COMMENTO A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” di VITTORIO SERENI, PARTE TERZA; a cura di Francesco Gherardini

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

Dott. Prof. Francesco Gherardini

 

 

COMMENTO A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” DI VITTORIO SERENI, PARTE SECONDA; a cura di Paolo Fidanzi

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

 

La poesia ITALIANO IN GRECIA di Vittorio Sereni evoca in me una forte riflessione sulla poesia contemporanea e sui “poeti” nonché sull’idea di un’Europa politica ed economica moderna e solidale, che possa condividere, nelle rispettive peculiari diversità , un progetto di vita comune che avvicini i popoli e non cerchi di umiliarli attraverso la legge del più forte. Un Europa che sappia cogliere le novità sociali e sappia farne fronte con realismo sociale. Nella nostra poesia che appartiene alla sua seconda raccolta “ Diario d’Algeria del 1947“ Sereni scrive:-Europa Europa che mi guardi-” rivolgendosi ad un’ Europa che di fatto non esisteva. E racconta:”.. Il ritrovarsi in Grecia come militare significava appartenere, volente o nolente, a un esercito oppressore nella terra oppressa. Il contatto con l’Europa che stava al di là della frontiera, e su cui avevo forse anche fantasticato, (al verso 10 l’esile MITO nella schiera dei bruti)avveniva nel modo più brutale e più naturale, che prima non avevo neppure potuto immaginare.-” Ferdinando Camon in una sua intervista, lo incalza chiedendoli se quell’Europa fosse un’idea o al massimo un ideale, poiché appunto, allora non esisteva. Sereni risponde:- E chi di noi aveva mai vissuto veramente e pienamente l’Europa in quegli anni? Che era deformata dall’idea che il fascismo voleva darne, e dai rapporti che il regime aveva (o non aveva) stabilito con le altre nazioni.-CAMON Allora, non un’idea ma un ideale? SERENI né l’una né l’atro. CAMON Un rimpianto o una speranza? SERENI l’uno e l’atra. C’era in noi il senso di un’Europa che era stata, o che comunque avrebbe potuta essere, e che non aveva proprio niente a che fare con quella che si andava raffiguarando durante l’occupazione. Di qui il senso di colpa in noi…-

ITALIANO IN GRECIA è quindi una poesia di guerra, come scrive Dante Isella,ma ancora gravata dall’attesa, appartiene alla prima sezione della raccolta, LA RAGAZZA D’ATENE, e ancora si svolge sull’urlo del baratro bellico, nell’approssimarsi meditativo al grande evento-Datata agosto 1942 registra il passaggio in Grecia del reparto in cui è arruolato l’ufficiale Sereni, che cadrà prigioniero in Sicilia il 24 luglio 1943 – Da due anni o quasi- scrive in l’anno quarantatre, negli immediati dintorni il mio reparto cercava di raggiungere l’Africa del Nord senza riuscirvi. Fummo ad Atene quattro mesi per questo, al tempo dell’Asse fermo a El Alamein e quasi in vista di Alessandria.- A questi quattro mesi risale la nostra poesia, che sembra presagire, insieme con la fine malinconica e simbolica dell’estate, oltre a tutto l’orrore della guerra ( verso 10 le schiere dei bruti, senza distinzioni dell’una e dell’altra parte, anche l’orrore della prigionia africana (verso 17 vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.-_ La battaglia di El Alamein (ottobre . Novembre ’42) condotta per parte degli Inglesi dal generale Montgomery, bloccò le truppe dell’Asse Roma -Berlino a un centinaio di chilometri da Alessandria d’Egitto e le costrinse a ritirarsi in Libia, lasciando agli americani via libera per lo sbarco in Marocco e in Algeria(novembre ’42) l’occupazione dell’Africa settentrionale e poi (luglio ’43) della Sicilia. Mengaldo definisce il Diario d’Algeria punto d’arrivo e insieme superamento dell’ermetismo, Raboni vede coesistere tra le sue ascendenze riscontrabili o immaginabili l’Ungaretti supremamente rarefatto e scandito del Sentimento del tempo e la scandalosa discorsività sabiana.

