QUARANT’ANNI ALL’ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE DI POMARANCE (PI, Italy) della prof.ssa Ivana Rossi, con prologo ed epilogo

PROLOGO DI IMPULSO FRA LE RIGHE…

ALLO SCRITTO DI IVANA; A CURA DEL DOTT. PROF. FRANCESCO GHERARDINI

IVANA ROSSI_GHERARDINI


Per leggere l’articolo definitivo, corretto dagli errori di trascrizione e battitura, cliccare su:

IVANA1

 

 

EPILOGO DI IMPULSO OLTRE LE RIGHE…

ALLO SCRITTO DI IVANA; A CURA DI UN EDITORE DI QUESTO BLOG

Riflettendo oltre le righe un editore del blog fa notare come in questo ‘caldo’ saluto al sistema scolastico ITIS di Pomarance non vengano ricordati  personaggi, pur al tempo attivi, di spicco e di punta (purtroppo!), sempre pronti a tendere l’arco… e questa dimenticanza ha probabilmente un senso. Ciò, forse, potrebbe corroborare l’ipotesi che nessun sistema complesso ovunque situato nell’Universo possa mai essere considerato un ‘Paradiso’,  ma si costruisce attraverso un continuo agitarsi, confrontarsi e scontrarsi all’interno di coppie fra opposti Principi, che, pur nominate con appellativi diversi nel corso della storia dei miti umani, sembrano nel contenuto rispettare i significati attribuiti alla coppia Yin-Yang (vederne sopra il simbolo): emblematico, maschile-femminile, ma, per altri versi, tenebre-luce, male-bene, morte-vita, ecc.. Sembra plausibile, allora, l’affermazione che, nei paradisi dei terrestri, si nascondano sempre serpenti spesso dotati di veleno (per lo più da invidia genetica, nella fattispecie)!

 

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COMMENTO ALLE POESIE DI MARZIA SERPI DI CASTELNUOVO V.C.; a cura del dott. prof. Francesco Gherardini

Per leggere il commento cliccare  sul link interno:

Gherardini_Marzia Serpi (10)

Altrimenti leggere di seguito:

Marzia Serpi è nata nel 1956 a Castelnuovo di Val di Cecina, paese che ama e dove ha sempre vissuto. Ha svolto diverse attività lavorative, che non le hanno mai impedito di dedicarsi alla poesia, cui si è avvicinata all’età di undici anni. Decenni di passione poetica hanno prodotto ben quattro raccolte di canti: Espressioni di una vita, Volo di rondine, Oltre lo sguardo, Lo specchio e l’anima.
Di seguito una scelta di poesie di Marzia Serpi per dare un’ idea della sua poetica e delle sue capacità compositive.

NASCITA
Mani di pianista
arpeggiano il tempo
s’affaccia una stella
da un velo di nube
mentre un primo vagito
saluta la vita.
E il ventre materno
Da scrigno segreto
Ne replica l’essere
E il dubbio di Amleto

La poesia non vende …. Ha scritto, su Repubblica Walter Siti, che “la poesia ha un’aria depressa”. Sono pochi gli editori che se ne occupano e pochissimi i lettori. Operazioni più volte tentate come quella di inserire nei quotidiani delle poesie “classiche” sono servite a poco o a niente , anche se gli unici libri di poesia in grado di dare buoni esiti editoriali dovrebbero ricercarsi tra quelli dei poeti più celebrati del Novecento ( Neruda, Garcia Lorca , Montale). Figuriamoci quale sorte può essere riservata alle opere di un autore contemporaneo. Eppure Marzia Serpi vende libri di poesia.
Marzia ha centinaia di persone che la seguono (followers) e che acquistano regolarmente i suoi libri appena sfornati . Sono pubblici sui social anche i commenti di molti di questi fans; i suoi lettori manifestano stupore, assimilano le sue parole a “ gocce di rugiada” per come sa comunicare emozioni e sentimenti, giudicano le sue espressioni ricche di contenuti in un contesto di pura armonia, ne apprezzano la sincerità : ritengono i suoi messaggi cristallini dal momento che la poetessa sembra vivere realmente ciò che racconta. Riccardo sostiene che i suoi versi piacciono perché affrontano i temi della vita quotidiana, secondo lui Marzia illumina cose modeste che distrattamente tutti noi osserviamo e trascuriamo, lo fa con gli occhi sensibili di una mamma e di una donna; Loredana giudica la sua ingenuità sofisticata , addirittura assimilabile ad un quadro di Rousseau il doganiere ; per Daniele la sua poetica è leggera e profonda come se l’ ispirazione le fosse dettata da qualcuno che le sussurra “ prendi carta e penna e scrivi”; Silvia osserva che le sue poesie si leggono di un fiato perché sono tutt’uno col nostro respiro e hanno la capacità di invitarci a conoscere il suo mondo; per Vinicio Marzia ha la capacità di farci vivere sempre un qualche film mentale e per Nanea Marzia finalmente cancella la poesia autoreferenziale e noiosa , costruita con virtuosismi e arzigogoli vuoti di significato e lo fa in maniera semplice , ma non semplicistica, con una straordinaria capacità di evocare immagini e (re)suscitare emozioni ; per Antonella la poesia di Marzia è soprattutto colore e calore, amore per la famiglia e per il paese.
Anch’ io – Francesco Gherardini – mi sono accostato a questi versi in occasione della presentazione della seconda raccolta “Oltre lo sguardo”. Allora scrissi le righe che seguono:
“Apri il nuovo libro di poesie di Marzia e soffermati a leggere il primo testo, quello che dà il titolo al libro: “Oltre lo sguardo”. Dieci versi ricchi di simbolismi. Qui la vita ti si affaccia come una sorta di “vascello fantasma” una nave solo all’apparenza, ingannevole e illusoria,insicura perfino della sua stessa esistenza che si sposta assai lentamente per affrontare un viaggio verso lidi ignoti, lasciando un vissuto nebuloso, il suo debole ancoraggio ( “nebbie di ricordi” ); una nave/ una vita che non va spedita e sicura di sé, ma che dondola e galleggia a manifestare esitazione, indecisione, incertezza, a marcare un cammino pieno di dubbi verso un “orizzonte cupo” , un “mare grigio” . Espressioni diffuse in questo nostro tempo, che danno l’idea del malessere profondo della società contemporanea, dove il minimo comune denominatore pare ormai essere rappresentato dalla depressione e dal disincanto.
Puoi cogliere in questi versi l’insoddisfazione che traspare per la vita quotidiana routinaria e poco significante e la ricerca invece di valori assoluti, indiscutibili ( “l’ancora di salvezza” ), pur tra dubbi continui e nel disagio esistenziale ( “le nebbie dell’anima” ). L’impressione ingannevole che ti potresti fare è quella di trovarti dinanzi ad una poesia dell’amarezza e del pessimismo, che è un tratto saliente di tanti poeti maschi e femmine, e invece salti pagina e subito trovi ( “Si fa sera” ) di fronte al tripudio della vita con versi che cantano la straordinaria meraviglia della Natura (e nel caso di Marzia del “creato”) e dichiarano stupore per la bellezza che la circonda e la inonda di gioia e di serenità, naturalmente circonfusa di incrollabile speranza; Marzia canta un amore per la vita che incide su di lei anche fisicamente ( “dolci ebbrezze sulla pelle scolpite” ) e che la porta nella lirica successiva, intitolata “Vero amore”, ad esaltare quel rapporto monogamico e incrollabile che è diventato così raro nel nostro mondo umano e pare sopravvivere soltanto fra alcuni pennuti (i piccioni ad es.): “quando la mia mano nella tua mano è il solo calore che mi serve”.
Questa è la vera Marzia che “di meraviglia si nutre”, come dice pochi versi più avanti, che “ama l’amore, ama la vita”.

Nazario Pardini, poeta , scrittore e critico, ci guida alla scoperta di questa poetessa nostra concittadina, prendendo spunto dal commento alla lirica “Da un attimo” (Lo specchio e l’anima, p.91, Bastogi libri, Firenze 2017)

DA UN ATTIMO …
Ho un attimo di cielo
Da dividere con te,
voglio essere regina
donna, amante e molto più.
Spezzare un atomo
In frammenti di luce,
dirigere la storia
orchestrando solamente armonie
mentre tutto intorno a noi
regala amore.
Ed io, aquila reale
Che ha paura del suo volo
E tu compagno mio
In ogni cielo da solcare
Nell’azzurro, tra le nubi
O nella notte cupa
Il nido sulla vetta
Sai trovare, ed aquilotti sanno già volare.

