LA SEPTARIA DELLA VAL DI CECINA: strana e magica pietra di origine litologica secondaria per ‘azione diagenetica’ da una tendenzialmente argillosa, dello studioso Massimo Magni, Gruppo Mineralogico di Cecina (li)

NOTE DEL COORDINATORE (NDC) piero pistoia

FOTO DI UN ESEMPLARE DI SEPTARIA

Autore della foto di anteprima, Piero Pistoia (scattata ad una  mostra di Giuliano Ghilli nell’ottobre 2008); proprietario della pietra, Giuliano, uno studioso oggi scomparso, grande conoscitore di rocce, minerali, fossili e dei luoghi di raccolta, in particolare in Val di Cecina, dotato di notevole Einfhunlung nella ricerca e nella scoperta. Vedere l’art.  sui calcedoni di cui è co-autore ed un breve  suo ricordo, sempre in questo blog,  a nome dell’insegnante Maria Chiara Bianchi Burgassi.

 

 

PER VEDERE L’ARTICOLO DI MASSIMO MAGNI CLICCARE SUL SEGUENTE LINK:

DeSeptaria_Articolo

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RIFLESSIONI SUL FARE POESIA di Giorgio Albertazzi, Paolo Fidanzi, Piero Pistoia, Roberto Veracini ed altri

UNA BREVE RIFLESSIONE SULLA POESIA

di Giorgio Albertazzi

Ho chiesto spesso ai poeti perché scrivono versi, l’ho chiesto a Neruda ad Eliot, l’ho chiesto a Caldarelli, a Montale, a Gatto, a Luzi, che cos’è la poesia? Rispondono soltanto i poeti/critici o i poeti/letterati, parlando di ‘composizione’, di anapesti e spondei; i veri poeti non rispondono, si stringono nelle spalle sorridono, dicono tutt’al più una sola parola:”un ritmo…”.

Già perché il poeta è sempre selvaggio, ossessionato, ubriaco di vita e di morte; ma potrebbe essere allora semplicemente una possibile definizione romantica di “arte”, diciamo che la poesia è “insurrezione”, è connotazione di altro che la lingua di versi triti e pieni di decoro di molti decorosi poeti.

Partiamo quindi da Pound, come dice Sandburg. Perché si scrivono versi e si cantano nelle rivoluzioni e nelle ansie d’amore e di morte, che cosa sia quell’aurea che subito emana e prorompe dalla poesia autentica, quel magma, quel logos spermaticos. E dire versi con accenti giusti ed errati insieme, ma soprattutto cantare il ritmo, che viene prima del verso, eccetera.

Non è necessario capire, ma sentire sì: sentire è “provare” come diceva Benassi, il quale senza capire esprimeva il sound di “tutti i figli di Dio hanno le ali” come nessuno. E’ forse morta la poesia? E se è viva cerchiamola e cerchiamola ancora e diventeremo più belli e forse meno opachi. Niente vale di più di un verso di Penna o di Saffo in un certo momento della nostra vita.

Giorgio Albertazzi

ALCUNE BREVI RIFLESSIONI SUL FARE POESIA

di Piero Pistoia

CHE COS’E’ LA POESIA 

a cura di Paolo Fidanzi

A PROPOSITO DI POESIA

dott. Paolo Fidanzi

IL FERITO

di Roberto Veracini

(Un’idea della poesia)
Penso che tutti i poeti, finché tali, siano sempre in crisi
(E. Montale)

Il poeta è sempre ferito, si nutre della sua ferita, che non si rimargina
perché è la ferita del mondo: vive e rappresenta questa condizione fino in fondo e lo fa con gli strumenti che gli sono propri, i versi.

Per questo il poeta è anche il narciso, perché il peso di questa condizione è estremo e la ferita ha bisogno di incensi (veri o falsi) per essere sopportabile.

Ma il poeta è anche il disperato, quando la ferita si rivela insanabile e l’incenso svanisce, mostrando gli aspetti cupi e irrimediabili della realtà, la futilità delle cose e quindi dell’arte, che non basta più.

Il poeta è il sopravvissuto quando riscopre dalle macerie un segno ancora dell’esistenza e se lo porta con sé per sempre, perché tutto è ancora possibile, sempre.

Il poeta è il solitario del tempo, che riconosce e da cui è riconosciuto, ma tutto questo non appare, perché scoprire è meglio che far vedere, e il poeta vive del suo stupore e del modo in cui riesce a farlo sentire.

E comunque il poeta resta il ferito, cercato e abbandonato, osannato e deriso, e la sua ferita è il mondo, che rappresenta ma non sa capire, perché il poeta ha in sé l’orizzonte intero e il suo limite. Non necessariamente in quest’ordine.

Roberto Veracini

 

I SASSI DI MONTEBUONO: I MAMMELLONATI ED ALTRO; della dott.ssa prof.ssa Susanna Trentini, laureata con lode, al tempo laureanda in Filosofia

NOTE DEL COORDINATORE (NDC) Piero Pistoia

E’ possibile vedere molte foto dei ‘mammellonati’ nel post relativo ad essi in questo blog e insieme avere informazioni su come osservarli anche in posto (articolo – ricerca del dott. Giacomo Pettorali e del dott. Piero Pistoia, integrato a ‘zibaldone’ da svariati altri personaggi della cultura).

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Per leggere l’articolo in odt o in pdf cliccare sui link che seguono:

MAMMELLONATI_DI_MONTEBUONO_Susanna Trentini in odt

MAMMELLONATI_DI_MONTEBUONO_Susanna Trentini in pdf

Mammellonati in acqua

Di seguito la possibilità di leggere l’articolo direttamente

I SASSI DI MONTEBUONO: I MAMMELLONATI ED ALTRO; riflessioni personali della dott.ssa prof.ssa Susanna Trentini, al tempo dello scritto laureanda in filosofia

PARTE PRIMA

Guardate questi sassi.
Viene da chiedersi cosa significhino, perché nei suoi elementi la natura parla una lingua muta , traduce un linguaggio che non è convenzione da noi controllata, patteggiata, stabilita.
Eppure è una lingua che ci esiste, che ci fa esistere. E quanto dice ognuno di questi massi lisci, ognuna delle sue fessure, e, come per contrasto ogni terra ruvida, arsa, sbriciolata, che per antitesi ci viene alla mente e alle dita….
Ognuno di questi sassi parla alle zone della nostra anima che non decidiamo come rispondono, di cui non padroneggiamo le catene, i simbolismi, le associazioni emozionali. Parla ai nostri cinque sensi, al tatto, e al nostro bisogno di toccare, e alla tattilità in generale, e alla musica in cui l’anima è tatto.
Ogni sasso è un’emozione, una parola, un pensiero che non in un altro modo potrebbe essere detta.
Ogni sasso è una carezza di irripetibile forma, un’immaginazione di cui toccare la musica.
Quando la natura parla non ci asseconda, è unica come lo è il sentirla, intraducibile come il suo stesso canto.
E’vita senza verbo, un’impotenza a comunicarla, e un movente a comunicare. Di sicuro non possiamo avere il potere di restituire ciò che proviamo.
Ci penso: noi non saremo mai il sole che tramonta, e con le parole, in fondo, neanche l’emozione che ci dà possiamo rendere. Ma possiamo unirci ai sassi e alle stelle e al sole, ogni giorno diverso, ogni giorno lo stesso, consapevoli che nell’insondabile incontriamo tutto questo. Consapevoli che nell’insondabile facciamo poesia tentando di restituire il divino.

Con le parole e la letteratura preghiamo di rendere il tramonto del sole, con le età della nostra vita lo siamo, con il dolore del nostro amare lo traduciamo inconsapevoli fin da giovani, o fin dall’inizio, quando si nasce e accade il nostro primo essere strappo al nulla.
E ugualmente tentiamo di cantare questi sassi, ma è la nostra vita che si modella di tempo come il loro levigarsi di epoche, e sono le nostre sensazioni che si elaborano in divenire per avere anche una posa di macigni nel bisogno nostro d’eterno, d’eterno posato dove tutto scorre, come i sassi sul fiume.

