I SASSI DI MONTEBUONO: I MAMMELLONATI ED ALTRO; della dott.ssa prof.ssa Susanna Trentini, laureata con lode, al tempo laureanda in Filosofia

NOTE DEL COORDINATORE (NDC) Piero Pistoia

E’ possibile vedere molte foto dei ‘mammellonati’ nel post relativo ad essi in questo blog e insieme avere informazioni su come osservarli anche in posto (articolo – ricerca del dott. Giacomo Pettorali e del dott. Piero Pistoia, integrato a ‘zibaldone’ da svariati altri personaggi della cultura).

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Mammellonati in acqua

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I SASSI DI MONTEBUONO: I MAMMELLONATI ED ALTRO; riflessioni personali della dott.ssa prof.ssa Susanna Trentini, al tempo dello scritto laureanda in filosofia

PARTE PRIMA

Guardate questi sassi.
Viene da chiedersi cosa significhino, perché nei suoi elementi la natura parla una lingua muta , traduce un linguaggio che non è convenzione da noi controllata, patteggiata, stabilita.
Eppure è una lingua che ci esiste, che ci fa esistere. E quanto dice ognuno di questi massi lisci, ognuna delle sue fessure, e, come per contrasto ogni terra ruvida, arsa, sbriciolata, che per antitesi ci viene alla mente e alle dita….
Ognuno di questi sassi parla alle zone della nostra anima che non decidiamo come rispondono, di cui non padroneggiamo le catene, i simbolismi, le associazioni emozionali. Parla ai nostri cinque sensi, al tatto, e al nostro bisogno di toccare, e alla tattilità in generale, e alla musica in cui l’anima è tatto.
Ogni sasso è un’emozione, una parola, un pensiero che non in un altro modo potrebbe essere detta.
Ogni sasso è una carezza di irripetibile forma, un’immaginazione di cui toccare la musica.
Quando la natura parla non ci asseconda, è unica come lo è il sentirla, intraducibile come il suo stesso canto.
E’vita senza verbo, un’impotenza a comunicarla, e un movente a comunicare. Di sicuro non possiamo avere il potere di restituire ciò che proviamo.
Ci penso: noi non saremo mai il sole che tramonta, e con le parole, in fondo, neanche l’emozione che ci dà possiamo rendere. Ma possiamo unirci ai sassi e alle stelle e al sole, ogni giorno diverso, ogni giorno lo stesso, consapevoli che nell’insondabile incontriamo tutto questo. Consapevoli che nell’insondabile facciamo poesia tentando di restituire il divino.

Con le parole e la letteratura preghiamo di rendere il tramonto del sole, con le età della nostra vita lo siamo, con il dolore del nostro amare lo traduciamo inconsapevoli fin da giovani, o fin dall’inizio, quando si nasce e accade il nostro primo essere strappo al nulla.
E ugualmente tentiamo di cantare questi sassi, ma è la nostra vita che si modella di tempo come il loro levigarsi di epoche, e sono le nostre sensazioni che si elaborano in divenire per avere anche una posa di macigni nel bisogno nostro d’eterno, d’eterno posato dove tutto scorre, come i sassi sul fiume.

Ma che sono i sassi? I sassi nello stomaco, i sassi sulle spalle. I sassi che pesano, che restano, che ostruiscono, che testimoniano.
Il nostro corpo è pieno di sassi, è pieno di acqua, è pieno di tempo e di inizio.
Il nostro corpo ricettacolo della nostra immaginazione, della nostra libido, del nostro dramma di transito, di fascino. Di pietre che conteniamo, sciolte o insolubili, e di pietre fuori, su cui ci proiettiamo, che sciogliamo investendole di liquido flusso, o che ci sopravvivranno, impermeabili, intangibili, imperterrite.

Guardo questi sassi. Qualcosa in me li tocca, li sente, li trova dentro la mia mente, il mio stomaco, la mia psiche.
I sassi sono nodi, sono segnaposti, cippi, steli, ruzzolamenti d’anima che si fermano.
I sassi sono resti, sono pesi che incombono dal passato, o che somigliano tondi al matrimonio dei contrari che fa la sfera, alla completezza dell’atemporale dove le dimensioni temporali si uniscono. Dove solo con il passato il presente può abbracciare l’ignoto futuro, ricongiungersi agli albori interi, originari. Sfere. Sfere atemporali di istanti pieni di tempo, apologie di completezze irrisolte, solo tensionali, matrimonio di significati, di continuità, del ricordo con la nuova e nota inspiegabilità. Involontari cerchi a somatizzare memorie. Pietre piene, verso il tondo e l’anello, e il nuovo e il ritorno.

I sassi sono volti, sono ricordi, sono presagi, sono sfere divine cadute sulla terra a diventare imperfette del miracolo del loro esistere, e del loro esistere per noi.
Il miracolo dell’esistenza è la sua imperfezione.

 

-Perdiamoci nei sassi, in un libero flusso. E’ un alfabeto potente ed esterno di natura, per questo diventa soggettivo, dove ognuno può scegliere cosa identificare, un alfabeto vasto.
Forse sono i sassi che ci guardano,…. perché noi li liberiamo dalla perfezione di un indistinto in cui sono panismo agli altri elementi naturali, in cui sono panismo a dove si trovano contestualmente inseriti e uniti, e domandano di svincolarsi….magari ci chiedono di poter corrispondere ciascuno, con la sua forma limitata , ad un limite nostro soggettivo ma partecipato, e vasto, vasto quanto il nostro immaginario personale….Sì, perché mai univoca e assoluta è l’associazione di sassi o altri elementi che la natura partorisce come significanti, a un nostro significato…
Allora….
Usiamo il serbatoio magico in noi….vediamo…..
Nei sassi ci sono visi, nasi, occhi che ci cercano dal fiume….
Nei sassi ci sono isole, profili di terre da cercare navigando…
Nei sassi ci sono graffi, scalfiture come nella nostra memoria…., nei sassi c’è il lavoro inarrestabile del mare e dell’oceano che leviga e consuma la terra, risciacquando la nostra esistenza…Raccontando….ripetendo ciò che accomuna ogni uomo….e ciò che da chiunque lo allontana, lo separa…perché dell’amore abbia bisogno, affinché l’amore sia tensione, forse nell’impotenza più piena…
Nei sassi ci sano ombre quando scende la sera sulla loro forma, sono scogli di fiume, ma arrotati di sale quasi…
Se i sassi potessero urlare cosa a loro brucia direbbero quanto sale sta nell’acqua dolce, come nella vita dell’uomo le cose dolci bruciano al ricordo….e fanno sale sulla ferita con il miele di ciò che non ha doppio, che non si ripete….che motiva esistenze intere senza poter essere ritrovato….

Per Eraclito tutto scorre, e mentre tutto scorre i sassi restano? Ma allora sono segni, tracce di presenza, bisogno di ricordare, che l’uomo senza memoria non è umano, i sassi,no, sono sassi anche senza ricordare, ma un’anima forse ce la hanno, e ricordano….Viene di pensarlo….
Sarà mitopoiesi proiettare sulla natura, sarà primitivo cruento dell’infanzia attribuire emozioni alle cose non viventi, ma guardateli, quei sassi vivono….sembrano vivere, non somigliano alle cose rimorte che ingombrano una piena dell’esistenza: sono troppo pieni per non tradurre il moto, e sono troppo feriti per non avere sangue…

Questi sassi sono seni, diventano trasparenti, antecedenti alle epoche, questi sassi sono grossi ventri rotondi di Veneri ancestrali, questi sassi sono l’inizio, e meteoriti cadute….Questi sassi sono una gestazione di madre, di terra, di suolo,un matriarcato fecondo, eppure sono anche visi di maschi, o maschere, irregolari, un pirandelliano non riconoscersi…

Questi sassi sono orecchie al sotterraneo, sono palle con cui giocano i cuccioli dei giganti….questi sassi sono pianeti in un universo d’acqua, scagliati da un big bang che la mente immagina di fuoco sulle trasparenze del fiume….e diventano colori, “gigantesche” biglie, non carboncini se non sulla tela che sente le ombre quando scende la sera sui letti d’acque….e le ombre si sentono nelle mani, e i sassi, allora, li si sente nel cuore….e le tinte bevono scurendosi…..come bagnandosi…..