Vita, illusioni, delusioni, saudade, rievocazioni, amore:
“Ho un attimo di cielo/ da dividere con te,/ voglio essere regina/ donna, amante e molto più./ …/ Ed io, aquila reale/ che ha paura del suo volo/  e tu compagno mio/ in ogni cielo da solcare/ nell’azzurro, tra le nubi/ o nella notte cupa …”. (Da un attimo …) Un amore totale, pieno, che l’anima nel focus della sua ispirazione dona alla liricità della parola.
Tutto questo nella silloge di Marzia Serpi che, con grande efficacia visiva, è volta, in una ricerca verbale, a concretizzare la sua ontologica vicenda. I versi scorrono fluenti, puri, con euritmica inclusione,  ora ampi, ora brevi, per seguire il ritmo di un’anima tutta presa dal dire di sé, del suo amore per i figli, il padre, la madre, l’uomo della sua vita. Non meno hanno una incisività poetica i canti rivolti agli animali, visti con antropomorfico afflato, e verso i quali la Serpi rivolge un affetto  di estrema forza trascinante. Ma quel che più risalta è la rappresentazione di una realtà che a volte si fa immediata e conclusiva, a volte traslata, piede d’appoggio per un volo verso l’alto, al di là delle micragne della vita. In oniriche vertigini, anche, che tanto sanno di respiri autunnali o di abbracci primaverili. D’altronde il sogno fa parte di questa nostra storia caduca e fragile, e la poetessa è cosciente della sua fragilità. Per questo si attacca a sentimenti forti e generosi, quasi con l’intento di portarli sempre con sé fino al guado della corrente, rivelando tutta la sua fierezza di donna che prosegue il cammino nelle primavere illusorie del mai finire. In aiuto al suo verseggiare si propone una natura fresca e generosa, policroma e oggettivante, che con tutti i suoi polivalenti messaggi, si fa involucro degli abbrivi emotivi della Nostra: “Fresca la foglia al color di lattuga/ che al mattino sorprendi il mio sguardo. / Primavera è arrivata,/ solo ora mi accorgo di lei/ e con lei, mi sento più vera./…./ Il papavero agli argini spicca allo sguardo/ c’ovunque si posa s’allieta di tanta bellezza/ scordando ogni sua vanità”. (In viaggio) Uno spirito che chiede libertà, e che tale libertà trova in una primavera di scoperte e meraviglie in una  navigazione fatta di scogli e di bonacce; di marosi e di orizzonti luminosi, verso mete di umana consistenza, dove le ampiezze dei limiti portano anche a sperdimenti o a naufragi meditativi di memoria leopardiana. Sì, tuffi in voragini d’infinito dove è facile perdere la nostra identità. Ma Marzia, col suo stile semplicemente complesso, col suo linguismo in progresso, in cerca di  una consistenza che convalidi il suo pathos, non si arrende di fronte all’ignoto, e vola, con iperboli o con agganci  retorici  di significante valenza, verso riposi familiari, verso memorie di intime stagioni: “Noi, per un mondo migliore/ noi, popolo in movimento/ noi, figli del vento/   noi sabbia/ allo scorrer del tempo./ Noi, amati da Dio”. C’è questa inquietudine del tempo che vola, del momento inafferrabile, ma c’è anche la fede verso un Dio che ci ama. Una silloge completa, direi, che tocca tutti gli angoli dell’umano vivere; una narrazione che pretende qualcosa di più, che ambisce ad una poesia ancora più aderente, più consona alla pluralità di un mondo interiore, polivalente e plurale, perché la Serpi ama il canto, e vorrebbe che si perpetrasse foscolianamente ai posteri; al tempo a venire per trasferire all’eterno uno sprazzo caduco di vita, una solitudine, una notte di mezza estate:

(…)
Notte di mezza estate,
io e questo bianco foglio
stasera è tutto ciò che ho
ma non è ciò che voglio. (In sol-itaria)

DONNA

Passi leggeri, nello scandir del tacco
la gonna ondeggia al corpo
in flessuoso movimento
sguardi che al passaggio
accarezzano l’orgoglio.
Dove si ferma il sorriso
ne rimane l’impronta,
la fierezza di donna
prosegue il cammino
nelle primavere illusorie
del mai finire.
Sarà madre, difenderà ideali
avrà corpo e anima da gestire,
troverà il coraggio tra le sue paure
la leggerezza della gazzella
non le negherà la forza della leonessa.
E se quel passo diventerà più pesante
il suo cuore saprà esser leggero
al compiersi di un’esistenza
dove essere donna, è stato bello.

DIMENSIONE
Dorme la gatta al canto del foco
Il suo gomitolo unico gioco,
una crepa sul muro come ferita
s’allarga e ti segna lo scorrer di vita,
un ragno accasato nell’angolo tesse la tela
imprigionando attimi che il destino svela,
l’orologio da parete ormai fermo alle sette
sul suo quadrante più niente riflette,
di umile forgia una scura vetrina
con i suoi ripiani adorni di trina
e una finestra che si affaccia chissà ?!
alba,tramonto non vedo di là.
Sembra una stanza sospesa nel tempo,
Sorprende la noia ascolta il sentimento,
Accartoccia la vita,strapazza i pensieri
Dipinge l’assurdo, annulla i desideri.
Non so se è reale quello che vedo
o un film mentale, ancora mi chiedo,
fermo, bloccato su di un fotogramma
che nutre lo sguardo e il pensiero inganna.
Una sedia impagliata domina la scena
il suo fantasma richiama a vita terrena.

Riporto infine anche il giudizio comunicato dallo stesso poeta-critico Pardini alla poetessa:

“Carissima Marzia,
mi fa grandissimo piacere leggere parte della mia esegesi. E quello che ho scritto è nato da un animo cotto a puntino dalla lettura dei tuoi versi. Mi ha affascinato e mi affascina della tua lettura e della tua scrittura quel realismo lirico alla Capasso che pochi sanno trattare ricorrendo ad una meditazione della realtà come tu sai fare. Belli e significativi i versi citati contengono tutta intera la tua anima affidata ad una versificazione di sonora e visiva plasticità.
Nazario Pardini”