Per tornare un attimo all’analisi della poesia vediamo al verso 1 prima sera quanto sia indicativo di come l’intera raccolta si tratti di un vero diario da leggere di seguito, poesia poco poesia , essendo le pause tra una lirica e l’altra appena più forti di quella tra l’una e l’altra strofa, come diceva Fortini. -protratto doloroso addio. I convogli alla periferia della città strazianti per la guerra imminente… con una grande pena ( come un lutto per l’estate che finisce) il poeta avanza nel suo futuro immaginato vuoto e quasi atemporale con un intenerimento retrospettivo dovuto alla memoria del felice tempo perduto, verso l’imminente dannazione in Africa.

Ora, a chiudere questo piccolo intermezzo critico mossomi dalla lettura della poesia ITALIANO IN GRECIA, sta l’attualità di Sereni non solo nell’ideale di un’ Europa che ancora latita e sfugge, ma l’intera impostazione dialettica di questo poeta volto al dialogo e all’introspezione. Un poeta che seppe cogliere l’importanza della poesia rispetto a quella dei poeti, la fondamentale necessità di trasmettere il verso più che il poeta personaggio.(Tema da me affrontato recentemente anche su questo blog ).

CAMON- Come vede lei, oggi, (fine anni settanta – primo anni ottanta) il rapporto tra scrittore(narratore e poeta) e il pubblico?

SERENI -Lei sa che c’è addirittura una categoria sociale caratterizzata dall’attuale clima letterario; ma è fittiza, artificiale. Io sono fra quelli che augurano una rapida estinzione della società letteraria così comìè oggi: delle sue consuetudini, delle sue convenzioni e dei suoi cerimoniali; e cioè la cessazione dell’attuale rapporto scrittore-pubblico, e del modo in cui questo rapporto o mediazione avviene. Intendiamoci: uno scrittore non può non avere un pubblico,è giusto che lo abbia, ma che sia pubblico di ciò che lo scrittore scrive, non pubblico del personaggio che egli è o tende a diventare, demagogo, mattatore o sofista. Lo scrittore, in quanto individuo, in quanto persona, lo vedo più volentieri assorbito nella folla, nel popolo..

P.S.

Ho in mente di riproporre, una volta trovati i complici necessari a tutti i livelli, un foglio letterario intitolato QUESTO E ALTRO sottotitolo DIALOGO CON UN LETTOREproprio come la rivista redatta da Sereni ed altri ,che chiuse improvvisamente i battenti nella prima metà del 900 , più o meno.

Paolo Fidanzi

COMMENTI A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” di Vittorio Sereni; PARTE PRIMA, a cura di Ottavia Ghelli

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

Il commento su questa ‘attualissima’ poesia che segue è  stato scritto dalla studentessa Ottavia Ghelli della III classe del Liceo Classico Carducci di Volterra, speditomi alla fine del lontano 1999, perché fosse inserito nell’inserto Il Sillabario cartaceo, che proprio allora cessò le pubblicazioni.

Piero Pistoia

COMMENTO DI OTTAVIA GHELLI

poesia-commento-italiano_in-grecia

Questa poesia, che affronta il tema della guerra, risulta quasi un lamento, un gemito doloroso da parte del poeta e che ci appare molto realistico e forte perché l’autore ha vissuto in prima persona gli avvenimenti che racconta. La lirica si apre con la malinconica immagine dei convogli militari, “colmi di strazio” per indicare lo stato d’animo dei soldati, che procedono in fila “nel lungo semibuio”, espressione indefinita che può esprimere significati molteplici. Il momento della giornata è quello serale, come indica l’espressione “ai tuoi lembi”, in cui “lembo” può rappresentare la parte finale della “prima sera d’Atene”, come è confermato anche dal precedente aggettivo “semibuio”, riferito all’oscurità.