Ma che sono i sassi? I sassi nello stomaco, i sassi sulle spalle. I sassi che pesano, che restano, che ostruiscono, che testimoniano.
Il nostro corpo è pieno di sassi, è pieno di acqua, è pieno di tempo e di inizio.
Il nostro corpo ricettacolo della nostra immaginazione, della nostra libido, del nostro dramma di transito, di fascino. Di pietre che conteniamo, sciolte o insolubili, e di pietre fuori, su cui ci proiettiamo, che sciogliamo investendole di liquido flusso, o che ci sopravvivranno, impermeabili, intangibili, imperterrite.

Guardo questi sassi. Qualcosa in me li tocca, li sente, li trova dentro la mia mente, il mio stomaco, la mia psiche.
I sassi sono nodi, sono segnaposti, cippi, steli, ruzzolamenti d’anima che si fermano.
I sassi sono resti, sono pesi che incombono dal passato, o che somigliano tondi al matrimonio dei contrari che fa la sfera, alla completezza dell’atemporale dove le dimensioni temporali si uniscono. Dove solo con il passato il presente può abbracciare l’ignoto futuro, ricongiungersi agli albori interi, originari. Sfere. Sfere atemporali di istanti pieni di tempo, apologie di completezze irrisolte, solo tensionali, matrimonio di significati, di continuità, del ricordo con la nuova e nota inspiegabilità. Involontari cerchi a somatizzare memorie. Pietre piene, verso il tondo e l’anello, e il nuovo e il ritorno.

I sassi sono volti, sono ricordi, sono presagi, sono sfere divine cadute sulla terra a diventare imperfette del miracolo del loro esistere, e del loro esistere per noi.
Il miracolo dell’esistenza è la sua imperfezione.

 

-Perdiamoci nei sassi, in un libero flusso. E’ un alfabeto potente ed esterno di natura, per questo diventa soggettivo, dove ognuno può scegliere cosa identificare, un alfabeto vasto.
Forse sono i sassi che ci guardano,…. perché noi li liberiamo dalla perfezione di un indistinto in cui sono panismo agli altri elementi naturali, in cui sono panismo a dove si trovano contestualmente inseriti e uniti, e domandano di svincolarsi….magari ci chiedono di poter corrispondere ciascuno, con la sua forma limitata , ad un limite nostro soggettivo ma partecipato, e vasto, vasto quanto il nostro immaginario personale….Sì, perché mai univoca e assoluta è l’associazione di sassi o altri elementi che la natura partorisce come significanti, a un nostro significato…
Allora….
Usiamo il serbatoio magico in noi….vediamo…..
Nei sassi ci sono visi, nasi, occhi che ci cercano dal fiume….
Nei sassi ci sono isole, profili di terre da cercare navigando…
Nei sassi ci sono graffi, scalfiture come nella nostra memoria…., nei sassi c’è il lavoro inarrestabile del mare e dell’oceano che leviga e consuma la terra, risciacquando la nostra esistenza…Raccontando….ripetendo ciò che accomuna ogni uomo….e ciò che da chiunque lo allontana, lo separa…perché dell’amore abbia bisogno, affinché l’amore sia tensione, forse nell’impotenza più piena…
Nei sassi ci sano ombre quando scende la sera sulla loro forma, sono scogli di fiume, ma arrotati di sale quasi…
Se i sassi potessero urlare cosa a loro brucia direbbero quanto sale sta nell’acqua dolce, come nella vita dell’uomo le cose dolci bruciano al ricordo….e fanno sale sulla ferita con il miele di ciò che non ha doppio, che non si ripete….che motiva esistenze intere senza poter essere ritrovato….

Per Eraclito tutto scorre, e mentre tutto scorre i sassi restano? Ma allora sono segni, tracce di presenza, bisogno di ricordare, che l’uomo senza memoria non è umano, i sassi,no, sono sassi anche senza ricordare, ma un’anima forse ce la hanno, e ricordano….Viene di pensarlo….
Sarà mitopoiesi proiettare sulla natura, sarà primitivo cruento dell’infanzia attribuire emozioni alle cose non viventi, ma guardateli, quei sassi vivono….sembrano vivere, non somigliano alle cose rimorte che ingombrano una piena dell’esistenza: sono troppo pieni per non tradurre il moto, e sono troppo feriti per non avere sangue…

Questi sassi sono seni, diventano trasparenti, antecedenti alle epoche, questi sassi sono grossi ventri rotondi di Veneri ancestrali, questi sassi sono l’inizio, e meteoriti cadute….Questi sassi sono una gestazione di madre, di terra, di suolo,un matriarcato fecondo, eppure sono anche visi di maschi, o maschere, irregolari, un pirandelliano non riconoscersi…

Questi sassi sono orecchie al sotterraneo, sono palle con cui giocano i cuccioli dei giganti….questi sassi sono pianeti in un universo d’acqua, scagliati da un big bang che la mente immagina di fuoco sulle trasparenze del fiume….e diventano colori, “gigantesche” biglie, non carboncini se non sulla tela che sente le ombre quando scende la sera sui letti d’acque….e le ombre si sentono nelle mani, e i sassi, allora, li si sente nel cuore….e le tinte bevono scurendosi…..come bagnandosi…..

Questi sassi sono reperti, reperti di un universo non artificiale, memorie del non costruito, memorie della pochezza e dell’impotenza dell’uomo, eppure la mente e il corpo e lo spirito d’ogni uomo possono ricreare quelle pietre mentre quell’uomo le sente, e le sente in ciò che solo per lui rappresentano, nel proprio istinto, nella propria fantasia, in quel preciso inconscio istante che non sarà reso, che passerà…
Ma allora questi sassi sono storia, storia umana se l’uomo la inventa, e storia libera dall’umano, storia che non addomesticheremo, perché ci oltrepassa, e accetta solo una nostra breve fantasia, una breve sensazione che si dilata a rappresentarsi……..,anche nella meraviglia e nel dramma della propria impotenza…….questi sassi sono spacchi al nostro senso di potenza e sono sublime che ci ricomprende al tempo…..e al disegno infinito di un incontrollabile universo…

Questi sassi sono da contare, come cabale non catalogabili, sono il primo abaco alle dita e al ventre….o sono materia sostrato del sogno che la terra cambi colore e possa diventare oro, e che l’oro sia astro e non soldo nella mia fantasia vige, chissà in quella dei maghi, dell’alchimia e del Graal…
Allora possiamo giocare, usarli come simboli più che come quantità, adoperati per un’aritmetica magica, per una scienza sragionante, sono scienza a mutare, e contarli li rende speciali, ma in base a regole alchimiche primigenie,…..allora sono materia di quanto la terra bassa è pietra preziosa che si eleva dentro di noi…..

 

Questi sassi sono palazzi, roccia da inserire nei nostri palazzi, quelli prima dei grattacieli, noi non domeremo mai le pietre che abbiamo usato nel nostro costruire, ogni pietra lavorata o adoperata è divenire limitato e limitato esito di quell’immaginazione che tanto ci rende umani mentre la guardiamo nel suo primo contesto, quando ancora la sua identità è potenziale e indefinibile…
Anche noi siamo tutto in potenza prima di divenire adulti, prima d’essere solo qualcosa di tradotto dell’indistinto dei sogni…….ed umano è il cruccio d’essersi spesi in qualcosa soltanto, in irreversibile scelta, ma che sia limite d’amore,…..sia ricchezza imperfetta di poter dire ho vissuto se c’è stato amore……

Che poi anche la nostra identità è indefinibile, come quella dei sassi…sì, questi sassi ci insegnano l’umiltà, i nervi dell’uomo del novecento che è le sue mille maschere pretese vere, ma in fondo immaginate, in un viaggio che si arresta senza poter corrispondere, e segue nell’acqua del fiume….