NOTE SUL DENSO CURRICOLO POETICO

Nel 1993, vinto il “Premio Selezione ’93”, ha visto pubblicare la sua prima raccolta di poesie “Espressioni di una vita” (Cultura Duemila Editrice). Alcune sue opere sono state pubblicate nelle raccolte “Viareggio Carnevale”, “Poeta anch’io – III edizione”. Il giudizio lusinghiero di alcuni critici l’ha spinta a proseguire . Così, nel 2010, esce la sua seconda raccolta “Volo di Rondine” (Bastogi Editrice Italiana). Il libro riceve diversi riconoscimenti: Maggio 2011 3° Premio per la sezione “Poesia Edita” al Concorso Nazionale “Viareggio Carnevale”, Giugno 2011 ” Premio Speciale della Giuria per la sezione “Libro Edito” al Concorso Internazionale di poesia, narrativa e saggistica “Il Boccale”, Ottobre 2011 1° premio nella sezione “Libro Edito” al Concorso letterario internazionale “Profumo di Marzo”. Contemporaneamente partecipa con poesie inedite a concorsi letterari ricevendo nel 2011 il 3° Premio nella sezione “Poesia” al Premio Letterario Internazionale “Lilly Brogi- La Pergola Arte Firenze”, sempre nel 2011 il Premio della Presidenza per la sezione “Poesia a tema libero” al Premio Letterario Internazionale “Ischia, l’Isola dei Sogni”, nel 2012 il 5° premio unica sezione poesia a tema “Emozioni d’infanzia” al premio nazionale di poesia “Cipressino d’oro”, nel 2012 il Premio Speciale della Presidenza per la sezione “Poesia a tema libero” al XIII Premio Letterario Internazionale “Ischia l’Isola dei Sogni”,nel 2012 Segnalazione di merito “Poesia a tema libero” al Concorso Letterario Nazionale “San Lorenzo in Poesia” , nel 2012 il Premio Paracelso unica sezione poesia a tema “I 4 elementi: aria, acqua, terra, fuoco” con l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica al Concorso Internazionale “Poeta anch’io”. Nel 2012 Conferimento Speciale della Giuria per la sezione “Poesia a tema libero” al Concorso Letterario Internazionale “Profumo di Marzo” Nel 2012 il 4° Premio Divulgazione per la sezione “Poesia a tema libero” al Premio Letterario Internazionale “Lilly Brogi La pergola Arte”. Nel 2011 l’autrice partecipa con una poesia inedita all’antologia poetica “Cento voci verso il cielo” realizzata a scopo benefico dall’associazione culturale La Pergola Arte. Sempre nel 2011 altre liriche inedite sono inserite nella raccolta antologica “La ricerca poetica” pubblicata da Bastogi. Partecipa, con la lettura di sue opere, a diversi eventi tra cui, nell’agosto 2011, alla serata “Calici di stelle” in piazza Duomo a Colle di Val d’Elsa. Nel 2012 altre liriche inedite accompagnate dai giudizi critici di Lia Bronzi e Duccia Camiciotti sono inserite nella seconda raccolta antologica “I poeti contemporanei e la critica” pubblicata da Bastogi. Nel mese di ottobre 2012 l’Associazione Culturale “Mino Maccari” le dedica un ampio articolo sul giornalino trimestrale “Il Maccarino”. Nel mese di aprile 2013 esce la sua terza raccolta di poesie, dal titolo “Oltre lo sguardo” (Bastogi Editrice Italiana) presentata a Castelnuovo Val di Cecina. Nel 2013 Segnalazione di merito “Poesia a Tema Libero” al Concorso Letterario Nazionale “San Lorenzo in Poesia”. Nel 2013 Conferimento speciale della Presidenza al Concorso Letterario Internazionale “Profumo di marzo”. Nel mese di Settembre (20/9/2013) la terza raccolta “Oltre lo sguardo” viene presentata a Firenze in Palazzo Vecchio. Nel 2013 Premio di merito nella sezione “Opere edite” con la raccolta “Oltre lo sguardo” al Premio Letterario Internazionale “Montefiore”. Nel 2013 Premio Finalista nella sezione “Editi” con la raccolta “Oltre lo sguardo” al Concorso Nazionale di Poesia “Terzo Millennio” Roma. Nel 2013 Conferimento Speciale nella sezione Poesia a tema “Amarsi tra passato e presente” al Concorso Letterario Internazionale “Idea Donna – Lei e Lui” Nel 2013 Alcune liriche inedite sono inserite nell’antologia “Voci fiorentine” editrice (Ibiskos-Ulivieri). Presentata il 13-12-2013 a Firenze Palazzo Bastogi. Nel 2014 Menzione d’onore nella sezione “Libro edito” con la raccolta “Oltre lo sguardo” al Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica “Pegasus Literary Awards”- Nel 2014 Primo Premio, nel concorso a tema “Poesia respiro dell’anima-Ambasciatrice di pace” al Concorso Internazionale di Poesia “Molteplici visioni d’amore” Nel 2014 riceve il 4° Premio, nel Concorso a tema “Giro giro tondo …. i bambini e la guerra nel mondo” al Premio Nazionale di Poesia “Cipressino d’oro”. Nel 2014 Segnalazione di merito “Poesia a Tema Libero” al Concorso Letterario Internazionale “Premio Piemonte Poesia”. Nel 2014 Segnalazione di merito nella sezione C “Amici dei medici-scrittori- opere edite” con la raccolta “Oltre lo sguardo” al Premio Nazionale di poesia “Nora Rosanigo”. Nel 2014 Menzione d’onore, nella sezione unica “Racconti a tema libero” al Concorso Letterario Nazionale “I Racconti di San Lorenzo”. Nel 2014 riceve il 3° Premio, nella sezione “Diritti dell’uomo” al Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa “Terzo Millennio” Roma. Nel 2014 riceve il 1° Premio assoluto, nella sezione “Poesia a tema libero” al Concorso Letterario Poesia e Narrativa “Idea Donna – Lei e Lui”. Nel 2014 riceve Menzione della giuria, nella sezione unica a tema “Amore in una qualsiasi delle sue accezioni e declinazioni” al Concorso Nazionale per Poesia e Narrativa “Premio letteratura d’amore” Torino. Nel 2015 riceve il Premio Speciale: Cortona Città del mondo. Nella sezione “raccolte di poesia edite” con la raccolta “Oltre lo sguardo” al Concorso Internazionale di Poesia “Molteplici visioni d’amore”. Nel 2015 riceve il 2° Premio, nel Concorso a tema “Mamma, papà sto arrivando. La magia dell’arrivo di un bambino” al Premio Nazionale di Poesia “Cipressino d’oro”. Nel 2015 riceve il Premio Targa Paris – Plaque Honorifique Paris. Nella sezione opere inedite di poesia singola al Premio Letterario Internazionale Itinerante “World Literary Prize” . Parigi. Nel 2015 il 5 agosto, viene pubblicata la Poesia dal titolo “Expo Milano 2015” nel sito mondocattolicaexpo del Padiglione della Santa Sede, che chiedeva: Racconta la tua esperienza e le tue riflessioni sul tema “Non di solo pane”.
L’autrice, ad oggi, è membro del consiglio esecutivo della Camerata dei Poeti di Firenze.Il suo nome è inoltre presente nel “Dizionario Biobibliografico dei Poeti e dei Narratori Italiani dal secondo novecento ad oggi” edito da Bastogi nel 2011. Altre liriche, accompagnate da autorevoli recensioni sono presenti nelle seguenti antologie: La ricerca poetica, I poeti contemporanei e la critica, Cento voci verso il cielo, Voci fiorentine, L’alfabeto della poesia. Nel 2016 ha partecipato al progetto “ Stendardi d’Autore” a Massa Marittima e al progetto “ Italia Poesia chiama Europa”. Nel 2017 è uscita la quarta raccolta “Lo specchio e l’anima”.

 

 

COMMENTO ALLA POESIA “LA SIEPE” di Giovanni Pascoli, del dott. prof. Francesco Gherardini

NOTE DEL COORDINATORE piero pistoia

Data la ‘densità’ di questa poesia pascoliana, la rilevanza del commento e il modo alla ‘robinson’ con cui fu introdotto la prima volta, lo riproponiamo più ordinato in pdf.

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COMMENTO A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” di VITTORIO SERENI, PARTE TERZA; a cura di Francesco Gherardini

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

Dott. Prof. Francesco Gherardini

 

 

COMMENTO ALLA POESIA DEL CARDUCCI “COLLOQUIO CON GLI ALBERI” del Dott. Prof Francesco Gherardini

Per vedere il commento in pdf cliccare su:

carducci_colloquio-con-gli-alberi-1 in pdf

 

COLLOQUIO CON GLI ALBERI

Rime nuove, libro II,n° VIII, “Colloqui con gli alberi”

Te che solinghe balze e mesti piani

Ombri, o quercia pensosa, io più non amo,

Poi ché cedesti al capo de gl’insani

Eversor di cittadi il mite ramo.

Né te, lauro infecondo, ammiro o bramo,

Ché menti e insulti, o che i tuoi verdi e strani

Orgogli accampi in mezzo al verde gramo

O in fronte a calvi imperador romani.

Amo te, vite, che tra bruni sassi

Pampinea ridi,ed a me pia maturi

Il sapiente de la vite oblio.

Ma più onoro l’abete; ei fra quattr’assi,

nitida bara, chiude al fin li oscuri

Del mio pensier tumulti e il van desio.

Il sonetto “Colloquio con gli Alberi” (ABAB,BABA, CDE,CDE ) fa parte della “Rime Nuove”: una raccolta di 105 liriche numerate , divise in nove libri , composte dal 1861 al 1887 e stampate nel 1906, l’anno del Nobel ; organizzate secondo un disegno formale, non contenutistico e neppure cronologico; in queste liriche – secondo una critica concorde – il sogno di risanamento morale dell’Italia appare irrealizzabile , dominano la spossatezza e il dissolvimento degli ideali risorgimentali , paiono estinte le stesse ragioni della lotta; c’è una sorta di regressione verso un mondo bucolico di fronte allo spettacolo miserevole di avvenimenti politici deludenti.

Nella raccolta (II libro) il sonetto è preceduto da DI NOTTE e seguito da IL BOVE .Nel primo , la notte non fa paura, anzi dissolve le sue tristezze , nel suo seno il poeta trova quiete come un bambino che si abbandona tra le braccia della nonna (pia ava) “ ove l’ire e i dolor l’anima oblia”. Vi si avverte l’eco del celeberrrimo sonetto di Ugo Foscolo “Alla Sera”.Il secondo è un sonetto dedicato ad una figura simbolo di forza pacifica e industriosa, vi si esaltano la serenità e la sanità della vita nei campi, una natura forte amica dell’uomo; sono versi costruiti con espressioni virgiliane, di un naturalismo che richiama la pittura dei macchiaioli .Tra i tre sonetti non ci sono grandissime affinità.

Il nostro sonetto è stato composto il 13 febbraio 1873, ma pensato a Marzo o Aprile 1868 col titolo semplificatorio di “Quattro alberi”. Le prime due quartine costituiscono una sorta di pars destruens. L’ interpretazione letterale è piuttosto semplice. Per il poeta la quercia e l’alloro non meritano l’attenzione e il valore che è stato loro attribuito dall’uomo nel corso dei secoli ; in fondo hanno tradito la loro missione . La quercia , che il poeta percepisce come una presenza imponente e solitaria, simbolo del pensiero profondo della filosofia e della politica, si è prestata a che facessero dei suoi (miti) rami corone per spietati conquistatori e folli distruttori di città; quanto all’alloro in fondo ha mostrato tutta la sua frivolezza, pavoneggiandosi con le sue verdi fronde in un ambiente dominato solo dallo squallore dell’inverno; nella sostanza si tratta di un albero infecondo, improduttivo , utilizzato solo per sfoggiare la sua bellezza sulle teste calve degli imperatori romani.

