LA SCUOLA DI IERI E LA SCUOLA DI OGGI: BREVI RIFLESSIONI DIFFORMI; a cura dei docenti Piero Pistoia, Donatella Scarciglia, Gabriella Scarciglia

 

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SCUOLA OGGI E SCUOLA IERI_riflessioni

 

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COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE del dott. prof. Francesco Gherardini

04/09/2018 ore 12.55

Ho letto l’articolo, sono molto d’accordo con le vostre valutazioni,

Saluti

Francesco

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COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE del dott. prof. Giacomo Brunetti:

27/09/2018 (83) Libero Mail. Posta

Buongiorno

Ho letto con piacere e faccio i miei complimenti per le considerazioni che condivido in pieno e che vedo ben sopportate scientificamente.
Qualche parola da parte mia, meno scientifica, ma che scaturisce piuttosto dalla “pancia”.

  • 200/400 ore di alternanza scuola/lavoro: per la maggior parte “tempo perso”!!! Forse si otterrebbero migliori risultati con un ventesimo delle ore, organizzate con grande perizia (che purtroppo manca sia alla classe dirigente che alla gran parte della classe insegnante).
  • Progetti… progetti…progetti: per dirla con un mio arguto amico di viaggio (pensionato ormai da 27 giorni) io proporrei il progetto: “una settimana di lezione in classe”!!
    Siamo andati sulla luna (dopo lo “scandalo dello sputnik” che ha risvegliato i pedagogisti americani) con le belle lezioni frontali e con il “sano” studio. Cavallo che vince non si cambia… perché i metodi di insegnamento sì ??
  •   Infine un po’ di organizzazione: mia figlia Amelia, 16 anni, fa il liceo in Francia, a Bordeaux. Là la scuola è iniziata il 27 settembre, ma il 7 agosto aveva già ricevuto via mail l’ ORARIO DEFINITIVO. Qui siamo ad oltre dieci giorni dall’inizio delle lezioni e stiamo viaggiando ancora ad orario ridotto con il 30/40% dei docenti (non esagero controllate pure!!!); l’orario definitivo, come ogni anno, arriverà più o meno con i regali di Natale!!!!!
    Che VERGOGNA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Grazie della gentile attenzione. A presto.

G

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15/10/2018

COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE DEL dott.ssa prof.ssa Ghilli Lucia

Concordo pienamente con voi. Voglio avere il coraggio di aggiungere al vostro ricco e magnifico intervento poche (e già conosciute) riflessioni tra le miriadi che sottolineano l’importanza della scuola e della conoscenza quando aiutano a crescere davvero.

Ghilli Lucia

Per leggere le riflessioni della prof.ssa Lucia Ghilli cliccare su questo blog.

Leggere anche il post a nome dei docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia su ulteriori argomenti “Brevi riflessioni personali fuori dalle righe sul senso dei dati statistici, sulla Buona Scuola, Controlla il conto, ed altro.

 

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BREVI RIFLESSIONI PERSONALI, FUORI DALLE RIGHE, SULLA ‘BUONA SCUOLA’, CONTROLLA IL CONTO ED ALTRO, a cura dei docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

 

IN AMBITI ‘INSEGNATIVI’, BREVI RIFLESSIONI CRITICHE E PRECISAZIONI PERSONALI FUORI DALLE RIGHE SU ‘CONTROLLA IL CONTO’, ‘DISCIPLINE E TECNO-RAGIONERIE’, ‘LA BUONA SCUOLA RIDEFINITA’  ED ALTRO
a cura dei docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia (vers. in divenire)

