruzione di una tradizione di una piccola società ( la classe), che rimarrà attiva nel ricordo e nel comportamento, non solo culturale, per tutta la vita dell’alunno.

Per l’apprendimento e l’assimilazione concettuale, il problema centrale, davvero rilevante, della comunicazione culturale in generale, non sta nella preparazione culturale specifica del comunicatore o almeno non solo in quella, cioè, in ambito scolastico, nel continuo anche se qualificato aggiornamento accademico di base, d’altra parte scontato, del docente!

Ecco, invece, due importanti processi che favoriscono l’apprendimento:

1 – Abolire molti degli escamotage complicati che cercano di pianificare e semplificare il processo comunicativo indebolendo  l’immaginazione e la riflessione personale; l’apprendimento è personale e faticoso!

2 – Dare spazio all’arte s.l. sempre disinteressata, che attiva immaginazione e creatività, aprendo finestre per gettare uno sguardo al di là delle apparenze (per certi versi il “BEYOND THE INFORMATION GIVEN” di Bruner!)

Questo insegnamento proposto, che, a nostro intendimento, potrà costruire “IO” presenti e consapevoli in tutte le circostanze, diventerà davvero uno strumento efficace per sopravvivere nel mondo degli umani e non solo, rispondendo anche ai suggerimenti significativi e liberatori suggeriti dai sei versi seguenti di Bertolt Brecht:

Non avere paura di chiedere,
compagno! Non lasciarti influenzare, verifica tu stesso!
Quel che non sai tu stesso, non lo saprai.
Controlla il conto, sei tu che lo devi pagare.
Punta il dito su ogni voce, chiedi: e questo, perché?
Tu devi prendere il potere.

Bertolt Brecht 1993

 

Docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

 

 

 

Curriculum di PIERO PISTOIA (Traccia):

PIERO PISTOIA CURRICULUMOK.pdf

 

 

 

 

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“OSCURI” PENSIERI SU CUI MEDITARE: MANICHEI ED IPERBOLI di Piero Pistoia

“OSCURI” PENSIERI SU CUI MEDITARE  di Piero Pistoia

 

Per leggere questi pensieri cliccare sotto:

MANICHEI ED IPERBOLI_OK

Una espansione, revisione e reinterpretazione critica, in positivo o in negativo, con successiva integrazione delle singole proposizioni del link precedente, volutamente iperboliche, attiverebbero per i comportamenti nella tribù degli umani, una serie alternativa di storie-guida alla Feyerabend (vedere, come un esempio paradigmatico di reinterpretazione, la poesia di Miloz in questo blog).
Infatti, in un Universo complesso, come affermava Egdar Morin “L’unico pensiero (argomentazione, giudizio, interpretazione), chiaro od <<oscuro>>, che viva, è quello che si mantiene alla temperatura della propria distruzione“.
Per leggere di più sugli epistemologi Feyerabend e Popper cercare queste parole sul nostro blog.
Inserire eventualmente qui l’ascolto della canzone di Guccini ‘Libera nos Domine’ da YouTube (rispettando naturalmente le leggi dell’editoria).

_______________

A proposito dei limiti sui concetti popperiani di verificazione, falsificazione e corroborazione, accennati nel link precedente, cerchiamo di sintetizzarli  di seguito insieme alla Tabella di Verità della proposizione logica o implicazione “H implica Q” (ovvero H -> Q).

1) TABELLA DI VERITA’ DELL’IMPLICAZIONE: H implica Q
(H-> Q)    H        Q
(1) vera    vera vera
(2) vera   falsa vera
(3) vera   falsa falsa
(4) falsa   vera falsa
Dove H sono le ipotesi prodotte dal soggetto e Q sono le conseguenti osservazioni sperimentali e i dati dell’esperimento
Dalla Tavola di Verità si evince che se l’implicazione è vera – il nostro caso – la verità di Q (righi 1 e 2) non ci dice nulla sulla verità di H che può essere vera o falsa indifferentemente. Ne deriva un’espressione logica scorretta, cosiddetta della FALLACIA NELL’AFFERMARE IL CONSEGUENTE, classica dei processi induttivi e della verificazione dei positivisti. Questa espressione scorretta ha la forma:
Se “H  implica  Q1,Q2…Qn”, è una affermazione vera e
se dall’esperimento od altro risulta che le Qi sono vere
——————————————————————-
H è vera
In simboli: [(H->Q)UQ]->H.
Se le implicazioni sperimentali Qi dell’ipotesi H sono vere non risulta affatto che H sia vera, neppure probabilisticamente, perché le Qi in effetti sono infinite.
Invece se l’implicazione è vera e Q è falsa (rigo 3) necessariamente anche H è falsa, MODUS TOLLENS;

in simboli: [(H->Q)U(non-Q)]->non-H.
Se (H  implica Q) è una relazione vera,
se dall’esperimento od altro  risulta che un Qi è falso
————————————————————-