Questi sassi sono reperti, reperti di un universo non artificiale, memorie del non costruito, memorie della pochezza e dell’impotenza dell’uomo, eppure la mente e il corpo e lo spirito d’ogni uomo possono ricreare quelle pietre mentre quell’uomo le sente, e le sente in ciò che solo per lui rappresentano, nel proprio istinto, nella propria fantasia, in quel preciso inconscio istante che non sarà reso, che passerà…
Ma allora questi sassi sono storia, storia umana se l’uomo la inventa, e storia libera dall’umano, storia che non addomesticheremo, perché ci oltrepassa, e accetta solo una nostra breve fantasia, una breve sensazione che si dilata a rappresentarsi……..,anche nella meraviglia e nel dramma della propria impotenza…….questi sassi sono spacchi al nostro senso di potenza e sono sublime che ci ricomprende al tempo…..e al disegno infinito di un incontrollabile universo…

Questi sassi sono da contare, come cabale non catalogabili, sono il primo abaco alle dita e al ventre….o sono materia sostrato del sogno che la terra cambi colore e possa diventare oro, e che l’oro sia astro e non soldo nella mia fantasia vige, chissà in quella dei maghi, dell’alchimia e del Graal…
Allora possiamo giocare, usarli come simboli più che come quantità, adoperati per un’aritmetica magica, per una scienza sragionante, sono scienza a mutare, e contarli li rende speciali, ma in base a regole alchimiche primigenie,…..allora sono materia di quanto la terra bassa è pietra preziosa che si eleva dentro di noi…..

 

Questi sassi sono palazzi, roccia da inserire nei nostri palazzi, quelli prima dei grattacieli, noi non domeremo mai le pietre che abbiamo usato nel nostro costruire, ogni pietra lavorata o adoperata è divenire limitato e limitato esito di quell’immaginazione che tanto ci rende umani mentre la guardiamo nel suo primo contesto, quando ancora la sua identità è potenziale e indefinibile…
Anche noi siamo tutto in potenza prima di divenire adulti, prima d’essere solo qualcosa di tradotto dell’indistinto dei sogni…….ed umano è il cruccio d’essersi spesi in qualcosa soltanto, in irreversibile scelta, ma che sia limite d’amore,…..sia ricchezza imperfetta di poter dire ho vissuto se c’è stato amore……

Che poi anche la nostra identità è indefinibile, come quella dei sassi…sì, questi sassi ci insegnano l’umiltà, i nervi dell’uomo del novecento che è le sue mille maschere pretese vere, ma in fondo immaginate, in un viaggio che si arresta senza poter corrispondere, e segue nell’acqua del fiume….

Questi sassi sono tutti i visi e nessuno, l’identità è un equivoco, bisogna posare con i sassi in una follia anonima per conoscere attraverso il sentire, la sensazione….perchè sembrano immobili i sassi ma non si arrestano, come la vita che non intrappoli, e poi non sono mai gli stessi come noi, dialogici a destini e ambienti: i sassi vivono in relazione a un un letto di fiume che scorre, che secca, che ogni mattino senza posa muta,e non c’è cosa che resta uguale mentre cambia l’acqua che la accoglie, se quella cosa incontra quell’acqua perennemente differente….
Sì, perché ogni cosa esiste “con”, esiste “in base a”, esiste in un contesto, ogni amore in base all’interlocutore e all’epoca, e ai momenti di una vita se di una sola vita si parla……..

Ma mi chiedo:c’è qualcosa di immobile in noi umani, qualcosa di immobile almeno temporaneamente, come quel parziale restare fermi dei sassi, e come quel loro cambiare tanto lentamente da sembrarci uguali a se stessi ,data la lentezza del loro trasformarsi? Poiché anche questo cogliamo, che la pietra è più lenta di noi, più ferma…almeno in apparenza…

Chissà, forse il mutare lento delle pietre, che non si può cogliere in pochi secondi, somiglia all’uscita benedetta del tempo che l’amore consente , che l’amore consente anche fosse errore, nel tentativo di non lasciar macinare quella tensione a mescolarsi che è animalità nell’unicità: magari ogni sasso traduce quell’abbraccio,….elevatezza della materia, materia come oscura carne in abbraccio nel pieno dei sassi…nel suolo, ….. sassi come pulsioni che escono e arrestano lo scorrere….
Ma la passione forte brucia, consuma, vorticosamente: che anche quell’istinto possa posare con una certa immobilità?
Sì, dentro noi, nel ricordo, nel bisogno che ci fa amanti perenni anche da soli, e forse il fiume dove si trovano i sassi è quell’interno dove i nostri fuochi vissuti posano, e si fanno sassi…..
Ma si fanno cenere, sassi frantumati, o fuoco ancora, fuoco sfuggito al mutare nel ricordo……fuoco che sopravvive, mai pietrificabile, in movimento continuo che arde, sprona, morde….
E’ tutto molto confuso, quando la vita è un vulcano….I sassi allora sono lapilli che vengono schizzati e scagliati al cielo dalla pancia del mondo, come Van Gogh schizzò al cielo, dal peso della Camargue, la sua notte stellata….e dalla sua follia endogena il suo volo di corvi nel grano, incandescente come la lava, schiantato come la sua pazzia….e la terra ha il potere d’essere pazza, l’universo si muove secondo moti di pazzia, e Dioniso secondo furori sacri e matti d’oscuro…

I sassi ,sì,mantengono il loro arcano anche nel garbo di un giardino, anche fossero in un giardino all’inglese, perché ciò che si lega alla terra è sempre doppio, ha in sé il selvaggio, il non coltivabile, comunque lo si componga, a significare, o semplicemente a sprigionare irrazionalmente….
Perché, che l’irrazionale non abbia senso, francamente, è per me la più grossa delle stupidaggini…. ……..

-Mi sembra l’abbia detto il piccolo principe che gli adulti non rintracciano nelle forme disegnate nient’altro che la spicciola plausibilità per somiglianza. Ora io vi dico che violenza è associare alle cose ciò che meramente somiglia loro mentre tutto può significare tutto? Forse il collante tra forme e sensi non è associazione logica e abitudinaria, ma dettata dall’amore, anche quando pare la cosa più incomprensibile…, o la cosa più assurda…
Non possono questi sassi essere le mura del mio mondo tormentato? O un seno felliniano? O fantasmi? O la sfera della fata guardiana,una delle tre guardiane, quella del destino, quando il mare e i boschi di Irlanda diventano tondi come un mandala alata, di femminile e bendato dominio?
Non possono essere, questi sassi, altrettanto, la mela blasfema del paradiso terrestre, e la disobbedienza che motiva la nostra vita?
L’illusorietà dei manicheismi, la disobbedienza come virtù’?
E non possono essere lapidi luttuose a ricordare, senza nomi incisi, proprio chi abbiamo amato nella purezza della natura che, per anonima che sia, non somiglierà mai alle fosse comuni in cui l’uomo dimentica i propri morti? E ancora può ogni sasso conoscere l’unicità più dei sepolcri foscoliani?

