TEMI SCOLASTICI: ‘QUALE CULTURA’ e ‘VOCI DI POETI A CONFRONTO’; scritti dalla studentessa Silvia Pisaneschi

N.B. – I commenti, le note e l’organizzazione dei testi o delle foto nel post, come anche l’inserimento su internet dei lavori, nel bene e nel male,  praticamente sono e sono sempre stati,  in ogni occasione e ‘per ogni dove’, a cura di Piero Pistoia (lavoro siglato: NDC)! anche se non direttamente esplicitato (salvo rare eccezioni).

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I seguenti temi scolastici, assegnati dalla  docente prof.ssa Nara  Pistolesi, furono scritti da Silvia Pisaneschi, al tempo studentessa al triennio del Liceo Classico ‘Carducci’ di Volterra, oggi dott.ssa in medicina.

Vengono riproposti sul nostro blog non solo per  la rilevanza dei loro contenuti, ma anche come esempio non trascurabile di possibile utilizzo di questo blog nei curricula scolastici e non solo.

Il primo, che riguarda il significato del concetto di Cultura (‘Quale Cultura’) che oggi, nel cuore di una ‘globalizzazione ragionieristica e selvaggia’,  sembra fortemente polisemico (tutto è cultura!) e irriguardoso del suo contenuto formativo ed educativo originale,  può essere letto in pdf cliccando sul seguente link:

CULTURA_PDF_Pisaneschi

Il secondo, ‘Voci di poeti a confronto’, riguarda il commento comparato, stringente e qualificato, di una poesia di Giacomo Leopardi, ‘A se stesso’ con quella di Eugenio Montale, ‘Mia vita,  a te non chiedo lineamenti’, ambedue riportate su questo blog e commentate a più voci, anche dalla stessa docente che le aveva proposte al confronto, in particolare quella di Leopardi; ma  in ambedue vede nell’indifferenza il bene di vivere.

Per leggere questo secondo tema cliccare sul link successivo

poesie_confronto_pisaneschi30001

A SE STESSO

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l’infinita vanità del tutto

Giacomo Leopardi

(dai Canti)

MIA VITA, A TE NON CHIEDO LINEAMENTI

 Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.

Eugenio Montale

(da Ossi di Seppia)

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Da notare come intermezzo in quest’ultimo articolo appare un’opera dello scultore volterrano Mauro Stefanini,; chi volesse leggere un commento sulla sua scultura, e vederne altre, cliccare da Google il suo nome.

I due articoli sono stati rivisitati da IlSillabario N.3-1997-1998

ANCORA DA COMPLETARE

POMARANCE: UNA BREVE PASSEGGIATA FLORISTICA A SCANSIONE MENSILE, PARTE SETTIMA; a cura di Sofia; possibili note del coordinatore (NDC) piero pistoia

NDC –  dott. Piero Pistoia

PIERO PISTOIA CURRICULUM1

Continua il monitoraggio botanico-educativo, mappatura delle piante selvatiche, a scansione mensile, lungo un percorso, alla periferia del paese di Pomarance, che, inserito nel paesaggio floristico della Val di Cecina, ne riflette, in prima istanza, le sue caratteristiche botaniche essenziali. Data la vicinanza delle Scuole, potrebbe, nel tempo, se mai la Buona Scuola diventerà attiva, essere utilizzato anche per passeggiate scolastiche culturali ad uso didattico (infatti la comunicazione non sarà meramente descrittiva, ma spesso inserita in un processo di costruzione-scoperta, cioè nei contesti delle OSSERVAZIONI SCIENTIFICHE scolastiche),  e in generale come stimolo all’osservazione guidata della Natura Spontanea della zona, e non solo (se è vero che la vegetazione dell’Italia e delle altre Nazioni limitrofe, circa nella stessa fascia di latitudine, risente mediamente del clima dell’area mediterranea), per ravvivare il concetto di diversità biologica e rinnovare un nuovo patto con la Natura.  E questo è CULTURA! forse più significativa e formativa di altre e senza consumare risorse.

Se riesci a  ‘nominare’ una piantina dal ricordo, la più insignificante, la più nascosta e sconosciuta,  la riconosci e la inserisci nel tuo quotidiano (per te allora inizierà ad esistere nel Tutto!). Forse potrebbe essere possibile cogliere un parallelo, anche se a livello minore di consapevolezza e di interazione, fra il ‘nominare’ la pianticella e lo straordinario  processo reciproco di addomesticamento fra il Piccolo Principe e la volpe, nel famosissimo grande libello di Antoine De Saint-Exupery! Il ‘nominare’ è il primo passo dell’addomesticamento? La piantina può ‘discriminarti’ attivando qualche sconosciuta reazione chimica della sua biologia? Se tale reazione si esplica con un impulso elettrico, sarebbe possibile misurarlo con un particolare amplificatore? O la misura risulterebbe impossibile perché l’energia da misurare sarebbe così piccola da uscire a sinistra dell’intervallo di tolleranza della misura ovvero si perderebbe nel ‘rumore di fondo’ dello strumento? L’Universo è anche, comunque, un potentissimo registratore di eventi!

COME NELLE ALTRE  PARTI I TESTI QUALIFICATI DI RIFERIMENTO PER QUESTO LAVORO SULLE PIANTICELLE SELVATICHE SONO PRINCIPALMENTE I SEGUENTI (consigliamo i lettori, interessati da questi posts, di  procurarseli per i riferimenti, l’approfondimento e la qualificazione delle biblioteche personali!) :

EUGENIO BARONI “GUIDA BOTANICA D’ITALIA” Ed. CAPPELLI

PIETRO ZANGHERI “FLORA ITALICA Vol. I-II-III” Ed. CEDAM        

SANDRO PIGNATTI “FLORA D’ITALIA Vol. I-II-III” Ed. EDAGRICOLE

EDUARD THOMMEN “ATLAS DE POCHE DE LA FLORE SUISSE” EDITIONS BIRKHAUSER BALE.

N.B. – Il testo precedente di THOMMEN è stato perduto e sostituito dal testo acquistato ad hoc:

E. THOMMEN e A. BECHERER con lo stesso titolo, ma con EDITORE, SPRINGER BASEL AG; più recente, comprende anche le nazioni straniere limitrofe. Si tratta della sesta edizione redatta da Aldo Antonietti. 

VENGONO ANCHE CONSULTATE DUE GROSSE ENCICLOPEDIE SUL REGNO VEGETALE, L’UNA EDITA DA VALLARDI E L’ALTRA DA RIZZOLI; E SVARIATI ALTRI TESTI SECONDARI DI DIVERSE CASE EDITRICI CHE NOMINEREMO QUANDO NECESSARIO.

A questi testi si farà continuamente riferimento esplicito e si spera che Autori ed Editori permetteranno di trasferire ogni tanto anche qualche disegnetto schematico, ‘DESSINS AU TRAIT’, di chiarimento, dai testi  a questo post, precisando sempre e con cura le coordinate da cui  estratto.  Gli unici obiettivi di questo lavoro, infatti, sono e rimarranno solo quelli di ‘costruire’ e comunicare didatticamente cultura, per quanto ci riesce, sempre del tutto gratis. Comunque siamo disponibili nell’immediato a qualsiasi intervento su questo post ed altri su avvertimento (al limite, se necessario, anche a sopprimerli!)

Il testo teorico di riferimento sarà:

Carlo Cappelletti “BOTANICA, Vol.  I° e Vol II°”, UTET

VERRANNO USATE NELL’OCCASIONE ANCHE LE SCHEDE RIPRESE DA UN TESTO SCRITTO DA DUE RICERCATRICI DELL’UNIVERSITA’ DI PISA:

Dott.sse GABRIELLA CORSI ed ANNA MARIA PAGNI

 “STUDI SULLA FLORA E VEGETAZIONE DEL MONTE PISANO”;  Arti Grafiche Pacini -Mariotti, Pisa

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LE PIANTINE DI APRILE 2017 NEL PERCORSO BOTANICO

SEGUONO LE FOTO DELLA PIANTINA DURANTE LA CRESCITA, ANCORA DA CLASSIFICARE (prime ipotesi: Rosacea, Apiacea, forse un sedano o prezzemolo selvatico)

Come si vede dalle foto il butto centrale ha caratteristiche diverse dai cauli laterali e si presume porterà alla cima fiori e infiorescenze, le sue foglie sono  strette e lanceolate.   I lobi delle foglie dei fusti iniziali (nati prima) più rigide e scure (foglie davanti in basso della foto precedente), sembrano più rotondeggianti  e forse meno incisi delle successive (foto precedente caule a destra), pur mantenendo la forma tendenzialmente romboidale. La forma dei fusti erbacei con le foglie è essenzialmente triangolare a ‘felce’.