LE COMPETENZE DELLE TECNO-RAGIONERIE A FRONTE DELLE DISCIPLINE E DELLO SVILUPPO ONTOGENETICO DELLA MENTE

In particolare, comunque, i buoni scritti, sono sempre aperti a nuove congetture, a nuove argomentazioni, mai definitivi e …se falsificati anche meglio, come ci ha insegnato l’epistemologo K. Popper. Non si tratta di ‘oggetti assoluti’ appartenenti alla categoria della lectio magistralis  che, a ragione o a torto, oggi va di moda alla grande e i gruppi che la ‘sanno fare’ (spesso da sè se lo dicono!) si moltiplicano a dismisura.  Per quanto ci riguarda i nostri sono ‘oggetti in produzione’, in divenire (fieri), che procedono  su percorsi spesso tortuosi; meglio se il ‘macchinario’ per costruirli è una ‘comunità di cervelli’ in interazione, che procede ‘annusando sentieri’, scegliendo ‘percorsi’ e spesso tornando indietro. Comunità non necessariamente appartenenti alle categorie di eccellenza, spesso autoreferenti, ma solo menti ‘che non sanno’ (cioè ‘sanno di non sapere’), ma curiose di sapere e determinate ad acquisirlo in un atteggiamento di ricerca, in un trouble (‘in un travaglio’, come direbbe il grande Socrate nella sua Maieutica) di prove, tentativi ed errori, sorretti però da un einfunlung e da un background culturale più o meno rilevante onde formulare ipotesi, ‘incarnando’ la conoscenza in biologia!

Ecco, leggendo ancora della Buona Scuola, a taglio sempre più tecnologico-ragioneristico, sarebbe da riflettere più a lungo sul pensiero di Socrate relativo al responso dell’oracolo del dio di Delphi, Apollo,  alla domanda chi fosse il più grande sapiente della terra! Senza voler operare un forzato ‘transfer bruneriano’ (con transfer senza la t, come si legge nei testi di J. Bruner), vorremmo riportare però le parole di Socrate  estratte dal suo discorso nell’agorà di Atene nel 399 a.C. dopo la sua condanna a morte, che possono ‘suonare’ così <<Cittadini, svergognate e tormentate i miei figli se vi sembra che si preoccupino più dei soldi  e d’altro prima che delle virtù umane>>. Con cittadini, Socrate intendeva, politici, poeti, possessori di techné, che, con un po’ di fantasia, potrebbero corrispondere agli ideatori della Buona Scuola attiva ancora oggi!

A nostro avviso, ciò di cui parla Socrate, rivisitato oggi, con le sue virtù in riferimento all’oracolo del dio di Delphi, riguarda, forse, la ricerca, nell’attività pedagogica-educativa, di metodi (o multi-metodi) di conoscenza sul mondo naturale ed umano, focalizzati da una riflessione  storico-filosofica sulle singole discipline (strutture diciplinari), che riflettano, accompagnino e amplifichino lo sviluppo cerebrale dello studente che deve essere curato nel pensiero, nel comportamento e nei fatti (per Bruner, infatti, le strutture disciplinari riflettono le funzioni cerebrali della mente, “il logico riflette lo psicologico”). Di fatto questo processo si mantiene per buona parte del corso della vita, perché si continua infatti ad imparare per sempre, Bruner,  Montessori…, con le conseguenti modifiche cerebrali del fenotipo (nuovi collegamenti neurali fra cellule del cervello), come sembra affermare il Darwinismo Neurale del premio Nobel medico fisiologo Edelman, ed altri). Forzando le analogie, semplificando e osservando da ‘fuori’, ci piace pensare  che un buon software (un buon insegnamento-apprendimento durante la vita), possa modificare l’hardware (struttura cerebrale del fenotipo), riuscendo a creare un feedback a spirale virtuoso.

Infine, in questa ottica, se fosse vero quello che sembra afferma con forza l’accademico Emilio del Giudice, stimato fisico teorico da poco scomparso, cioè che il fenotipo sarebbe una Totalità,  un Uno, allora i vari enti che lo compongono vibrerebbero in risonanza, cioè sarebbero tutti in fase. Questo comporterebbe che una leggera modifica di fase in un certo punto (piccola zona) della struttura (per es., dove si modificano alcuni legami fra cellule cerebrali sotto l’impulso di cultura assimilata durante la vita), invierebbe messaggi, senza entrare nel merito delle ipotesi sul loro trasporto,  a tutti gli altri punti, che si attiverebbero di conseguenza, compreso quindi anche il genoma (potenzialità culturali che si trasmetteranno alle generazioni future?); forse un nuovo modo di vedere il concetto di epigenesi?  (processo di incarnazione della cultura nella biologia). Se si ipotizzasse un trasferimento attraverso onde elettromagnetiche, probabilmente tali segnali dovrebbero essere dotati di energia infinitesima o quasi, per la quasi infinita numerosità dei punti da colpire,  a meno che nei viventi fossero sufficienti anche segnali sotto l’errore per renderli operativi.