Può essere ogni sasso una pancia gestante sogni?
Possono essere, i sassi, in quanto pietra, una sorta di materia da scultore, una materia che l’arte fa sviluppare come dal marmo usciva la forma Michelangiolesca? Un marmo grigio all’invenzione, dove nasce colore con la forma….Scultura colore…non grigio, non bianco….
E bianche sono le strade del sud nel nostro cuore, di polvere senza sassi…
Ma poi cave, sassicaie, stavolta bianche loro, talora grige…..Il colore dipende da cosa si estrae nella cava……E se la cava è di novelle, o di miti?
Ecco, ……ecco, ho trovato questi sassi, ho trovato cosa sarebbero allora, o cosa sono: sono fiabe. Sono la nostra fiaba.
Sono un volo peso a terra. Sono un rammento del fantastico che resta e non vuol morire, che chiama ciascuno al pari diritto di inventare e d’essere il proprio sentire. Di essere il proprio sognare…perché niente quanto la natura concede libertà e pari diritti laddove la sua è potenza da tutti interpretabile, e da nessuno assoggettabile.
Perché nessuno al potere può dire “I sassi sono solo questo”.
Perchè quando qualcuno trova dei sassi, e decide solo lui cosa sono, e pensa di controllarli, o di poter imporre un loro senso immodificabile agli altri esseri viventi, allora esiste Babele e la dittatura.
Ogni cosa è “relativamente”, ogni cosa è ciò che per noi significa nel caleidoscopio infinito dei significati che esistono in base al nostro pensiero che ama anche l’esistenza dell’altrui emozione, dell’altrui pensiero.
Di differenze e ricchezze è la vita.
E non c’è un sasso uguale a un altro, un animale uguale a un altro.
Ma tu diresti mai “Ecco per quel sasso lì sbriciolate tutti gli altri!”, oppure diresti mai “Quel sasso lì suggerisce solo ciò che ho in testa io, solo ciò che sento io!”…..Io posso fare una piramide di sassi, ma franerà prima o poi, perché quello che conta, se proprio voglio farla, o se ne ho bisogno per passione, per dare un senso alla mia vita, è che io sappia che per il mio amore ho messo un sasso sopra agli altri, e che gli altri sassi reclamano la stessa vita…e che l’immobile non lo è mai così tanto immobile, e che un altro essere sfarebbe la mia piramide, e per amore terrà nei ricordi la mia….. Non sono piramidi basate sul valore assoluto dei loro elementi quelle fatte da mani pure, sono forme e non piramidi, forme dal cuore pulsante, come ognuno di questi sassi…., forme dure e lisce con il cuore morbido e ombroso, oscuro o multicolore….Però confido che si può dare la vita per un sasso che è al primo posto nel nostro cuore, ci rende necessari, e grati….e al contempo senza assoluti, pieni d’amore per ogni sasso che esiste……

Questi sassi sono un canto che dura il tempo di quando li accarezziamo o li immaginiamo, e questi sassi sono l’esistenza, perché dureranno più di noi come la vita che continua senza noi, e che continua quando chi amiamo muore o ci abbandona….ma nella straziante bellezza di tutto mi piace pensarli come una piccola scia di eterno, come ho sete e bisogno io, nell’umiltà di tanta poesia che, dio mio, quanto mi oltrepassa mentre mi è donata…….

E penso e sento, fin da quando ero bambina, che forse quando gli angeli si incarnano è come se dall’etereo, e dalla perfezione rarefatta e totale, accettassero il peso che tiene a terra, quel peso della morte che esiste, del limite in cui ha senso amare, e chiedere di dio.

PARTE SECONDA

Oltre a scrivere tutto quello che di getto sto scrivendo come a me nasce dentro, mi era stato chiesto di scrivere anche un pezzo sui sassi insieme a Renato Bacci (NDC: docente di lettere, di ruolo al Liceo Classico di Volterra (Pisa), con cui spesso ho lavorato.
Ma lui è in viaggio: non abbiamo potuto incontrarci, o parlarne. Allora proseguo da sola, ancora seguendomi liberamente in un flusso.
Renato, per caso, diversi mesi fa, mi ha parlato dei sassi di Matera, che non ho visto mai. Ho sentito sassi vuoti, dove stavano i poveri. Sassi concavi: la miseria abita grotte e pietre. La terra è fertile del valore più scomodo, e meno scontato: questo è stato il mio primo pensiero.
Il ventre della terra genera uomini ricchi di inizio, pieni di suolo, e di cielo, e di fame, mi è venuto subito di pensare.
E poi ,mentre Renato descriveva quei sassi, ho sentito che quando qualcuno tocca la tua memoria storica con quella di sé bambino fa diventare la vita ciò che ti descrive. Un pezzo di vita, di te bambina, che immensamente percepisci. Uno di quei pezzi di vita che immensamente viaggi più che con gli aeroplani, là dove, per anima, sei empatica e ricettiva in una forma devastante.
Poi ho sentito la vita intera di chi non mangiava, e aveva i sassi e il sole. Questi sassi che vediamo,svuotati, sarebbero i sassi di Matera. Potrebbero. Io li sento partorienti, sonanti ora.
Rimpiccioliti questi sassi qui, a Pomarance, sì, qui, non a Matera, ma attribuisco a loro lo stesso senso di quelle dimore di Sud, tremanti, fisse, in un’associazione che mi fa il cuore, che il corpo rende avulsa dal nome dei paesi. Un’associazione che mi si sveglia nel sangue. Percepisco con fisicità.
E mi dono alla bellezza della vera memoria, che è singola e insieme universale, collettiva, ancestrale: ora mi pare tutta in questi sassi. Li guardo alla luce delle storie che solo l’amore racconta.
Li guardo con gli occhi che l’amore presta quando dedica ciò che di lui fa parte mentre un’altra persona dona. Un’altra persona nell’epoca dei calzoni corti.
Sento la mia vita all’epoca della guerra, di mia nonna, sento quanto amo la sua borsina scomparsa, le mani. Sento la macchia.
Sento anche le lotte dei “sassi” che sono state dopo, e le sommosse della guerra delle idee, delle piazze.
Sento i quartieri popolari,poi i poderi del sud assolati e isolati, gli stinchi dei bimbi. Perché mi sono. E questo mi viene di unire a ogni sasso. E dunque al racconto di quando dei sassi sono case per disgraziati, prima di divenire oggi abitazioni che è lusso comprarsi.
Ed ecco in me il grano che affastella devastazioni. L’arsura, la vita, l’oscurità e l’ombra, le cantine da sempre mio fondo. Ed è in me questo perché questo amo, grido.
E faccio partire tutto dal guardare questi sassi di fiume. Perché ogni cosa è spunto al filo immenso che fa essere ovunque la nostra anima, nel ritorno di noi a ciò che amiamo, che patiamo, che è la nostra soggettività. Lo spunto è una cosa, la catena d’amore si libera dove sentiamo il bisogno, il rimpianto, l’empatia, la partecipazione. La radice di noi.
Questi sassi, da questi sassi può partire tutto.
Dal racconto di chi mi ama io trovo immagini mie, che non mi vengono dette , e che sono alla base di me, da ridonare, per ricompensare del racconto. Quando mi produce sensazioni ignote, sacre all’inizio del mio viaggio quaggiù, le più conosciute da me. Immagini senza le quali non sarei io dagli albori della mia vita mi pare, e senza le quali non amerei così tanto oggi. In questo preciso istante, negli istanti che verranno, in quelli in cui trasmetterò e riceverò.
Noi siamo mille vite, e una vita sola. Noi siamo mille anime da ripescare, da ridonare, da partecipare, siamo origini da dedicare. Mi affascina credere che siamo tutte queste vite da ben prima di nascere.
Siamo incodificati sassi di fiume che l’amore sviluppa, e rende antropomorfi. Ogni volta che amiamo, che conosciamo, che doniamo l’inconoscibile in noi, che lo lasciamo creare in noi dall’amore, dal ricordo di popoli, individui dentro di noi.
Lasciamo che la vita entri, che da sempre sia.
Renato mi racconta di Matera, della scuola con le ginocchia scoperte. Io gli racconto di mia nonna, dei poderi, io canto del mio Pavese, e diventa nostra la Sicilia.
Ora io sono in Toscana. Davanti ai sassi di fiume che un professore di fisica, un geologo di grande valore, ha scelto per studiare. Un professore di straordinaria capacità, che dona al mondo una realtà dei sassi da scienziato. Intelligente all’estremo.
E io allora penso: la vita è ventaglio che unisce e fa convivere.