 

Cima del nuovo caule

Cima di uno dei primi  butti centrali; i successivi hanno foglie quasi lineari; tali butti centrali iniziano in un punto del ramo centrale con l’apertura di una guaina da cui appare la gemma. (vedere foto)

Cima di un caule di prima nascita

Cima ingrandita dei primi cauli

Oggi 23 Aprile2017 la piantina precedente ha fatto tre gemme, sui cauli centrali, con  fiori abbozzati (forse) ad infiorescenza  ombrellifera come avevamo previsto.

Tre gemme fiorifere e foglie filiformi amplessicauli

DA SEGUIRE ULTERIORMENTE LA CRESCITA

FINE NDC

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PASSEGGIATA BOTANICA DI SOFIA; 4 aprile 2017

Passeggiata del 4 aprile 2017

  1. All’inizio della strada vicinale, proprio all’angolo con Via dei Filosofi, ho fotografato questa Brassicacea., che si ripete anche durante il resto del percorso. (Capsella bursa _pastoris)
  2. Vicinissima alla Borsa _pastore ci sono dei cespugli di Fumaria…….. (Credo officinalis). Sono visibili anche i suoi piccoli frutti ancora verdi.
  3. Sulla dx, di fronte alla apertura che porta a S. Anna, nel cespuglietto della foto, (dove inizia una specie di viottolo che segue i campi) ho notato, anche se ormai a fine fioritura, un ‘Giacinto romano’: Bellevalia romana. Non è facile trovarne, è una piantina poco comune. E’ stata riclassificata tra le ‘Asparagaceae’.
  4. Poco più avanti, sulla sx, nelle vicinanze del cartellino dell’Asteriscum, sono fioriti dei piccoli ‘Muscari neglectum’ (pure questa ‘Asparagacea’)
  5. Altra Asparagacea, sempre vicino al cartellino, ho notato l’Ornithogalum umbellatum (latte di gallina comune)

GERANIACEAE DA CONFRONTARE:

  1. Erodium malacoides……o forse alnifolium. Questa pianta è visibile all’inizio della strada, nell’angolo dx dell’incrocio Vicinale S. Anna e Via Filosofi.
  2. Due Geraniacee a confronto: rotundifolium e robertianum (con probabilità)
  3. Geranium robertianum
  4. Geranium rotundifolium
  5. Geranium sanguineum

Queste 3 specie si trovano tutte quante vicinissime, nel tratto di strada mostrato dalla foto. Colonizzano il ciglio e l’argine della via, sia a dx che a sx. Sono specie molto simili tra loro, si differenziano dalla forma delle foglie, ma per l’esatta identificazione, dovremmo aspettare la maturazione d e i frutti…… Simili anche loro, ma potrebbero essere di aiuto.

E’ comunque interessante osservare e confrontare ben quattro di queste piccole specie, appartenenti tutte alla stessa famiglia e così vicine da individuare!

SEGUONO NELL’ORDINE LE 10 SERIE DI FOTO SOPRA NOMINATE DI SOFIA

PRIMA SERIE – Capsella bursa-pastoris (quattro foto)


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SECONDA SERIE – Fumaria officinalis (5 foto)

 

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TERZA SERIE – Bellevalia romana (5 foto)

Sulla destra è posto la grossa pietra di calcare marnoso di ingresso a S. ANNA, nascosta dal cespuglio; foto circa da ovest ad est

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SERIE QUARTA – Muscari neglectum (6 foto)

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SERIE QUINTA – Ornitogalum umbellatum (3 foto)

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SERIE SESTA – Erodium malacoides (7 foto)

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SERIE SETTIMA – Due Geraniacee a confronto (1 foto)

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SERIE OTTAVA – Geranium robertianum (6 foto)

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NONA SERIE – Geranium rotundifolium (5 foto)

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DECIMA SERIE – Geranium sanguineum (5 foto)

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SERIE UNDICESIMA – ZONA GERANI (1 foto)

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NDC

Foto di Piero Pistoia di G. sanguineum

 

DA CONTINUARE…

GEOGRAFIA ED I NUOVI RAPPORTI FRA UOMO E AMBIENTE dell’accademico Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

Si può leggere l’art. anche cliccando su:  geografia-e-rapporto-uomo_ambiente

LA GEOGRAFIA E I NUOVI RAPPORTI TRA UOMO E AMBIENTE

dell’accademico Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

Dopo anni di riflessione critica su problemi epistemologici la geografia sta acquisendo importanza crescente nell’applicare i propri principi e i propri metodi d’indagine nello studio delle attività umane e nel loro interagire con l’ambiente.

La geografia fisica negli ultimi decenni ha realizzato sensibili progressi nei suoi singoli settori perché ha concepito le realtà geografiche oggetto di studio (ghiacciai, clima, ecc.) come entità derivanti dalla interconnessione di elementi diversi che si influenzano a vicenda.

Basta pensare ai sistemi di erosione; l’azione delle forze che contribuiscono a generare questo fenomeno varia secondo le condizioni del clima; se considerate separatamente non possiamo pervenire a comprendere la realtà, ma se indaghiamo sul modo in cui esse si intrecciano tra loro, sapremo ritrovare il legame che le unisce nell’insieme morfologico che risulta dalla loro interazione.

Si è ben presto capito che anche i fenomeni geografici fisici dovevano essere studiati con il metodo sistemico, cioè considerare tutti i fenomeni come facenti parte di un sistema, appunto un insieme di elementi interconnessi che si influenzano tra di loro.

Ed un elemento che influenza l’ambiente naturale è l’uomo, che si inserisce nell’ambiente naturale, che nel corso del tempo vi ha impresso notevoli trasformazioni modificando quello che era l’ambiente originario.

I geografi fisici studiando, ad esempio, l’erosione normale delle medie latitudini scoprono che l’intervento umano non è più limitato a singoli luoghi abitati, ma è diventato un fatto di ampiezza planetaria; le acque già controllate dall’uomo attaccano il rilievo, ma questo non è più un rilievo naturale ma è largamente plasmato dall’azione umana con la deforestazione, la costruzione di strade, il terrazzamento, ecc.

Così la geografia fisica gradualmente si è trasformata, si è resa conto di dover unire allo studio strettamente naturalistico la ricerca sull’azione umana sulla natura, è diventata una disciplina antropocentrica.

Ci si volge così allo studio dell’ambiente considerato come un sistema antropo-fisico, suscettibile di essere studiato solo mediante ricerche pluri-disciplinari e con il fondamentale contributo della geografia.

In Francia soprattutto si dà una definizione dell’ambiente in chiave sistemica: “l’ambiente è l’insieme degli elementi, fisici, chimici, biologici e sociali che caratterizzano uno spazio e influenzano le vita di un gruppo umano”.

L’ambiente è quindi un insieme coerente di elementi che agiscono e reagiscono gli uni con gli altri. Ogni ambiente è un’unità “aperta”, cioè riceve impulsi esterni e può trasmetterne a sua volta.

E’ dagli anni settanta che si apre quel vasto campo di ricerca che viene definito come “problematica ambientale”; si cerca cioè di studiare , nei suoi vari aspetti e nelle sue conseguenze l’impatto della società urbana e industriale su tutti gli elementi naturali. Si indaga sull’ampiezza del fenomeno, sulle sue cause e sulla sua evoluzione e quindi sulle misure da prendere per salvagurdsre determinate aree per tentare se non un ripristino nelle condizioni antecedenti alla loro alterazione almeno un miglioramento del quadro di vita della società umana.

Proprio nel campo della geografia fisica questa nuova tendenza porta a orientamenti diversi nei settori più importanti.

La “climatologia” si è orientata verso lo studio delle trasformazioni intervenute nell’ambiente atmosferico a causa del processo di industrializzazione e di urbanizzazione; così hanno preso nuovo impulso la bioclimatologia umana, che studia i rapporti tra clima e salute, e la modellistica climatologica che tenta di prevedere le condizioni del clima fra trenta-quaranta anni per prevenire le alterazioni dell’atmosfera causate dalle attività umane.

Nell’idrologia si tenta di chiarire tutti gli impatti umani nel campo idrologico per realizzare una gestione più razionale della risorsa acqua.

La “geomorfologia” ha esteso il suo interesse ai suoli trasformati dall’uomo, soprattutto ai fenomeni erosivi nei quali i fattori antropici vanno messi sullo stesso piano di quelli naturali.