Con la prima terzina si apre invece uno scenario diverso : come non apprezzare la vite , che strappa la vita facendosi strada e lottando tra i bruni sassi ; essa almeno offre all’uomo un frutto salutare per lui, che almeno per qualche momento gli fa superare la malinconia e il dolore, avvolgendolo nell’oblio.Certo la vita è carica di amarezza e di delusioni, di dolori cocenti, di inganni tanto che si aspetta la fine con sollievo ; allora ci viene in soccorso l’abete, quattro semplici tavole bianche ben levigate sigillano corpo e anima, segnano la fine dei nostri pensieri e dei nostri mai appagati desideri.

Procediamo con un’analisi un po’ più approfondita.

  1. Non si tratta di un sonetto originalissimo per la tematica che affronta ; alcuni critici lo hanno accomunato all’ode “Egoismo e carità” di Giacomo Zanella (1865).

Carducci era un conoscitore e un ammiratore del poeta napoletano, ne parla in due lettere a Chiarini e Barbera del 22 e del 30 Agosto 1868; anche Zanella nella sua ode mostra avversione nei confronti dell’alloro perché è vanaglorioso (“ verdeggia eterno/quando alla foresta le novissime fonde invola il verno”) e infecondo ( “non reca gioia all’augellin digiuno”) ed apprezza la vite “poverella” che almeno col suo “licor” consola “ il vecchierel che tiene colmo il nappo” e lo fa sognare “contento floridi pascoli ed auree biade”. L’ode di Zanella precede almeno di cinque anni il sonetto di Carducci e contiene solamente qualche coincidenza tematica , non ha certo la sinteticità, la perentorietà e la forza di Carducci né una chiusa paragonabile : le auree biade e i floridi pascoli non sono minimamente accostabili a quanto può essere adombrato dal concetto di “nitida bara”

  1. La Rime Nuove sono conosciute per l’attenzione alla Natura della Maremma, irta e selvaggia, dolce e malinconica, sempre luminosa; anche in questo sonetto – astraendo dalla citazione dei quattro alberi che vivono dappertutto e non solo in Maremma- ci sono alcune immagini che ricordano le caratteristiche del paesaggio maremmano dell’epoca : le solinghe balze e i mesti piani, l’ombra della quercia e il verde gramo, i bruni sassi .

Le balze (un termine usato qui in maniera abbastanza generica) non possono non farci correre col pensiero alla città di Volterra, allora nella Maremma pisana, “un bastion suspendu sur la Maremme” (Paul Bourget) ,città natale della madre Ildegonda Celli; Carducci certamente aveva avuto modo di sentire parlare chissà quante volte delle balze: uno spettacolo impressionante , la rottura improvvisa del dolce paesaggio toscano , per chi le vede per la prima volta e che induce a pensarle come una delle cause di ”quell’affetto particolare dal quale mi derivò quello che nei miei begli anni mi turbinò di selvaggio e giocondo nel cuore e mi gemé profondamente nell’animo”[Pescetti,Volterra]. Ma Carducci nel 1873 non era stato ancora a Volterra; vi giunse il 9 agosto 1882 per la prima volta proveniente da Livorno (dove viveva la figlia Beatrice)con Giuseppe Chiarini e Guido Mazzoni, commissari d’esame al Liceo, allora retto dagli Scolopi.1

E poi insieme con il poeta possiamo immaginare i vasti e mesti piani dove ogni tanto incrociare secolari querce solitarie e godere della loro ombra nella grande pianura maremmana, che oggi è tutto meno che mesta, ma che due secoli fa era ancora terra di bonifica e di malaria come ricorda bene il testo di una dolente canzona popolare toscana “Maremma amara” , dove non mancano i riferimenti alla tristezza e alla morte.La quercia che popola effettivamente i piani della Maremma- il verde gramo dei prati pascolo – è sempre stata simbolo di forza e longevità, di fermezza e durezza e la ghirlanda di foglie di quercia è stata da secoli utilizzata nelle insegne militari. Nella prima quartina risalta forte il contrasto : il mite ramo della quercia sul capo degli insani eversor di cittadi.

A prima vista non sembra che ci sia un riferimento preciso ad un personaggio storico del presente o del passato; possiamo però soffermare la nostra attenzione sul termine classico “eversor” 2 e condividere l‘invettiva contro gli insani, i folli, i pazzi che distruggono la vita e le proprietà altrui per desiderio di potenza e di ricchezza. Forse potremmo individuare qualche collegamento con le vicende tormentate di quel lustro 1868-1873. Si tratta di anni assai importanti sia per l’Europa che per l’Italia , caratterizzati dalla seconda rivoluzione industriale, dall’esplosione di tutta la potenza e di tutte le contraddizioni del capitalismo; sono gli anni del petrolio e dell’elettricità, della crescita dei commerci mondiali, dell’esaltante sviluppo scientifico e tecnologico, con l’Italia che stenta ad unificarsi ed arranca mentre emerge prepotente la potenza prussiana ; sono gli anni dell’affermazione e del declino repentino della grandeur francese .

In questo periodo (68-73) in Italia arriva a soluzione , sotto tanti aspetti poco dignitosa, la questione romana: un esito davvero poco apprezzato da Carducci che resta colpito dalla pusillanimità di parte italiana, dalla sudditanza nei confronti della Francia che cessa opportunisticamente nel luglio 1870 dopo la batosta di Verdun, con Roma conquistata grazie al benestare della nuova potenza teutonica e non per un gesto di autonomia e di coraggio da parte dei governanti italiani. Solo Garibaldi salva la dignità degli Italiani. Carducci non ammira la gestione governativa della Destra storica e in particolare di Bettino Ricasoli. Se volessimo interpretare questi versi in chiave simbolica, potremmo vedere raffigurata nella quercia la classe dirigente del tempo e in questi endecasillabi una critica forte alla pavidità di quei governanti, che hanno finito per mettersi opportunisticamente sempre dalla parte del vincitore .3

Quanto all’alloro si tratta di una pianta infeconda (cfr.Zanella) che in fondo non si dovrebbe più ammirare e che il Poeta tuttavia ha desiderato come tutti i poeti hanno fatto da tempo immemorabile. 4L’alloro è una pianta ingannevole (non sempre va sulla testa di chi lo merita veramente) e insolente perché offende col suo verde rigoglioso fuori stagione tutte le piante che sono ormai spoglie, in questo senso è un albero strano , ossia estraneo; il verde brillante dell’alloro si contrappone al verde gramo, ai campi desolati dove ormai il verde stenta a permanere, vinto dalla stagione autunnale. Sempre alzando il possibile velo simbolico, questi versi circa l’alloro potrebbero indurci a riflettere sul comportamento degli intellettuali del tempo, proni di fronte ai potenti e buoni a mettersi in mostra soltanto quando è facile e indolore. Carducci vuol forse dirci che l’arte in generale ha perso la sua funzione civile? Che non torneranno più Parini Alfieri Foscolo Leopardi ?

La vite invece presenta da sempre un aspetto positivo : assai diverso da quello lacrimoso tratteggiato da Zanella [“ Te, poverella vite, amo, che quando/Fiedon le nevi i prossimi arboscelli,/Tenera, all’altrui duol commiserando,/Sciogli i capelli./ Tu piangi, derelitta, a capo chino,/Sulla ventosa balza.”], qui la vite ride pampinea 5,brilla nei colori vivaci dei pampini , ma soprattutto quasi con gesto religioso e benigno (pia) matura per il poeta il vino che dà l’oblio , che saggiamente ci fa dimenticare gli affanni. Questo riferimento merita qualche parola in più.

Vino e oblio: si tratta di un motivo classico già presente nei lirici greci. “Beviamo! Perché attendere i lumi? Il giorno vola.Prendi le coppe grandi variopinte, amico. Il vino! Ecco il dono d’oblio del figliolo di Semele e di Zeus. E tu versa mescendo con un terzo due terzi, e le coppe trabocchino, e l’una l’altra spinga.” (Alceo, 11) Il vino è stato un simbolo del soprannaturale pagano : Dioniso nasce da Semele mentre è colpita dal fulmine , il fulmine produce fremito e furore come lo stato di ebbrezza nasce dal vino, uno stato che permette di sciogliere l’individuo dai suoi vincoli e dai suoi freni inibitori e che consente di ricongiungerlo alla divinità: nell’ estasi, nell’ entusiasmo , nella liberazione dei sensi. Questo cenno al sapiente oblio potrebbe sembrare un cedimento del poeta alla tematica decadente,6 quella gioia di breve durata , inafferrabile e sfuggente, che potrebbe mutarsi in nuovo dolore; ma arriva un definitivo soccorso: quattro tavole ben piallate di abete per sigillare le passioni, i desideri di altezza e di gloria mai davvero appagati e in fondo vani di fronte alla drammaticità della vita reale .