Questi sassi sono tutti i visi e nessuno, l’identità è un equivoco, bisogna posare con i sassi in una follia anonima per conoscere attraverso il sentire, la sensazione….perchè sembrano immobili i sassi ma non si arrestano, come la vita che non intrappoli, e poi non sono mai gli stessi come noi, dialogici a destini e ambienti: i sassi vivono in relazione a un un letto di fiume che scorre, che secca, che ogni mattino senza posa muta,e non c’è cosa che resta uguale mentre cambia l’acqua che la accoglie, se quella cosa incontra quell’acqua perennemente differente….
Sì, perché ogni cosa esiste “con”, esiste “in base a”, esiste in un contesto, ogni amore in base all’interlocutore e all’epoca, e ai momenti di una vita se di una sola vita si parla……..

Ma mi chiedo:c’è qualcosa di immobile in noi umani, qualcosa di immobile almeno temporaneamente, come quel parziale restare fermi dei sassi, e come quel loro cambiare tanto lentamente da sembrarci uguali a se stessi ,data la lentezza del loro trasformarsi? Poiché anche questo cogliamo, che la pietra è più lenta di noi, più ferma…almeno in apparenza…

Chissà, forse il mutare lento delle pietre, che non si può cogliere in pochi secondi, somiglia all’uscita benedetta del tempo che l’amore consente , che l’amore consente anche fosse errore, nel tentativo di non lasciar macinare quella tensione a mescolarsi che è animalità nell’unicità: magari ogni sasso traduce quell’abbraccio,….elevatezza della materia, materia come oscura carne in abbraccio nel pieno dei sassi…nel suolo, ….. sassi come pulsioni che escono e arrestano lo scorrere….
Ma la passione forte brucia, consuma, vorticosamente: che anche quell’istinto possa posare con una certa immobilità?
Sì, dentro noi, nel ricordo, nel bisogno che ci fa amanti perenni anche da soli, e forse il fiume dove si trovano i sassi è quell’interno dove i nostri fuochi vissuti posano, e si fanno sassi…..
Ma si fanno cenere, sassi frantumati, o fuoco ancora, fuoco sfuggito al mutare nel ricordo……fuoco che sopravvive, mai pietrificabile, in movimento continuo che arde, sprona, morde….
E’ tutto molto confuso, quando la vita è un vulcano….I sassi allora sono lapilli che vengono schizzati e scagliati al cielo dalla pancia del mondo, come Van Gogh schizzò al cielo, dal peso della Camargue, la sua notte stellata….e dalla sua follia endogena il suo volo di corvi nel grano, incandescente come la lava, schiantato come la sua pazzia….e la terra ha il potere d’essere pazza, l’universo si muove secondo moti di pazzia, e Dioniso secondo furori sacri e matti d’oscuro…

I sassi ,sì,mantengono il loro arcano anche nel garbo di un giardino, anche fossero in un giardino all’inglese, perché ciò che si lega alla terra è sempre doppio, ha in sé il selvaggio, il non coltivabile, comunque lo si componga, a significare, o semplicemente a sprigionare irrazionalmente….
Perché, che l’irrazionale non abbia senso, francamente, è per me la più grossa delle stupidaggini…. ……..

-Mi sembra l’abbia detto il piccolo principe che gli adulti non rintracciano nelle forme disegnate nient’altro che la spicciola plausibilità per somiglianza. Ora io vi dico che violenza è associare alle cose ciò che meramente somiglia loro mentre tutto può significare tutto? Forse il collante tra forme e sensi non è associazione logica e abitudinaria, ma dettata dall’amore, anche quando pare la cosa più incomprensibile…, o la cosa più assurda…
Non possono questi sassi essere le mura del mio mondo tormentato? O un seno felliniano? O fantasmi? O la sfera della fata guardiana,una delle tre guardiane, quella del destino, quando il mare e i boschi di Irlanda diventano tondi come un mandala alata, di femminile e bendato dominio?
Non possono essere, questi sassi, altrettanto, la mela blasfema del paradiso terrestre, e la disobbedienza che motiva la nostra vita?
L’illusorietà dei manicheismi, la disobbedienza come virtù’?
E non possono essere lapidi luttuose a ricordare, senza nomi incisi, proprio chi abbiamo amato nella purezza della natura che, per anonima che sia, non somiglierà mai alle fosse comuni in cui l’uomo dimentica i propri morti? E ancora può ogni sasso conoscere l’unicità più dei sepolcri foscoliani?

Può essere ogni sasso una pancia gestante sogni?
Possono essere, i sassi, in quanto pietra, una sorta di materia da scultore, una materia che l’arte fa sviluppare come dal marmo usciva la forma Michelangiolesca? Un marmo grigio all’invenzione, dove nasce colore con la forma….Scultura colore…non grigio, non bianco….
E bianche sono le strade del sud nel nostro cuore, di polvere senza sassi…
Ma poi cave, sassicaie, stavolta bianche loro, talora grige…..Il colore dipende da cosa si estrae nella cava……E se la cava è di novelle, o di miti?
Ecco, ……ecco, ho trovato questi sassi, ho trovato cosa sarebbero allora, o cosa sono: sono fiabe. Sono la nostra fiaba.
Sono un volo peso a terra. Sono un rammento del fantastico che resta e non vuol morire, che chiama ciascuno al pari diritto di inventare e d’essere il proprio sentire. Di essere il proprio sognare…perché niente quanto la natura concede libertà e pari diritti laddove la sua è potenza da tutti interpretabile, e da nessuno assoggettabile.
Perché nessuno al potere può dire “I sassi sono solo questo”.
Perchè quando qualcuno trova dei sassi, e decide solo lui cosa sono, e pensa di controllarli, o di poter imporre un loro senso immodificabile agli altri esseri viventi, allora esiste Babele e la dittatura.
Ogni cosa è “relativamente”, ogni cosa è ciò che per noi significa nel caleidoscopio infinito dei significati che esistono in base al nostro pensiero che ama anche l’esistenza dell’altrui emozione, dell’altrui pensiero.
Di differenze e ricchezze è la vita.
E non c’è un sasso uguale a un altro, un animale uguale a un altro.
Ma tu diresti mai “Ecco per quel sasso lì sbriciolate tutti gli altri!”, oppure diresti mai “Quel sasso lì suggerisce solo ciò che ho in testa io, solo ciò che sento io!”…..Io posso fare una piramide di sassi, ma franerà prima o poi, perché quello che conta, se proprio voglio farla, o se ne ho bisogno per passione, per dare un senso alla mia vita, è che io sappia che per il mio amore ho messo un sasso sopra agli altri, e che gli altri sassi reclamano la stessa vita…e che l’immobile non lo è mai così tanto immobile, e che un altro essere sfarebbe la mia piramide, e per amore terrà nei ricordi la mia….. Non sono piramidi basate sul valore assoluto dei loro elementi quelle fatte da mani pure, sono forme e non piramidi, forme dal cuore pulsante, come ognuno di questi sassi…., forme dure e lisce con il cuore morbido e ombroso, oscuro o multicolore….Però confido che si può dare la vita per un sasso che è al primo posto nel nostro cuore, ci rende necessari, e grati….e al contempo senza assoluti, pieni d’amore per ogni sasso che esiste……

Questi sassi sono un canto che dura il tempo di quando li accarezziamo o li immaginiamo, e questi sassi sono l’esistenza, perché dureranno più di noi come la vita che continua senza noi, e che continua quando chi amiamo muore o ci abbandona….ma nella straziante bellezza di tutto mi piace pensarli come una piccola scia di eterno, come ho sete e bisogno io, nell’umiltà di tanta poesia che, dio mio, quanto mi oltrepassa mentre mi è donata…….

E penso e sento, fin da quando ero bambina, che forse quando gli angeli si incarnano è come se dall’etereo, e dalla perfezione rarefatta e totale, accettassero il peso che tiene a terra, quel peso della morte che esiste, del limite in cui ha senso amare, e chiedere di dio.