-Guardo i sassi nel giardino del professore.
Vedo un presepe, vedo natività,ancora è sentire, non vedere. Gesù non contaminato da gerarchie nasce in una grotta. Fieno e pietre, immagino. Non di barocco terreno e di Vaticano. Eppure consistenti di materia, fisiche, nude. Pietre come il corpo che io prego dio ami.
Gli etruschi,poi, penso, chiudevano i corridoi alle camere mortuarie con pietre schiacciate. Più schiacciate dei sassi di fiume.
Ma che sia natività cristiana o al di là etrusco, dalla pietra, secondo me,nasce un contatto con l’oltre, con il divino di dei, o del dio.
Io credo che conti l’amore e l’immaginazione. Per me la pietra ha un sangue, deriva dalla terra. Sento la terra che batte nel mio sangue, io.
Le “lase” etrusche tentano di sbozzarsi da pietre tonde sulle pareti delle stanze dei morti. Stavolta pietre tonde, non schiacciate a chiudere corridoi. Io devo a Renato la conoscenza della parola “Lasa”. Mi ha mostrato lui, tempo fa, quella pietra tonda in una tomba. Mi disse che era per gli etruschi una specie di angelo.
Per me ha un suono divino la parola lasa. Per me i sassi suonano.

E Renato non sapeva che i miei sassi di fiume sarebbero stati anche “lase”. Nessuno sa cosa diventa un segno nell’altrui amore, nell’altrui significato, nell’altrui cammino di mente, e nel viaggio dei piedi.

 

La Toscana è etrusca.
La Palestina è lontana. Ma qui anche lei, come infinite altre culle sacre in pietra….L’amore e i sassi sono vicini.
La nascita e la morte.
La pietra dove si nasce, quella che suggella la morte, il proseguire altrove….e la pietra su cui si cammina, quella dell’eremita e del fare l’amore…. La scientificità, poi, è in un giardino vicino a casa mia. Il divino attraversa paesi e cuori .

Umilmente, ringraziando le pietre e la terra, le persone e la possibilità di scrivere involando sassi soggettivi come fossero parola …e ringraziando Piero Pistoia, e la sua intelligenza che ricerca, e Renato che crede nei viaggi che sento. E che sa esistere con la naturalezza dei sassi quando vivono,quando davvero vivono.

PARTE TERZA: conclusioni

E questi sassi sono il non trasmissibile, e il mio primo bagno, nel fiume Cecina, che ho fatto appena ieri per andare a trovare la loro origine.
Sono frutti d’acqua gelida,sono la melma che copre i loro fratelli sotto l’acqua pregna di zolfo. La melma che confonde ciò che l’uomo può capire in luoghi dove egli così tanto sente, e dove non può chiarificare. Non deve chiarificare…….se prega di partecipare…..
Sono un battesimo di Giordano, questi sassi, e il temperarsi del corpo alle acque, e al sangue caldo che la terra ricede la sera al fiume deserto.
Sono il corridoio di luce verde azzurra sotto cui i macigni si spostano d’onda. Sono l’elicriso e la croce sul masso più alto, che è a picco sul corpo, quel nostro corpo immerso, che alza gli occhi a dio. Agli dei.
Questi sassi sono come viaggiano lenti sul fondo di secoli, o di veloci imprendibili istanti, e sono come il piede li sente quando dall’acqua fonda torna alla terra.
Sono il vento che muove le piante e l’oro di ogni estate che sta per avventarsi. Di lingue altre. Devastanti e lì, a intriderci di lontano e di primario.

SUSANNA TRENTINI

 

DA INSERIRE FOTO MAMMELLONATI FRA LE SINGOLE PARTI……..

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LA NUOVA SCUOLA E L’INSEGNAMENTO DEL LATINO del dott. prof. Renato Bacci