In complesso la geografia fisica collabora attivamente nella definizione delle aree a rischio che rappresentano uno dei campi della ricerca ambientale (rischio sismico, idraulico, consumo di spazio, ecc.).

Un campo di intervento che ha visto un lungo dibattito scientifico è quello che riguarda la protezione del paesaggio.

Possiamo anzitutto definire il paesaggio: esso rappresenta una unità spaziale definita la cui individualità trae origine dalla sedimentazione delle azioni della natura e delle attività umane.

In effetti la base , il substrato del paesaggio è di ordine geografico-fisico, essendo costituita dalle forme del terreno, dalle acque, dalla vegetazione, che a loro volta mostrano l’influenza delle condizioni climatiche della natura litologica delle rocce. Ma le componenti fisiche e biologiche sono plasmate anche dall’opera dell’uomo, che si concretizza nella forma delle colture, nelle caratteristiche dell’insediamento, delle vie di comunicazione, opere che si inseriscono negli elementi naturali dando luogo alla particolare unità fisionomica sopra descritta.

Talvolta in Italia i quadri ambientali del paesaggio sono stati fortemente contraddistinti dalla forme produttive dovute all’organizzazione sociale dell’attività agricola. Per fare un esempio : gli ampi scenari di colline ondulate,, dove olivi, viti e cipressi si alternano in modo mirabile, costituiscono l’aspetto più tipico e suggestivo del paesaggio della Toscana; esso è stato definito come un’architettura della natura su cui si è sovrapposto il risultato storico del lavoro dell’uomo e particolarmente di determinate forme di utilizzazione della terra (la policoltura) e di particolari rapporti tra i proprietari della terra e i lavoratori (la mezzadria).

Il nostro paese, seppur in grave ritardo rispetto ad altri paesi europei, si è dotato di strumenti legislativi per proteggere i paesaggi. Infatti si è finalmente capito che un paesaggio rappresenta un vero e proprio bene culturale ( o meglio un bene culturale ambientale) che occorre tutelare come prodotto della nostra storia, pur accettando il principio che esso non è qualcosa di statico, ma una realtà che si evolve di continuo.

La legge dell’8 agosto 1985 n.431, (detta anche legge Galasso dal titolare del dicastero dei beni culturali e ambientali che la promosse) stabilisce che sono sottoposti a tutela i territori marini costieri e lacustri in una fascia di 300 m dalla linea di battigia; i corsi d’acqua e le rive per una fascia di 150 metri; i rilievi alpini al di sopra di 1600 metri e quelli appenninici al di sopra di 1200; i ghiacciai,; i parchi e le riserve nazionali e regionali; i territori coperti da foreste e boschi, le zone umide, i vulcani e le zone di interesse archeologico.

Pur prestandosi ad alcune critiche per l’applicazione, questa legge non parla di tutela delle bellezze naturali ma di “tutela di zone di particolare interesse ambientale”, introducendo quindi il concetto di ambiente e quindi della sua salvaguardia. Tra l’altro essa impone alle Regioni di sottoporre il loro territorio a normative di valorizzazione ambientale mediante “piani paesistici” o paesistico-territoriali miranti alla salvaguardia dei valori ambientali. La legge conferisce quindi a questa attività un’impostazione gestionale e dinamica proiettandola nel settore della pianificazione territoriale.

Ora una pianificazione del territorio può scaturire solo da studi preliminari approfonditi con una completa ricognizione dell’esistente ed una corretta valutazione delle attività umane, sia di quelle in atto sia di quelle suscettibili di sviluppo nei limiti della compatibilità ambientale. In tale processo di ricerca il geografo può dare un contributo importante in virtù della sua naturale capacità di correlare elementi naturali e fatti umani. Paesaggio e territorio sono da tempo l’oggetto principale della geografia.

Infatti la geografia nello studio del paesaggio, con il suo armamentario strumentale e metodologico, ha dato di recente un contributo significativo alla risoluzione delle due esigenze compresenti in ogni situazione di riorganizzazione del territorio; da una parte l’esigenza di trasformazione dell’assetto territoriale, dall’altra quella della conservazione di determinate frazioni o componenti tradizionali del paesaggio..

E in molti casi si è dimostrata valida l’applicazione dei metodi e delle conoscenze geografiche alla soluzione di problemi pratici, in vario modo connessi al rapporto uomo-ambiente ed alla organizzazione del territorio che ne deriva; in altri termini si può parlare di geografia applicata ogni volta che il geografo, mettendosi al servizio della società, utilizza le proprie conoscenze scientifiche, il metodo e lo spirito geografico che lo caratterizza per la soluzione dei problemi dello spazio organizzato.

E la geografia ha dimostrato anche di poter essere critica, nel senso di non temere con le proprie riflessioni di dissentire dal potere ufficiale, ed operativa, nel senso che non si limita a dibattere e criticare ma interviene praticamente esplorando ed indagando in modo sistematico le condizioni geografiche della trasformazione, insieme alle forze sociali capaci di praticare gli interventi.

Così l’interpretazione geografica del paesaggio è fatta non solo in funzione dell’azione politica reale e contingente, bensì di quella “ideale” volta ad assicurare l’armonizzazione dei fondamentali bisogni dell’uomo. L’impegno della geografia del paesaggio e dell’ambiente, lungi dal proporsi obiettivi irrealistici di museificazione di forme paesistiche ormai ridotte a fossili, è diretto a definire una possibile migliore programmazione e realizzazione di interventi finalizzati alla corretta fruizione e alla oculata tutela, non necessariamente avulsa dalla valorizzazione economica, di uno dei patrimoni-risorsa più ricchi di cui dispone ancora il nostro paese, malgrado saccheggi e trasformazioni recenti.

Dott. Paolo Ghelardoni

“LA PENA”: ORIGINE ED EVOLUZIONE a cura dell’Avv. Francesco Costagli

La densa riflessione giuridica che segue sul concetto di Pena fu scritta una quindicina di anni fa dall’avvocato Francesco Costagli, quando era ancora studente.

Clicca su: la-pena odt

LA PENA: ORIGINE ED EVOLUZIONE

Prima di analizzare l’evoluzione della pena nel corso della storia, è necessario rispondere ad un interrogativo: con quale diritto l’autorità punisce?

Secondo l’antico orientamento teocratico il potere infligge la pena perché riceve l’autorità da Dio. La legge esprime la volontà divina, chi la viola urta il volere della divinità, conseguentemente deve essere punito.

Altre teorie sostengono che lo Stato punisce perché è il potere più grande e più forte. Secondo le tesi contrattualistiche i consociati sono legati da un patto con il quale si demanda all’autorità costituita il compito di intervenire sulle violazioni di legge.

Altra dottrina, largamente diffusa, sostiene che il diritto di punire discende dalla erroneità della posizione in cui si trova chi viola il diritto. Lo Stato, dunque, è il tutore ed il garante dell’ordine giuridico, chi turba questo equilibrio merita la punizione.

Tratto comune delle varie teorie è dato dal fatto che i comportamenti contrari all’ordinamento giuridico di un certo gruppo sociale vanno sanzionati. Vedremo, nel corso della trattazione, come la pena non sempre sia stata applicata da un organo supremo dello Stato.

Ai primordi della civiltà la pena nasce come vendetta privata: la vittima di un atto criminale pretende dall’autore dell’illecito una somma volta a compensare l’ingiustizia subita. I parenti della persona uccisa esigono la morte dell’omicida; chi subisce lesioni personali ha il diritto di applicare la regola del taglione in base alla quale al colpevole di certi comportamenti viene inflitto un male uguale a quello sofferto dalla vittima. Per i reati contro la proprietà la persona derubata può uccidere il ladro o ridurlo in schiavitù e farne oggetto di compravendita.

Gradualmente si afferma la norma secondo la quale il colpevole può evitare la vendetta offrendo al soggetto leso una compensazione in denaro o in natura. La controversia viene decisa innanzi a forme embrionali di tribunali composti da soggetti neutrali rispetto al gruppo di appartenenza della vittima. La pubblica autorità interviene per i reati particolarmente gravi attraverso, ad esempio, la composizione non più rimessa alla volontà delle parti, ma obbligatoria.

Nel diritto romano le XII Tavole prevedono forme di vendetta privata in tema di mutilazioni a cui si continua ad applicare la regola del taglione; per quanto riguarda l’omicidio si esclude qualsiasi forma di reazione privata o di composizione volontaria; viene comminata la pena capitale la cui applicazione costituisce una prerogativa del potere statuale.

Il passaggio dalla pena privata a quella pubblica si afferma progressivamente nel momento in cui l’applicazione della pena costituisce un’esigenza non più esclusivamente del singolo individuo, ma della società intera.