Solo gradatamente, ad un certo livello, si potrà iniziare a proporre le competenze relative alle tecno-ragionerie, inserite però armonicamente nei processi di formazione mentale (ma ciò oggi non accade quasi mai!) per creare poi i cittadini operativi del domani. Insomma, prima di tutto la formazione del cervello, seguendo tutti gli insegnamenti conosciuti della Psicologia (‘norme cerebrali’) e della Epistemologia (‘norme delle discipline’),  poi… la pratica delle carriere! Risalendo un ramo di iperbole, la Buona Scuola non è quella che si riduce alle mere visite (didattiche?), meglio se sempre più frequenti, delle fabbriche dei soldi! onde iniziare a costruire formiche ammaestrate alla loro produzione e a quella del capitale. Non è fuori luogo ricordare, a prescindere dalle motivazioni diverse, che solo ora un ministro dell’istruzione sta riflettendo criticamente sul senso dell’alternanza scuola-lavoro (intervista condotta da Gianna Fregonara riportata sul Corriere della sera, alla pagina Scuola, del 31-Agosto-2018).

Alla luce di queste argomentazioni, viene anche in mente per certi versi l’intervista sulla valutazione scolastica di Chiara Dino nel Corriere della sera  del 29-agosto-2018 dove si legge nelle risposte della docente intervistata che nell’ottica di una auspicabile collocazione professionale  quello che conta soprattutto è insegnare ai ragazzi a <<saper essere>> piuttosto che a <<saper fare>> e più avanti, sui test invalsi, si afferma che <<sono noti perché voluti da istituzioni commerciali e non educative>>

Un professore universitario durante un corso di aggiornamento ebbe a dire che non era necessario preparare gli alunni e fornire loro conoscenza come se tutti da grandi dovessero divenire ricercatori universitari. Noi non siamo mai stati d’accordo, a tutti dobbiamo fornire le basi per poterlo diventare! Lo stesso Bruner afferma che se nell’insegnare procediamo con il (o con un) metodo di un ricercatore di quella disciplina, certamente gli allievi apprenderanno nel modo migliore possibile, ottenendo un cittadino più consapevole, responsabile, pronto ai cambiamenti per adeguarsi anche alle tecno-ragionerie che fra l’altro mutano sempre più rapidamente.

Riassumendo, secondo noi, tutta la vicenda culturale che riguarda Socrate e il dio di Delphi  potrebbe così voler significare che le competenze tecnico-ragionieristiche di “politici, poeti e tecnici s.l.”, da tradurre in personaggi attuali, dovrebbero, riguardo alla maturazione ontogenetica del cervello (un processo essenziale per le ‘virtù socratiche’), avere una posizione di secondaria importanza nella nuova definizione di Buona Scuola, cosa che sembra oggi accadere sempre meno.

SULLA LEZIONE NELLA BUONA SCUOLA RIDEFINITA

In questa posizione riecheggiano le argomentazioni dell’articolo “Inventare per apprendere, apprendere per inventare” di Heinz von Foerster , riportato nel testo di Paolo Perticari (a cura di) “Il senso dell’imparare” Anabasi, 1994; di questo articolo, nel tempo, potremmo anche proporre una breve “lettura critico -interpretativa” da agganciare a quello che accade oggi.
Intanto, senza entrare nel merito, nell’ottica di questo background metodologico, potremmo riformulare quel concetto di Buona Scuola, che ultimamente andava per la maggiore, in modo che l’aggiornamento dei lavoratori, per lo più si possa configurare come auto-aggiornamento, dove le conferenze, le lezioni, i corsi dei tecnici non si richiuderebbero su se stesse, come spesso accade, ed, essenziali per le misurazioni del lavoro, sarebbero le ‘argomentazioni intorno a punti interrogativi’ e mai o quasi un confronto con un quiz ad items, dove il rispetto dei dictat dei ministeri, del Miur e dei programmi non si esaurirebbe nell’applicare protocolli ai punti interrogativi, perché nel complesso i protocolli, mai definitivi, spesso falliscono l’obbiettivo, per cui sono spesso a favore dei comunicatori e non degli alunni. C’è anche una probabilità che il protocollo possa ‘uccidere’! Se ‘muore’ il paziente, ma il protocollo è rispettato (da loro se lo dicono), nè il ‘maestro’ verrà punito , nè il suo superiore! Semplificando, il protocollo potrebbe essere considerato come una scaletta operativa, applicata ad un caso da risolvere, calibrata sullo stato dell’arte relativo a quel problema.