Qualche cenno biohgrafico non guasta.Per Carducci sono anni questi di dolore e di rabbia, segnati dal suicidio del fratello Dante, poi dalla morte del padre e del primo figlio Francesco, nonché da un insuccesso editoriale e letterario (Levia Gravia) che lo portò ad insultare amici e colleghi, i critici democratici e i massoni bolognesi (tanto da essere espulso dalla loggia cui aveva aderito); diceva di sé in alcune lettere di essere preoccupato perché non riusciva a stimare né ad amare più nessuno; oltre alle vicende personali e familiari ,pesavano moltissimo quelle politiche, romane come la decapitazione di due garibaldini da parte delle truppe di occupazione francesi, l’epilogo tragico della battaglia di Monterotondo e di Mentana, cresceva il suo odio verso PIO IX e verso l’insipienza dei governanti italiani, fino a scrivere “triste novella io recherò tra voi: la nostra patria è vile”(In morte di Giovanni Cairoli). In questi anni Carducci alias Enotrio Romano scrive sull’Amico del Popolo , un giornale bolognese di tendenza repubblicano-democratica, secondo il questore del tempo “un veleno che entra in tutte le vene, serpeggia e si diffonde”, nei fatti una pubblicazione molto apprezzata e largamente diffusa che si batteva a favore delle classi lavoratrici e criticava i governi moderati con toni che portarono a parecchi sequestri.

Una lettura chiarificatrice e decisamente interessante è offerta dalle note biografiche di Giuseppe Chiarini (Impressioni e ricordi di Goisuè Carducci , Bologna 1901, Memorie della vita di Giosue Carducci 1835-1907 raccolte da un amico, edizioni Barbera 1907). Afferma Giuseppe Chiarini che in fondo la generazione di Carducci era stata fortunata perché in poco tempo aveva visto compiersi avvenimenti che sembravano sogni; il piccolo Giosué, rimasto impressionato da ragazzetto (1848-1849) dai volontari che andavano a morire per l’Indipendenza dell’Italia, nel 1856 aveva cominciato a scrivere versi patriottici; si sentiva anch’egli un patriota che si rifugiava nella letteratura (Dante,Petrarca, Alfieri, Foscolo, Leopardi) perché la speranza di una concreta riscossa sembrava lontana; non apprezzava il Manzoni invece : troppa religione, troppa rassegnazione, troppo prete e come tale amico di un potere ostile, Pio IX. Carducci giovane odiava il Romanticismo, barbaro a priori ed amava invece i classici. Ricorda Chiarini :”Eravamo classicisti intransigenti e intolleranti”. Sul piano politico Carducci si spostava progressivamente a favore dei repubblicani, odiava le manovre dei monarchici che non volevano chiudere la questione romana e dopo Aspromonte era letteralmente infuriato contro il Governo e disgustato e amareggiato per i tentativi di accordo con il Papa. Visse il trasferimento della capitale a Firenze come la fine dei sogni e vide un’ elemosina da parte della Prussia e della Francia nella cessione di Venezia all’Italia. Manovre poco dignitose, “ci hanno spinto in avanti a calci in culo”, culminate con l’attacco a Roma dopo la disfatta francese.

A questo punto quattro parole è forse opportuno spenderle sulla coerenza politica di Carducci, tanto messa in discussione.

In questi anni (68-73) emerge lentamente, ma tenacemente la cosiddetta sinistra patriottica di Francesco Crispi, lungo una traccia che parte da un passato mazziniano e garibaldino e giunge fino all’adesione ad una concezione monarchica autoritaria; un cammino non certamente esclusivo del nostro poeta , ma già impostato da Garibaldi e dalla Massoneria 7e percorso anche da Carducci. Assiduo con uomini di governo come Benedetto Cairoli e Francesco Crispi, aveva aderito alla formula “Italia e Vittorio Emanuele” sia pure con qualche frustrazione e alla Loggia di Propaganda della Massoneria (1866-1870) , attratto dai principi derivati dal grande movimento positivista ( libertà, uguaglianza, fratellanza, indipendenza, progresso, anticlericalismo ) . 8 Certamente gli pesava il fatto che l’Italia, dopo tante speranze, ricoprisse un ruolo ancora decisamente marginale nell’agone europeo – soprattutto se confrontato con l’ascesa inarrestabile della Germania di Bismark – e non avesse mai dato prova di un comportamento fiero e dignitoso . Si colloca in questi anni lo spostamento politico ideologico da posizioni di sinistra estrema ( pensiero persino influenzato da Herzen e Bakunin) ad una progressiva accettazione e acquisizione dei temi e delle posizioni della borghesia monarchica, rappresentate da amici massonici che avevano fattto o stavano facendo il suo stesso cammino .

E’ il successo crescente della Germania bismarkiana che incanala il suo amor di Patria e la sua aspirazione alla Libertà sullo stesso percorso di Crispi, che Carducci ammirava e sosteneva; non si tratta della involuzione politica di un singolo personaggio, ma dello spostamento di interi settori della borghesia verso prospettive politiche diverse, che più tardi saranno definite un po’ semplicisticamente di “conservatorismo”. Nei fatti in quegli anni si arricchiscono le sue frequentazioni massoniche e con politici di peso. Più tardi scrisse con sentita convinzione che il razionalismo giacobino, mosso da Montesquieu o da Rousseau, aveva fallito mirando astrattamente a rifoggiare la società senza tener conto della storia e dei fatti, sur un modello rigido e stecchito “ ed esaltò Camillo Benso di Cavour, che aveva accettato la fede unitaria di Mazzini e Garibaldi, aveva indotto la monarchia a farsi carico della rivoluzione italiana e aveva riunificato la Patria e il popolo (Opere XVIII pp. 152 e ss.).

1 La città di Volterra tributò al poeta la cittadinanza onoraria nel giugno 1905

2 Cfr. “ Priami regnorum eversor Achilles” (Verg, Aen,XII,545) , “Oileo eversor di cttà” (Monti, Iliade, XI,974);

3 Garibaldi arruolò 40.000 volontari ; furono migliaia i morti nella battaglia di Digione;trent’anni dopo ricevette dalla repubblica francese la Legion d’Onore

4 Apollo colpito dalla freccia di Eros vuole Dafne che lo respinge e per sfuggirgli si trasforma in un arbusto; Apollo strappa un ramo, se lo mette in testa e si sente appagato e vittorioso.

5 cfr. Verg, Ecloghe, VII,58 “pampineas umbras”)

6 Cfr. Baudelaire, Lete

7 Nel 1864 le logge massoniche si fondono nel Grande Oriente d’Italia con a capo Giuseppe Garibaldi

8 Carducci era entrato in Massoneria nella Loggia Severa di Bologna già nel 1862, nel 1863 aveva composto l’Inno a Satana, poi nel 1865 era transitato nella loggia Felsinea di Bologna

 

UNA POESIA DI PIERO JAHIER “Corpo a Corpo”, commenti a più voci

CORPO A CORPO#7

Mi son bardato per la serata:
dal momento che volete vedermi nei vestiti
.                                                     che gridano: non è lui.
(Io che respiravo alle giunture degli abiti
.                                               vecchi come un insetto
– mi sono bardato per la serata).

E – tremando – dall’anticamera riscaldata
mi son prodotto nella luce, negli specchi e sorrisi:
– un sorcio attraversa il salone del transatlantico –
E nuotando nella luce, negli specchi e sorrisi
.                                      dell’accoglienza cordiale,
mi son trovato a parlare delle sole cose care,
a spiegare e difendere la causa della mia vita.

Ma ho visto – a tempo – il respiro della
.                                                   mia passione,
congelarsi contro i vostri visi.
A tempo mi avete guardato
come un drago che butta fuoco.

Mi domando perché mi avete invitato:

ma se è perché ho scritto tre parole sincere
e vorreste il segreto di questo mestiere:
Ci son sette porte e ho perso la chiave
.                                                per poterci tornare.

Se le ho dette, vuol dire che avran traboccato,
alzatevi presto e vedete partire la lodola
.                                                 quando il sole ha chiamato.

Nella via mentre rincasate – su molli compensate –
ritrovo la mia chiave – solo –:

.                                                    Sono stato visitato
.                                                    sono stato auscultato
.                                                    riconosciuto abile a vita coraggiosa
Dieci volte respinto – ricomincerò:
e se proprio fossi disteso, una polla di sangue
.                                                          al petto
aspettate a venirmi vicino; ancora non vi
.                                                accostate.

Ma ho ritrovato la mia chiave – solo –,
ma vi ringrazio;
ma son tornato dove non potete venire –
dove son certo che la mia parola
senza averla gridata non posso

.                                                morire.

Piero Jahier

COMMENTO DEL DOTT. PROF. FRANCESCO GHERARDINI

CORPO A CORPO#7 di Piero Jahier

Premessa

Fin dai tempi del Liceo mi hanno incuriosito i cosiddetti poeti vociani: Carlo Michelstaedter, Giovanni Boine, Carlo Stuparich, Scipio Slataper, Piero Jahier. Perché interventisti, perché giovanissimi ( tutti nati attorno al 1886/1887 , tutti volontari della prima guerra mondiale ) e infine per il fatto che molti di loro erano morti troppo presto o, come Jahier, antifascista , cancellato nel ventennio e oltre.