Non esiste campo o settore in cui la fantasia umana abbia dato prova di così grande crudeltà come quello della pena. Dai tempi più antichi fino all’affermarsi dei postulati dell’Illuminismo giuridico le pene hanno avuto per oggetto non tanto e non solo la capacità giuridica e di agire del condannato, vale a dire i suoi diritti personali e patrimoniali, quanto il suo corpo; di qui termine “pene corporali” comunemente usato per indicare le sanzioni penali sino alla fine del Settecento. Per tacere di altre pene ancora più barbare ed efferate nella Francia dell’Ancien régime; le pene si distinguono in capitali, afflittive, infamanti e non infamanti; tutte, in egual modo, presuppongono forme di degradazione fisica e morale del condannato. La pena di morte che è la principale, tra le pene capitali, non consiste nella semplice privazione della vita, ma è eseguita mediante raffinati supplizi che la rendono diseguale a seconda del rango sociale del condannato e del tipo di reato commesso: l’impiccagione è riservata ai contadini, la decapitazione ai nobili, la ruota ai delitti più atroci, il rogo ai delitti contro la religione, lo squartamento è applicato ai più gravi delitti contro lo Stato. Tra le pene afflittive ed infamanti meritano di essere menzionate: la mutilazione della lingua e delle labbra, il marchio a fuoco, la fustigazione pubblica, l’essere appeso per le ascelle, la gogna. Minore applicazione hanno le pene come i lavori forzati a vita ed a tempo, la reclusione, l’esilio, l’ammenda.

Con la rivoluzione illuminista e con l’indirizzo liberale impresso al diritto penale dall’opera di Cesare Beccaria prende campo un processo, non privo di contrasti, di progressiva riduzione del ricorso alla pena di morte e alle pene corporali e di sempre maggiore diffusione delle sanzioni detentive e pecuniarie. Nel 1764 Beccaria pubblica un’opera intitolata “Dei Delitti e delle Pene”. L’autore fonda la sua critica radicale contro i vigenti sistemi giudiziari, sulla funzione preventiva piuttosto che repressiva assegnata alle pene, funzione che esclude “l’inutile prodigalità dei supplicii” ed in primo luogo l’applicazione della tortura e della pena di morte.

Decine di edizioni e di traduzioni diffondono non solo in Europa, ma anche in America l’analisi del sistema giudiziario e gli argomenti contro l’efferatezza delle pene e a favore della pubblicità del processo e della prevenzione del delitto stesso.

La visione della giustizia e della pena poggiano su una concezione contrattualistica dello Stato, dalla quale discende che la pena di morte non è “né utile né necessaria”.

Il sistema di garanzie attuato attraverso le leggi si compone di una parte che fissa il contratto che si stabilisce all’interno dello Stato tra i cittadini e i governanti e di una che definisce il potere, che lo Stato stesso si assume, di fare rispettare le leggi. Questo potere è punitivo e coercitivo ma è basato sul consenso dei cittadini.

L’impostazione tecnico – giuridica e garantistica del moderno diritto penale risale alla rivoluzione illuminista e, in particolare alla felice sintesi che Beccaria ha saputo dare di tali principi nella sua opera prestigiosa del 1774. Prima di allora esisteva un diritto penale caratterizzato dall’arbitrio piuttosto che dalla legalità. L’applicazione delle pene costituiva lo strumento sciagurato di sopraffazione del sovrano assoluto, del principe o del signore locale, la legge penale non rispondeva ad esigenze di tutela, la pena aveva come fine l’intimidazione ed il terrore.

L’Illuminismo predica l’abolizione del reato di stregoneria e di eresia, combatte il ricorso alle sanzioni barbare e disumane in uso nell’Ancien régime, quali le pene corporali e la pena di morte. L’Illuminismo sostiene che il ricorso alla pena deve limitarsi ai soli casi in cui l’applicazione della sanzione penale sia assolutamente necessaria per la difesa della compagine sociale e della sfera dei cittadini; l’Illuminismo introduce il principio della “certezza del diritto” in base al quale tutti i cittadini devono essere posti in condizione di conoscere, attraverso una legge scritta e chiara, ciò che è vietato dal diritto, e “della stretta legalità” che fa divieto al giudice di considerare come reato un fatto che non sia espressamente previsto come tale dalla legge. Le conquiste dell’Illuminismo in campo penale scaturiscono da alcuni articoli contenuti nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789. Nel documento sono affermati importanti principi destinati a trasfondersi nelle grandi opere codificatorie dell’Ottocento e del Novecento. Nella Dichiarazione vengono consacrati i principi “di eguaglianza” (ART. 1), “di presunzione generale di libertà” (ART. 4-5), “di stretta legalità” (ART. 7), “di irretroattività della legge penale” (ART. 8), “di presunzione di innocenza”(ART. 9) (1).

Nota: (1)

ART. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

ART. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: l’esercizio dei diritti naturali di ogni uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla legge.

ART. 5 – La legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che che non è vietato dalla legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

ART. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che sollecitano, emettono, eseguono o fanno eseguire ordini arbitrari devono essere puniti; ma ogni cittadino, chiamato o tratto in arresto in virtù della legge, deve obbedire all’istante: se oppone resistenza, si rende colpevole.

ART. 8 – La legge deve stabilire soltanto pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.

ART. 9 – Poiché ogni uomo è presunto innocente sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore che non è necessario per assicurarsi della sua persona, deve essere severamente represso dalla legge.

Prima di procedere oltre è opportuno, adesso, parlare delle teorie principali intorno alla funzione della pena. Secondo la concezione retributiva, la pena è un castigo afflittivo e personale, un male che interviene come reazione, sul terreno morale e giuridico, al male che è stato commesso con il reato; insito in questa concezione è il principio della proporzione della pena alla gravità del reato, in quanto la pena si trasformerebbe da castigo morale e giuridico in mera vendetta. Alla concezione retributiva si contrappone la funzione preventiva o di difesa sociale: lo Stato mediante la pena non retribuisce male con male, ma si limita a difendere la società dalla pericolosità degli autori dei reati. Con la pena lo Stato impedisce ai soggetti socialmente pericolosi di commettere reati. I due indirizzi sulla funzione della pena sono in accordo sul fatto che la pena persegue un fine di prevenzione generale in quanto mira a prevenire, mediante l’intimidazione, rappresentata dalla minaccia della sua applicazione, che vengano commessi reati da parte dei consociati. La concezione retributiva e quella della difesa sociale divergono circa lo scopo perseguito dalla pena nei confronti del singolo condannato. La prima si disinteressa degli effetti individuali della pena, limitandosi a suggerire, che la pena sia eseguita in modo da favorire l’emenda ed il pentimento del condannato. Il concetto di difesa sociale insiste sullo scopo di prevenzione speciale e si propone l’obbiettivo di recuperare il condannato, in modo da porlo nelle condizioni di non commettere più reati.

Premessi i fondamentali indirizzi riguardo alla funzione della pena è ora possibile affrontare il dibattito delle scuole criminologiche che ha segnato profondamente l’evoluzione del sistema penale e della codificazione dell’intera materia.

L’importante opera codificatoria intrapresa da Napoleone Bonaparte (1769-1821) si estende nel 1810 anche alla materia penale con l’emanazione di un codice che recepisce, nei contenuti, le istanze rivoluzionarie consacrate nella Dichiarazione dei Diritti del 1779.

Il sistema penale proposto dal codice del 1810 presenta elementi di rigore e di severità. Tra le sanzioni più efferate merita di essere menzionata la pena capitale, eseguita mediante mozzamento della testa sul pubblico patibolo, la condanna ai lavori forzati. Due esempi per delineare una situazione ancora dominata da uno spiccato terrorismo della pena. La sanzione penale riveste contenuti dimostrativi al fine di scoraggiare i comportamenti criminali. Il codice del 1810 viene applicato in tutti i territori soggetti alla dominazione napoleonica.

L’unità del diritto civile in Italia si raggiunge nel 1865; l’unificazione del diritto penale non era stata raggiunta a causa di questioni connesse all’applicazione della pena di morte. All’indomani dell’unificazione (17 Marzo 1861) lo Stato, condizionato da ragioni di ordine pubblico, aveva esteso a tutta l’Italia il codice penale sardo del 1859, con la sola eccezione della Toscana. In quella regione vigeva il codice penale del 1853 in cui l’applicazione della pena di morte era limitata ad un numero ristretto di casi. La pena capitale era invece prevista nel codice sardo del 1859; pertanto la sua estensione alla Toscana avrebbe implicato il ripristino di tale pena in una regione che ne era priva; mentre la non estensione del codice sardo avrebbe contraddetto il principio dell’unificazione del sistema penale. Le Istituzioni, preoccupate per la situazione della criminalità comune e politica (si pensi al brigantaggio), preferiva, così, mantenere la vigenza della pena capitale come deterrente al perpetuarsi di certi delitti; né le Istituzioni statali volevano imporre in Toscana l’estensione del codice sardo.