Per anticipare brevemente la argomentazione di Duhem e Quine sul superamento dei limiti del falsificazionismo popperiano a fronte delle ipotesi H e dei dati sperimentali Q, da approfondire tramite  i riferimenti ai posts, suggeriti nello scritto precedente, MANICHEI ED IPERBOLI, cliccare sotto:

FALSIFICAZIONISMO_critica in pdf

Ovvero leggere di seguito:

Per quanto riguarda il rapporto H → Q, nessun processo induttivo del positivismo sostenuto dalla logica, può portare da Q ad H (Fallacia nell’affermare il Conseguente); nessuna probabilità è derivabile per H a partire solo da Q, senza interventi del soggetto; nessuna implicazione logica, anche se “vera”, come il Modus Tollens popperiano, [(H → Q) U non-Q)] → non H], permette la falsificazione univoca (Duhem), data la presenza in H di ipotesi al contorno non esplicitate (non sappiamo cos’è che di fatto viene falsificato!), ecc.

Per quanto riguarda il versante dei dati sperimentali, la sicurezza di Q, il così detto protocollo sperimentale, basta dire che non solo la sua descrizione presuppone l’uso di un linguaggio per sua natura intriso di teoria, ma la costruzione stessa dell’informazione sul dato ha bisogno di aspettative e quindi di teorie e punti di vista più o meno esplicitati e lo stesso strumento che lo raccoglie (compreso l’occhio o altro organo di senso) si basa spesso su teorie estremamente complesse e lontane dall’ambiente di osservazione e/o di misura. Lo stesso Q non rimanda inoltre univocamente ad una sola teoria; più teorie incompatibili possono essere sostenute dallo stesso Q (Quine).

Svariati percorsi razionali fanno attrito con il mondo!

dott. Piero Pistoia

Testi consultati:

A.V. “Critica e crescita della conoscenza”, Feltrinelli, 1976

M. Pera ” Il mondo della scienza e noi” da “Il mondo incerto”, Sagittari Laterza, 1994.

Vedere anche in questo blog “Insegnamento della Fisica“, parte IV e “Dalla “Scienza alla Narrazione” di P. Pistoia.

 

DELL’UNIVERSO: OGGETTI FISICI ED UNICORNI; pensieri fuori delle righe del dott. Piero Pistoia

Articolo in ricostruzione…

COSE” DELL’UNIVERSO

PENSIERI FUORI DALLE RIGHE

Oggetti fisici ed Unicorni

Dott. Piero Pistoia

 

in qualche modo, le magie s.l. colgono gli Unicorni e ambedue gli oggetti scambiano energia con la mente umana. E’ La qualità dei nodi dei due rezzagli emessi dalle due camere del cervello umano, non la forma e dimensione delle loro maglie, che ora fanno attrito con oggetti fisici ora con unicorni!

Per leggere lo scritto in PDF, cliccare su:

oggetti fisici_Unicorni0003

 

UNA LEZIONE IN DIVENIRE: STORIA DI BASE SUL MIOCENE, APERTA, DA AGGIORNARE, CIOE’ DA ADEGUARE, CORREGGERE, REINTERPRETARE, NEL CORSO DEL TEMPO; ZONA DI POMARANCE-VOLTERRA E DINTORNI; a cura del dott Piero Pistoia

HAIKU SUI GENERIS

COSI’ SIAMO PARTITI:

TANTO INCOSCIENTI,

SPROVVEDUTI FANCIULLI,

DA QUASI SAGGI!

P. Pistoia

“Qualunque cosa tu possa sognare di fare , incominciala subito! L’audacia ha in sé genio, potere e magia”

Johann Wolfgang Goethe

 

Le parti integrate nel tempo vengono aggiunte  inserite fra parentesi graffe

 

DALLA CARTA STRATIGRAFICA INTERNAZIONALE (ICS)

 

I LINKS CHE SEGUONO RIMANDANO ALLA PRIMA BOZZA DELL’ARTICOLO DA COMPLETARE CON CALMA ED AGGIUSTARE NELLE FIGURE DA INSERIRE

Le due figure al termine dell’art.  sono state riprese dalle ‘Note illustrative della carta geologica d’Italia a cura del “servizio Geologico D’Italia”; zona Pomarance; Università di Siena; Coord. Lazzarotto –  L.A.C. Firenze 2002

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P R E M E S S A

CENNI AD ALCUNI EVENTI RILEVANTI, MAGMATICI, TETTONICI E SEDIMENTARI DURANTE L’OROGENESI APPENNICA NEL MIOCENE, LUNGO LA SEGUENTE DIRETTRICE, A PARTIRE DAL RETROPAESE:   BACINO BALEARICO – L’ERCINICO SARDOCORSO – TIRRENO SETT. – TOSCANA

(Leggere la breve successiva narrazione con lo schema che segue)

MIOCENE_EVENTI_OK

 