Mi interessava conoscere la loro weltanschauung , capire quali impulsi interiori avessero spinto questi giovani ad incamminarsi volontariamente al massacro, come agnelli al mattatoio; si perché la prima guerra mondiale non fu il IV Risorgimento, ma piuttosto una spaventosa carneficina, con milioni di morti e di famiglie ridotte alla disperazione e spesso alla fame; per non ribadire che aprì le porte al Fascismo.

Il mio interesse è sempre stato elevato per questa tragedia, nella quale sono entrati sicuramente come involontari e trascurabili protagonisti anche i miei due nonni, Francesco e Paolo : l’ uno, tornato dalla Pennsylvania per non essere considerato disertore , caporal maggiore , disperso -per sempre perché mai riconosciuto come “morto” – durante la battaglia di Caporetto; l’altro portaferiti colpito alla tempia da una scheggia , rimasta fortunatamente bloccata per altri settant’anni nel suo cervello senza procurare danni. Quest’ultimo, nonno Paolo, mi ha raccontato spesso dell’accoglienza generosa, ricevuta dagli Italiani liberatori del Sud Tirolo, accolti festosamente dalle fucilate dei cecchini dalle finestre e dai tetti delle case. Entrambi della generazione dei Cavalieri di Vittorio Veneto , come i poeti vociani.

Di questi poeti , Piero Jahier , volontario e tenente istruttore degli Alpini, ebbe – per sorte diversa dai suoi coetanei – l’opportunità di sopravvivere, di tornare a casa vivo; qui rimase per venti anni in silenzio; ho scelto di commentare questa sua poesia, l’ho preferito agli altri per la differenza delle radici culturali (valdese) e per quello che è stato definito come il “calor bianco” delle sue pagine, spesso indecise tra l’espressione poetica e la prosa, a volte sarcastica a volte ironica; un aspetto –io credo- della sua modernità e un portato della sua vicinanza a “La Voce”.

La sua poesia appare subito parente stretta dell’espressionismo [ad es. Munch ], anch’egli vede la realtà per così dire con gli occhi dell’anima e la esaspera . Come vedremo più avanti analizzando i suoi versi , il poeta avvia un’aspra polemica sul piano dell’etica e dell’estetica contro la società borghese del suo tempo, ipocrita e superficiale, e ne intravede il disfacimento. E in fondo è anche un’autocritica contro se stesso, contro quel giovane che aveva scelto la guerra senza sapere di che cosa si trattasse.

CORPO A CORPO #7

Mi sono bardato per la serata

dal momento che volete vedermi nei vestiti

che gridano: non è lui.

io che respiravo alle giunture degli abiti

vecchi come un insetto

  • mi sono bardato per la serata.

Il primo aspetto che colpisce, nero sulla pagina bianca, è la distribuzione dei versi, di quelli soprattutto che partono da metà riga e segnano un distacco dal verso che li precede e da quello che li segue. Appaiono come momenti di sosta pensosa, di ponderazione e di schiettezza; altrettanto interessante la ripetizione del primo verso nell’ultimo di questa strofa, così come accade abbastanza spesso nell’intercalare comune (epanalessi) ; in questo caso a mostrare la fissità , la invariabilità di un pensiero che spinge a riproporlo al termine della locuzione. Tutto appare incentrato su un fatto oggettivo e inequivocabile: mi sono bardato; indubbiamente un’autocritica per il proprio comportamento.

Che cosa è accaduto? Il poeta – siamo nel 1919 a guerra finita- probabilmente è stato invitato ad una festa importante, perché si vuole conoscere, magari dopo che se ne è sentito parlare tanto . In qualche modo sente di non poter dire di no, ma si rende conto di subire una costrizione, deve comunque adattarsi contro la sua volontà alla nuova situazione, deve indossare abiti ( ma qui si può dare ovviamente anche una lettura metaforica e intendere atteggiamenti riflessioni pensieri) che non sono i suoi ed è davvero tanto evidente il disagio , chiaro per lui e per tutti gli altri, quasi scandaloso (lo sottolinea quel “gridano”); nonostante questa interiore contrarietà il giovane poeta ha comunque accettato di “bardarsi”.

Ora bardarsi è già una voce verbale ambigua, da un lato significa vestirsi con ricercatezza, con eleganza oppure con eccentricità, ma dall’ altro il verbo “bardare” si usa anche per esprimere azioni precise che riguardano ad es. gli asini; si adopera per indicare il momento in cui si mette il basto sulle spalle di questi animali, che -a differenza del poeta- spesso accettano la bardatura, i finimenti, senza mostrare troppa insofferenza, abituati come sono a portare carichi pesanti . Anche lui si è bardato , ha ceduto, ha accettato di fare qualcosa che stride con la sua natura e che è chiaro e lampante a tutti; lo ha fatto per rispondere alle convenzioni sociali, per entrare in un mondo nuovo per lui. In qualche misura è stato forzato, lo hanno costretto (volete vedermi) e ne è uscita una “maschera” bell’e pronta per la serata, tutta apparenza e niente sostanza; lui che si sentiva in realtà nient’altro che un insetto (un essere insignificante , isolato, volutamente nascosto) e sopravviveva (respiravo) come una tarma rintanata nelle giunture degli abiti vecchi . Certamente in questi versi si nasconde un pensiero complesso e forse gli abiti vecchi adombrano antiche idee consolidate e valori che appaiono antiquati ai nuovi signori emergenti, un mondo più semplice e moralmente più saldo rispetto a quella società che lo ha costretto ad adeguarsi camuffandosi. Il poeta sembra patire , sembra provare una forte sofferenza per la contraddizione interiore , pare che voglia dirci che ha accettato per un momento di rinunciare a qualcosa di sé pur di fare l’ingresso nella nuova società, che sa molto bene tuttavia chi è lui e che cosa pensa e … conosce la distanza.

E –tremando- dall’anticamera riscaldata

mi sono prodotto nella luce, negli specchi e sorrisi:

  • un sorcio attraversa il salone del transatlantico –

E nuotando nella luce, negli specchi e sorrisi

dell’accoglienza cordiale

mi sono trovato a parlare delle sole cose care,

a spiegare e difendere la causa della mia vita

Trema il poeta ; questo fremito è prodotto dal timore di non essere compreso, di non riuscire a penetrare negli animi degli astanti, non si sente per niente a suo agio, si trova in una situazione artificiosa, innaturale e l’artificio è scoperto ed è evidente a tutti; l’atmosfera è calda, l’aria è riscaldata mica come nelle trincee, tutto sembra esprimere il desiderio di accogliere al meglio l’ospite; per due volte (anafora) tornano luce specchi sorrisi, al punto che il poeta accetta di esibirsi (mi sono prodotto) ; ma l’effetto che fa è fastidioso: così finisce per sentirsi smarrito , capace di incutere sorpresa e repulsione insieme (il sorcio che attraversa il salone) . Un effetto da collegare con l’immagine che offrivano i seguaci di Pietro Valdo, straccioni e topi di fogna; gente che aveva gettato i vestiti eleganti alle ortiche (le bardature) per seguire la povertà e la verità.

L’eleganza raffinata dell’ambiente e la lucentezza degli specchi l’hanno indotto comunque ad aprirsi, a parlare delle uniche cose che contano per lui , a difendere la propria visione del mondo e forse il ruolo dell’arte e della poesia , il posto della parola e dell’autenticità nel processo di civilizzazione dell’uomo .

Ma ho visto – a tempo – il respiro della

mia passione,

congelarsi contro i vostri visi.

A tempo mi avete guardato

Come un drago che butta fuoco.

Mi domando perché mi avete invitato:

ma se è perché ho scritto tre parole sincere

e vorreste il segreto di questo mestiere:

ci sono sette porte e ho perso la chiave

per poterci tornare.

Se le ho dette, vuol dire che avran traboccato,

alzatevi presto e vedete partire la lodola

quando il sole ha chiamato.

Nella via mentre rincasate – su molli compensate-

Ritrovo la mia chiave – solo-

Jahier ha parlato della sua passione suscitando sconcerto e se ne è accorto subito (a tempo ripetuto due volte) dal gelo degli sguardi come se fosse comparso nel salone un animale strano, un drago, un essere capace di incutere meraviglia e anche paura nello stesso tempo . I suoi ospiti non hanno capito niente di lui e del suo pensiero. Il poeta si chiede perciò perché è stato invitato quando tutti erano consapevoli della distanza incolmabile; il motivo è uno solo: visto che ha scritto tre parole sincere, i suoi interlocutori avrebbero voluto capire chi fosse realmente e magari carpire i segreti del mestiere di poeta, come se essere poeta fosse un mestiere qualsiasi, un po’ di tecnica e qualche trucchetto lessicale. Come se fosse facile stabilire chi è poeta?