A causa delle divergenze in ordine all’applicazione della pena capitale non si giunge all’unità del diritto penale che sopraggiunge nel 1889 con l’emanazione del codice penale Zanardelli modellato secondo i dettami della scuola classica. Tale orientamento recepisce, nei valori, le conquiste ideologiche del periodo illuminista; Francesco Carrara (1805- 1888) è uno dei maggiori esponenti.

Secondo i dettami della scuola classica presupposto per l’applicazione della pena è l’imputabilità ovvero la capacità di intendere e di volere dell’imputato; il reato viene in essere allorché il soggetto coscientemente e volontariamente viola la norma penale. La pena è concepita come retribuzione del male commesso con il comportamento criminale; è personale e proporzionata alla gravità del reato. La scuola classica accoglie il principio di legalità, di certezza del diritto e le altre conquiste ideologiche dell’Illuminismo, fondamenti inalienabili dei moderni ordinamenti penali garantisti. I classici sostengono che il diritto penale è svincolato dalla personalità dell’uomo delinquente e dalla valutazione socio – economica delle cause del delitto. “La pena è concepita come unico strumento di prevenzione generale e speciale” (MANTOVANI). La scuola classica ignora il concetto di pericolosità sociale, la società non reagisce contro i delinquenti non imputabili in quanto nei loro riguardi la pena retributiva non è applicabile per mancanza dei suoi stessi presupposti. Il codice penale Zanardelli accoglie i dettami della scuola classica, liberale nella previsione delle pene rispetto ai precedenti codici napoleonico e sardo, l’opera codificatoria fissa i minimi ed i massimi delle pene riducendone la misura ed attribuendo al giudice una certa discrezionalità nelle loro determinazione concreta. L’applicazione della pena è vista in funzione delle rieducazione del condannato. Il codice introduce l’istituto della liberazione condizionale. Il reato si configura come lesione del bene giuridico tutelato; la pena è comminata al soggetto imputabile in quanto la violazione della legge ha leso una posizione giuridicamente tutelata. Grande spazio è riservato alle lesioni delle libertà dell’individuo: da una parte c’è lo Stato che punisce il reato, dall’altra troviamo la libertà dell’individuo.

Alla scuola classica si contrappone la scuola positiva i cui massimi esponenti sono Cesare Lombroso (1835 – 1909) ed Enrico Ferri (1856 – 1929). Lombroso nell’opera intitolata “L’Uomo Delinquente in rapporto all’Antropologia, alla Giurisprudenza ed alle discipline Economiche” ( I° edizione del 1876), stabilisce una serie di collegamenti tra le anomalie fisiche e psicosomatiche dell’individuo e la degenerazione morale del delinquente giungendo a classificare i crimini secondo una rigida tipologia antropologica. L’autore distinse tra delinquenti occasionali, d’abitudine, nati ed infermi di mente, ed elabora la teoria secondo la quale le tare ereditarie, congenite, rappresentano le cause principali del delitto.

Lombroso sostiene la prevalenza delle cause individuali o antropologiche del delitto e la necessità che il delinquente sia curato più che punito. Prescindendo dagli aspetti più meccanicistici della sua classificazione dei delinquenti ( di cui sono state ampiamente dimostrate l’infondatezza scientifica e le pericolose suggestioni razzistiche, non a caso riprese dal diritto penale nazista), a Lombroso va riconosciuto il merito di avere efficacemente contribuito a spostare l’oggetto del diritto penale dal reato al delinquente ed alle cause personali e sociali del delitto. Il soggetto è colpevole di un certo crimine e merita l’applicazione della pena non perché è imputabile, quanto piuttosto per la sua natura umana delinquente.

In numerose occasioni Lombroso accusa il codice Zanardelli di ignorare la personalità dell’individuo; l’antropologo sostiene l’opportunità dell’applicazione della pena capitale, propone l’introduzione di pene più severe, rifiuta l’istituto della liberazione condizionale.

Ferri è il fondatore della sociologia criminale, sostiene che il soggetto delinque in quanto è il prodotto di un certo ambiente. Il codice Zanardelli è ispirato ai canoni di un liberalismo giuridico, non curante della prevenzione ritenuta illiberale e ritenuta incompatibile con il principio della responsabilità. I postulati della scuola positiva, sintetizzabili nel principio che al centro del diritto penale c’è l’uomo delinquente e non il reato, e che la pena non deve avere carattere di castigo ma rappresentare misura di difesa sociale e tendere alla rieducazione del condannato, raggiungono la loro massima affermazione nel progetto di codice penale del 1921 elaborato da una commissione presieduta da Ferri.

La Terza scuola o Scuola eclettica accoglie gli insegnamenti dei classici e dei positivisti. Nasce il c.d. “sistema del doppio binario” fondato “sul dualismo della responsabilità individuale – pena retributiva e della pericolosità sociale – misura di sicurezza” (MANTOVANI).

Nel 1931 si giunge all’emanazione del codice penale Rocco. Il codice accoglie diverse scuole di pensiero (natura eclettica): l’ART. 85 accoglie “il principio di imputabilità”; l’ART.203 enuncia il principio della pericolosità sociale. Viene reintrodotta la pena capitale: una evidente cesura rispetto ad una traduzione in cui il codice Zanardelli aveva sospeso questa pena. Al centro del codice c’è lo Stato non l’individuo; il delitto lede il bene pubblico statuale, non individuale. Rispetto al codice Zanardelli emerge una moltiplicazione dei reati ed un inasprimento delle pene che non hanno funzione rieducativa.

Con l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana sono intervenute numerose declaratorie costituzionali che hanno eliminato gli influssi dell’ideologia fascista dal codice del 1931.

L’ART. 25 della Carta Costituzionale recita: “ Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge”.

La Costituzione all’ART. 27 stabilisce: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La pena, dunque, pur conservando il carattere di castigo ha acquistato una preminente funzione rieducativa del reo (purché quest’ultimo collabori dando il suo consenso alla rieducazione stessa). Lo stesso articolo dispone che la pena è personalissima e la sua applicazione è disciplinata dalla legge.

L’ART. 17 del c.p. elenca le pene principali nel nostro ordinamento accogliendo la bipartizione dei reati in delitti e contravvenzioni: “Le pene per i delitti sono: la morte, l’ergastolo, la reclusione, la multa; le pene principali stabilite per le contravvenzioni sono: l’arresto, l’ammenda”.

Su che cosa si fonda la distinzione tra delitti e contravvenzioni? Sull’ART. 39 secondo cui “I reati si distinguono in delitti e contravvenzioni, secondo la diversa specie delle pene per essi rispettivamente stabilite da questo codice”.

L’ART. 18 del c.p. elenca le pene detentive e restrittive della libertà personale (ergastolo, reclusione ed arresto) e le pene pecuniarie (multa ed ammenda).

L’ART. 27 della Costituzione dispone: “non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”.

Con la L. n° 589 del 13/10/94 è stata abolita la pena di morte anche per i reati previsti dal codice penale militare di guerra.

Alle soglie del terzo millennio il dibattito intorno a questo tipo di pena è ancora di scottante attualità. Le statistiche dimostrano che nei Paesi in cui viene applicata la pena capitale, i delitti non diminuiscono, malgrado ciò questa sanzione disumana viene applicata in molti Stati. Giungere alla conclusione che un soggetto deve essere soppresso perché ritenuto non recuperabile, costituisce una sconfitta per le Istituzioni e per la società.

L’ART. 22 del c.p. contempla la pena dell’ergastolo consistente nella privazione perpetua della libertà scontata in una struttura carceraria, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno. Il condannato può essere ammesso al lavoro all’aperto purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata, quando si tratti di reati particolarmente gravi. Il condannato all’ergastolo quando ha scontato ventisei anni di carcere può essere ammesso alla liberazione condizionale. Negli ambienti politici si sta discutendo intorno alla conciliabilità dell’ergastolo con il principio rieducativo e quindi della sua opportunità politico – criminale.