PARTE SECONDA

Oltre a scrivere tutto quello che di getto sto scrivendo come a me nasce dentro, mi era stato chiesto di scrivere anche un pezzo sui sassi insieme a Renato Bacci (NDC: docente di lettere, di ruolo al Liceo Classico di Volterra (Pisa), con cui spesso ho lavorato.
Ma lui è in viaggio: non abbiamo potuto incontrarci, o parlarne. Allora proseguo da sola, ancora seguendomi liberamente in un flusso.
Renato, per caso, diversi mesi fa, mi ha parlato dei sassi di Matera, che non ho visto mai. Ho sentito sassi vuoti, dove stavano i poveri. Sassi concavi: la miseria abita grotte e pietre. La terra è fertile del valore più scomodo, e meno scontato: questo è stato il mio primo pensiero.
Il ventre della terra genera uomini ricchi di inizio, pieni di suolo, e di cielo, e di fame, mi è venuto subito di pensare.
E poi ,mentre Renato descriveva quei sassi, ho sentito che quando qualcuno tocca la tua memoria storica con quella di sé bambino fa diventare la vita ciò che ti descrive. Un pezzo di vita, di te bambina, che immensamente percepisci. Uno di quei pezzi di vita che immensamente viaggi più che con gli aeroplani, là dove, per anima, sei empatica e ricettiva in una forma devastante.
Poi ho sentito la vita intera di chi non mangiava, e aveva i sassi e il sole. Questi sassi che vediamo,svuotati, sarebbero i sassi di Matera. Potrebbero. Io li sento partorienti, sonanti ora.
Rimpiccioliti questi sassi qui, a Pomarance, sì, qui, non a Matera, ma attribuisco a loro lo stesso senso di quelle dimore di Sud, tremanti, fisse, in un’associazione che mi fa il cuore, che il corpo rende avulsa dal nome dei paesi. Un’associazione che mi si sveglia nel sangue. Percepisco con fisicità.
E mi dono alla bellezza della vera memoria, che è singola e insieme universale, collettiva, ancestrale: ora mi pare tutta in questi sassi. Li guardo alla luce delle storie che solo l’amore racconta.
Li guardo con gli occhi che l’amore presta quando dedica ciò che di lui fa parte mentre un’altra persona dona. Un’altra persona nell’epoca dei calzoni corti.
Sento la mia vita all’epoca della guerra, di mia nonna, sento quanto amo la sua borsina scomparsa, le mani. Sento la macchia.
Sento anche le lotte dei “sassi” che sono state dopo, e le sommosse della guerra delle idee, delle piazze.
Sento i quartieri popolari,poi i poderi del sud assolati e isolati, gli stinchi dei bimbi. Perché mi sono. E questo mi viene di unire a ogni sasso. E dunque al racconto di quando dei sassi sono case per disgraziati, prima di divenire oggi abitazioni che è lusso comprarsi.
Ed ecco in me il grano che affastella devastazioni. L’arsura, la vita, l’oscurità e l’ombra, le cantine da sempre mio fondo. Ed è in me questo perché questo amo, grido.
E faccio partire tutto dal guardare questi sassi di fiume. Perché ogni cosa è spunto al filo immenso che fa essere ovunque la nostra anima, nel ritorno di noi a ciò che amiamo, che patiamo, che è la nostra soggettività. Lo spunto è una cosa, la catena d’amore si libera dove sentiamo il bisogno, il rimpianto, l’empatia, la partecipazione. La radice di noi.
Questi sassi, da questi sassi può partire tutto.
Dal racconto di chi mi ama io trovo immagini mie, che non mi vengono dette , e che sono alla base di me, da ridonare, per ricompensare del racconto. Quando mi produce sensazioni ignote, sacre all’inizio del mio viaggio quaggiù, le più conosciute da me. Immagini senza le quali non sarei io dagli albori della mia vita mi pare, e senza le quali non amerei così tanto oggi. In questo preciso istante, negli istanti che verranno, in quelli in cui trasmetterò e riceverò.
Noi siamo mille vite, e una vita sola. Noi siamo mille anime da ripescare, da ridonare, da partecipare, siamo origini da dedicare. Mi affascina credere che siamo tutte queste vite da ben prima di nascere.
Siamo incodificati sassi di fiume che l’amore sviluppa, e rende antropomorfi. Ogni volta che amiamo, che conosciamo, che doniamo l’inconoscibile in noi, che lo lasciamo creare in noi dall’amore, dal ricordo di popoli, individui dentro di noi.
Lasciamo che la vita entri, che da sempre sia.
Renato mi racconta di Matera, della scuola con le ginocchia scoperte. Io gli racconto di mia nonna, dei poderi, io canto del mio Pavese, e diventa nostra la Sicilia.
Ora io sono in Toscana. Davanti ai sassi di fiume che un professore di fisica, un geologo di grande valore, ha scelto per studiare. Un professore di straordinaria capacità, che dona al mondo una realtà dei sassi da scienziato. Intelligente all’estremo.
E io allora penso: la vita è ventaglio che unisce e fa convivere.

-Guardo i sassi nel giardino del professore.
Vedo un presepe, vedo natività,ancora è sentire, non vedere. Gesù non contaminato da gerarchie nasce in una grotta. Fieno e pietre, immagino. Non di barocco terreno e di Vaticano. Eppure consistenti di materia, fisiche, nude. Pietre come il corpo che io prego dio ami.
Gli etruschi,poi, penso, chiudevano i corridoi alle camere mortuarie con pietre schiacciate. Più schiacciate dei sassi di fiume.
Ma che sia natività cristiana o al di là etrusco, dalla pietra, secondo me,nasce un contatto con l’oltre, con il divino di dei, o del dio.
Io credo che conti l’amore e l’immaginazione. Per me la pietra ha un sangue, deriva dalla terra. Sento la terra che batte nel mio sangue, io.
Le “lase” etrusche tentano di sbozzarsi da pietre tonde sulle pareti delle stanze dei morti. Stavolta pietre tonde, non schiacciate a chiudere corridoi. Io devo a Renato la conoscenza della parola “Lasa”. Mi ha mostrato lui, tempo fa, quella pietra tonda in una tomba. Mi disse che era per gli etruschi una specie di angelo.
Per me ha un suono divino la parola lasa. Per me i sassi suonano.

E Renato non sapeva che i miei sassi di fiume sarebbero stati anche “lase”. Nessuno sa cosa diventa un segno nell’altrui amore, nell’altrui significato, nell’altrui cammino di mente, e nel viaggio dei piedi.

 

La Toscana è etrusca.
La Palestina è lontana. Ma qui anche lei, come infinite altre culle sacre in pietra….L’amore e i sassi sono vicini.
La nascita e la morte.
La pietra dove si nasce, quella che suggella la morte, il proseguire altrove….e la pietra su cui si cammina, quella dell’eremita e del fare l’amore…. La scientificità, poi, è in un giardino vicino a casa mia. Il divino attraversa paesi e cuori .

Umilmente, ringraziando le pietre e la terra, le persone e la possibilità di scrivere involando sassi soggettivi come fossero parola …e ringraziando Piero Pistoia, e la sua intelligenza che ricerca, e Renato che crede nei viaggi che sento. E che sa esistere con la naturalezza dei sassi quando vivono,quando davvero vivono.

PARTE TERZA: conclusioni

E questi sassi sono il non trasmissibile, e il mio primo bagno, nel fiume Cecina, che ho fatto appena ieri per andare a trovare la loro origine.
Sono frutti d’acqua gelida,sono la melma che copre i loro fratelli sotto l’acqua pregna di zolfo. La melma che confonde ciò che l’uomo può capire in luoghi dove egli così tanto sente, e dove non può chiarificare. Non deve chiarificare…….se prega di partecipare…..
Sono un battesimo di Giordano, questi sassi, e il temperarsi del corpo alle acque, e al sangue caldo che la terra ricede la sera al fiume deserto.
Sono il corridoio di luce verde azzurra sotto cui i macigni si spostano d’onda. Sono l’elicriso e la croce sul masso più alto, che è a picco sul corpo, quel nostro corpo immerso, che alza gli occhi a dio. Agli dei.
Questi sassi sono come viaggiano lenti sul fondo di secoli, o di veloci imprendibili istanti, e sono come il piede li sente quando dall’acqua fonda torna alla terra.
Sono il vento che muove le piante e l’oro di ogni estate che sta per avventarsi. Di lingue altre. Devastanti e lì, a intriderci di lontano e di primario.