Dopo una prima precisazione spazio-temporale , la lirica si rivolge sempre più allo stato d’animo personale del poeta che ha dovuto lasciare il suo paese d’origine per una vita che gli riserva un futuro triste e desolato, poiché sa di dover partecipare ad una guerra a cui si sente completamente estraneo. La poesia a questo punto si fa ancora più introspettiva per diventare un’apostrofe che l’autore rivolge all’Europa, mettendo in evidenza la sua piccolezza, la sua fragilità (“inerme”), il suo essere uno tra tanti altri che sono visti coma “schiere di bruti”. Egli si rende conto che in questa guerra può essere solo nemico di se stesso e dei propri ricordi della vita passata. Negli ultimi due versi è indicata la consapevolezza del poeta che la guerra lo renderà dannato per sempre. Il significato globale di questa poesia è, a mio avviso, ancora più profondo. Ad un’analisi più attenta ciò che colpisce subito è l’immediata percezione che si ha del lento movimento dei convogli, che sanno ben evocare i primi versi (“filano”, “colmi di strazio”, “lungo semibuio”) e che è strettamente collegato alla tristezza dei soldati e in particolare al “cordoglio” del poeta. Inoltre, “lungo semibuio” assume un maggior rilievo perché in antitesi con “estate” al v.5; “estate” indica la positività e la gioia della vita che il poeta ha trascorso nel suo paese d’origine. Infatti, troviamo qui due paesaggi del tutto diversi: quello squallido e triste della Grecia, teatro di guerra e di odio, di cui è una spia l’espressione “lungo semibuio” (che assume quindi anche una connotazione morale) e quello solare e più tranquillizzante delle “curve”, cioè del paesaggio mosso della terra d’origine del poeta, rievocato anche dagli ultimi versi (“rediviva tenerezza di laghi di fronde”) di desolazione. Un’altra antitesi è presente già nel titolo, che esprime il senso di desolazione e di inadeguatezza che la condizione della guerra genera in un uomo di origine italiana strappato dalla propria terra e trasportato a forza in un luogo dove è considerato un nemico. Il titolo ci comunica un’impressione di estraneità da parte del poeta alla vicenda narrata , impressione poi confermata nel corso della poesia, e quindi, nella sua semplicità è ricco di significato. L’estraneità del poeta alla guerra si percepisce anche dall’apostrofe rivolta all’Europa, perché guardi suo figlio “inerme” e “assolto”, il quale si sta chiedendo perché si trova in quel luogo di guerra. Questo “figlio” si sente misero ed ha la debole speranza di un “esile mito”, un ideale che però sembra crollare in mezzo alle “schiere di bruti”, coloro che credono alla guerra. Con la parola “figlio” il poeta si riallaccia alla figura materna dell’Europa di cui fa parte con tutti gli uomini e, con la sua ingenuità e fragilità, cozza con la durezza dei “bruti”. Ritengo che gli ultimi due versi siano i più significativi, perché racchiudono e sintetizzano ciò che è stato detto nei versi precedenti. Qui il poeta ribadisce nuovamente la sua piccolezza e la sua fragilità nella guerra; “polvere” può significare sia la polvere del suolo che si deposita sui vestiti del soldato, sia la materia di cui l’uomo è fatto, la carne, che si accompagna al “sole”, cioè allo spirito, all’anima. Anche “sole” può avere un duplice significato, perché oltre a “spirito” può anche indicare un valore concreto, ovvero può essere il sole che riscalda i corpi dei soldati, costretti a combattere sotto l’ardore dei suoi raggi. In una tale condizione di limitatezza e fragilità l’uomo, uccidendo i propri fratelli (in quanto figli di una stessa madre-Europa), si rende dannato e si “insabbia”, sporcandosi del sangue altrui e incamminandosi in un vicolo cieco, senza uscita.

La poesia dimostra di essere ancora molto attuale, perché il poeta già si rende conto della brutalità della guerra e di colui che uccide i propri fratelli. Quindi, abbiamo con questa lirica una testimonianza di una particolare visione della condizione dell’uomo molto innovativa, almeno nel periodo storico in cui è stata scritta. Nel periodo del fascismo, infatti, la guerra era esaltata fortemente e veniva sentita come un’esigenza reale dalla maggior parte degli italiani; per fortuna, però, anche in quel periodo alcuni si rendevano conto della follia di questa impresa, la quale, come ci dimostra il poeta Vittorio Sereni, può solo far emergere quanto l’uomo sia “inerme”e insieme orgoglioso di un “esile mito”, di cui però egli conosce la fragilità, e dannare l’uomo perché lo porta a macchiarsi di delitti verso i propri fratelli, in virtù della condizione di “nemico”, quando invece non sa che, così facendo, è nemico soltanto di sé. I concetti che Sereni esprime valgono anche per l’epoca moderna, però il discorso può essere ribaltato dicendo che non è questa poesia che ha carattere di modernità, bensì la nostra epoca che non progredisce e che torna addirittura indietro. In base all’esperienza sappiamo, infatti, che la guerra non è ancora superata, anzi, è presente in molte parti del mondo ed anche vicino a noi. Anche oggi gli uomini uccidono i propri fratelli, la maggior parte perché sono convinti della propria superiorità, ma molti perché vi sono costretti e si sentono completamente estranei, proprio come il poeta di Italiano in Grecia.