Con l’estensione ad esso della libertà condizionale, l’ergastolo non è più in concreto perpetuo, e quindi anch’esso tende alla rieducazione del condannato. Non condivido le posizioni di coloro che vorrebbero nel nostro Paese l’introduzione della pena capitale, nello stesso tempo credo sia opportuno soprassedere all’abolizione dell’ergastolo per non indebolire l’apparato intimidatorio del nostro Ordinamento.

L’ART: 23 del c.p. dispone in merito alla reclusione: “La pena della reclusione si estende da quindici giorni a ventiquattro anni, ed è scontata in uno degli istituti a ciò destinati con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno. Il condannato alla reclusione, che ha scontato almeno un anno di pena, può essere ammesso al lavoro all’aperto”.

La multa (ART. 24 del c.p.) è la pena pecuniaria prevista come sanzione conseguente alla commissione di delitti. L’arresto di cui all’ART. 25 del c.p. consiste nella privazione temporanea della libertà personale ed è la sanzione detentiva per le contravvenzioni. L’ammenda (ART. 26 del c.p.) è la principale pena pecuniaria relativa alle sole contravvenzioni e “consiste nel pagamento allo Stato di una somma non inferiore a Lire quattromila né superiore a Lire due milioni”.

Nel nostro Ordinamento sono previste le pene accessorie (ART. 19 del c.p.) che si affiancano alle pene principali e comportano una limitazione di capacità, attività o funzioni (es: interdizione dai pubblici uffici ART 28 del c.p.) oppure rendono maggiormente afflittiva la pena principale.

Il principio della funzione rieducativa sancito nell’ART. 27 della Costituzione ha ispirato l’introduzione delle misure alternative alla detenzione aventi la funzione di reinserire il condannato nella vita sociale. Esse rientrano nell’opera di riforma dell’Ordinamento penitenziario disposto con la L. 354/75, di competenza del Tribunale di sorveglianza. Tali misure sono: l’affidamento in prova al servizio sociale (che controlla il comportamento del soggetto e riferisce al magistrato di sorveglianza); la semilibertà (concessa ai condannati a non più di sei mesi di reclusione e sempre nel caso di arresto); la liberazione anticipata (venendo in considerazione non la semplice buona condotta ma una fattiva e continua partecipazione all’opera di rieducazione); la detenzione domiciliare (quando si tratta di donna incinta o di persona le cui condizioni di salute siano particolarmente gravi). Con la L. n° 689 del 24/11/81 il legislatore ha previsto la possibilità di sostituire le pene principali detentive con due nuove sanzioni penali: la semidetenzione e la libertà controllata, oltre che con la corrispondente sanzione pecuniaria (quando la pena detentiva non supererebbe un mese).

Il nostro Ordinamento prevede, inoltre, nel Libro I°, Titolo II°, Capo II° del c.p. “le circostanze del reato”, ovvero quei fatti che hanno la funzione di aggravare o di attenuare la pena.

Recentemente il Consiglio dei Ministri ha varato un disegno di legge sulla sicurezza che avrebbe lo scopo di scoraggiare la criminalità metropolitana.

Tra i provvedimenti più significativi previsti nella proposta governativa, spiccano, senza dubbio, le norme che regolano il furto in appartamento e quelle relative allo scippo.

Nasce il reato di “violazione di domicilio finalizzata all’impossessamento di cose mobili altrui”. La pena va da due a sei anni, con multe da cinquecentomila a tre milioni. Con le circostanze aggravanti la pena è compresa da tre a dieci milioni. La carcerazione è prevista fino al giudizio per direttissima. Fino ad oggi per “il ladro di appartamento” l’ART. 625 c. I° del codice penale ha previsto la reclusione da uno a sei anni.

Il furto c.d. in appartamento costituisce una invenzione avente, probabilmente, lo scopo di dare una maggiore sensazione di sicurezza, ma già oggi il codice penale contiene una norma che prevede il furto aggravato in quanto commesso in un luogo abitato. Niente di nuovo, nella sostanza, se non una ulteriore illusione data ai cittadini di essere più protetti. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda la parificazione del c.d. scippo alla rapina.

Lo scippo è attualmente sanzionato come furto aggravato con borseggio, con la pena prevista tra uno e sei anni. Nel disegno di legge lo scippo è equiparato alla rapina; le pene previste vanno da tre a dieci anni di reclusione con multe da uno a quattro milioni.

Anche oggi se la persona viene raggiunta da un atto di violenza, si applica la disposizione che prevede la rapina e non già il furto aggravato. Con la nuova norma presente nel disegno di legge se un ladro si limita a sottrarre dalla mano di qualcuno un oggetto senza alcuna forma di aggressione, risponderà di rapina, così come risponde di rapina chi si presenta in banca con il mitra in mano. Il buon senso dimostra come questa innovazione sia fuori da ogni logica. In passato nelle legislazioni dell’Ottocento era presente l’equiparazione tra scippo e rapina; è stato il codice del 1931 a distinguere i due casi, proprio perché non è corretto ritenere che chi commette il fatto senza violenza alla persona, debba avere le stesse pene previste per chi questa violenza perpetra.

La proposta del Governo prevede, inoltre, una nuova circostanza aggravante per coloro che approfittano dell’oggettivo stato di debolezza della persona offesa: anziani, bambini o persone con minime capacità di difesa.

La storia insegna che l’inasprimento delle pene non costituisce un deterrente efficace contro la criminalità. Come è possibile credere di porre rimedio al crimine urbano attraverso la finta creazione di una nuova fattispecie di reato che già esiste e che comunque non impedisce che gli appartamenti siano svaligiati? L’impiego dell’esercito per combattere la criminalità costituisce un ulteriore sintomo che le Istituzioni non hanno alcuna idea di come scientificamente si possa intervenire su questo fenomeno: già le forze di polizia sono prive spesso della necessaria specializzazione e dei mezzi per una razionale conduzione delle inchieste, possiamo solo immaginare che cosa accadrebbe se facessimo intervenire l’esercito sul terreno della lotta alla criminalità. Probabilmente arriveremmo ad una militarizzazione del nostro Paese, o di alcune regioni, senza che venga scoperto un solo delitto in più. Credo veramente che con questi strumenti non si faccia un passo avanti contro il crimine dilagante. Non condivido la logica secondo la quale con la modifica di un paio di articoli del codice penale le Istituzioni credono di aver arginato il fenomeno della criminalità urbana. I Procuratori generali ogni anno parlano del 96% dei reati della criminalità urbana che restano impuniti. Questo non è risolvibile attraverso l’aumento delle pene, ma coordinando in modo più proficuo le forze sul territorio e, soprattutto, motivandole con investimenti che non vedo. Siamo certi che aumentare la pena per lo scippo a dieci anni di carcere costituisca un bene? Non ci saranno meno scippi per questo, forse ci saranno più scippatori determinati a vender cara la pelle e quindi più pericolosi.

La severità della pena non rappresenta una soluzione convincente contro i comportamenti criminali. Il soggetto che delinque certamente non compie uno studio dottrinale sulla pena che gli verrebbe comminata nel caso in cui venisse scoperto. Anziché inasprire le pene le Istituzioni dovrebbero sanare le molte piaghe di disagio sociale che affliggono la nostra Nazione. In altre parole se un giovane non trova un’occupazione è molto più probabile che cada nella spirale maledetta della criminalità.

Francesco Costagli

NOTA BIBLIOGRAFICA

  • F. MANTOVANI, Il Problema della Criminalità, Compendio di Scienze Criminali, Cedam 1984;

  • D. BIELLI, Il Delitto, il Processo, la Pena, Crisi del Sistema Penale e Scienza dell’Uomo, Nuove Edizioni Romane 1995;

  • D. BIELLI, Quaderni di ricerca, Centro Stampa – Università di Siena;

  • C. BECCARIA, Dei delitti e delle Pene, Feltrinelli, settima edizione Marzo 1999;

  • A. GIARDINA, Corso di Storia, dalla Nuova Scienza alle Rivoluzioni Borghesi;

  • GHISALBERTI, La Codificazione del Diritto in Italia 1865-1942, Laterza 1997;

  • F. RAMACCI, Istituzioni di Diritto Penale, G. Giappichelli.

    _______________________________________________

Saremmo interessati a pubblicare anche un articolo su una riflessione critica sui processi indiziari, se è vero che nell’Universo sono disponibili infiniti indizi per ogni ipotesi, per cui è lecito e sostenibile logicamente il processo solo se le argomentazioni critiche verranno indirizzate con consapevolezza alla  ricerca della loro falsificazione e non della loro verifica.