SUSANNA TRENTINI

 

DA INSERIRE FOTO MAMMELLONATI FRA LE SINGOLE PARTI……..

“LA PENA”: ORIGINE ED EVOLUZIONE a cura dell’Avv. Francesco Costagli

La densa riflessione giuridica che segue sul concetto di Pena fu scritta una quindicina di anni fa dall’avvocato Francesco Costagli, quando era ancora studente.

Clicca su: la-pena odt

LA PENA: ORIGINE ED EVOLUZIONE

Prima di analizzare l’evoluzione della pena nel corso della storia, è necessario rispondere ad un interrogativo: con quale diritto l’autorità punisce?

Secondo l’antico orientamento teocratico il potere infligge la pena perché riceve l’autorità da Dio. La legge esprime la volontà divina, chi la viola urta il volere della divinità, conseguentemente deve essere punito.

Altre teorie sostengono che lo Stato punisce perché è il potere più grande e più forte. Secondo le tesi contrattualistiche i consociati sono legati da un patto con il quale si demanda all’autorità costituita il compito di intervenire sulle violazioni di legge.

Altra dottrina, largamente diffusa, sostiene che il diritto di punire discende dalla erroneità della posizione in cui si trova chi viola il diritto. Lo Stato, dunque, è il tutore ed il garante dell’ordine giuridico, chi turba questo equilibrio merita la punizione.

Tratto comune delle varie teorie è dato dal fatto che i comportamenti contrari all’ordinamento giuridico di un certo gruppo sociale vanno sanzionati. Vedremo, nel corso della trattazione, come la pena non sempre sia stata applicata da un organo supremo dello Stato.

Ai primordi della civiltà la pena nasce come vendetta privata: la vittima di un atto criminale pretende dall’autore dell’illecito una somma volta a compensare l’ingiustizia subita. I parenti della persona uccisa esigono la morte dell’omicida; chi subisce lesioni personali ha il diritto di applicare la regola del taglione in base alla quale al colpevole di certi comportamenti viene inflitto un male uguale a quello sofferto dalla vittima. Per i reati contro la proprietà la persona derubata può uccidere il ladro o ridurlo in schiavitù e farne oggetto di compravendita.

Gradualmente si afferma la norma secondo la quale il colpevole può evitare la vendetta offrendo al soggetto leso una compensazione in denaro o in natura. La controversia viene decisa innanzi a forme embrionali di tribunali composti da soggetti neutrali rispetto al gruppo di appartenenza della vittima. La pubblica autorità interviene per i reati particolarmente gravi attraverso, ad esempio, la composizione non più rimessa alla volontà delle parti, ma obbligatoria.

Nel diritto romano le XII Tavole prevedono forme di vendetta privata in tema di mutilazioni a cui si continua ad applicare la regola del taglione; per quanto riguarda l’omicidio si esclude qualsiasi forma di reazione privata o di composizione volontaria; viene comminata la pena capitale la cui applicazione costituisce una prerogativa del potere statuale.

Il passaggio dalla pena privata a quella pubblica si afferma progressivamente nel momento in cui l’applicazione della pena costituisce un’esigenza non più esclusivamente del singolo individuo, ma della società intera.

Non esiste campo o settore in cui la fantasia umana abbia dato prova di così grande crudeltà come quello della pena. Dai tempi più antichi fino all’affermarsi dei postulati dell’Illuminismo giuridico le pene hanno avuto per oggetto non tanto e non solo la capacità giuridica e di agire del condannato, vale a dire i suoi diritti personali e patrimoniali, quanto il suo corpo; di qui termine “pene corporali” comunemente usato per indicare le sanzioni penali sino alla fine del Settecento. Per tacere di altre pene ancora più barbare ed efferate nella Francia dell’Ancien régime; le pene si distinguono in capitali, afflittive, infamanti e non infamanti; tutte, in egual modo, presuppongono forme di degradazione fisica e morale del condannato. La pena di morte che è la principale, tra le pene capitali, non consiste nella semplice privazione della vita, ma è eseguita mediante raffinati supplizi che la rendono diseguale a seconda del rango sociale del condannato e del tipo di reato commesso: l’impiccagione è riservata ai contadini, la decapitazione ai nobili, la ruota ai delitti più atroci, il rogo ai delitti contro la religione, lo squartamento è applicato ai più gravi delitti contro lo Stato. Tra le pene afflittive ed infamanti meritano di essere menzionate: la mutilazione della lingua e delle labbra, il marchio a fuoco, la fustigazione pubblica, l’essere appeso per le ascelle, la gogna. Minore applicazione hanno le pene come i lavori forzati a vita ed a tempo, la reclusione, l’esilio, l’ammenda.

Con la rivoluzione illuminista e con l’indirizzo liberale impresso al diritto penale dall’opera di Cesare Beccaria prende campo un processo, non privo di contrasti, di progressiva riduzione del ricorso alla pena di morte e alle pene corporali e di sempre maggiore diffusione delle sanzioni detentive e pecuniarie. Nel 1764 Beccaria pubblica un’opera intitolata “Dei Delitti e delle Pene”. L’autore fonda la sua critica radicale contro i vigenti sistemi giudiziari, sulla funzione preventiva piuttosto che repressiva assegnata alle pene, funzione che esclude “l’inutile prodigalità dei supplicii” ed in primo luogo l’applicazione della tortura e della pena di morte.

Decine di edizioni e di traduzioni diffondono non solo in Europa, ma anche in America l’analisi del sistema giudiziario e gli argomenti contro l’efferatezza delle pene e a favore della pubblicità del processo e della prevenzione del delitto stesso.

La visione della giustizia e della pena poggiano su una concezione contrattualistica dello Stato, dalla quale discende che la pena di morte non è “né utile né necessaria”.

Il sistema di garanzie attuato attraverso le leggi si compone di una parte che fissa il contratto che si stabilisce all’interno dello Stato tra i cittadini e i governanti e di una che definisce il potere, che lo Stato stesso si assume, di fare rispettare le leggi. Questo potere è punitivo e coercitivo ma è basato sul consenso dei cittadini.

L’impostazione tecnico – giuridica e garantistica del moderno diritto penale risale alla rivoluzione illuminista e, in particolare alla felice sintesi che Beccaria ha saputo dare di tali principi nella sua opera prestigiosa del 1774. Prima di allora esisteva un diritto penale caratterizzato dall’arbitrio piuttosto che dalla legalità. L’applicazione delle pene costituiva lo strumento sciagurato di sopraffazione del sovrano assoluto, del principe o del signore locale, la legge penale non rispondeva ad esigenze di tutela, la pena aveva come fine l’intimidazione ed il terrore.

L’Illuminismo predica l’abolizione del reato di stregoneria e di eresia, combatte il ricorso alle sanzioni barbare e disumane in uso nell’Ancien régime, quali le pene corporali e la pena di morte. L’Illuminismo sostiene che il ricorso alla pena deve limitarsi ai soli casi in cui l’applicazione della sanzione penale sia assolutamente necessaria per la difesa della compagine sociale e della sfera dei cittadini; l’Illuminismo introduce il principio della “certezza del diritto” in base al quale tutti i cittadini devono essere posti in condizione di conoscere, attraverso una legge scritta e chiara, ciò che è vietato dal diritto, e “della stretta legalità” che fa divieto al giudice di considerare come reato un fatto che non sia espressamente previsto come tale dalla legge. Le conquiste dell’Illuminismo in campo penale scaturiscono da alcuni articoli contenuti nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789. Nel documento sono affermati importanti principi destinati a trasfondersi nelle grandi opere codificatorie dell’Ottocento e del Novecento. Nella Dichiarazione vengono consacrati i principi “di eguaglianza” (ART. 1), “di presunzione generale di libertà” (ART. 4-5), “di stretta legalità” (ART. 7), “di irretroattività della legge penale” (ART. 8), “di presunzione di innocenza”(ART. 9) (1).