IMPORTANZA DEL LATINO

Ricordo che quando da insegnante presenziavo alla cerimonia di premiazione dello studente più bravo in latino, che ogni anno il locale Rotary club organizzava e organizza in memoria del nostro Aulo Persio Flacco, e di questo va dato al Rotary giusto merito, ero gioco forza tenuto a intrattenere i commensali ( dato che la consegna del premio avveniva nel corso di una cena di gala) sull’importanza e l’utilità dello studio del latino nella nostra scuola e più i premi si accavallavano negli anni più dovevo spremere le meningi per non dire nel corso della cerimonia quello che magari avevo già detto l’anno prima o due anni prima e così via. Oggi, sollecitato dall’amico prof. Piero Pistoia, mi trovo sostanzialmente ad affrontare lo stesso tema a distanza ormai di molti anni dall’ultima conviviale del Rotary perché tempora currunt, non necessariamente mala, per dirla con il buon Cicerone, ma currunt. Già allora ci si domandava in sostanza “ ma è utile studiare ancora a scuola una lingua morta” in una società fortemente tecnologica, dove l’inglese la fa da padrone, e per di più costantemente interessata a profondi e rapidi cambiamenti, nel costume , nella comunicazione, insomma in quella che si definisce tout court la società moderna? Non si potrebbe fare a meno del latino con tutte quelle declinazioni complicate, quelle coniugazioni, le perifrastiche, le eccezioni, che sono l’esatto contrario ad esempio della semplicità dell’espressione inglese, senza parlare poi della fatica che si richiede ai nostri studenti per tradurre la tanto temuta versione, temuta soprattutto agli esami di maturità? E quante volte poi mi sono sentito chiedere dai miei ragazzi “ professore ma alla fine a che serve questo latino, è utile a cosa?” Cinicamente spesso mi veniva da rispondere che intanto era utile a garantirmi uno stipendio a fine mese, ma è chiaro che non poteva essere questa la risposta. La domanda però era semplice e ben chiara e sottintendeva che con buona probabilità del latino si poteva fare tranquillamente a meno come materia di studio in una scuola e soprattutto in una società che fosse davvero al passo con i tempi. Ed è una domanda attuale ancora più oggi con i tempi che hanno visto rapidamente svilupparsi sempre più nuovi strumenti di apprendimento, quelli dell’informatica su tutti gli altri. Perché mi debbo rompere il capo per tradurre una versione quando tranquillamente trovo il testo già tradotto su qualche sito internet? Perché studiare vita, opere e pensiero di Seneca quando in un attimo trovo tutto sul computer se solo mi prende lo sfizio di attivare questa ricerca? Ed entro così in argomento anzitutto facendo una considerazione, che tutto o quasi, e mi rivolgo particolarmente agli studenti, che nel merito sono sicuramente abili, tutto si trova oggi attraverso il nostro computer, la risoluzione di un problema di matematica, un tema di italiano già svolto, gli avvenimenti con tanto di precise date e protagonisti di un periodo storico, e perfino, se si è abbastanza esperti, una buona traduzione di un testo che noi possiamo comporre, traduzione dall’italiano in qualsiasi lingua straniera. Allora, dico io, provocatoriamente si può fare a meno di studiare qualsiasi materia: E’ sufficiente apprendere come usare un computer o uno smartphone, che ce lo possiamo pure portare comodamente dietro, per avere la scienza, ogni scienza in tasca: Ma è davvero cosi? No. Il computer, questo idolo dei tempi moderni, ci può dare tante informazioni ci può assistere nella soluzione dei nostri problemi ma non può, fortunatamente dico io, sostituirsi al nostro cervello, al nostro modo di pensare, alla nostra sensibilità, alle nostre emozioni, al nostro essere uomini e donne in una società che ci chiede di convivere con altri uomini e donne fortunatamente, ancora aggiungo, uomini e donne tutti diversi gli uni dagli altri; meno male, se no ve lo immaginate che noia sarebbe la vita? E poi ci rendiamo conto che tutto ciò che troviamo in internet qualcuno ce lo ha pur messo con un atto di volontà individuale, per un motivo, con uno scopo, che hanno in misura maggiore o minore messo in moto e a frutto le sue conoscenze, competenze, gusti , passioni, insomma il suo essere uomo con una precisa identità, formazione, esperienza . E secondo voi quest’uomo è più ricco o più povero, culturalmente parlando, se è un po’ imbevuto di cultura classica e se oltre a saper usare il computer sa un po’ anche di latino? Perché faccio questa domanda? Perché non esiste l’uomo informatico, permettetemi questa espressione di sintesi, l’uomo moderno, e dall’altra parte l’uomo antico, attaccato alla tradizione, al mondo dei classici, esiste l’uomo che è un prodotto di sintesi di cultura umanistica e scientifica, di storia personale, di passioni e desideri, in cui cuore e cervello si muovono insieme, non necessariamente in contrasto tra loro, come in contrasto tra loro non sono cultura umanistica.e scientifica. Quella del contrasto tra la cultura umanistica e la cultura scientifica, come la rivendicazione nei diversi momenti storici del primato dell’una sull’altra è una vexata quaestio, insomma un tormentone, tanto vexata quanto fasulla. L’uomo è uno solo, è sempre stato un prodotto di unità, pensa e fa, e non ha bisogno della cultura umanistica per pensare e di quella scientifica per fare, ricorre più semplicemente a quella che è la sua cultura, intesa come esito di conoscenze, di capacità di elaborazione, di traduzione del pensiero in opera adoperando tutti gli strumenti che ha a disposizione. Allora è utile, in questa ottica, lo studio del latino? Certo. Ed a conferma posso portare dati oggettivi, scontati, ricorrenti, quando si vuol difendere, brutta parola in questo caso, il valore degli studi classici. Il latino è utile perché il solo esercizio di traduzione, nella sua complessità, attiva processi di selezione delle conoscenze, di scelta lessicale, grammaticale, sintattica, contenutistica che sono metodo riconvertibile in ogni attività di ricerca. E’ palestra formativa del comprendere, del trovare soluzioni e del sentire, intendo sentire dentro. Lo studio del latino fa riconquistare identità, ci racconta chi siamo da dove veniamo, dove possiamo andare. Provate a immaginare, per assurdo, messa al bando la conoscenza di questa lingua, cosa accadrebbe alle nostre biblioteche, diverrebbero contenitori di opere incomprensibili, sarebbe come dar loro fuoco; pensate cosa ne sarebbe del nostro patrimonio monumentale, dei nostri Musei tra l’altro enormi risorse economiche per il nostro Paese, si trasformerebbero in una caterva di sassi e in depositi di opere senza senso. Pensate a come verrebbero meno la fruizione la comprensione, il piacere di tanta letteratura, di tanta poesia, pur non scritta in lingua latina. Capiremmo Dante o Ariosto senza sapere di Virgilio, e Macchiavelli senza Tacito, Moliere senza Plauto, Skahespeare senza Seneca, o addirittura Pinocchio senza Apuleio? Pensate, ignorando il latino, cosa capiremmo del Rinascimento che ha segnato l’inizio dell’era moderna che è fiore all’occhiello della cultura italiana. Mettendo in soffitta lo studio del latino diventeremmo progressivamente un Paese ben più povero di quello che spending rewiew e spread ci fanno oggi prefigurare. Il latino è una irrinunciabile ricchezza nazionale e direi quantomeno mediterranea tanto più oggi che è accessibile a tutti. Perché non va dimenticato che per secoli il latino è stato la lingua e lo strumento del potere delle classi abbienti, la lingua che imbrogliava il povero Renzo di fronte a don Abbondio e all’ Azzeccagarbugli, il famoso latinorum, la lingua che emarginava i ragazzi di Barbiana, la lingua degli uomini e non delle donne, la lingua delle leggi oscure al popolino, la lingua rituale, comprensibile solo da pochi della Chiesa nella sua versione meno ecumenica. Ebbene proprio oggi che questa ricchezza è a disposizione di tutti avrebbe senso rinunciarvi in nome di un modernismo che così risulterebbe approssimativo che anziché portare luce e progresso finirebbe solo per sostituire tecnicismo al sapere? E a chi vede nel latino il vecchio che frena vorrei chiedere per quale motivo allora Paesi oggi in pole position nell’economia mondiale, tecnologicamente all’avanguardia mi riferisco a Cina e Giappone continuano a fare studiare nelle scuole la loro lingua antica che si esprime in faticosi e complessi ideogrammi che non si rinvengono sulla tastiera del nostro computer. Lo fanno perché sanno bene che nella consapevolezza della loro diversità della loro cultura e della loro storia sta il migliore investimento per il futuro delle rispettive comunità. E potrei continuare con molte altre scontate considerazioni per dimostrare quanto è ancora oggi utile il latino come strumento di promozione culturale. Basti pensare al concetto di humanitas che è nell’essenza della cultura latina, humanitas intesa come potenzialità espressiva, etica dell’uomo, come valorizzazione del suo essere individuo e cittadino, uomo che è mosso dalla curiositas quell’irrefrenabile desiderio di sapere, di conoscere, di non porsi limiti, di toccare Dio. C’è nella cultura latina quella migliore, quella vera, la voglia di andare sempre oltre, sempre avanti, un bisogno del nuovo, del miglioramento, del misterico, del bello che niente ha da invidiare ai nostri tempi moderni. C’è anche un profondo sentimento del rispetto della diversità basti pensare a come la religione politeistica romana accoglieva nel proprio Pantheon culti differenti, non originali dell’area italica. Non ricordo nella storia di Roma una sola guerra di religione prima della diffusione del Cristianesimo. Da allora ne abbiamo viste e ne vediamo molte di cui non c’è assolutamente bisogno in un mondo che necessariamente deve andare verso l’integrazione delle culture, la valorizzazione e il rispetto della diversità indispensabili alla convivenza in una società globale e multietnica. Nella cultura latina troviamo insomma una parte importante del nostro essere oggi e una buona prospettiva di quello che vorremmo essere domani. E ne dobbiamo essere consapevoli senza indulgere al culto delle origini. Noi italiani non siamo, come spesso si dice semplicisticamente, gli eredi dei figli della lupa, siamo il frutto di un sincretismo culturale che si è avvalso nel corso dei secoli del contributo di Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli e chi più ne ha ne metta per arrivare fino ad oggi alla evidente penetrazione nella nostra società di abitudini e modelli di vita di provenienza angloamericana. Siamo un prodotto complesso e di questa complessità la cultura classica è parte non esclusiva ma fondante da cui non possiamo prescindere pena un forte rischio di crisi di identità culturale. Ma mi piace chiudere questa dissertazione sulla nostra latinità in maniera paradossale supponendo per un attimo che dopo tutto quello che ho affermato e sostenuto questo benedetto latino non serva a niente e si possa tranquillamente considerare come facente parte oggi della categoria del superfluo. Mi viene in mente una bellissima frase di Oscar Wilde “ posso rinunciare a tutto, meno che al superfluo” Il superfluo è alla fine pur sempre quella cosa che per motivi misteriosi, non logici, si ama di più. Ognuno di noi è attaccato al suo superfluo. Se non ci fosse stato l’amore per il superfluo Van Gogh non si sarebbe imbrattato le dita di colore fin da ragazzino e non ci avrebbe regalato l’emozione che trasmettono i suoi dipinti, e così Mozart non avrebbe scritto musica e Garcia Lorca poesie. E così tutti i grandi autori latini invece di trasmetterci riflessioni, sentimenti passioni avrebbero potuto fare qualche altra cosa. Ci hanno lasciato invece tanta scienza, tanta storia, tanta miracolosa poesia. E’ un nostro patrimonio. Anche se fosse superfluo e non utile gustiamocelo e basta.