Proporre un evento culturale (progetto) nella speranza che abbia successo, è certamente una buona cosa, 1) se vengono attivati prima gli ‘incastri’ relativi a quell’evento, sulla frontiera del particolare ‘Mondo 3’ (Popper) degli utenti o delle classi,  ciascuno con la propria (vedere anche, per es., nel blog “Ilsillabario2013.wordpress.com”, il post ‘Epistemologia, psico-pedagogia e insegnamento della fisica nell’ottica di una nuova riforma della scuola’ a cura del dott. prof. Piero Pistoia), e 2) se verrà controllato, dopo l’evento, che qualcosa di culturale sia stato davvero ‘agganciato’! Spesso ci si limita invece semplicemente ‘a fare’ secondo legge e protocolli, perché è questo che richiede la burocrazia. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, forse è meglio l’antico!

Ciò che davvero conta in una Buona Scuola è anche il tipo di lezione che viene fatta. E’ necessario articolare la lezione in maniera che venga condotta proprio per far sorgere dalla classe le domande legittime di Foerester, di cui gli alunni non conoscono ancora le risposte; devono sorgere interrogativi specifici che si calino nel merito e che si aggancino ai successivi passi in divenire della spiegazione ‘insegnativa’ del docente!

La lezione in costruzione deve sorgere da una interazione continua fra classe, insegnante ed alunni fra loro e sta in questa interazione multipla l’assimilazione concettuale e l’apprendimento.
La lezione-spiegazione condotta in maniera continua dall’insegnante in cattedra, magari anche al di là dei 20 minuti prescritti dalla psicologia dell’attenzione, avrà scarsa efficacia anche se condotta con tutti i crismi della logicità e della chiarezza (il vecchio ottimo insegnamento!).

Bruner parla di costruzione di una tradizione di una piccola società ( la classe), che rimarrà attiva nel ricordo e nel comportamento, non solo culturale, per tutta la vita dell’alunno.

Per l’apprendimento e l’assimilazione concettuale, il problema centrale, davvero rilevante, della comunicazione culturale in generale, non sta nella preparazione culturale specifica del comunicatore o almeno non solo in quella, cioè, in ambito scolastico, nel continuo anche se qualificato aggiornamento accademico di base, d’altra parte scontato, del docente!

Ecco, invece, due importanti processi fra gli altri che favoriscono l’apprendimento:

1 – Abolire molti degli escamotages sempre più complicati che cercano di pianificare e semplificare il processo comunicativo indebolendo  l’immaginazione e la riflessione personale; l’apprendimento è personale e faticoso!

2 – Dare spazio all’arte s.l. sempre disinteressata, che attiva immaginazione e creatività, aprendo finestre per gettare uno sguardo al di là delle apparenze (per certi versi il “BEYOND THE INFORMATION GIVEN” di Bruner!)

Questo insegnamento proposto, che, a nostro intendimento, potrà costruire “IO” presenti e consapevoli in tutte le circostanze, diventerà davvero uno strumento efficace per sopravvivere nel mondo degli umani e non solo, rispondendo anche ai suggerimenti significativi e liberatori suggeriti dai sei versi seguenti di Bertolt Brecht:

Non avere paura di chiedere,
compagno! Non lasciarti influenzare, verifica tu stesso!
Quel che non sai tu stesso, non lo saprai.
Controlla il conto, sei tu che lo devi pagare.
Punta il dito su ogni voce, chiedi: e questo, perché?
Tu devi prendere il potere.

Bertolt Brecht 1993

 

Docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

 

Curriculum di PIERO PISTOIA (Traccia):

PIERO PISTOIA CURRICULUMOK.pdf

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COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE DEL Dott. Prof. FRancesco Gherardini

04-09-2018, ore 12.55

Ho letto l’articolo, sono molto d’accordo con la vostre valutazioni.

Saluti.