Nota: (1)

ART. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

ART. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: l’esercizio dei diritti naturali di ogni uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla legge.

ART. 5 – La legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che che non è vietato dalla legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

ART. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che sollecitano, emettono, eseguono o fanno eseguire ordini arbitrari devono essere puniti; ma ogni cittadino, chiamato o tratto in arresto in virtù della legge, deve obbedire all’istante: se oppone resistenza, si rende colpevole.

ART. 8 – La legge deve stabilire soltanto pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.

ART. 9 – Poiché ogni uomo è presunto innocente sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore che non è necessario per assicurarsi della sua persona, deve essere severamente represso dalla legge.

Prima di procedere oltre è opportuno, adesso, parlare delle teorie principali intorno alla funzione della pena. Secondo la concezione retributiva, la pena è un castigo afflittivo e personale, un male che interviene come reazione, sul terreno morale e giuridico, al male che è stato commesso con il reato; insito in questa concezione è il principio della proporzione della pena alla gravità del reato, in quanto la pena si trasformerebbe da castigo morale e giuridico in mera vendetta. Alla concezione retributiva si contrappone la funzione preventiva o di difesa sociale: lo Stato mediante la pena non retribuisce male con male, ma si limita a difendere la società dalla pericolosità degli autori dei reati. Con la pena lo Stato impedisce ai soggetti socialmente pericolosi di commettere reati. I due indirizzi sulla funzione della pena sono in accordo sul fatto che la pena persegue un fine di prevenzione generale in quanto mira a prevenire, mediante l’intimidazione, rappresentata dalla minaccia della sua applicazione, che vengano commessi reati da parte dei consociati. La concezione retributiva e quella della difesa sociale divergono circa lo scopo perseguito dalla pena nei confronti del singolo condannato. La prima si disinteressa degli effetti individuali della pena, limitandosi a suggerire, che la pena sia eseguita in modo da favorire l’emenda ed il pentimento del condannato. Il concetto di difesa sociale insiste sullo scopo di prevenzione speciale e si propone l’obbiettivo di recuperare il condannato, in modo da porlo nelle condizioni di non commettere più reati.

Premessi i fondamentali indirizzi riguardo alla funzione della pena è ora possibile affrontare il dibattito delle scuole criminologiche che ha segnato profondamente l’evoluzione del sistema penale e della codificazione dell’intera materia.

L’importante opera codificatoria intrapresa da Napoleone Bonaparte (1769-1821) si estende nel 1810 anche alla materia penale con l’emanazione di un codice che recepisce, nei contenuti, le istanze rivoluzionarie consacrate nella Dichiarazione dei Diritti del 1779.

Il sistema penale proposto dal codice del 1810 presenta elementi di rigore e di severità. Tra le sanzioni più efferate merita di essere menzionata la pena capitale, eseguita mediante mozzamento della testa sul pubblico patibolo, la condanna ai lavori forzati. Due esempi per delineare una situazione ancora dominata da uno spiccato terrorismo della pena. La sanzione penale riveste contenuti dimostrativi al fine di scoraggiare i comportamenti criminali. Il codice del 1810 viene applicato in tutti i territori soggetti alla dominazione napoleonica.

L’unità del diritto civile in Italia si raggiunge nel 1865; l’unificazione del diritto penale non era stata raggiunta a causa di questioni connesse all’applicazione della pena di morte. All’indomani dell’unificazione (17 Marzo 1861) lo Stato, condizionato da ragioni di ordine pubblico, aveva esteso a tutta l’Italia il codice penale sardo del 1859, con la sola eccezione della Toscana. In quella regione vigeva il codice penale del 1853 in cui l’applicazione della pena di morte era limitata ad un numero ristretto di casi. La pena capitale era invece prevista nel codice sardo del 1859; pertanto la sua estensione alla Toscana avrebbe implicato il ripristino di tale pena in una regione che ne era priva; mentre la non estensione del codice sardo avrebbe contraddetto il principio dell’unificazione del sistema penale. Le Istituzioni, preoccupate per la situazione della criminalità comune e politica (si pensi al brigantaggio), preferiva, così, mantenere la vigenza della pena capitale come deterrente al perpetuarsi di certi delitti; né le Istituzioni statali volevano imporre in Toscana l’estensione del codice sardo.

A causa delle divergenze in ordine all’applicazione della pena capitale non si giunge all’unità del diritto penale che sopraggiunge nel 1889 con l’emanazione del codice penale Zanardelli modellato secondo i dettami della scuola classica. Tale orientamento recepisce, nei valori, le conquiste ideologiche del periodo illuminista; Francesco Carrara (1805- 1888) è uno dei maggiori esponenti.

Secondo i dettami della scuola classica presupposto per l’applicazione della pena è l’imputabilità ovvero la capacità di intendere e di volere dell’imputato; il reato viene in essere allorché il soggetto coscientemente e volontariamente viola la norma penale. La pena è concepita come retribuzione del male commesso con il comportamento criminale; è personale e proporzionata alla gravità del reato. La scuola classica accoglie il principio di legalità, di certezza del diritto e le altre conquiste ideologiche dell’Illuminismo, fondamenti inalienabili dei moderni ordinamenti penali garantisti. I classici sostengono che il diritto penale è svincolato dalla personalità dell’uomo delinquente e dalla valutazione socio – economica delle cause del delitto. “La pena è concepita come unico strumento di prevenzione generale e speciale” (MANTOVANI). La scuola classica ignora il concetto di pericolosità sociale, la società non reagisce contro i delinquenti non imputabili in quanto nei loro riguardi la pena retributiva non è applicabile per mancanza dei suoi stessi presupposti. Il codice penale Zanardelli accoglie i dettami della scuola classica, liberale nella previsione delle pene rispetto ai precedenti codici napoleonico e sardo, l’opera codificatoria fissa i minimi ed i massimi delle pene riducendone la misura ed attribuendo al giudice una certa discrezionalità nelle loro determinazione concreta. L’applicazione della pena è vista in funzione delle rieducazione del condannato. Il codice introduce l’istituto della liberazione condizionale. Il reato si configura come lesione del bene giuridico tutelato; la pena è comminata al soggetto imputabile in quanto la violazione della legge ha leso una posizione giuridicamente tutelata. Grande spazio è riservato alle lesioni delle libertà dell’individuo: da una parte c’è lo Stato che punisce il reato, dall’altra troviamo la libertà dell’individuo.

Alla scuola classica si contrappone la scuola positiva i cui massimi esponenti sono Cesare Lombroso (1835 – 1909) ed Enrico Ferri (1856 – 1929). Lombroso nell’opera intitolata “L’Uomo Delinquente in rapporto all’Antropologia, alla Giurisprudenza ed alle discipline Economiche” ( I° edizione del 1876), stabilisce una serie di collegamenti tra le anomalie fisiche e psicosomatiche dell’individuo e la degenerazione morale del delinquente giungendo a classificare i crimini secondo una rigida tipologia antropologica. L’autore distinse tra delinquenti occasionali, d’abitudine, nati ed infermi di mente, ed elabora la teoria secondo la quale le tare ereditarie, congenite, rappresentano le cause principali del delitto.

Lombroso sostiene la prevalenza delle cause individuali o antropologiche del delitto e la necessità che il delinquente sia curato più che punito. Prescindendo dagli aspetti più meccanicistici della sua classificazione dei delinquenti ( di cui sono state ampiamente dimostrate l’infondatezza scientifica e le pericolose suggestioni razzistiche, non a caso riprese dal diritto penale nazista), a Lombroso va riconosciuto il merito di avere efficacemente contribuito a spostare l’oggetto del diritto penale dal reato al delinquente ed alle cause personali e sociali del delitto. Il soggetto è colpevole di un certo crimine e merita l’applicazione della pena non perché è imputabile, quanto piuttosto per la sua natura umana delinquente.