Prof. Renato Bacci

Per vedere l’articolo in pdf, cliccare:

IMPORTANZA DEL LATINO_BACCI

ASPETTI DI LINGUISTICA APPLICATA a cura del Dott. Renato Bacci, Giovanni Albertini ed altri; post aperto

LE ORIGINI DEL VOLGARE NEL VOLTERRANO E LA GUAITA DI TRAVALE

Del Dott. Prof. Renato Bacci

  Per vedere l’articolo cliccare sotto:

VOLGARE_VOLTERRANO_guaita

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PERDITA DI CULTURE SPECIFICHE E SCOMPARSA DI PAROLE 

di Giovanni Albertini

Si perdono certe tradizioni, usanze, modi di vivere legati al quotidiano, in definitiva si ‘spengono’ certe culture e con loro muoiono le parole e modi di dire ad esse collegati.

Progongo in tale ottica una raccolta di scritti ripresi dal libro, da me curato,“CIRINGAGLIA, parole , storie e aneddoti salinesi”; edito dalla PRO LOCO, Saline di Volterra e stampato nel luglio 2013 dalla Grafitalia, Peccioli (Pi).

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Per vedere il paragrafo: “MODI DI DIRE VECCHI COME IL CUCCO” clica qui:

MODI DI DIRE2.pdf

Per vedere il paragrafo: “LE PAROLE CONDANNATE A MORTE” clicca qui:

PAROLE MORTE4.pdf

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Art. in via di costruzione.

Le poesie “L’Ode sublime” e “Tramontata è la luna” di Saffo: commenti a più voci con Intermezzo

Anche testi rivisitati da il ‘Sillabario’ n. 4 1996

LINKS AI SINGOLI COMMENTI

 

Saffo e “L’ode sublime”, L. Ghilli
Saffo e il testo greco, L. Ghilli
Tramonto della luna, A. Togoli
Tramontata è la luna, R. Bacci
INTERMEZZO, a cura di Piero Pistoia

 Scultura ripresa da lospeaker.it_Newsletter del 4-2-2015_Art. di Antonio Vitale

SAFFO_ SCULTURA

Saffo e “L’ode sublime”, L. Ghilli
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Saffo e il testo greco, L. Ghilli
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   Dott.ssa Lucia Ghilli

INTERMEZZO a cura di Piero Pistoia

INIZIO INTERMEZZO

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Sappho-Musei-Capitolini

INTERMEZZO_SAFFO in odt

INTERMEZZO_SAFFO in pdf

A cura di Piero Pistoia

L’ODE 31 DI SAFFO SECONDO LA TRADUZIONE di Giovanni Pascoli

A me pare simile a Dio quell’uomo,
quale e’ sia, che in faccia ti siede, e fiso
tutto in te, da presso t’ascolta, dolce-
mente parlare,

e d’amore ridere un riso, e questo
fa tremare a me dentro al petto il core;
ch’ai vederti subito a me di voce
filo non viene,

e la lingua mi s’è spezzata, un fuoco
già non hanno vista più gli occhi, romba
fanno gli orecchi

e il sudore sgocciola, e tutta sono
da temore presa, e più verde sono
d’erba, e poco già dal morir lontana,
simile a folle.

TESTO LATINO DEL CARMEN N. 51 di Catullo 

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
vocis in ore,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.
Otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

BREVE COMMENTO RELATIVO AL CARMEN 51 di Catullo A CONFRONTO CON LA “L’ODE SUBLIME (31)” di Saffo; rivisitato da SKUOLA.NET.

Questo carme è la traduzione, o meglio un libero rifacimento, della celebratissima ode 31 di Saffo nel vedere la fanciulla amata a colloquio con un uomo. La lirica, ancora oggi interpretata come una sorta di dichiarazione d’amore del poeta a Lesbica-Clodia e tradizionalmente collocata ai primi tempi dell’amore tra i due, testimonia l’originalità con cui Catullo sa entrare in competizione con i modelli letterari più suggestivi.
Il testo fu a lungo inteso come documento della gelosia di Catullo nei confronti di Lesbia, intenta a civettare con un altro uomo. In realtà esso risulta piuttosto centrato sull’analisi che il poeta compie di sé e dei propri sentimenti, a partire dalla constatazione dell’incapacità nel controllare la propria passione, contrapposta alla serenità di chi può stare accanto a Lesbia senza alcun turbamento. Questa lettura, del resto, non è molto diversa da quella che oggi prevale anche nell’interpretazione dell’ode di Saffo, non più ritenuta il canto della gelosia, ma piuttosto l’analisi degli effetti provocati nell’amante dalla contemplazione della persona amata.
Del tutto originale rispetto al modello saffico sembra l’ultima strofa, di carattere propriamente riflessivo, sulla cui reale appartenenza al carme si è lungamente discusso. Particolarmente suggestiva, nel quadro generale dell’opera, l’interpretazione secondo cui questa strofa, centrata sui danni provocati da amore, costituirebbe una prima, implicita percezione da parte di Catullo della sofferenza che il suo sentimento per lesbia gli avrebbe arrecato.
È bene tuttavia non lasciarei suggestionare troppo da indizi che solo apparentemente depongono a favore dell’originalità catulliana. Se si considera che della quinta strofa di Saffo ci è giunto soltanto l’incipit del primo verso: “Ma tutto bisogna sopportare”, e che anch’esso in qualche modo potrebbe introdurre un ripensamento sull’opportunità di liberarsi dalla rovinosa passione d’amore, l’effettivo divario di Catullo rispetto all’originale potrebbe ridursi anche di molto.

FINE INTERMEZZO

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Saffo-di-Giuseppe-Mazzullo-239x300Saffo, granito, 239×300

Fondazione Mazzullo, Taormina

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Saffo e “Tramonto della luna”, A. Togoli
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Tramontata è la luna, R. Bacci
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L’EDITORIALE ED ALTRO

ATTENZIONE! QUESTO BLOG E’ IN VIA  DI SVILUPPO

PREMESSA

N.B. IN QUESTO BLOG, il sillabario2013, OGGETTO CULTURALE NUOVO ED AUTONOMO, RIPROPORREMO,  TALORA RIVISITATI, ANCHE INTERVENTI RITENUTI RILEVANTI DA ‘IL SILLABARIO’ OSPITATO AL TEMPO COME INSERTO DELLA ‘COMUNITA DI POMARANCE’,  OLTRE AD ALTRI.

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Per vedere la storia del Sillabario cliccare sul seguente link: sillabario_storia2

 

Dopo anni dalla cessazione del ‘Sillabario’, in una riunione in Comune alla presenza del Sindaco e dell’Assessore alla Cultura, fu proposto che questo blog fosse gestito dal Comune stesso, per es., come ‘scritti’ della Biblioteca Comunale, ma la proposta fu respinta.