OTTAVIA GHELLI

Liceo G. Carducci Volterra

Classe III Liceo classico

Siamo in attesa di altri commenti....



			

UNA MOSTRA DI SCULTURE IN ARENARIA DELLA CARLINA “L’azione antagonista dell’uomo” di Roberto Marmelli, scultore

N.B.

QUESTO POST NON PREVEDE ALCUNA TRANSIZIONE VENALE E DI PROFITTO DI ALCUN TIPO E DA ALCUNA PARTE; SI PONE ESCLUSIVAMENTE COME ‘LETTURA’ ED ‘INTERPRETAZIONE’ EDUCATIVO-CULTURALE DELLE VARIE ‘ARTI’, IN SINTONIA ALLO SCOPO GENERALE DEL NOSTRO BLOG.

LA MOSTRA <<L’AZIONE ANTAGONISTA DELL’UOMO>>

DI ROBERTO MARMELLI, SCULTORE BELLIGERANTE E DI PERSONALITA’ VIRTUOSA

COMMENTO DELL’AUTORE: SPIRITO E MITO ANIMANO LA PIETRA

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DA CONTINUARE…

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PIANO O STANZA 4 – IDOLI

Idolo intimo femminile – fronte

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Idolo intimo femminile – parte alta

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Intimo femminile – lato

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La scultura, realizzata in pietra arenaria, rappresenta il profilo essenziale di un tronco femminile, privo di gambe e braccia. Nell’interno, nell’intimo, il  profilo viene realizzato con il tratto caratteristico ottenuto con lo scalpello a ‘gradino’.

Idolo Divinità

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idolo Idoli

idolo-idoli

STANZA O PIANO 3 – VOLTI DI PIETRA

Cariatide

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Rotondo Primordiale

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Giuliano

piano-3-giuliano

STANZA O PIANO 2 – GUERRIERO DI POPOLI

Gladiatore

piano-2-gladiatore

Migranti

piano-2-migranti

Crociato

piano-2-crociato

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STANZA O PIANO1 – Guerrieri di Pietra

Il Dardo ed il Guerriero

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Il Guerriero in colonna

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Il Guerriero con Elmo

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Il Guerriero con Elmo a Cavallo – lati AeB retro

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LatoB

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PIANOTERRA -ELLENICO EPIRO

Ellenico Epiro

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IN VIA DI REVISIONE…..

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FERMO COME UN ALBERO, LIBERO COME UN UOMO – CHICO MENDES, a cura di Benedetto Randazzo

FERMO COME UN ALBERO, LIBERO COME UN UOMO – CHICO MENDES

a cura di Benedetto Randazzo

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Il ricordo della sua esistenza è legato indissolubilmente alla lotta per il diritto alla terra ed alla dignità dei “siringueiros”, (termine di origine portoghese che indica gli operai che estraggono il lattice per la fabbricazione della gomma naturale in Amazzonia), quando un piano governativo di “sviluppo” per l’Amazzonia, ha di fatto permesso lo sfruttamento indiscriminato di terre e popolazioni, attraendo costruttori, allevatori di bestiame, compagnie di legname e nuovi coloni: non parliamo del 18° secolo né del selvaggio west, la storia è degli anni ’70…

In condizioni veramente difficili di sottosviluppo e di sfruttamento legalizzato, contro grandi interessi economici perseguiti da gente senza scrupoli, Chico Mendes organizzò un sindacato di lavoratori rurali per difendersi dalle violente intimidazioni e dalle occupazioni della terra praticati dai nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e quindi togliendo ai lavoratori rurali i loro mezzi di sostentamento.

Organizzò una vera e propria resistenza non-violenta con numerosi gruppi di lavoratori rurali che formavano dei “blocchi umani” intorno alle aree di foresta minacciate di distruzione.

Azioni di contrasto che se da un lato salvarono ettari di foresta, dall’altro suscitarono la collera dei costruttori senza scrupoli, soliti risolvere gli “intoppi” sia grazie a politicanti corrotti, sia assoldando pistoleri per eliminare gli “ostacoli umani”.

E’ di questo periodo la nascita delle cosiddette “riserve estrattive”, dove i “Siringueros” hanno potuto continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti, noci e fibre vegetali.

L’interesse internazionale si concentro’ su Mendes come difensore della foresta, ma il suo ruolo come leader lo fece anche diventare l’obiettivo degli oppositori frustrati ed infuriati.