In numerose occasioni Lombroso accusa il codice Zanardelli di ignorare la personalità dell’individuo; l’antropologo sostiene l’opportunità dell’applicazione della pena capitale, propone l’introduzione di pene più severe, rifiuta l’istituto della liberazione condizionale.

Ferri è il fondatore della sociologia criminale, sostiene che il soggetto delinque in quanto è il prodotto di un certo ambiente. Il codice Zanardelli è ispirato ai canoni di un liberalismo giuridico, non curante della prevenzione ritenuta illiberale e ritenuta incompatibile con il principio della responsabilità. I postulati della scuola positiva, sintetizzabili nel principio che al centro del diritto penale c’è l’uomo delinquente e non il reato, e che la pena non deve avere carattere di castigo ma rappresentare misura di difesa sociale e tendere alla rieducazione del condannato, raggiungono la loro massima affermazione nel progetto di codice penale del 1921 elaborato da una commissione presieduta da Ferri.

La Terza scuola o Scuola eclettica accoglie gli insegnamenti dei classici e dei positivisti. Nasce il c.d. “sistema del doppio binario” fondato “sul dualismo della responsabilità individuale – pena retributiva e della pericolosità sociale – misura di sicurezza” (MANTOVANI).

Nel 1931 si giunge all’emanazione del codice penale Rocco. Il codice accoglie diverse scuole di pensiero (natura eclettica): l’ART. 85 accoglie “il principio di imputabilità”; l’ART.203 enuncia il principio della pericolosità sociale. Viene reintrodotta la pena capitale: una evidente cesura rispetto ad una traduzione in cui il codice Zanardelli aveva sospeso questa pena. Al centro del codice c’è lo Stato non l’individuo; il delitto lede il bene pubblico statuale, non individuale. Rispetto al codice Zanardelli emerge una moltiplicazione dei reati ed un inasprimento delle pene che non hanno funzione rieducativa.

Con l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana sono intervenute numerose declaratorie costituzionali che hanno eliminato gli influssi dell’ideologia fascista dal codice del 1931.

L’ART. 25 della Carta Costituzionale recita: “ Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge”.

La Costituzione all’ART. 27 stabilisce: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La pena, dunque, pur conservando il carattere di castigo ha acquistato una preminente funzione rieducativa del reo (purché quest’ultimo collabori dando il suo consenso alla rieducazione stessa). Lo stesso articolo dispone che la pena è personalissima e la sua applicazione è disciplinata dalla legge.

L’ART. 17 del c.p. elenca le pene principali nel nostro ordinamento accogliendo la bipartizione dei reati in delitti e contravvenzioni: “Le pene per i delitti sono: la morte, l’ergastolo, la reclusione, la multa; le pene principali stabilite per le contravvenzioni sono: l’arresto, l’ammenda”.

Su che cosa si fonda la distinzione tra delitti e contravvenzioni? Sull’ART. 39 secondo cui “I reati si distinguono in delitti e contravvenzioni, secondo la diversa specie delle pene per essi rispettivamente stabilite da questo codice”.

L’ART. 18 del c.p. elenca le pene detentive e restrittive della libertà personale (ergastolo, reclusione ed arresto) e le pene pecuniarie (multa ed ammenda).

L’ART. 27 della Costituzione dispone: “non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”.

Con la L. n° 589 del 13/10/94 è stata abolita la pena di morte anche per i reati previsti dal codice penale militare di guerra.

Alle soglie del terzo millennio il dibattito intorno a questo tipo di pena è ancora di scottante attualità. Le statistiche dimostrano che nei Paesi in cui viene applicata la pena capitale, i delitti non diminuiscono, malgrado ciò questa sanzione disumana viene applicata in molti Stati. Giungere alla conclusione che un soggetto deve essere soppresso perché ritenuto non recuperabile, costituisce una sconfitta per le Istituzioni e per la società.

L’ART. 22 del c.p. contempla la pena dell’ergastolo consistente nella privazione perpetua della libertà scontata in una struttura carceraria, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno. Il condannato può essere ammesso al lavoro all’aperto purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata, quando si tratti di reati particolarmente gravi. Il condannato all’ergastolo quando ha scontato ventisei anni di carcere può essere ammesso alla liberazione condizionale. Negli ambienti politici si sta discutendo intorno alla conciliabilità dell’ergastolo con il principio rieducativo e quindi della sua opportunità politico – criminale.

Con l’estensione ad esso della libertà condizionale, l’ergastolo non è più in concreto perpetuo, e quindi anch’esso tende alla rieducazione del condannato. Non condivido le posizioni di coloro che vorrebbero nel nostro Paese l’introduzione della pena capitale, nello stesso tempo credo sia opportuno soprassedere all’abolizione dell’ergastolo per non indebolire l’apparato intimidatorio del nostro Ordinamento.

L’ART: 23 del c.p. dispone in merito alla reclusione: “La pena della reclusione si estende da quindici giorni a ventiquattro anni, ed è scontata in uno degli istituti a ciò destinati con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno. Il condannato alla reclusione, che ha scontato almeno un anno di pena, può essere ammesso al lavoro all’aperto”.

La multa (ART. 24 del c.p.) è la pena pecuniaria prevista come sanzione conseguente alla commissione di delitti. L’arresto di cui all’ART. 25 del c.p. consiste nella privazione temporanea della libertà personale ed è la sanzione detentiva per le contravvenzioni. L’ammenda (ART. 26 del c.p.) è la principale pena pecuniaria relativa alle sole contravvenzioni e “consiste nel pagamento allo Stato di una somma non inferiore a Lire quattromila né superiore a Lire due milioni”.

Nel nostro Ordinamento sono previste le pene accessorie (ART. 19 del c.p.) che si affiancano alle pene principali e comportano una limitazione di capacità, attività o funzioni (es: interdizione dai pubblici uffici ART 28 del c.p.) oppure rendono maggiormente afflittiva la pena principale.

Il principio della funzione rieducativa sancito nell’ART. 27 della Costituzione ha ispirato l’introduzione delle misure alternative alla detenzione aventi la funzione di reinserire il condannato nella vita sociale. Esse rientrano nell’opera di riforma dell’Ordinamento penitenziario disposto con la L. 354/75, di competenza del Tribunale di sorveglianza. Tali misure sono: l’affidamento in prova al servizio sociale (che controlla il comportamento del soggetto e riferisce al magistrato di sorveglianza); la semilibertà (concessa ai condannati a non più di sei mesi di reclusione e sempre nel caso di arresto); la liberazione anticipata (venendo in considerazione non la semplice buona condotta ma una fattiva e continua partecipazione all’opera di rieducazione); la detenzione domiciliare (quando si tratta di donna incinta o di persona le cui condizioni di salute siano particolarmente gravi). Con la L. n° 689 del 24/11/81 il legislatore ha previsto la possibilità di sostituire le pene principali detentive con due nuove sanzioni penali: la semidetenzione e la libertà controllata, oltre che con la corrispondente sanzione pecuniaria (quando la pena detentiva non supererebbe un mese).

Il nostro Ordinamento prevede, inoltre, nel Libro I°, Titolo II°, Capo II° del c.p. “le circostanze del reato”, ovvero quei fatti che hanno la funzione di aggravare o di attenuare la pena.

Recentemente il Consiglio dei Ministri ha varato un disegno di legge sulla sicurezza che avrebbe lo scopo di scoraggiare la criminalità metropolitana.

Tra i provvedimenti più significativi previsti nella proposta governativa, spiccano, senza dubbio, le norme che regolano il furto in appartamento e quelle relative allo scippo.