Per capirlo ci sono sette porte da aprire, ma occorre la chiave giusta: detto in altri termini è un mistero e per tornare ad essere poeta bisogna ritrovare la chiave, la voglia, l’ispirazione vera (.??.) Ma forse è banale parlare di ispirazione, perché il poeta costruisce e non di getto come immaginavano i Romantici, ma con pazienza e grazie a conoscenze precise, di metrica, di musica, cerca l’armonia che renda intuibile il suo stato d’animo e il suo pensiero; allora quante cose egli deve conoscere per scrivere. Tante, almeno sette. Sette porte: la scelta del sette richiama alla mente una formulogia antica, la cabala biblica, l’apocalisse; il sette dà tradizionalmente il senso del perfetto, del misterioso e del magico.

Il poeta dà ai suoi intrattenitori una spiegazione sbrigativa: se ho detto tre parole sincere vuol dire che sono traboccate; traboccate significa uscite fuori dagli orli per una spinta incomprimibile di affetti e di emozioni. Continua con un’ espressione sferzante e ironica: smettete di dormire, alzatevi presto, fate come l’allodola che saluta l’alba quando il sole la chiama. Non possiamo non fare riferimento a questo punto all’immagine delicata dell’allodola , messaggera del mattino e vicina a Dio che è in tanti poeti, e in questo caso ricordata come simbolo di semplicità, di purezza e di obbedienza al divino; ma io credo opportuno anche all’ode ” il Giorno” del Parini: la ricca e sciocca aristocrazia la tira tardi, dorme troppo. Nel nostro caso non si tratta certo di aristocrazia, ma delle persone importanti, potenti o semplicemente più ricche, borghesi che si sentono più in alto appunto degli altri e da lassù in grado di capire tutto e di giudicare tutti.

Proprio quando tutti rincasano dopo una serata deludente e inutilmente prolungata, lui ritrova se stesso e la sua chiave,la molla che lo spinge, la pressione a cui non ci si può sottrarre; quando è ormai e finalmente tutto solo e non si perde in inutili chiacchiere.

Da questa strofa emerge la diversità del poeta rispetto a tutti gli altri presenti, insieme con l’incomprensione per la funzione etica e sociale oltre che estetica dell’artista. Proprio il Parini mi pare una figura di riferimento per Piero Iahier; come lui, anche Jahier avverte l’esigenza di esprimere un alto tasso di moralità, un’etica pubblica, e lo fa con un forte spirito caustico nei confronti di una società sostanzialmente balorda.

Per comprendere meglio questo stato d’animo sarebbe opportuno accostare a questa un’altra poesia, intitolata “Dichiarazione” , scritta in trincea; versi nei quali compare invece l’altro popolo, quello vero, digiuno di tutto, che non sa perché va a morire, illetterato che ha campato di miseria, pieno di figlioli, per il quale la scuola è l’osteria. Con questo popolo diverso e vero non ci si può sentire soli: “altri morirà solo, ma io sempre accompagnato”.

Sono stato visitato

Sono stato auscultato

Riconosciuto abile a vita

Coraggiosa

Gli astanti hanno squadrato e minuziosamente esaminato il poeta, come se si trattasse della visita di una Commissione Militare (qui senz’altro esiste una qualche attinenza con quanto presumibilmente gli sarà accaduto prima di andare volontario in guerra fra gli Alpini); così come i medici militari lo hanno dichiarato abile e arruolato per compiere l’impresa più grande per un irredentista (la riunificazione della patria e la riconquista di un’identità culturale e nazionale), questi signori che nel corso della festa l’esaminano senza comprenderlo, in fondo – pur senza capirlo- riconoscono il suo coraggio, la sua diversità. Ciascuna delle parole ha una sua forza: ad esempio auscultato; si ausculta con lo stetoscopio, ma anche mettendo l’orecchio direttamente sulla cavità toracica per scoprire eventuali anomalie dei polmoni o del cuore , quasi a voler dichiarare che tra lui e gli altri c’è stato un contatto molto stretto per conoscere il suo respiro e il suo cuore che ha portato almeno a intravedere la sua singolarità , il suo essere diverso, la sua vita comunque “coraggiosa”.

Dieci volte respinto – ricomincerò:

e se proprio fossi disteso, una polla di sangue

al petto

aspettate a venirmi vicino, ancora non vi

accostate.

Nessuno lo ha veramente capito, dopo tanti tentativi (dieci volte respinto), ma il poeta non si arrende, anzi avverte i suoi interlocutori: se mi vedeste a terra ferito a morte nel sangue non vi fate illusioni, non sono morto; state lontani come è giusto che accada tra chi non ha niente in comune .Il mio mondo ,l’amore per l’arte e per la poesia non morirà, nonostante tutto, nonostante intorno a me ci siano condizioni proibitive. Non fingete, state lontani. Certo questi versi fanno pensare: a quanto sia difficile lasciare spazio alla poesia quando intorno infuria la guerra o nei momenti immediatamente successivi quando di manca di tutto, anche il necessario per la sopravvivenza fisica oppure nel bel mezzo di lotte sociali dirompenti; in queste condizioni può esistere la poesia? Dà una risposta la poesia stessa , manifestandosi.

Ma ho ritrovato la mia chiave – solo-

Ma vi ringrazio;

ma sono tornato dove non potete venire-

dove son certo che la mia parola

senza averla gridata non posso

morire

Sembra dire il poeta che ha ritrovato finalmente la sua vocazione, la sua passione con le sue sole forze, il suo spazio, quel luogo dove tutte quelle persone non possono entrare e dove non può morire prima di aver gridato la sua parola (ecco l’urlo di Munch), il suo desiderio di poesia e di verità (tre parole sincere).

Tre versi cominciano consecutivamente con un “ma” avversativo, a sottolineare il contrasto con la condizione degli altri interlocutori e l’accentuazione della sua diversità; il poeta prima di scomparire vuole urlare la sua “parola”, non può scomparire o morire senza averla detta. A questo punto  calza bene il riferimento ad alcune notizie biografiche su Piero Jahier: sente che la sua parola corre il rischio di essere soffocata e lo fu effettivamente durante tutto il ventennio fascista; patisce la diversità della sua religione, un valdese, un protestante in una società escludente che dieci anni più tardi col Concordato avrebbe ufficializzato con la maggioranza cattolica; ha toccato con mano l’ipocrisia di un conformismo che ha costretto suo padre al suicidio. Ma rileggendo attentamente questi ultimi versi non si può non notare la posizione grafica isolata di certi vocaboli (gridano, passione, solo, coraggiosa, petto, polla di sangue, morire) che fanno immaginare la battaglia, la trincea, la macelleria di una guerra che non aveva avuto eguali nella Storia.

Alcuni cenni sull’organizzazione dei versi: molte assonanze, qualche rima ora baciata ora alternata , versi sciolti e rotti, ripetizione di locuzioni. Due numeri magici, il 3 (parole sincere) e il 7 (chiavi) . Non so dire quanto si trovino lì casualmente o quanto costituiscano rimandi voluti e rientrino nel gioco del mistero. Teniamo conto del fatto che il poeta era iscritto ad una Facoltà di Teologia e che da Valdese era un profondo conoscitore della Bibbia. Il tre è da sempre definito come numero perfetto per eccellenza, un segno divino (tre i figli di Noè, tre gli apostoli accanto a Gesù nell’orto degli Ulivi, tre i giorni di Cristo nel sepolcro, la trinità di Dio e l’essenza della vita (nascita,espansione,morte); quanto al sette ci sono altrettanti riferimenti (sette giorni per la Creazione del mondo, sette teste la Bestia dell’Apocalisse, sette i vizi capitali). Alla luce di queste considerazioni forse un po’ estemporanee potremmo dire che il poeta ha detto tre parole sincere, quelle giuste e vere, ma per comprendere la sua parola c’è bisogno di sette chiavi ad indicare la necessità di uscire dalla superficialità per andare più a fondo a scoprire la straordinaria complessità dell’esistenza.