La fase appenninica iniziò dopo la chiusura dell’area oceanica del Tetide (Fase Oceanica), quando i sue margini continentali Europa a N-O e Appennino a S-E iniziarono a scontrarsi (Fase Ensialica) nell’Oligocene, che portò alla formazione della catena appenninica attuale. Fra l’Oligocene superiore ed il Tortoniano superiore si attivò una sequenza di eventi con la strutturazione e l’accavallamento di diverse unità tettoniche costruendo, in sintesi, un complesso a falde:  Unità Liguri (Unità Ofiolitifere, Unità di Monteverdi-Lanciaia), Unità Austroalpine (Unità di S. Fiora, quella ad Argille e Calcari), Unità Toscane (in particolare, Unità della Falda Toscana). Sul campo si tratta di alcune successioni stratigrafiche riconosciute sovrapposte caratterizzate, in affioramento, da formazioni di facies diverse corrispondenti ad unità cronologiche uguali che sono state di conseguenza interpretate come deposte in bacini di sedimentazione distinti (per approfondire leggere, per es.,  “Elementi di Geologia” di A. Lazzarotto nel testo “La storia Naturale della Toscana Meridionale” Silvana Editoriale, 1993, o anche alcuni posts in questo blog, cercando con il nome delle Unità Tettoniche).

Terminata nell’Oligocene Superiore la chiusura per ‘collisione continentale’ del bacino ligure all’inizio del Miocene e forse a partire dal Oligocene sup. , (circa 23-25 maf), nell’area appenninica generalmente si svilupparono varie aree di ‘distensione’; si aprì il rift del ‘Bacino balearico’ i cui margini si ‘spostarono’  fino a parte del Burdigaliano, facendo ruotare in senso antiorario il Massiccio Sardo-Corso; intanto, sempre a partire dal Miocene inferiore, in corrispondenza della catena, anche l’asse di rotazione del Paleo-Appennino paleozoico ruotò in senso antiorario,  aprendo, fra la Corsica e l’Elba, il Tirreno sett. (forse non si trattò di un vero e proprio rifting) e il Bacino Corso, creando un’area di distensione nel versante occidentale dell’Appennino sett.;  questo evento distensivo venne accompagnato da magmatismo calco-alcalino nella Sardegna e Corsica allora ‘Erciniche’, e rimase attivo praticamente per tutto il Miocene ed oltre. Sempre nel primo Miocene in Toscana si strutturò il ‘core complex’ delle Alpi Apuane con riesumazione del metamorfico profondo e si configurò, ancora in fase distensiva, la ‘Serie Ridotta’. A partire dal Langhiano fino all’inizio del Tortoniano si ‘costruì’, sempre in Toscana, l’Epiligure e, successivamente, sempre in Toscana, iniziò il Neoautoctono, che perdurò fino alla fine del Pliocene.

Il core complex …

La Serie Ridotta: in alcuni luoghi della Val di Cecina (es., Campiglia, Monterotondo, Castelnuovo) la Serie Toscana si presenta con tutti i suoi termini fino al macigno; altrove, per es., appare priva di termini superiori al Calcare Cavernoso triassico, venendo  a contatto diretto con le formazioni dell’alloctono. Questa giacitura è nota appartenere alla Serie Ridotta della Toscana, che non viene più interpretata come dovuta ad erosione, ma come un denudamento tettonico detto “sostituzione di copertura”, strettamente collegato a rilevanti spinte tangenziali di laminazione in ambiente distensivo, durante le traslazioni. Ciò spiegherebbe perché spesso un “alto tettonico” della copertura può corrispondere a un “basso tettonico” nel basamento, cioè un horst nel basamento laminato dalla traslazione non necessariamente può corrispondere ad un picco topografico.

L’Epiligure viene descritto come costituito da placche di bassa estensione, di composizione per lo più  arenacea di età Miocenica medio-superiore (Langhiano – Tortoniano inferiore), ricche di micro- e macro- fossili, trasgressive sulle Liguridi e sulle Australpine interne, forse, al tempo, ancora in movimento (Baldacci F., 1967 e Decandia, 1992). Oggi sembra che siano formazioni assimilabili ad un Neoautoctono anticipato.

A partire dal Tortoniano superiore cessarono in Toscana i movimenti traslativi delle coperture e si instaurarono movimenti rigidi a componente prevalente verticale in regime distensivo. Si attivarono così faglie dirette con inclinazione intorno a 60°, con piano di faglia che in  profondità tendeva a spinarsi e le cui aperture procedevano nel tempo da ovest ad est, costruendo man mano, lungo tutta l’area della catena, fosse tettoniche allungate NO-SE, una successione in direzione appenninica di Horst e Graben (vedere figura sotto, da vari autori, 1992, ripresa da G. Gasperi “Geologia Regionale”, Pitagora editrice, Bologna).

BACINI NEOGENICI E QUATERNARI

                                                              LEGENDA

Bacini neogenici e quaternari  del versante tirrenico dell’Appennino, oggi.

Zone rigate: in generale, i bacini mio-pliocenici con depositi marini.

Zone punteggiate: i bacini plio-pleistocenici con depositi continentali

Zone bianche: in generale colline e dorsali; da notare la Dorsale Medio-Toscana: dalle Apuane attraverso il Monte pisano fino alla zona di Grosseto.