Nasce il reato di “violazione di domicilio finalizzata all’impossessamento di cose mobili altrui”. La pena va da due a sei anni, con multe da cinquecentomila a tre milioni. Con le circostanze aggravanti la pena è compresa da tre a dieci milioni. La carcerazione è prevista fino al giudizio per direttissima. Fino ad oggi per “il ladro di appartamento” l’ART. 625 c. I° del codice penale ha previsto la reclusione da uno a sei anni.

Il furto c.d. in appartamento costituisce una invenzione avente, probabilmente, lo scopo di dare una maggiore sensazione di sicurezza, ma già oggi il codice penale contiene una norma che prevede il furto aggravato in quanto commesso in un luogo abitato. Niente di nuovo, nella sostanza, se non una ulteriore illusione data ai cittadini di essere più protetti. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda la parificazione del c.d. scippo alla rapina.

Lo scippo è attualmente sanzionato come furto aggravato con borseggio, con la pena prevista tra uno e sei anni. Nel disegno di legge lo scippo è equiparato alla rapina; le pene previste vanno da tre a dieci anni di reclusione con multe da uno a quattro milioni.

Anche oggi se la persona viene raggiunta da un atto di violenza, si applica la disposizione che prevede la rapina e non già il furto aggravato. Con la nuova norma presente nel disegno di legge se un ladro si limita a sottrarre dalla mano di qualcuno un oggetto senza alcuna forma di aggressione, risponderà di rapina, così come risponde di rapina chi si presenta in banca con il mitra in mano. Il buon senso dimostra come questa innovazione sia fuori da ogni logica. In passato nelle legislazioni dell’Ottocento era presente l’equiparazione tra scippo e rapina; è stato il codice del 1931 a distinguere i due casi, proprio perché non è corretto ritenere che chi commette il fatto senza violenza alla persona, debba avere le stesse pene previste per chi questa violenza perpetra.

La proposta del Governo prevede, inoltre, una nuova circostanza aggravante per coloro che approfittano dell’oggettivo stato di debolezza della persona offesa: anziani, bambini o persone con minime capacità di difesa.

La storia insegna che l’inasprimento delle pene non costituisce un deterrente efficace contro la criminalità. Come è possibile credere di porre rimedio al crimine urbano attraverso la finta creazione di una nuova fattispecie di reato che già esiste e che comunque non impedisce che gli appartamenti siano svaligiati? L’impiego dell’esercito per combattere la criminalità costituisce un ulteriore sintomo che le Istituzioni non hanno alcuna idea di come scientificamente si possa intervenire su questo fenomeno: già le forze di polizia sono prive spesso della necessaria specializzazione e dei mezzi per una razionale conduzione delle inchieste, possiamo solo immaginare che cosa accadrebbe se facessimo intervenire l’esercito sul terreno della lotta alla criminalità. Probabilmente arriveremmo ad una militarizzazione del nostro Paese, o di alcune regioni, senza che venga scoperto un solo delitto in più. Credo veramente che con questi strumenti non si faccia un passo avanti contro il crimine dilagante. Non condivido la logica secondo la quale con la modifica di un paio di articoli del codice penale le Istituzioni credono di aver arginato il fenomeno della criminalità urbana. I Procuratori generali ogni anno parlano del 96% dei reati della criminalità urbana che restano impuniti. Questo non è risolvibile attraverso l’aumento delle pene, ma coordinando in modo più proficuo le forze sul territorio e, soprattutto, motivandole con investimenti che non vedo. Siamo certi che aumentare la pena per lo scippo a dieci anni di carcere costituisca un bene? Non ci saranno meno scippi per questo, forse ci saranno più scippatori determinati a vender cara la pelle e quindi più pericolosi.

La severità della pena non rappresenta una soluzione convincente contro i comportamenti criminali. Il soggetto che delinque certamente non compie uno studio dottrinale sulla pena che gli verrebbe comminata nel caso in cui venisse scoperto. Anziché inasprire le pene le Istituzioni dovrebbero sanare le molte piaghe di disagio sociale che affliggono la nostra Nazione. In altre parole se un giovane non trova un’occupazione è molto più probabile che cada nella spirale maledetta della criminalità.

Francesco Costagli

NOTA BIBLIOGRAFICA

  • F. MANTOVANI, Il Problema della Criminalità, Compendio di Scienze Criminali, Cedam 1984;

  • D. BIELLI, Il Delitto, il Processo, la Pena, Crisi del Sistema Penale e Scienza dell’Uomo, Nuove Edizioni Romane 1995;

  • D. BIELLI, Quaderni di ricerca, Centro Stampa – Università di Siena;

  • C. BECCARIA, Dei delitti e delle Pene, Feltrinelli, settima edizione Marzo 1999;

  • A. GIARDINA, Corso di Storia, dalla Nuova Scienza alle Rivoluzioni Borghesi;

  • GHISALBERTI, La Codificazione del Diritto in Italia 1865-1942, Laterza 1997;

  • F. RAMACCI, Istituzioni di Diritto Penale, G. Giappichelli.

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Saremmo interessati a pubblicare anche un articolo su una riflessione critica sui processi indiziari, se è vero che nell’Universo sono disponibili infiniti indizi per ogni ipotesi, per cui è lecito e sostenibile logicamente il processo solo se le argomentazioni critiche verranno indirizzate con consapevolezza alla  ricerca della loro falsificazione e non della loro verifica.

Tutte le ipotesi sono falsificabili (fra le righe degli scritti di K. Popper) e accettiamo l’ipotesi che si oppone alla falsificazione e non siamo riusciti a falsificarla, come corroborata non come ‘vera’; è nel significato della parola ‘corroborata’ l’incertezza del giudizio! (leggere anche: “Manichei_ed_Iperboli4”, intermezzo inserito nel post a cura del forestale B. Randazzo, che riguarda il grave problema, ancora oggi aperto, della tortura in Italia).

Il coordinatore dott. Piero Pistoia

UNA MOSTRA DI SCULTURE IN ARENARIA DELLA CARLINA “L’azione antagonista dell’uomo” di Roberto Marmelli, scultore

N.B.

QUESTO POST NON PREVEDE ALCUNA TRANSIZIONE VENALE E DI PROFITTO DI ALCUN TIPO E DA ALCUNA PARTE; SI PONE ESCLUSIVAMENTE COME ‘LETTURA’ ED ‘INTERPRETAZIONE’ EDUCATIVO-CULTURALE DELLE VARIE ‘ARTI’, IN SINTONIA ALLO SCOPO GENERALE DEL NOSTRO BLOG.

LA MOSTRA <<L’AZIONE ANTAGONISTA DELL’UOMO>>

DI ROBERTO MARMELLI, SCULTORE BELLIGERANTE E DI PERSONALITA’ VIRTUOSA

COMMENTO DELL’AUTORE: SPIRITO E MITO ANIMANO LA PIETRA

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DA CONTINUARE…

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PIANO O STANZA 4 – IDOLI

Idolo intimo femminile – fronte

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Idolo intimo femminile – parte alta

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Intimo femminile – lato

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La scultura, realizzata in pietra arenaria, rappresenta il profilo essenziale di un tronco femminile, privo di gambe e braccia. Nell’interno, nell’intimo, il  profilo viene realizzato con il tratto caratteristico ottenuto con lo scalpello a ‘gradino’.

Idolo Divinità

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idolo Idoli

idolo-idoli

STANZA O PIANO 3 – VOLTI DI PIETRA

Cariatide

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Rotondo Primordiale

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Giuliano

piano-3-giuliano

STANZA O PIANO 2 – GUERRIERO DI POPOLI

Gladiatore

piano-2-gladiatore

Migranti

piano-2-migranti

Crociato

piano-2-crociato

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STANZA O PIANO1 – Guerrieri di Pietra

Il Dardo ed il Guerriero

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Il Guerriero in colonna

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Il Guerriero con Elmo

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Il Guerriero con Elmo a Cavallo – lati AeB retro

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LatoB

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PIANOTERRA -ELLENICO EPIRO

Ellenico Epiro

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IN VIA DI REVISIONE…..

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