Tutte le ipotesi sono falsificabili (fra le righe degli scritti di K. Popper) e l’ipotesi che si oppone alla falsificazione (non siamo riusciti a falsificarla) la accettiamo come corroborata non come ‘vera’; è nel significato della parola ‘corroborata’ l’incertezza del giudizio! (leggere anche l’intermezzo “Manichei_ed_Iperboli4”)

Il coordinatore dott. Piero Pistoia

COMMENTI A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” di Vittorio Sereni; PARTE PRIMA, a cura di Ottavia Ghelli

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

Il commento su questa ‘attualissima’ poesia che segue è  stato scritto dalla studentessa Ottavia Ghelli della III classe del Liceo Classico Carducci di Volterra, speditomi alla fine del lontano 1999, perché fosse inserito nell’inserto Il Sillabario cartaceo, che proprio allora cessò le pubblicazioni.

Piero Pistoia

COMMENTO DI OTTAVIA GHELLI

poesia-commento-italiano_in-grecia

Questa poesia, che affronta il tema della guerra, risulta quasi un lamento, un gemito doloroso da parte del poeta e che ci appare molto realistico e forte perché l’autore ha vissuto in prima persona gli avvenimenti che racconta. La lirica si apre con la malinconica immagine dei convogli militari, “colmi di strazio” per indicare lo stato d’animo dei soldati, che procedono in fila “nel lungo semibuio”, espressione indefinita che può esprimere significati molteplici. Il momento della giornata è quello serale, come indica l’espressione “ai tuoi lembi”, in cui “lembo” può rappresentare la parte finale della “prima sera d’Atene”, come è confermato anche dal precedente aggettivo “semibuio”, riferito all’oscurità.

Dopo una prima precisazione spazio-temporale , la lirica si rivolge sempre più allo stato d’animo personale del poeta che ha dovuto lasciare il suo paese d’origine per una vita che gli riserva un futuro triste e desolato, poiché sa di dover partecipare ad una guerra a cui si sente completamente estraneo. La poesia a questo punto si fa ancora più introspettiva per diventare un’apostrofe che l’autore rivolge all’Europa, mettendo in evidenza la sua piccolezza, la sua fragilità (“inerme”), il suo essere uno tra tanti altri che sono visti coma “schiere di bruti”. Egli si rende conto che in questa guerra può essere solo nemico di se stesso e dei propri ricordi della vita passata. Negli ultimi due versi è indicata la consapevolezza del poeta che la guerra lo renderà dannato per sempre. Il significato globale di questa poesia è, a mio avviso, ancora più profondo. Ad un’analisi più attenta ciò che colpisce subito è l’immediata percezione che si ha del lento movimento dei convogli, che sanno ben evocare i primi versi (“filano”, “colmi di strazio”, “lungo semibuio”) e che è strettamente collegato alla tristezza dei soldati e in particolare al “cordoglio” del poeta. Inoltre, “lungo semibuio” assume un maggior rilievo perché in antitesi con “estate” al v.5; “estate” indica la positività e la gioia della vita che il poeta ha trascorso nel suo paese d’origine. Infatti, troviamo qui due paesaggi del tutto diversi: quello squallido e triste della Grecia, teatro di guerra e di odio, di cui è una spia l’espressione “lungo semibuio” (che assume quindi anche una connotazione morale) e quello solare e più tranquillizzante delle “curve”, cioè del paesaggio mosso della terra d’origine del poeta, rievocato anche dagli ultimi versi (“rediviva tenerezza di laghi di fronde”) di desolazione. Un’altra antitesi è presente già nel titolo, che esprime il senso di desolazione e di inadeguatezza che la condizione della guerra genera in un uomo di origine italiana strappato dalla propria terra e trasportato a forza in un luogo dove è considerato un nemico. Il titolo ci comunica un’impressione di estraneità da parte del poeta alla vicenda narrata , impressione poi confermata nel corso della poesia, e quindi, nella sua semplicità è ricco di significato. L’estraneità del poeta alla guerra si percepisce anche dall’apostrofe rivolta all’Europa, perché guardi suo figlio “inerme” e “assolto”, il quale si sta chiedendo perché si trova in quel luogo di guerra. Questo “figlio” si sente misero ed ha la debole speranza di un “esile mito”, un ideale che però sembra crollare in mezzo alle “schiere di bruti”, coloro che credono alla guerra. Con la parola “figlio” il poeta si riallaccia alla figura materna dell’Europa di cui fa parte con tutti gli uomini e, con la sua ingenuità e fragilità, cozza con la durezza dei “bruti”. Ritengo che gli ultimi due versi siano i più significativi, perché racchiudono e sintetizzano ciò che è stato detto nei versi precedenti. Qui il poeta ribadisce nuovamente la sua piccolezza e la sua fragilità nella guerra; “polvere” può significare sia la polvere del suolo che si deposita sui vestiti del soldato, sia la materia di cui l’uomo è fatto, la carne, che si accompagna al “sole”, cioè allo spirito, all’anima. Anche “sole” può avere un duplice significato, perché oltre a “spirito” può anche indicare un valore concreto, ovvero può essere il sole che riscalda i corpi dei soldati, costretti a combattere sotto l’ardore dei suoi raggi. In una tale condizione di limitatezza e fragilità l’uomo, uccidendo i propri fratelli (in quanto figli di una stessa madre-Europa), si rende dannato e si “insabbia”, sporcandosi del sangue altrui e incamminandosi in un vicolo cieco, senza uscita.

La poesia dimostra di essere ancora molto attuale, perché il poeta già si rende conto della brutalità della guerra e di colui che uccide i propri fratelli. Quindi, abbiamo con questa lirica una testimonianza di una particolare visione della condizione dell’uomo molto innovativa, almeno nel periodo storico in cui è stata scritta. Nel periodo del fascismo, infatti, la guerra era esaltata fortemente e veniva sentita come un’esigenza reale dalla maggior parte degli italiani; per fortuna, però, anche in quel periodo alcuni si rendevano conto della follia di questa impresa, la quale, come ci dimostra il poeta Vittorio Sereni, può solo far emergere quanto l’uomo sia “inerme”e insieme orgoglioso di un “esile mito”, di cui però egli conosce la fragilità, e dannare l’uomo perché lo porta a macchiarsi di delitti verso i propri fratelli, in virtù della condizione di “nemico”, quando invece non sa che, così facendo, è nemico soltanto di sé. I concetti che Sereni esprime valgono anche per l’epoca moderna, però il discorso può essere ribaltato dicendo che non è questa poesia che ha carattere di modernità, bensì la nostra epoca che non progredisce e che torna addirittura indietro. In base all’esperienza sappiamo, infatti, che la guerra non è ancora superata, anzi, è presente in molte parti del mondo ed anche vicino a noi. Anche oggi gli uomini uccidono i propri fratelli, la maggior parte perché sono convinti della propria superiorità, ma molti perché vi sono costretti e si sentono completamente estranei, proprio come il poeta di Italiano in Grecia.

OTTAVIA GHELLI

Liceo G. Carducci Volterra

Classe III Liceo classico

Siamo in attesa di altri commenti....



			

MENTE E SOCIETA’ SONO DISTANTI DA BIOLOGIA E NATURA; una multimetodologia educatica; dott. Piero Pistoia

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MENTE E SOCIETA’

PUR OGGETTI COMPLESSI, SONO DISTANTI DA BIOLOGIA E  NATURA

Una multimetodologia educativa

Riflessioni del dott. Piero Pistoia

  • Insegnare per formare menti ‘adatte’ è un procedimento certamente non lineare che si applica a situazioni molto complesse. L’evoluzione della mente e della conoscenza al suo ‘interno’, si configura come l’evoluzione di un sistema estremamente complesso, fortemente sensibile alle azioni esterne e quindi scarsamente prevedibile. Dall’altra parte la stessa società è controllata da equazioni non lineari e perciò soggetta a divergenze esponenziali, diventando sempre più difficile omologare cittadini adatti alle società del futuro.

    L’oggetto mente/cervello per la sua possibilità di gestire quantità enormi di simboli in continua interazione con la super-sfera del Terzo Mondo popperiano, comporta per il soggetto umano dover gestire un estremo intreccio di algoritmi assai più libero, indeterminato ed arbitrario di qualsiasi altra specie (I. Illich). Ciò, obnubilata la possibilità di una percezione immediata ed univoca dei segni della Natura, conduce ad un mondo a-biologico la cui appartenenza al mondo naturale diventa un requisito nullo o trascurabile (la mente, ragione-intelletto, è lontana dalla biologia e dalla Natura). Sembra allora che solo il sistema inconscio, connotato dall’evoluzione, rimanga a difendere ancora l’appartenenza alla logica del vivente e se vogliamo valorizzare l’aspetto biologico e naturale dell’uomo, dobbiamo renderci consapevoli anche, in termini educativi, delle dinamiche sottese ai processi istintivi e archetipici. Lavorare nel simbolico porta ad una situazione a-biologica lontana dalla Natura. Si perdono i nessi con le cose dell’Universo e le intuizioni su come l’Universo funzioni e come curarlo e prevederne l’evoluzione (perdita del senso ecologico profondo). Ne deriva la probabilità che le argomentazioni razionali, i progetti scientifici, le elaborazioni logiche … non riescano ad indovinare il mondo. Riscopriamo la biologia dell’uomo ed i nessi nella memoria biologica, sollecitando gli archetipi ed usando come catalizzatori il rito ed il magico!