 

Schema di una catena ripreso dal testo di G. Gasperi “Geologia Regionale”, modif. da Boccaletti e Moratti, 1990

LEGENDA

Per studiare una sezione schematica medio-generica da SO a NE  attraverso la figura BACINI NEOGENICI E QUATERNARI precedente, osservare lo schema sopra con distinti i bacini evoluti nelle diverse condizioni strutturali.

  1. Bacini interni (es., i bacini neogenici toscani).
  2. Bacini formatisi in relazione ai sovrascorrimenti sul fronte della catena e insieme ad essa trasportati (ad es., il Pliocene Intrapenninico).
  3. Avanfossa posta fra il fronte della catena e la scarpata dell’Avampaese, la rampa di Avampaese.
  4. Avampaese sommerso.
  5. Avampaese emerso.
  6. Da notare la distensione nella catena iniziale e la compressione sul fronte.

PALEOGEOGRAFIA DELLA TOSCANA NEL MESSINIANO  (da Bossio et al., 1992, trasferita dal testo di  A. Lazzarotto “elementi di Geologia”, 1992, opera citata).

LEGENDA

1 – Aree emerse

2 – Aree sommerse dal mare messiniano.

3 – Bacini lacustri.

4 – Linee di riva marine e lacustri nel Messiniano.

5 – Linee di costa  e margini dei bacini lacustri attuali.

“Alla fine del Messiniano si verificò in Toscana un sollevamento generalizzato che determinò una quasi totale regressione marina; ad ovest della Dorsale Medio – Toscana, solo piccoli bacini ristretti rimasero occupati da acque dolci-salmastre (facies di lago-mare)” (A. Lazzarotto, 1992, op.cit.)

Probabilmente alla fine del Messiniano (subito prima della grande trasgressione del Pliocene inf.), un striscia di terra doveva collegare l’Elba al continente perché dal Monte Capanne, circa 4 maf, un fiume potesse fornire ciottoli, filoniani da magma granitico (aplite porfirica, porfido granitico), ad un conglomerato complesso che si depositava sopra banchi di gesso al tempo in Val di Cecina (Pomarance).

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In pdf:

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CHI E’ L’AUTORE (traccia): CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

Piero Pistoia, diplomato negli anni ’50 presso il Liceo Classico Galileo Galilei di Pisa, è dottore in Scienze Geologiche con lode e, da borsista, ha lavorato e pubblicato presso l’Istituto di Geologia Nucleare di Pisa, misurando le età degli “strani” graniti associati alle ofioliti (1) e studiando i serbatoi di gas e vapori della zona di Larderello. Successivamente ha scritto almeno una cinquantina di articoli pubblicati a stampa, a taglio didattico-epistemologico, di cui circa la metà retribuiti secondo legge,  dagli editori Loescher, Torino, (rivista “La Ricerca”), La Scuola di Brescia (“Didattica delle Scienze”), a controllo accademico ed altri, affrontando svariati problemi su temi scientifici: dall’astrofisica all’informatica, dall’antropologia culturale all’evoluzione dell’uomo, dalla fisica alla matematica applicata e alla statistica, dalla geologia applicata al Neoautoctono toscano, dall’origine dell’Appennino alla storia delle ofioliti, alle mineralizzazioni delle antiche cave in Val di Cecina (in particolare su calcedonio, opale e magnesite), qualche lezione-sintesi di epistemologia ecc..  En passant, ha scritto qualcosa anche sul rapporto Scienza e Poesia, sul perché la Poesia ‘vera’ ha vita infinita (per mere ragioni logiche o perché coglie l’archetipo evolutivo profondo dell’umanità?); ha scritto alcuni commenti a poesie riprese da antologie scolastiche e,  infine decine di ‘tentativi’ poetici senza pretese. Molti di tali lavori sono stati riportati su questo blog. (2)

NOTE

(1) L’età dei graniti delle Argille Scagliose, associati alle ofioliti, al tempo situate alla base della falda in movimento, corroborò sia l’ipotesi che esse fossero ‘strappate’ dal basamento ercinico durante i complessi  eventi che costruirono la catena appenninica, sia, indirettamente, rafforzò la teoria a falde di ricoprimento nell’orogenesi appenninica. Fu escluso così che il granito associato alle ofioliti non derivasse, almeno non in tutti i casi, da una cristallizzazione frazionata (serie di Bowen) da un magma basico od ultrabasico.

(2) Piero Pistoia ha superato concorsi abilitativi nazionali, al tempo fortemente selettivi (solo sotto il 5 per mille gli abilitati, max voto 8), e non frequentò mai i ‘famigerati’ Corsi Abilitanti voluti dai sindacati (99% gli abilitati con voti altissimi!). Superò  i concorsi per l’insegnamento, in particolare nella Scuola Superiore, per le seguenti discipline: Scienze Naturali, Chimica, Geografia, Merceologia, Agraria, FISICA e MATEMATICA. Le due ultime materie sono maiuscole per indicare che Piero Pistoia in esse, in tempi diversi, fu nominato in ruolo, scegliendo poi la FISICA, che insegnò praticamente per tutta la sua vita operativa. Pochi anni prima che l’Istituto Tecnico Industriare di Pomarance fosse aggregato al Tecnico Commerciale di Volterra, il dott. prof. Piero Pistoia fu nominato Preside Incaricato presso il detto istituto dal Provveditorato agli Studi di Pisa, ottenendo la valutazione massima.