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Il nuovo Sillabario2013  appare così  su un piano strutturale diverso: si pone come strumento di comunicazione culturale, il suo unico scopo, completamente gratuito ed indipendente, autodeterminato ed autofinanziato senza alcun legame eccetto quello con i suoi collaboratori ed, in esso, è completamente assente ogni scopo di lucro ed ogni transazione finanziaria di qualsiasi tipo ed a qualsiasi livello. Più di 15 anni fa cessando le pubblicazioni, l’inserto ‘Il Sillabario’ aveva lasciato una ‘nicchia’ culturale scoperta e nuovi soggetti l’avevano utilizzata per costruire questo nuovo oggetto culturale: ilsillabario2013. 

RERUM NATURA COGNOSCERE DIFFICILE QUIDEM EST, AT MODUM COGNOSCENDI LONGE DIFFICILIUS  (Campanella)

DISCORSO E SENSATE ESPERIENZE

 Il pensiero di Galileo nella cultura italiana è stato a lungo male interpretato e in particolare stravolto un aspetto importante del suo metodo scientifico (Galileo era un fisico teorico non un empirista tout court), chiaramente espresso nelle sue parole sulla teoria eliocentrica di Copernico “…, né posso abbastanza ammirar l’eminenza dell’ingegno di quelli che l’hanno ricevuta e stimata vera ed hanno con la vivacità dell’intelletto loro fatto forza tale a i proprii sensi, che abbiano possuto antepor quello che il discorso gli dettava, a quello che le sensate esperienze gli mostravano apertissimamente in contrario e più avanti “…, non posso trovar termine all’ammirazione mia, come abbia possuto in Aristarco e nel Copernico far la ragione tanta violenza al senso che contro a questa ella si sia fatta padrona della loro credulità” (Dialogo dei massimi sistemi 3a giornata in Galileo, Opere, Vol. III, pgg. 81-82, Salani, 1964).

E’ vero che in altri passi del suo trattato sembra sottolineare il contrario, per cui molti pensatori anche oggi in Italia valorizzano ad oltranza le sue ‘sensate esperienze’, anche sull’onda lunga del rimbalzo empiristico-pragmatico del dopo guerra. Secondo noi però in quei passi Galileo argomenta spesso ponendosi come interlocutore in un dialogo che muove dando ragione alla controparte per poi portare argomenti, come quello sopra, a sostegno di una tesi che vede ‘il discorso’ prevalente.

RIFLESSIONE1: Perchè molte relazioni tecniche, preposte alle scelte, costate al sociale svariate decine di migliaia di euro, presentano in piani cartesiani  rette su dati sperimentali senza misurare la loro rilevanza statistica? Risposta: perchè i fenomeni relativi a questi grafici rientrano già nello stato dell’arte. COMMENTO: Caspita, che investimento!    (Un anonimo)

ASSERZIONE1:  Non c’è misura se non appare il suo errore; non c’è grafico sperimentale senza  le bande di confidenza!  (Lo stesso anonimo).

ASSERZIONE2: NEL COSMO CI SONO INDIZI SUFFICIENTI PER CONFERMARE QUALSIASI IPOTESI (KARL POPPER)

RIFLESSIONE2: Noi non cesseremo mai di esplorare  “l’oggetto complesso”  e l’obbiettivo di tutta questa esplorazione sarà quello di tornare al punto di partenza per osservarlo da angolazioni sempre nuove, utilizzando le informazioni che nel contempo si rendono disponibili relative al background culturale dell’oggetto stesso.

Lo stesso Anonimo

RIFLESSIONE3: “Sappiamo che la conoscenza assoluta non esiste, che esistono soltanto teorie; ma se ce ne dimentichiamo, quanto maggiore è la nostra istruzione, tanto più tenacemente crediamo negli assiomi. Una volta a Berlino domandai ad Einstein come gli era stato possibile – a lui scienziato esperto, incallito, un professore, matematico, fisico, astronomo – come, dunque, gli era stato possibile compiere le sue scoperte. <<Ma in che modo mai ha potuto farlo?>> gli chiesi e Albert Einstein rispose sorridendomi con aria comprensiva:<<Sfidando un assioma!>>”

LINCOLN STEFFENS, un emerito reporter a cavallo del ‘900.

Lo scritto è ripreso dalla sua Autobiografia, riportato nel libro di Charles H. Hapgood “Lo scorrimento della crosta terrestre”, Einaudi editore, 2013, pag.1.

RIFLESSIONE4: E’ più importante il viaggio o la destinazione? Il processo o la soluzione del problema? Il cammino o la meta? AZZARDA UNA RISPOSTA.

Suggerimento:  se il cammino si fa con l’andare…, allora….

(Lo stesso anonimo)

RIFLESSIONE5: In termini ‘operativi’, la CULTURA è l’espansione verticale (nel senso dell’approfondimento) e l’estensione orizzontale (nel senso della multidisciplinarità e dell’applicazione) del fenomeno scolastico.

(Lo stesso anonimo)

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 EDITORIALE ED ALTRO: CHE TIPO DI COMUNICAZIONE CULTURALE PROPONIAMO PER QUESTO BLOG?

La realtà non si trova, ma si costruisce (Nelson Goodman “Vedere costruire il mondo”, Laterza1998). Secondo J.Bruner (“La cultura dell’educazione” , Feltrinelli 1997) tale costruzione passa attraverso l’attività del fare significato, per mezzo della così detta ‘cassetta degli attrezzi simbolici della Cultura’, cioè la tradizione ed i modi di pensare. I veicoli previlegiati di questi attrezzi  o strumenti (tradizione e modi di pensare) sono gli scambi interpersonali all’interno del gruppo. Da qui la nuova lezione didattica e il nuovo  modus cognoscendi (Campanella) da applicare e tradurre nel blob.

Importante è questo aspetto intersoggettivo  della costruzione della conoscenza, perchè l’intersoggettività è una delle più straordinarie predisposizioni archetipiche del genere umano, che permette di capire che cosa hanno in mente gli altri, riuscendo a cogliere i significati dal contesto in cui vengono pronunciate le parole, anche quando risultano ambigue.

In questa ottica, nel nostro blog, gli stessi spunti di discussione non conformi, la presenza di scollamenti talora avventurosi nelle argomentazioni e comunque le idee personali e divergenti  favorirebbero interazione col la presente tradizione e possibilità di cambiare il punto di vista. E ancora: più articoli focalizzati sullo stesso argomento, ora possono costituire insieme al lettore una sottocomunità culturale al cui interno si svolge l’interazione, ora la sottocomunità è costituita dagli autori stessi nel loro confronto (far imparare gli altri e imparare noi stessi in una continua interazione), cosicchè, e nello scolastico e nell’extra scolastico, l’aggiornamento assuma l’unica forma efficace quella dell’auto-aggiornamento, fornendo concreti indizi per la soluzione dei problemi posti anche dall’educazione permanente e ricorrente.

L’educazione attraverso questa comunicazione culturale deve saper guidare i giovani ed i meno giovani (si può acquisire cultura a tutte le età, secondo Bruner), che visitano il blog, ad usare gli strumenti del fare significato al fine di costruire una realtà tale da permettere dapprima un migliore adattamento al mondo in cui viviamo e poi, quando necessario, cambiarlo, rivoltarlo. Infatti se il nostro obiettivo non sarà quello di adattarsi al mondo di una tradizione, ma di guardare al di là di questo mondo-significato  – come per gli animali sagaci di Rilke che “fiutano  / che noi non molto sicuri stiamo di casa /  nel mondo significato” (R.M.RILKE, elegie Duinesi, Einaudi 1982) – sarà necessario come dicono alcuni pensatori e poeti anche attuali, “rovesciare” continuamente i mondi significato, portando ad esperire molti degli infiniti cosmi possibili arricchendo ogni volta la conoscenza. Sta forse in questo il Progresso? Più dubbi che certezze  per costruire il mondo (meno persone stupide!), più “discorso” che “sensate esperienze” che, se “semplificate” in esperimento, giocano un ruolo più ridotto di prima, quello di cercare ad oltranza di falsificare il discorso  (e non di verificarlo!) e toccare quindi la realtà (‘verisimiglianza’ popperiana).