Francesco

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COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE DEL dott. prof. Giacomo Brunetti

27/09/2018 (83) Libero Mail. Posta

Buongiorno

Ho letto con piacere e faccio i miei complimenti per le considerazioni che condivido in pieno e che vedo ben sopportate scientificamente.
Qualche parola da parte mia, meno scientifica, ma che scaturisce piuttosto dalla “pancia”.

200/400 ore di alternanza scuola/lavoro: per la maggior parte “tempo perso”!!! Forse si otterrebbero migliori risultati con un ventesimo delle ore, organizzate con grande perizia (che purtroppo manca sia alla classe dirigente che alla gran parte della classe insegnante).
Progetti… progetti…progetti: per dirla con un mio arguto amico di viaggio (pensionato ormai da 27 giorni) io proporrei il progetto: “una settimana di lezione in classe”!!
Siamo andati sulla luna (dopo lo “scandalo dello sputnik” che ha risvegliato i pedagogisti americani) con le belle lezioni frontali e con il “sano” studio. Cavallo che vince non si cambia… perché i metodi di insegnamento sì ??
Infine un po’ di organizzazione: mia figlia Amelia, 16 anni, fa il liceo in Francia, a Bordeaux. Là la scuola è iniziata il 27 settembre, ma il 7 agosto aveva già ricevuto via mail l’ ORARIO DEFINITIVO. Qui siamo ad oltre dieci giorni dall’inizio delle lezioni e stiamo viaggiando ancora ad orario ridotto con il 30/40% dei docenti (non esagero controllate pure!!!); l’orario definitivo, come ogni anno, arriverà più o meno con i regali di Natale!!!!!
Che VERGOGNA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Grazie della gentile attenzione. A presto.
G

 

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15/10/2018

COMMENTO ALL’ARTICOLO PRECEDENTE DEL dott.ssa prof.ssa Ghilli Lucia

Concordo pienamente con Voi. Voglio avere il coraggio di aggiungere al vostro ricco e magnifico intervento poche (e già conosciute) riflessioni tra le miriadi che solloòineano l’importanza della scuola e della conoscenza quando aiutano a crescere davvero.

Ghilli Lucia

Per leggere le riflessioni della dott.ssa prof.ssa Lucia Ghilli cliccare, in questo blog, sul Post “Ancora sulla “Scuola i ieri e Scuola di oggi”: commento al margine della dott.ssa prof.ssa Ghilli Lucia.

 

 

 

 

COMMENTI DELLE POESIE DI IVANA ROSSI: Il punto di vista del poeta-pittore dott. Paolo Fidanzi, medico-psicologo, ed il punto di vista del dott. Francesco Gherardini professore di ruolo in Lettere nella Scuola Superiore.

COMMENTO ALLE POESIE DI IVANA del dott. Paolo Fidanzi

Ho letto le poesie di Ivana Rossi. In due tempi . Le prime sei, le più antiche . Poi le ultime. Ho buttato giù alcune considerazioni , generiche, poiché la conoscenza è scarsa e potrei cadere nel giudizio.Resto a parlarne nel campo cognitivo di un “Effetto Alone”. E’ un fluire di ricordi, di connotazioni di un sentimento relativo, familiare. C’è il bisogno di ridefinire l’oggetto di cui si parla.
Si usano molti aggettivi, più che un sentire è uno svelare gli stati d’animo attraverso ciò che accade o sembra accadere. Si lascia una testimonianza precisa invitando , implicitamente, il lettore a trarne un vantaggio culturale. Si racconta qualcosa che in quanto lirico passa dal privato al sociale. Ma nella Rossi tende molto a restare nel privato , nel territorio intimo più che in quello sociale. Riguardo alla poetica si evocano atmosfere crepuscolari legate a tentativi post ermetici . C’è spesso la ricerca della parola asciutta che impronti un’immagine compiuta o uno scorcio di paesaggio , ma
lo sforzo viene ripagato solo in alcuni casi:”l’audace occhieggiare del fosso.” In altri la necessità di aggettivare prevale e spezza l’emozione, la frantuma sul nascere.
Bene, oltre non ritengo proseguire, troppo breve la frequentazione di queste poesie e ancora incerta la vocazione poetica, mi pare, per poter giungere a conclusioni critiche efficaci.