 

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA; lo scritto è a nome di due autori (Pazzagli A. – P. Pistoia); il dott. Piero Pistoia ha anche ricercato e curato la rivisitazione ed il trasferimento di esso su questo blog.

FESTA_FOLCLORE   in pdf :     FESTA_FOLCLORE

 

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA
Mo. Andrea Pazzagli – dott. Piero Pistoia

RIASSUNTO

Il presente lavoro è stato occasionato dagli spettacoli “ Da maggio a maggio” che ritornano periodicamente con le primavere nelle piazze dei nostri paesi. Esso intende recuperare i concetti culturali di festa e folclore attraverso un’analisi di tipo storico e con riferimenti antropologici. Da questa analisi è emersa la possibilità di un legame della festa e del folclore con la cultura attuale. Infine si forniscono almeno ipotesi di interventi operativi.

PARTE PRIMA

MONDO DELLA RETTA E DEL CIRCOLO: LA FESTA ED I MODELLI MITICI

La società industrializzata, caratterizzata da un procedre irreversibile, condizionato essenzialmente da una tecnica, che può crescere solo su se stessa con continuità, ignora pressoché completamente i grandi cicli naturali. L’artificiale uccide o, nel migliore dei casi, nasconde la visione del Naturale (per es., il cemento e la luce elettrica si frappongono fra l’uomo e le grandi ciclicità del Cielo e della Terra). Di fronte a questo mondo della linea retta sopravvive in angoli perduti o come residuo dentro la stessa società industrializzata, il mondo del circolo, le culture della ciclicità. In queste culture esiste una profonda rispondenza fra le caratteristiche antropologiche dell’uomo, sorto da un Cosmo regolato ciclicamente e il Cosmo medesimo. Tale rispondenza si sprigiona essenzialmente in occasione della festa che nelle società arcaiche si riconnette sempre al rapporto uomo-natura sia pure mediato dal rapporto uomo-uomo, cioè dalla Cultura.

Gli studiosi di antropologia ed etnologia vedono nelle feste infatti ben altro che l’odierna contrapposizione di “ tempo libero” e “tempo di lavoro”: la festa è sospensione di attività quotidiana, immissione in un tempo sacro ed immobile, destorificazione e ritorno alle origini e quindi di coinvolgimento diretto con la matrice cosmica comune.

Il diverso rapporto istituito con la natura della festa, trasforma radicalmente anche il rapporto fra gli umani. In questo mondo capovolto (Cocchiara) tutte le regole saltano, come accade presso gli Indiani pescatori Junok, citati da Erikson: l’avaro diventa prodigo, altre volte si disconoscono completamente le regole di castità; anche i ruoli sociali consueti vengono messi in discussione, come in due feste cicliche che hanno resistito fino ad oggi: il Carnevale ed il Maggio. Nel carnevale fino all’epoca moderna si infrangono liberamente da parte dei sudditi i privilegi e le protezioni dei membri della classe dirigente; nel Maggio si eleggono un”re” ed una “regina” del maggio ed i loro poteri sono accettati nella comunità per un intero mese.

L’interpretazione della festa data dagli studiosi può ricondurre a tre posizioni di fondo:

1 – Interpretazione “irrazionale” di Eliàde, secondo la quale la festa ciclica e arcaica attinge l’essenza cosmica.

2 – Interpretazione “culturale” di Jensen e Kereny, secondo la quale nella festa si colgono le implicazioni più profonde della vita di quella comunità: chi partecipa alla festa fa esperimento, erlebnis, diretto della base comune su cui si regge il gruppo.

3 – Interpretazione “funzionalistica” che suggerisce di vedere la festa anche in relazione alla necessità di superamento di problemi psicologici nascenti dall’intersecarsi dell’attività produttiva.

 

Nonostante le diversità di questi punti di vista, essi però concordano nel riconoscere alla festa le caratteristiche di un’occasione privilegiata per riconquistare l’unità profonda fra uomo e cosmo e , di qui, fra uomo e uomo, secondo moduli mitici, differenziati certo da cultura a cultura, ma tuttavia riconducibili ad una unità di esperienza e funzione.