A Chico costò la vita l’essersi attivato per far divenire il suo paese natale, il Serigal Cachoeira, una riserva estrattiva, sfidando il proprietario terriero ed allevatore locale, Darly Alves da Silva, che reclamava la proprieta’ della terra; Chico venne ucciso il 22 dicembre 1988.

Per almeno due anni, ci furono diverse speculazioni sugli assassini; nonostante fossero ben noti, furono considerati fuori dalla portata legale per le loro connessioni con influenti proprietari terrieri e figure ufficiali corrotte della regione – un compromesso comune nelle terre di frontiera del Brasile.

Forti pressioni nazionali ed internazionali riuscirono tuttavia a far arrivare il caso in tribunale. Nel dicembre del 1990, Darly Alves da Silva ricevette una condanna a 19 anni di prigione per essere stato il mandante dell’omicidio; suo figlio, Darci, ricevette la stessa condanna per esserne stato l’esecutore materiale.

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Ma quando i media spostarono i loro riflettori, gli omicidi continuarono. Dagli ultimi anni del ’70, di centinaia di omicidi di leaders sindacali e protestanti per i diritti della terra, l’unico che fu investigato completamente e che ha portato ad una condanna fu quello di Chico Mendes.

La condanna a Darly Alves da Silva fu annullata nel febbraio del 1992 dalla Corte d’Appello di Rio Branco….

“… fermo come un albero, libero come un uomo”, Chico a me piace ricordarlo come nella canzone che gli ha dedicato il Cantautore Mario Lavezzi: “ con un sorriso sempre luminoso, di chi è nato Siringuero, di chi muore e resta fiducioso che qualcosa cambierà…

Benedetto Randazzo

 

LETTERA SPEDITA AL CICAP PER ESPRIMERE UN PENSIERO PERSONALE ALTERNATIVO; dott. Piero Pistoia, prof. di ruolo in Fisica

Per vedere l’articolo in pdf possiamo anche cliccare sotto:

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CICAP è acronimo di “Comitato Italiano per il controllo delle affermazioni sul Paranormale”. La parola “Paranormale” oggi è stata sostituita da “Pseudo-scienze”

Dopo aver letto anni fa alcuni scritti pubblicati dal CICAP decisi di esprimere alcune mie opinioni in proposito che inviai loro per posta, oggi un po’ rivisitate per precisarne alcuni aspetti [frammenti fra parentesi quadre]. Ricevetti una lunga lettera dal CICAP, scritta da un dott. prof. di Fisica Teorica di una Università del Nord, che devo ricercare in mezzo al caos della mia libreria e quando l’avrò trovata, la trascriverò volentieri in questo post.

LETTERA SPEDITA AL CICAP PER ESPRIMERE UN PERSONALE PENSIERO ALTERNATIVO, SPESSO FORZATO SU QUALCHE RAMO DI IPERBOLE, ONDE CREARE QUALCHE DUBBIO IN UN BACKGROUND DI CERTEZZE

dott. Prof. Piero Pistoia

Spett.le REDAZIONE,

leggendo la Vostra rivista si rimane colpiti dalla semplicità, chiarezza e coerente armonia – senza mai contrasti che potrebbero finire in dibattito – con cui vengono trattati e risolti i diversi problemi affrontati di cui si forniscono sempre sicure soluzioni. Sembra quasi di seguire uno dei tanti articoli di scienza pubblicato in molti giornali quotidiani e non o in una delle tante trasmissioni televisive di cultura dove tutto è descritto in maniera coerente, armonica, semplice, conchiusa e colorata [(senza un riferimento agli errori di percorso durante il travaglio (trouble) di quella conquista raccontata)], quando invece ad ogni passo del percorso si dovrebbero aprire svariati interrogativi. Se “imparare è risolvere problemi” [(e nella fattispecie, fare conti!)] da queste comunicazioni a mio avviso, pur appassionate e talora coinvolgenti, si impara ben poco. [Anzi, spesso, la chiarezza ad oltranza e l’assenza di dubbi penalizzano la memoria, la riflessione personale e quindi l’apprendimento]. Per questa ragione vorrei esprimere sulla scienza e la non-scienza o pseudo-scienza il mio personale pensiero, anche se spesso volutamente forzato lungo un ramo di iperbole, per provocare l’interlocutore e far sorgere qua e là interrogativi. Il mio intervento, di cui mi scuso in anticipo se qualcuno dovesse prendersela (absit iniuria verbis), si articolerà nei quattro seguenti punti:

1 – Se la maggior parte dell’universo è disseminato di “turbolenze”, una piccolissima variazione delle condizioni iniziali, al tempo considerata insignificante, ovvero all’interno delle soglie dell’errore, potrà provocare soluzioni impreviste ed imprevedibili con incidenza non trascurabile sul mondo fenomenico. Una esatta imprevedibilità in questi sistemi caotici (sensibili a minime differenze iniziali) presupporrebbe poter assegnare numeri reali alle misure delle grandezze che figurano nelle condizioni iniziali. Allora fattori sconosciuti di entità non misurabile, pur non potendo essere scoperte dai ricercatori, potrebbero causare grosse modifiche sui fenomeni. E ancora, onde elettromagnetiche di energia inferiore alla soglia del misurabile potrebbero produrre lo stesso effetti vistosi. Non è da escludere, infatti, che nelle condizioni iniziali, come accadeva al di sopra della soglie dell’errore, una grandezza possa acquistare due valori molto vicini, ma all’interno della soglia dell’errore potrebbe accadere che, per uno dei due, la traiettoria descritta dal sistema in un opportuno spazio delle fasi diverga esponenzialmente da un certo istante in poi, ottenendo dopo un tempo opportuno una interferenza macroscopica (o nello stesso istante ad una certa distanza?). Il mondo delle nostre misure a decimali finiti (cifre significative limitate) riguarderebbe una sezione estremamente piccola, semplice ed addomesticata dell’Universo, anche se efficace nell’ambito della sopravvivenza umana (anche troppo!), perché, come affermava Vico (Verum ipsum factum), abbiamo ‘inventato’ leggi per costruire un marchingegno che, in quelle particolari circostanze e in quei casi della realtà, estremamente ammaestrati del tempo e dello spazio, funzionasse, cioè fosse ‘vero’ per noi (e spesso accade che neppure funzioni in quelli, se ci imbattiamo in una turbolenza): si tratta di uno degli infiniti percorsi in un “reale” estremamente complesso (e forse disordinato).

Quando Galileo diceva di voler cogliere nella complessità inesprimibile dell’esperienza solo percorsi semplici, le cui grandezze fossero esprimibili con numeri a decimali limitati, voleva certamente affermare l’ambito estremamente limitato del mondo della “quantità”, unico mondo che la parte razionale della mente può capire e gestire, non essendo adatta ad affrontare l’oggetto nella sua complessità, oggetto certamente poco ordinato. E quando Galileo costruiva ed interpretava gli oroscopi (e plausibilmente ci credeva come tutti i suoi contemporanei, visto che sapeva ‘leggere’ le influenze del cielo sulla vita), voleva significare appunto l’esistenza di una parte complementare al ‘semplice’, cioè la maggior parte del mondo, che poteva venire colta in altri modi. E’ facile che Galileo non fosse un ingegnere-empirista, dedito continuamente a prove sperimentali, ma più plausibilmente un fisico teorico che quasi mai ripiegava sull’esperimento e che usava invece il teorema ed il suo “principio di continuità” come prassi scientifica usuale.

Sulla stessa linea di pensiero, per il grande logico L. Wittgenstein esiste un immenso mare tempestoso del mistico-magico che circonda, oscuro, la piccola isola del razionale, anche se poi di questo ignoto mare non se ne può parlare (è “indicibile”), usando i linguaggi della ragione (I° Wittgenstein) e degli altri “giochi linguistici” possibili (isola), nessuno è plausibile, perché non c’è realtà “la fuori” (II° Wittgenstein).

2 – I fatti, le prove, l’esperienza scientifica ‘costruita’ in laboratorio in base a precisi presupposti teorici (esperimento), non sono termini di confronto neutrali. La falsificazione (Popper) diventa impossibile non riuscendo ad individuare ciò che viene di fatto falsificato. Si perdono così i riscontri oggettivi della razionalità e sparisce il criterio di demarcazione fra sapere razionale e gli altri (arte, magia s.l., metafisica, religione…). In altre parole sono le teorie a costruire i “fatti” e a fornire le prove. Quando una teoria così diventa abbastanza organizzata tende ad auto-difendersi dall’eliminazione, prevedendo, attraverso la mente intrappolata del ricercatore (si ricordi la bottiglia di Wittgenstein), solo esperimenti favorevoli. In una iperbole, accettare una teoria scientifica invece di un’altra, nello stesso modo di accettare o no gli dèi, è solo funzione delle idiosincrasie della storia e non di qualche metodo razionale coniugato a prove empiriche. Scienza, religione, arte magia s.l., astrologia sono tutte favole che sono “vere” in senso vichiano all’interno dei loro mondi.