Questo concetto di cultura partecipata non rimanda, come prima si pensava, al processo del “raccontare e del “mostrare” dove un singolo docente od un suo sostituto (libro, rivista film, computer predisposto.., oppure guida turistica),     possessore della “verità” in quella sezione del sapere, racconta e mostra in modo chiaro ed esplicito qualcosa a discenti ignari. Fino ad ieri un tale docente veniva valutato di ottima qualità. Ma ultimamente ci siamo accorti  (Bruner, cap.1, III, 1997) che più chiara ed esplicita è la comunicazione per questa via a senso unico, più basso sarà il tasso di apprendimento e meno fecondo di risultati il frammento culturale comunicato. Ci sembra che Bruner voglia con questo sostenere la tesi già sostenuta da B. Russell : “Ecco una importante verità, peggiore è la vostra logica, più interessanti sono le conseguenze a cui essa da origine”. Oggi, nell’era dei computers, si tende a comunicare pezzi fortemente razionalizzati di cultura, ordinati in scalette logiche ben definite e stringenti, dove la chiarezza ad oltranza determina certezza e rigidità senza spiragli al dubbio e all’elaborazione (comunicazione per teoremi e di teoremi), indebolendo la consapevolezza che la “verità” delle proposizioni analitiche della logica e della matematica  sia correlata strettamente ai presupposti: GARBAGE IN -> GARBAGE OUT!

E questa modalità si ritrova  in ogni disciplina: si pensi all’uso esteso della ricerca delle forme retoriche nell’analisi strutturale delle poesie, a scapito di una riflessione profonda sull’emotivita e l’armonia suscitate dalla loro lettura, aspetti necessari per renderle immortali, universali e impresse nella memoria. In definitia, la speranza, comunque, è che possa permanere, forte ed articolato, il discorso sulla poesia, sia mediante la pubblicazione di testi poetici, sia nella veste critica, con la presentazione di saggi e relazioni letterarie. Questo impegno ci pare importante alla luce del ruolo sempre più centrale che, a giudizio di molti, la poesia va assumendo nella formazione culturale dei giovani. Poesia che appare punto fermo di una riflessione sia scolastica che extra scolastica. Poesia contenitore di passioni, sogni e desideri; ispiratrice di dialogo con se stessi e con gli altri, per mezzo del quale si può giungere ad una maturazione di idee nuove ed originali. In una fase oltremodo caotica dell’esperienza politico sociale dei nostri giorni, si ha, tra l’altro, (e forse proprio per questo) il bisogno da una parte di ritornare ad una poesia del significato, dei contenuti comprensibili, come dice G. Manacord e A. Berardinelli nell’Annuario “Poesia 94”. dall’altra di previligiare il significante, il ritmo, la forma, la struttura del verso e di riscoprire, come avviene in G. Conte, il mito, la lontananza, la profondità dell’anima, distanti da quella ragione (razionalità) che più non sembra evocatrice di verità assolute.

Comunicazione interattiva quindi, meno logica, sempre legata ai contesti, mai punti di vista da “nessun dove”. Comunicazione multidirezionale, punteggiata da punti interrogativi, aperta a ipotesi anche avventurose, sempre pronti a tornare al punto di partenza per osservare l'”oggetto” da un’angolazione completamente nuova. Se “la via si fa con l’andare”, un nuovo percorso può aprire prospettive diverse, arricchimenti inaspettatti e imprevisti facilitando la “scoperta” del collo di uscita dalla trappola di Witghenstein (vedere post relativo)!

SCELTE OPERATIVE PROPOSTE PER IL BLOG BASATE SU CRITERI EVINTI DA SCELTE EPISTEMOLOGICHE (in particolare: il FALSIFICAZIONISMO di POPPER E la PSICOLOGIA CULTURALE  di J. BRUNER)

  • Ogni tema scelto di qualsiasi disciplina verrà trattato, quando possibile, contemporaneamente da più punti di vista, a partire da più autori anche da noi scelti per favorire l’apprendimento per confronto di opinioni.
  • Sarà per quanto possibile coinvolto l’ambiente universitario e della ricerca, perchè si garantisca fra l’altro la trattazione dei temi a livello più aggiornato e di alta qualità.
  • Coinvolgeremo sempre più intensamente in prima istanza i docenti di Istituti Scolastici anche locali (Valle del Cecina, Toscana, Italy), perchè non solo si aprano per il lettore possibilità di fruire più consapevolmente del tema trattato da più punti di vista, aumentandone la sensibilità e le aperture, ma si possa vedere realizzato nel tempo l’anello retroattivo positivo anche sulle scuole locali.
  • La scelte della poesia in primo piano (poesia d’autore) o di un’altra opera artistica (sculture e pitture) verrà lasciata ad un docente a rotazione perchè si riflettano in maniera diretta le esigenze dei programmi scolastici ed il blog possa entrare come punto di riferimento dei curricola scolastici locali e non, onde poter scoprire col tempo anche l’efficacia di un ciclo ricorsivo.
  • Si sceglieranno come temi di fondo, onde espandere la base culturale scolastica, una serie di argomenti duali: l’io l’inconscio, l’irrazionale ed il razionale, la poesia e la scienza, la mente ed il corpo, energia ed inquinamento con i relativi aspetti tecnici, conti compresi, evoluzione dei viventi e creazione continua, ecc.,.che verranno trattati a lungo e senza scadenza essendo essi la base di buona parte della conoscenza sia verso l’esterno sia verso l’interno e colgono i principali dibattiti ancora caldi alla frontiera delle ricerca.
  • Altro argomento che permea tutta la conoscenza in specie del mondo occidentale riguarda le origini e l’evoluzione delle “cose” (origine della vita, origine dell’uomo, origine delle montagne, origine del sistema solare, del cosmo …)
  • Altro tema riguarda il significato profondo del paradosso e dell’antinomia che appaiono improvvsi in molti ambiti di conoscenza (forse nelle vicinanze delle uscite dalle trappole di Wittghestein).
  • Tutto questo sullo sfondo delle teorie della conoscenza in particolare il Falsificazionismo popperiano e delle teorie dell’apprendimento in particolare la psicologia culturale di J. Bruner.
  • In ultimo, non certo come importanza, ci divertiremo ad applicare la statistica alle serie di dati utilizzando in specie il programma R e il Mathematica di Wolfram, perchè riteniamo che oggi per falsificare il “discorso”  relativo alle scelte sociali, imposte dalle relazioni tecniche spesso complici del potere, sia necessario un uso esteso, oculato e critico di serie storiche da analizzare. Il cittadino dovrà pur ‘imparare a fare il conto’ se è poi lui che deve pagarlo!
  • Non avere paura di chiedere,
  • compagno! Non lasciarti influenzare, verifica tu stesso! Quel che non sai tu stesso, non lo saprai. Controlla il conto, sei tu che lo devi pagare. Punta il dito su ogni voce, chiedi: e questo, perché? Tu devi prendere il potere.
  • [Bertolt Brecht 1933]

R. Bacci – PF. Bianchi – P. Fidanzi –  F. Gherardini -L. Mannucci – P. Pistoia – A. Togoli,  R. Veracini –> promotori del blog

(PF. Bianchi  è  l’ amministratore del sito)