Sul sentimento di unità e identità di gruppo, rivissuti o riconquistati nella festa, si fonderà poi il vario mondo delle relazioni umane da quella familiari a quelle economiche, collegate al principio antropologico a valenza evolutiva della spartizione del cibo, che danno luogo, in società più evolute, a manifestazioni, a loro volta partecipi dello spirito della festa, come la “fiera”. In questo contesto si potrebbero anche situare feste come i “Palii”, es., di Siena, Arezzo, Pomarance…, il “Gioco del Ponte” di Pisa…, che pur risalendo nella loro fenomenologia apparente a fatti storici precisi (e in questo somigliano alle feste religiose della Seconda Parte), rimandano però anch’esse ad esigenze antropologiche a valenza etologica (smorzare e ridurre a gioco simbolico, i conflitti inter-gruppo per il controllo del territorio).

 

PARTE SECONDA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA FESTA NELLE GRANDI RELIGIONI

Il mondo della retta è il mondo di oggi, però le sue origini sono lontane. Come diceva Weber il disincanto e la razionalizzazione hanno cominciato a distruggere i miti molto prima dell’età moderna. Questa teoria trova esplicita conferma proprio nel caso della festa e in particolare del rapporto fra modello mitico arcaico e modello delle grandi religioni storiche (Buddismo, Ebraismo e Cristianesimo).

Le grandi religioni storiche anzitutto abbandonano il tema della interazione uomo-cosmo e le vicende naturali per sostituire loro l’evocazione di precisi fatti storici (Natale, Pasqua…) che sollevano la storia umana a storia di salvezza e respingono il linguaggio mitico. Quindi dal mito alla ragione, dal cielo alla storia. Naturalmente questo processo è differenziato da una religione storica all’altra Nel Buddismo infatti la struttura ciclica permane anche se connotata negativamente, come catena da interrompere; nell’Ebraismo e soprattutto nel Cristianesimo gli eventi si presentano secondo una direttrice rettilinea richiamata dalla parusia futura (finale trasformazione del mondo dopo il secondo avvento). Così alcune grandi religioni dischiudono le porte al mondo della retta, cioè all’Era Moderna. Per altre, specialmente all’origine, lo stesso Cristianesimo e tutt’altro che ignaro del grande valore intrinseco della festa ciclica e compie numerosi e significativi tentativi di recupero. La stessa festa del Natale recupera la precedente festa invernale pagana del Sole invitto (già dal solstizio invernale infatti il sole risale a spirale verso il Tropico, quasi a suggerire la rinascita sua e del Cosmo); anche nella Pasqua , festa tipicamente cristiana, c’è un recupero di temi ciclici del Dio che risorge con la Natura e dell’uovo come simbolo di fecondità. Questi aspetti, con il pathos naturalistico e lo stesso pathos mistico specifico delle feste religiose, centrato sul tema della rivelazione e della salvezza, si sono andati sempre più affievolendo nel corso dei secoli; è stato perso il senso della festa, del naturalistico e del sacro. Un poeta italiano alle soglie dell’era moderna, Giacomo Leopardi esprime la crescente incapacità dell’uomo contemporaneo a sentire e vivere la festa.

PARTE TERZA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA MORTE DELLA FESTA NEL MONDO CONTEMPORANEO E NECESSITA’ DI UN RECUPERO

Il mondo contemporaneo si caratterizza per un radicale venir meno delle radici mitiche e religiose della festa. Da un lato la festa viene ridotta a mero tempo libero contrapposta, ma insieme uguale, per l’assenza della dimensione “libertà”, al tempo di lavoro; dall’altro lato la festa, ormai svuotata del suo significato, viene ad essere inglobata nell’economia e nella produzione, attraverso l’imposizione e l’esasperazione del consumo.

Sono sorte anche nuove feste legate ad eventi particolari della storia di una nazione, di un gruppo o di una classe (ricorrenze nazionali, celebrazione della resistenza, Primo Maggio…); talora queste feste, come il caso del Primo Maggio, hanno cercato anche di assumere in sé precedenti valori e tradizioni, ma in generale si può dire che tali feste moderne, come semplice assenza di lavoro e più recentemente in quello consumistico, non sono riuscite a recuperare il modulo mitico della festa originaria.

 

Anche altre occasioni come le “fiere”, un tempo ricche di significati simbolici (occasione di incontro fra gruppi, rivolto a favorire scambi esogamici, occasione di riconferma di tradizioni alimentari o di abbigliamento…), tendono , eccetto particolari situazioni di residui di civiltà contadine o montanare, a diventare sempre più occasione per l’acquisto di merce (dalla fiera al mercato). Anche nei Palii si assiste da una discontinuità di partecipazione fra i turisti che assistono ed i cittadini coinvolti nell’evento.

In questi ultimi anni si è assistito ad un tendenza al recupero delle tradizioni, forse dovuto agli effetti atomizzanti sulla società esercitati dalla cultura sempre più simbolica, dalla specializzazione e parcellizzazione crescente del lavoro industriale, nonché dal venir meno di numerose occasioni di scambio nella vita quotidiana. Questa tendenza si è espressa in modi molto vari, talora chiaramente distorti (come l’esasperazione del tipo sportivo per le squadre locali), tal altra strumentalizzati, come nelle feste di partito, altra ancora, certo in modo più genuino, nelle feste e sagre paesane o nella costituzione di gruppi per il recupero delle tradizione folcloristiche (canto del Maggio, Bruscelli; ricerche, anche stampate, su aspetti paesani pieni di ricordi e nostalgie…), ma tuttavia non recuperanti in generale la distanza fra cultura odierna e festa. Infatti, mentre la feste nelle società arcaiche e in quelle contadine più recenti (fino a pochi decenni fa) esplicitava e confermava un mito che a sua volta sostanziava la cultura, ora viene meno proprio questo legame; la discontinuità fra folclore e cultura( o per usare la terminologia gramsciana, fra folclore e storia) rimane profonda.