Dott. Paolo Fidanzi

 

COMMENTO ALLE POESIE DI IVANA del dott. prof. Francesco Gherardini

LE POESIE DI IVANA / MATERNITA’

Tre nipoti, l’ultimo tre mesi fa; da nonno ho ri-scoperto la stupefacente bellezza dell’evento della nascita di un bambino e della felicità , incommensurabile rispetto a qualsiasi altro evento , che ha portato ai suoi genitori (e ai nonni ) . Il viatico giusto- credo- per leggere e commentare le tre poesie di Ivana Rossi sul tema della maternità. Mi limiterò alla prima con pochi richiami alle altre due.
Nei primi sei versi colpisce la scelta della parola “presagio” ; la trovo straordinariamente pregnante: il verbo presagire [ deriva dal latino prae = avanti e sagire = penetrare con lo spirito , derivante da sagus=indovino , termine che non casualmente ritorna nella poesia al verso 11 ] dà l’idea del preannunziare, del predire, del profetare, della magia. Vengono in mente le mille domande di amici e conoscenti : la prima “sarà maschio o femmina? ” . Un tempo a queste domande si rispondeva con congetture, le più bizzarre, si guardava ad esempio alla forma della pancia per stabilire il sesso del nascituro. Oggi si risponde quasi immediatamente con la sicurezza delle sentenze di laboratorio e ben presto si vede ( e si fotografa ) il feto mentre naviga nel suo mare. La poesia di Ivana risale , credo, a una trentina di anni fa, quando ancora la tecnologia non cancellava la visione e il sogno. Al presagio si accompagna l’aggettivo “segreto” . Vocabolo e attributo concorrono a fornirci l’idea del tentativo da parte della futura mamma di immaginare, di ascoltare , di interpretare, di capire le variazioni del corpo, tanto più in caso di prima gravidanza, di pre- vedere il futuro tenendolo stretto nei propri pensieri , proprio come fa un indovino. In “Maternità 1” compare un’immagine sublime : “La gioia nel grembo si muove / come ape nel vento / come alga nel mare”.
A che cosa si riferisce il presagio, quale è il suo contenuto? “di chiari archi notturni”. Certo è difficile interpretare emozioni e sentimenti ineffabili, soprattutto da chi certe trepidazioni può viverle solo di riflesso (come un nonno). Si nota subito il contrasto chiari/notturni, un ossimoro apparente che lascia immaginare le notti insonni a disegnare il futuro; il vocabolo “archi” suggerisce più di un’immagine : la volta del cielo, il ponte tra gli uomini e il Creatore,il sentirsi parte integrante di un tutto, le volte immense delle cattedrali; in “Maternità 1” è “chiarità di infinito”. Dalla volta celeste giunge la luce che penetra ovunque (“contagia l’attesa”) . Alla prima lettura urta un po’ questo verbo (contagia) che esprime sempre in altri contesti un pensiero negativo, ma in fondo risponde bene a ciò che accade nella realtà: la notte spesa a pensare… i pensieri che si sviluppano nella mente della donna sono come una materia impercettibile e volatile, un virus meraviglioso e positivo, imbattibile , ineliminabile che impregna di sé ogni attimo dell’attesa (l’impazienza è incontenibile , anche quando è “tenue” ossia tenuta a bada, non ostentata) , al punto di essere avvertita come linfa vitale. Da sottolineare due termini particolarmente allusivi : linfa , un vocabolo che immediatamente richiama l’immagine del feto nel liquido amniotico e attesa, la straordinaria bellezza dell’attesa, in questo caso dell’attesa di una gioia, anzi dell’evento più bello della vita umana, dell’ esperienza più piena e più profonda. Si tratta di una sensazione simile a quella che esprime Leopardi nella lirica “Il Sabato del Villaggio”, ma tutta sotto una luce positiva.
La “luce” rende l’attesa attraente, emozionante, la prima nascita, la visione della culla, la delicatezza degli atteggiamenti , una nuova vita che nasce dentro e che si avverte dai battiti del nuovo cuore. Un evento straordinario e sorprendente (la prima volta). Impossibile da descrivere da chi non l’ha provato. Qui sta la superiorità delle donne, la loro fortuna rispetto ai maschi. Il rovesciamento della freudiana invidia del pene. Un concetto – credo – forse adombrato anche in un verso successivo dalla espressione “stupore di donna”.