3 – Altri popoli e razze da sempre hanno costruito altri mondi, diversi da quello artificiale e amorale dell’uomo bianco occidentale, su altri valori, principi, credenze e uniformità e queste strutture, non necessariamente razionali (dove il magico ed il rituale giocano più che la logica e l’argomentazione critica), hanno funzionato da sempre, funzionano e, se non interverranno aliene interferenze, continueranno a funzionare (sono “vere” in senso vichiano). Quei popoli sono infatti sopravvissuti secondo i loro ritmi ed il loro senso della felicità (vivere 80 anni invece che 35, non significa un bene assoluto!). Guarda caso il progresso operato dalla scienza è misurato con i valori interni allo stesso mondo in cui si dice che la scienza opera progresso! Ci sono pregevoli culture umane, modelli di visione del mondo non derivate dalla scienza che, non solo sono capaci di far sopravvivere la specie riuscendo a controllare l’ambiente in massima armonia, ma costruiscono, a differenza della cultura occidentale, un uomo più completo all’interno, con un Io più evoluto, consapevole e vigoroso a fronte di un mera amplificazione sensoriale e percettiva sul piano simbolico, amorale nei confronti del resto dell’Universo. In ognuno di questi mondi, senza onde di probabilità né codici, avvengono “miracoli” non dissimili per quei popoli da quelli basati sulla scienza per il nostro popolo. Gli spiriti, i Mani delle cose e gli stregoni o gli sciamani che li controllano, hanno potere effettivo sugli oggetti dell’Universo anche se solo all’interno di questo cielo chiuso, come potere ebbe Afrodite sulle cose e sui cuori degli umani, quando i Greci credevano negli dèi. Nello stesso modo funziona per noi il nostro mondo artificiale, disarmonico e sovrapposto alla Natura che, divenuto meno vincolato e più potente dal succhiare continuamente la vita alle altre specie ed energia all’ambiente, spinge fino ai limiti dell’Universo conosciuto il proprio rumore assordante e la propria spazzatura. Se il nostro mondo interferisce su uno degli altri, il fragile meccanismo proprio dei mondi in armonia con la Natura si rompe, i riti si inquinano, gli spiriti si nascondono, i Mani abbandonano le cose, i miracoli cessano e la struttura culturale non funziona più; l’unica via è affidarsi allora alle mani dell’invasore, perdendo la propria identità e i propri dèi , divenendo in pratica una sottospecie. Pionieri, colonizzatori, missionari, eroi scopritori, civilizzatori, antropologi, ed altra “ciurma” di questa sorta, se ne stiano a casa loro! E’ inutile: le loro tecniche non saranno in grado di arginare i danni da esse provocati! La foresta amazzonica si salva nel segno della “empatia”, del rispetto incondizionato, com’è nei costumi “totemici” delle popolazioni indie che l’abitano e non nel segno della “scienza” e del “calcolo”, dell’uso interessato com’è nei propositi “occidentali” di finalizzarlo non solo alla sopravvivenza ad oltranza della nostra specie, ma all’aumento oltre ogni limite della sua qualità della vita! Voler giudicare e misurare con idee e strumenti del nostro mondo valori e grandezze di un altro è mera utopia, presunzione e irresponsabilità: la furba Afrodite non si farà mai scoprire dagli strumenti dell’uomo razionale!