A questo livello si pongono con urgenza due problemi:

1 – E’ possibile un collegamento fra folclore e cultura?
2 – Se è possibile a quali condizioni?

Alcune correnti sociologiche sostengono l’impossibilità di ritrovare un legame fra la cultura attuale ed il folclore e ritengono quindi che il fenomeno della riscoperta del folclore sia solo sintomo di una sterile nostalgia, per altro ben comprensibile nelle condizioni di aridità e solitudine delle società tecnologicamente avanzate, che fra l’altro stimolano anche l’insorgere di fenomeni come l’interesse per la parapsicologia, l’astrologia, la magia nera.

A nostro avviso sono più accettabili altre posizioni della cultura contemporanea che affermano la possibilità, sia pure problematica, di ristabilire un rapporto fecondo fra folclore e cultura. Lo stesso Gramsci, anni addietro, intuiva tale necessità e possibilità e, anziché irridere illuministicamente alla cultura del popolo, ritenuta per altro insufficiente, ne ipotizzava tuttavia un recupero necessario ad una presa di coscienza, in vista dell’emancipazione del popolo stesso.

In contesto culturale assai diverso il grande antropologo Levi-Strauss distingue fra civiltà fredda e civiltà calda, intendendo col primo termine le società primitive di cacciatori-raccoglitori orientate ad un rapporto simbiotico e non distruttivo con la natura, e, col secondo termine, l’odierna civiltà tecnologica caratterizzata al contrario da un rapporto distruttivo e ad alta entropia con la realtà naturale;egli auspica e ritiene non impossibile che le civiltà calde possano, in qualche modo, assumere alcuni caratteri delle civiltà fredde e non è fuori luogo vedere, proprio in un ben inteso recupero culturale del folclore, una delle strade per tale necessaria integrazione.

Ritornando all’iniziale metafora del circolo e della retta, per altro sorretta da concezioni di carattere cosmologico, pare opportuno pensare ad una società in cui il circolo non si chiude mai completamente, aprendo con continuità a spostamenti lungo la retta (vedi figura), in tal modo le componenti del progresso e della stabilità non si oppongono, né si escludono, ma al contrario reciprocamente si completano. Viene formulata così una risposta positiva al primo interrogativo.

 

 

PARTE QUARTA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: IPOTESI OPERATIVE

Circa i modi di rendere concreta la possibilità di recupero della festa alla cultura contemporanea, sembrano da respingere gli attuali tentativi che o ripetono il vecchio modulo della festa, diretto intenzionalmente da parte delle classi dirigenti ad esorcizzare e riassorbire conflitti e tensioni (De Masi, Europeo N°21 del 3 agosto 1981), oppure si riconducono ad essere semplice “Festa dell’oblio”, fine a se stessa, magari inserendosi nelle tendenze, oggi diffuse nei giovani, al disimpegno, al rifiuto politico, all’isolamento totale singolo o di gruppo nella droga o nel rock.

La strada da seguire è un’altra:

1° – In primo luogo si tratta di immettere il folclore nel circuito culturale attraverso una presa di coscienza colta dei valori intrinseci che la festa autentica ed il folclore recano in se stessi, consapevolezza da riportare poi al pubblico tramite esperimenti di drammatizzazione e teatralizzazione che che consentano la immedesimazione e la partecipazione emotiva degli spettatori, portati a rivivere così in forme mediate il loro folclore. Esperienza colta significa anche confrontare e così capire il proprio modo di vivere, nel folclore, fondamentali esperienze umane, col modo in cui le stesse sono vissute o celebrate in altre culture, anche molto lontano nel tempo e nello spazio, sottolineando in tale maniera la comune umanità che pervade le differenti tradizioni: è in questa fase che è colto esplicitamente il rapporto valorizzante fra folclore e scienza antropologica, possibile sapere disciplinare fra altri come Botanica, Zoologia, Fisica…), quindi fra folclore e cultura simbolica.