La seconda quartina è veramente pregevole: La vivida ansia si scioglie stupita / nel ritmo antico del tempo/
e inonda di pace il mio stupore di donna.L’impazienza, l’ansia non si può celare; ma quella certa agitazione si stempera e si supera quasi magicamente nel ritmo antico del tempo ; forse pensando che in fondo il miracolo della nascita , della vita, si ripete da secoli e che quello che ciascuna donna sta vivendo e che è meraviglioso, è stato già vissuto da milioni di donne nel corso della lunga storia dell’umanità. E arriva la pace, la serenità, quasi come un’onda improvvisa che travolge ogni altro pensiero , dilaga e placa l’ansia. Un po’ come “ e naufragar m’è dolce in questo mare” di leopardiana memoria.
Tiepidi fili / le tue carezze esitanti/ nel lieve respiro del ventre.
La poesia si sa è del poeta, ma anche del lettore che la interpreta ; in definitiva il testo assume, appena scritto e divulgato, una sua vita autonoma, tanto più se l’interpretazione letterale non è così agevole. A me pare che questi versi introducano la figura del compagno e mi sembrano accennare a un tipo di azione che ho visto tante volte in questi ultimi mesi prima della nascita del mio nipotino : il compagno che si avvicina alla donna gravida e che con estrema delicatezza (i fili) , titubante di fronte alla nuova vita che si distingue e si muove, le accarezza il ventre con le mani per sentire i movimenti del bambino e pone l’orecchio sul ventre per ascoltare i battiti del suo cuore, una carezza piena di amore per entrambi ,madre e figlio.
Racchiudo indifesa / la tenera gratitudine / dell’amore che cresce/ e indovino dolcezze impetuose/invisibili gesti furtivi/
palpitanti di carne/nella vita che nasce.
Anche questi versi si prestano a più di una interpretazione perché piuttosto criptici.
Racchiudo : questo verbo dà l’idea della volontà di proteggere la nuova vita in formazione, mentre l’aggettivo indifesa lascia pensare alla fragilità, alla debolezza, alla preoccupazione della puerpera di non farcela, di non essere all’altezza. L’amore che cresce? una circonlocuzione che può sostituire il vocabolo “ bambina”, la gravidanza ormai sta per terminare; ma associata all’altro termine “gratitudine” può invece essere più facilmente riferirsi al compagno. La nascita di un figlio in effetti generalmente rinsalda il rapporto amoroso tra i coniugi; l’amore coniugale cresce insieme col nascituro con il passare dei mesi di gestazione e in fondo si materializza nella nuova vita . Gratitudine in questo caso per l’ amore che il compagno le ha dato e che ha prodotto la nuova vita. Cfr. in proposito i versi in Maternità 2 “nel gioco dell’attesa/ il notturno ricordo/ tremante di fuoco” Ma la gratitudine potrebbe essere perfino indirizzata verso qualcosa di superiore, verso il Creatore per esempio , come accade in tante culture.Il nuovo nato come Dono del Cielo, del Signore.
Negli ultimi quattro versi ritorna la visione, il “presagio” (indovino= percepisco, immagino) che mescola ogni cosa: le dolcezze impetuose , traboccanti d’amore, lasciano pensare al desiderio di inondare di baci e carezze la figlia che sta per nascere che è carne della sua carne (palpitanti di carne), mentre gli invisibili gesti furtivi sono tenerezze che possiamo immaginare: gesti di affetto verso la bambina o verso il compagno ( in questo caso meglio si spiegherebbe l’uso dell’aggettivo furtivi, ovvero volutamente nascosti o non notati ). Ma la mia attenzione si è soffermata soprattutto sull’espressione “palpitante di carne” ; mi ha suggerito l’idea del battito del nuovo piccolo essere (lui sì indifeso) che si stacca definitivamente dalla madre, che era poco prima carne della sua stessa carne e che diventa un soggetto nuovo e autonomo, grazie a quel primo dolore che è il taglio del cordone ombelicale , la parte più traumatica – dicono gli psicologi- della nostra vita di esseri umani.

Dott. Francesco Gherardini

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