  • Si propone allora in sede didattica una metodologia multi-centrica e multi-direzionale che, per la stessa disciplina preveda un’azione educativa che si esplichi in vari modi e secondo vari metodi. Lo stesso metodo che da poco sta presentando anche in Italia una maggiore diffusione consapevole – che vede il razionalismo critico popperiano come sua base teorica -(ironia della sorte!) non sarà produttivo a lungo, dovendosi favorire ‘un metodo senza metodo’, un modo libero ed anarchico, anche se geniale e creativo, di intervenire sul mondo, “di inventare modelli di interpretazione anche fantasiosi, vere opere d’arte, per ‘rileggere’ il dato sperimentale e ‘costruire’ nuovi fatti e nuove informazioni al fine di formulare idee non precostituite nelle scienze, nella storia, nella letteratura e nella vita”. Il fatto didattico ed educativo non deve prevedere processi lineari e ‘precostituiti’ – programmare a più vie? – che condurrebbero sempre, anche nel migliore dei casi, alla “banalizzazione” del contenuto e della mente (J. Foerster in Manghi), né gli inputs devono condurre all’ “esattezza”, ma alla “complessità”: le idee trasmesse non sono da proporre come “informazioni” ma come “perturbazioni”. Le prove scolastiche tradizionali più che un mezzo per misurare il grado di conoscenza, in questa ottica, si ridurrebbero ad un mezzo per misurare il grado di “banalizzazione”! Chi ha successo nella scuola tradizionale avrebbe subìto un insegnamento banalizzante e per questo prevedibile; un punteggio massimo significherebbe perfetta banalizzazione, studente perfettamente prevedibile e quindi ben accetto nella società, che ammettiamo abbia esigenze indipendenti dal tempo. Esso non sarà fonte di sorprese né di problemi, ma solo finché si manterrà lo Statu Quo, cosa poco probabile in un fermento attivo come nell’attuale processo iperbolico del progresso.

    Riportiamo dal post pubblicato in questo blog “L’intelligenza, la motivazione, la scuola ed il ruolo dell’insegnante” a firma della docente Gabriella Scarciglia, il frammento seguente che precisa la precedente riflessione .

  • <<… ‘Il tempo della lezione’ non deve essere tradizionalmente diviso in tempo di spiegazione davanti ad una classe muta ed in tempo di interrogazione in cui parla un solo alunno. Anche la lezione deve presentare quell’aspetto multidirezionale sempre efficace in situazione non lineare; momenti di spiegazione e interrogazione si alternino con interventi di tutta la classe; il contenuta da spiegare si costruisce così insieme e gli elementi della classe si muovono come in una palestra, ognuno farà il proprio esercizio, partecipando alla costruzione del sapere …. In queste condizioni la comunicazione insegnativa perturba l’atmosfera della classe, creando ansia e tensione, le molle dell’apprendere. E’ la perturbazione l’elemento critico che scuote lo Statu quo ed il precostituito, fino a proporre alternative e nuovi punti di vista sui vari campi del sapere.

    La costruzione della conoscenza sarà guidata da una multimetodologia che dal metodo mnemonico tradizionale, attraverso l’uso dei processi induttivi, pur ‘deboli’, (dai fatti alle idee) e dei ‘potenti’ processi deduttivi (dalle idee ai fatti), passi al “metodo senza metodo”, al modo libero ed anarchico di intervenire sul mondo, di inventare modelli di interpretazione anche fantasiosi, per ‘rileggere’ il dato sperimentale e costruire nuovi fatti e nuove informazioni. Si propongono così nuovi giochi linguistici, si ‘costruiscono’ opere d’arte dalla poesia , dalla pittura-scultura, fino ad idee non precostituite, né fino ad allora conosciute, nella scienza, nella storia e nella vita. Una buona banca-dati di tutti i tipi, anche più strani, per non iniziare sempre daccapo, verrà certamente fornita dai pensieri degli uomini del passato, anche il più lontano e non solo degli uomini (la stessa etologia potrebbe fornire stimoli creativi), che, pur riempiendo l’Universo di ‘posti’ e ‘oggetti’ mistici e strani, non sono da ritenersi meno geniali e affidabili dei nostri migliori ‘maghi’ (nella accezione letterale del termine) della scienza. Alimentiamo l’immaginazione e la creatività fuori norma, insieme al solito metodo logico-razionale pur freddo, amorale, scarsamente naturale (si pensi ai danni irreversibili che ha provocato al mondo non solo animale) e difficilmente coinvolgente, che funziona solo nel semplice, nell’artificiale e nel ‘vicino tempo-spazio’ e a volte nemmeno in queste circostanze, se ci imbattiamo in una ‘turbolenza’ e ciò capita sempre più spesso. Ma “ammorbidiamo” e “riscaldiamo” questo metodo. Inseriamo ai vari stadi del ‘curricolo a spirale’ proposti da Bruner (ai ‘primi’ passi’, ai ‘passaggi di transizione’, ma anche alla ‘comprensione finale’), le idee da apprendere da storie e narrazioni, come suggerisce la Storia della Scienza, se è vero che “si può falsificare una quantità spaventosa di ipotesi senza demolire la teoria in base a cui sono state formulate (Bruner 1997, pag136; “La cultura dell’educazione”, Feltrinelli)”, contro i falsificazionisti ingenui e che nei “cambiamenti di paradigma”si scoprono improvvisi stati intenzionali ed osservazioni da specifici punti di vista aprendo la scienza alla Narrazione ed alla Interpretazione. La Scienza e la Matematica condividono la fallibilità di tutti i tentativi umani, perché umana è la conoscenza, frammista ai nostri errori, ai nostri pregiudizi, ai nostri sogni, alle nostre speranze (K. Popper 1998, pag. 135 e pag.119;”Scienza e filosofia” CDE) dai quali è impossibile liberarci>>.

UNA MOSTRA DI SCULTURE IN ARENARIA DELLA CARLINA “L’azione antagonista dell’uomo” di Roberto Marmelli, scultore

N.B.

QUESTO POST NON PREVEDE ALCUNA TRANSIZIONE VENALE E DI PROFITTO DI ALCUN TIPO E DA ALCUNA PARTE; SI PONE ESCLUSIVAMENTE COME ‘LETTURA’ ED ‘INTERPRETAZIONE’ EDUCATIVO-CULTURALE DELLE VARIE ‘ARTI’, IN SINTONIA ALLO SCOPO GENERALE DEL NOSTRO BLOG.

LA MOSTRA <<L’AZIONE ANTAGONISTA DELL’UOMO>>

DI ROBERTO MARMELLI, SCULTORE BELLIGERANTE E DI PERSONALITA’ VIRTUOSA

COMMENTO DELL’AUTORE: SPIRITO E MITO ANIMANO LA PIETRA

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DA CONTINUARE…

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PIANO O STANZA 4 – IDOLI

Idolo intimo femminile – fronte

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Idolo intimo femminile – parte alta

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Intimo femminile – lato

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La scultura, realizzata in pietra arenaria, rappresenta il profilo essenziale di un tronco femminile, privo di gambe e braccia. Nell’interno, nell’intimo, il  profilo viene realizzato con il tratto caratteristico ottenuto con lo scalpello a ‘gradino’.

Idolo Divinità

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idolo Idoli

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STANZA O PIANO 3 – VOLTI DI PIETRA

Cariatide

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Rotondo Primordiale

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Giuliano

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STANZA O PIANO 2 – GUERRIERO DI POPOLI

Gladiatore

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Migranti

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Crociato

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STANZA O PIANO1 – Guerrieri di Pietra

Il Dardo ed il Guerriero

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Il Guerriero in colonna

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Il Guerriero con Elmo

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Il Guerriero con Elmo a Cavallo – lati AeB retro

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LatoB

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PIANOTERRA -ELLENICO EPIRO

Ellenico Epiro

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IN VIA DI REVISIONE…..

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