2° – In secondo luogo si può vedere nel recupero del folclore locale, la possibilità di far recuperare ad un gruppo le sue comuni radici quindi di ridarli un’identità che troppo spesso la società attuale tende a cancellare e gettare nell’oblio. Ci riferiamo ad esperienze che a noi paiono esemplari in tal senso, nei nostri paesi spesso le autorità sociali (Assessori della cultura e dell’istruzione, Commissioni alla cultura…) attivano, usando strutture presenti come Filarmoniche, Filodrammatiche ed altro se disponibile, per, es., spettacoli che si riferiscono al folclore coinvolgendo di solito interi paesi. Così la solidarietà di gruppo, caratteristica, almeno in passato, delle nostre popolazioni si trova spesso amplificata per es., nelle diverse versioni del “Maggio” tramandate oralmente per generazioni: si leggono spesso strofe che indicano la buona disponibilità verso l’ospite, lo straniero che bussa alla porta del podere; al tempo si aprivano le cantine si imbandiva la tavolata in allegria (“Quando andate giù in cantina / fate il giro alla rotonda / e prendete la meglio forma / della tavola su in cima” ovvero “Quando andate a quel prosciutto / e prendete quel coltello / e tagliate il cordicello / affettaticelo tutto”). Rimane qui l’immagine di una società contadina resa peraltro tanto disponibile all’ospite anche dalla diffusa abitudine alla caccia di gruppo, grandemente sviluppata anche oggi (si pensi alle cacciate al cinghiale nelle macchie della Carline, di Monte Castelli, di Sant’Ippolito, della Trossa, della Casa…) e dalla relativa cultura (divisione del cibo…), nonché dalle caratteristiche territoriali della zona, con poderi molto isolati, in cui si aspettava con ansia l’arrivo del forestiero in vista di scambi di oggetti, esperienze, legami affettivi (esogamia).

3° – Infine si nota una forte connessione fra recupero del folclore da una parte e cultura ed educazione ecologica dall’altra; la natura o più precisamente una natura ben più ricca di quella attuale, un ambiente non ancora degradato, sono protagonisti dei canti di Maggio e di altri momenti del folclore: le “bubbolelle” e gli “allori spontanei” sono quasi scomparsi dalla Val di Cecina, i prati inaridiscono sotto gli zoccoli delle pecore o sfruttati fino all’inverosimile dai seminati intensivamente condotti e dalle monoculture, solo i margini dell’asfalto sono ancora accessibili e gli stessi fiori di maggio si sono ritirati in rare stazioni (si pensi ai “tromboni”, alla “ruta”, alla “camomilla”…); è diventata esperienza privilegiata riuscire ad ascoltare il gaio, dolce e articolato canto dell’usignolo o rivedere il frizzante giallo del cardellino (quanti ne sono consapevoli?): “E’ tornata la bubbolella / a far nido in su pe’ prati / come fan l’innamorati /quando vanno dalla bella” ovvero “Su per Cecina e per l’Era / son fioriti già l’allori / cardellini e rosignoli / cantan ben la primavera”. E’ riascoltando questi versi che non solo si ha nozione nostalgica di un mondo che ormai sta scomparendo, ma si riceve forse l’impulso potente al rispetto dell’ambiente naturale in ogni suo componente.

 

LE DUE SCULTURE DI INIZIO GIUGNO 2017 della scultore Roberto Marmelli

 

NDC – Piero Pistoia

Per dare senso culturale alle foto delle tue sculture dense di significato sarebbe opportuno un minimo di interpretazione sulle idee guida, sugli stili e sulle dimensioni. Segue un primo intervento dello scultore in tal senso.

 

 

Per vedere la comunicazione cliccare sul link sotto:

TORSO_Marmelli

Ovvero leggere di seguito:

20° Concorso Nazionale di pittura – scultura – grafica CITTA’ DI RIPARBELLA

Verbale della Commissione Esaminatrice
Il giorno 20 giugno 2017, alle ore 16,00, a Riparbella, nella sede della Pro Loco, si è riunita la Commissione Esaminatrice del 20° Concorso Nazionale di pittura – scultura – grafica CITTA’ DI RIPARBELLA per esaminare e valutare le opere partecipanti al concorso.
La commissione composta dai Signori Monica Meini, Umberto Cazzuola, Serena Baroncini e Patrizia Scapin è presieduta dal Signor Renzo Meini, presidente e fondatore del Concorso Nazionale di pittura – scultura – grafica CITTA’ DI RIPARBELLA.
I componenti della commissione esaminatrice ringraziano tutti gli artisti che hanno aderito alla selezione presentando le proprie opere nelle varie sezioni in cui è strutturato il premio ed esprimono la più ampia soddisfazione per i risultati raggiunti.
In seguito ad una approfondita valutazione delle opere, la commissione, a suo insindacabile giudizio, esprime i seguenti risultati:

Secondo premio sezione scultura: opera n.15 – ROBERTO MARMELLI
Il torso mirabilmente lavorato in pietra locale è modellato nel rispetto della pietra stessa e si presenta quasi come un reperto archeologico, un oggetto proveniente dall’antichità. Profondo è il rimando evocativo non solo all’archeologia ma all’uomo stesso quando viene privato delle sue capacità.

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VERGINE MADRE

CONDOTTIERO

L’UOMO, LA BESTIA E L’ALBERO, Pensieri difformi; a cura del dott. Piero Pistoia; intermezzo: due poesie di L.. Nardi di riferimento

ANCORA DA PRECISARE……

 

DA INTEGRARE E PRECISARE….