4 – Dalle nostre parti la tradizione dominante per eccellenza è quella razionale che sostiene oggi più che mai i gruppi di potere. Dopo 50 anni di sufficiente libertà un po’ per tutti, oggi c’è la tendenza a realizzare una società fortemente ordinata e programmata dove tutto sia previsto e ogni azione vigilata e se non conforme punita. Fra poco nessuno potrà più permettersi di oscillare intorno alla norma, o, [in una metafora banale di mini-ragioneria], qualche volta calpestare un’aiola o fare una fotocopia di un articolo; [più grave superare un limite di velocità, ma sembra comunque che fra poco metteranno meccanismi registratori su qualche satellite o scatole nere all’interno delle auto; per non parlare della tendenza generalizzata ad aggiungere ad ogni carta di identità il codice DNA di ciascuno, o , magari, a misurare l’aria che ciascuno respira, perché consuma ossigeno e riempie l’atmosfera di anidride carbonica od altro gas (es. metano… un gas serra 20 volte più potente della CO2, come afferma P. Wadhams, Univ. di Cambridge !).   Molti, seconda la strana morale occidentale, diranno scandalizzati che non si devono sostenere, per es., i primi due eventi delle aiuole e delle fotocopie (esempio metaforico, insieme ad altri, di piccole cose ragionieristiche), ma nessuno di essi potrà affermare di aver sempre rispettato il terzo evento (cose che riguardano invece la vita e la morte! Come a dire si punisce la ragioneria e si ignora la guerra! Per non parlare dei vari imposti catechismi senza un contemporaneo controllo costante sulle filiere senso lato. Naturalmente  i controllori controlleranno tutti, eccetto se stessi! Mi vengono a mente paradossi russelliani che iniziano così, per finire in contraddizioni]. L’uomo occidentale ormai disarmonico con la Natura, impaniato in migliaia di vincoli esosi, potrà percorrere ormai pochissimi sentieri ed il suo desiderio di libertà sarà fortemente frustrato. I molti sentieri infatti che non si lasciano percorrere, anche se di scarsa rilevanza, portano in nessun posto e la vita quotidiana si riempie così di una miriade di vuoti, anche se piccoli! Se a questo aggiungiamo che l’Homo sapiens sta perdendo i legami anche con i suoi simili e si sente sempre più solo in mezzo agli altri, ben vengano maghi, psicologi, cartomanti, astrologi, psichiatri, fattucchiere, preti delle diverse religioni, pranoterapisti, tecnici dell’ago puntura …, pronti a pagamento a ascoltare i problemi di vita di noi poveri diavoli. Non importa se le cose non funzionano sempre (forse perché tradizioni incomplete, parziali, aperte), ma certamente serviranno a recuperare qualche momento di pace e speranza, completamente sconosciute in questa società globalizzata del profitto e della ragioneria atomizzata, del cemento e del lungo tempo di vita. E’ giusto denunciare i profittatori (maghi, psicologi e preti…… che siano), ma pagare il giusto prezzo per i curatori di anime, mi sembra un fatto accettabile.

Concludendo, se non fosse possibile alimentare le più svariate tradizioni (scienza, arte, magia s.l., religione…) in ogni testa, sarebbe necessario farlo nella società (relativismo democratico), perché ogni tradizione porta con sé una sua visione dell’oggetto, anche se parziale, incompleta, inventata e falsa; ma l’insieme di tutti i punti di vista creerà un invariante di vita umana, un’emergenza, in particolare per l’uomo occidentale, la migliore possibile. Anche le tradizioni più squalificate e considerate negative e non degne di credibilità (es., le ‘streghe’, bruciate sul rogo a migliaia,  dal primo Medioevo alle soglie dell’Illuminismo), vanno lasciate, magari isolate in attesa, in modo che, in quel momento fuori tempo, non disturbino (J. P. Feyerabend, l’epistemologo anarchico), perché nessuno è in grado di dire quanto bene ci sia ancora nel male e in che misura l’esistenza del bene sia stata legata ai crimini più atroci (enantiodromia eraclitea); [il Bene ed il Male sono connotati dalla storia e se la Storia (Historia) è  ‘oggetto’ complesso, nessuno potrà mai prevedere quanto, per es., l’evento ‘streghe’ possa aver  ‘perturbato’ la Storia futura (in particolare le res gestae, o humanae res), nei millenni successivi, cioè nel tempo lontano. Il filosofo medioevale Tommaso d’Aquino affermava  che <<Multae utilitates impedirentur si omnia peccata districte proibentur>>.

L’oggetto della conoscenza si fa analogo ad una pozzanghera di fango, dove sono cadute alcune gemme razionali ed a intervalli si aprono e si richiudono delle bolle oscure indicibili attraverso le quali è possibile gettare un rapido sguardo nelle zone più profonde.

Ho ritenuto di non aggiungere alcuna bibliografia, sicuro che il lettore di questa missiva sarà in grado senz’altro di riconoscere dietro lo scritto i nomi degli autori a cui si fa tacito riferimento.

DISTINTI SALUTI

piero pistoia