La chiusura di questa poesia rafforza l’idea di una assoluta incomunicabilità del poeta con gli altri e (cfr. solo,solo) la sua solitudine quasi aristocratica, il distacco segnato da chi non capisce e non ha le chiavi adatte a penetrare dentro le sue “sole cose care” e la “ causa della sua (mia) vita”. Resta tra lui e gli altri una muraglia insuperabile, tra lui e tutti coloro che non riescono a capire come la poesia metta in gioco la vita di ciascuno, come sia l’unica vera condizione per respirare e vivere. Come non pensare al contrasto stridente tra una certa stolidezza della società del primo dopoguerra e l’aver vissuto la tragedia, aver visto da vicino le polle di sangue sul petto dei soldati morti. Questo contrasto induce il poeta ad un atteggiamento pessimistico, moralistico, verso una società che non capisce più , che non ha i suoi stessi panni. Non è bastato il bagno di sangue, la Società si accontenta dell’apparenza, del conformismo, della superficialità delle relazioni umane. Ma, ma, ma..il poeta non può accettare il silenzio, non può morire senza avere gridato la sua parola. In questa chiusa cresce la tensione emotiva, c’è un crescendo che giunge all’acme con la parola “morire”, ci senti dietro l’urlo,la disperazione, la rabbia di un uomo che si rende conto di essere del tutto incompreso; di uno che ricerca una dimensione autentica del vivere fuori dalle convenzioni e dalle maschere; c’è un tema che richiama tanta filosofia e tanta letteratura del primo Novecento. In questo caso la parola assume un valore straordinario, può rappresentare una persona in carne e ossa , senza la parola c ‘è solo la morte.

In tutta la poesia si respira l’atmosfera valdese: il senso religioso dell’esistenza, l’accettazione del peso della vita, la ricerca di semplicità e schiettezza; si avverte l’eco lontana delle parole di Matteo, XIX ,21 “Gesù disse al giovane ricco : se vuoi essere perfetto, vai e vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”; l’eco di quelle parole che indussero Pietro Valdo a vestirsi di stracci e a dar vita ai Poveri di Lione; un atteggiamento del tutto incompreso e che anzi suscitava la curiosità,ma soprattutto incuteva paura (come il drago della nostra poesia) tra i nobili e i ricchi borghesi del tempo. A questo proposito si possono leggere poche righe del “De nugis curialium” di Walter Map, rappresentante del re Enrico II Palantageneto al Concilio Lateranense del 1179: “Costoro mai hanno dimore stabili, se ne vanno due a due a piedi nudi, vestiti di lana, nulla possedendo, ma mettendo tutto in comune come gli apostoli, seguendo nudi il Cristo nudo. Iniziano ora in modo umilissimo, perché stentano a muovere il piede; ma qualora li ammettessimo, ne saremmo cacciati”.

Dott. Francesco Gherardini

COMMENTO ALLA POESIA DI MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini: post aperto

COMMENTO ALLA POESIA DI E. MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini

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LETTERA A MALVOLIO

Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio,
e neanche di un mio flair che annusi il peggio
a mille miglia. Questa è una virtù
che tu possiedi e non t’invidio anche
perché non potrei trarne vantaggio.

No,
non si trattò mai d’una fuga
ma solo di un rispettabile
prendere le distanze.

Non fu molto difficile dapprima,
quando le separazioni erano nette,
l’orrore da una parte e la decenza,
oh solo una decenza infinitesima
dall’altra parte. No, non fu difficile,
bastava scantonare scolorire,
rendersi invisibili,
forse esserlo. Ma dopo.

Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.

Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
cercare la speranza nel suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile possa dire
forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
che la partita è chiusa per chi rifiuta
le distanze e s’affretta come tu fai, Malvolio,
perché sai che domani sarà impossibile anche
alla tua astuzia.

In questi giorni ho riletto “La lettera a Malvolio “ del 1971; proprio mentre in TV si moltiplicavano le presenze di Federico Rampini che proponeva un suo libro “All you need is Love”; una sorta di prisma attraverso il quale vedere e capire il mondo reale, quello dell’economia, rileggendo i testi delle canzoni dei Beatles. Qualcosa di veramente originale e suggestivo, al punto che mi ha costretto a pensare ad un accostamento tra una celeberrima e conosciutissima canzone di John Lennon (“Imagine”) e la “Lettera a Malvolio”; per i contenuti, che un’armonia dolcissima non riesce a distruggere (come avviene spesso nel melodramma), ma che al contrario potenzia fino ad emozionarci parecchio. Tra i due testi – che definirei “utopici” – esistono delle analogie. Nei versi di Montale emerge l’utopia di un mondo a-ideologico, ricostruito e saldo sul piano etico, soprattutto grazie alla forza espressa dal rifiuto di omologarsi; nel secondo testo 1quella di un mondo basato sul rispetto delle differenze individuali ed etniche e in pace, fuori dalle ideologie politiche e religiose.

Montale, già senatore a vita, l’avevo visto a Pisa proprio nel 1971 durante una sua visita all’Università; una figura imponente, che mi è rimasta impressa nella mente anche per il suo aspetto fisico; assomigliava un po’ – forse anche per l’indiscussa saldezza sul piano morale – ad un grande uomo politico che avevo conosciuto quello stesso anno (Giorgio Amendola). Erano i tempi di “Satura”; Montale sembrava aver abbandonato la “poesia” per seguire una strada diversa, meno ermetica e più prosastica ed era stato il bersaglio delle frecce avvelenate di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista famoso e al centro dell’attenzione popolare proprio in quel tempo sia per il successo anche commerciale dei suoi films (Decameron, Racconti di Canterbury) sia per la radicalità delle sue posizioni politiche e l’asprezza dei suoi interventi. C’era poco da stupirsi; in quegli anni si era comunisti o anticomunisti, di destra o di sinistra, in modo davvero manicheo; visti con gli occhi di oggi, depurati dai grandissimi difetti, erano stati anni di grande fermento anche sotto il profilo etico: John Lennon cantava “immagina che non ci siano nazioni, niente per uccidere o morire, nessuna religione, immagina che tutti vivano la loro vita in pace”. Tutto era “militante”, anche la letteratura. Così, contro tutti quei critici che amano costruirsi l’Olimpo di poeti e letterati pacificati e in perenne armonia tra loro, si aprì ad opera di Pier Paolo Pasolini una feroce polemica tra lui e l’allora poeta nazionale, in odore di Premio Nobel (sarebbe arrivato quattro anni più tardi ).

P.P. Pasolini sulla rivista “Nuovi argomenti” aveva sostanzialmente attaccato Montale perché “pessimista metafisico”, negatore dell’idea di progresso, portatore dell’ideologia liberista che in fondo fissava il potere borghese come fatto naturale e non modificabile, falso moralista o moralista in malafede anche perché ad esempio aveva edulcorato l’immagine di Leopardi (nei fatti narcisista, egocentrico, megalomane, impotente, maniaco, pieno di allergie) dando l’idea di una straordinaria perfezione morale, con ciò disconoscendo di proposito la complessità della realtà umana. In definitiva non un uomo che si confrontava con i temi veri del suo tempo, ma un conservatore, fors’anche un reazionario; un personaggio pubblico – forse suo malgrado – che non prendeva partito rispetto alla realtà di quel periodo (le stragi, la guerra del Vietnam ecc.).

La “ Lettera a Malvolio” è la risposta. Per quattro strofe Montale si attribuisce un merito: quello di tenersi alla larga, di aver sempre preso le distanze dal mondo dei potenti di turno prima e dopo, durante il Fascismo e con l’avvento della Repubblica; chiarisce per quattro strofe che questo atteggiamento non era da tutti e non era stato di tutti; forse era stato più facile quando le separazioni tra bene e male erano nette, ma dopo si era creato un “ossimoro permanente”, una “focomelia concettuale”, con l’onore e l’indecenza stretti insieme; chi teneva le distanze e badava a mantenere alta la propria moralità finiva per essere semplicemente deriso o confinato nel più profondo silenzio. Nella quinta strofa, la più lunga, esce il ritratto del suo antagonista; un quadretto terribile: Pasolini sarebbe quello che ha furbescamente mescolato marxismo e cristianesimo, traendone grandi vantaggi e guadagni personali proprio mentre, apparentemente, ostentava la nausea per questo tipo di relazioni umane e di società..

Montale si dice orgoglioso del suo modo di essere: non ha mai voluto fuggire dalla realtà, piuttosto la sua è stata una “fuga immobile” (bell’ ossimoro ironico) e neppure ha avuto mai un fiuto particolare (quello che invece attribuisce al suo avversario) per tenersi vicino ai potenti. Il suo atteggiamento è stato esattamente il contrario di quella furbizia che – a suo dire – esercita il suo oppositore, quell’ arte cortigiana/servile che gli impedisce di vedere e tenere le giuste distanze; un’astuzia, che comunque in un auspicabile e diverso domani non sarà più esercitabile. Parole molto grosse, tanto più se indirizzate ad uno spirito libero, fortemente critico e senza paure come fu Pasolini.2

La conclusione di Montale in fondo però appare perfino ottimistica: è vero che ora, hic et nunc, a mala pena si può cercare la speranza nel negativo (cfr. Non chiederci la parola), ma questo atteggiamento di fermezza morale può essere stimolo per tanti e comunque “la partita resta aperta”.

Non tardò la replica di Pasolini con una poesia intitolata “L’impuro al puro”.

Non ho banda, Montale, sono solo.//Non ti rimprovero di aver avuto //Paura, ti rimprovero di averla giustificata.//Male forse ne voglio, ma il mio.//Ti ha ottenebrato la tua un po’ troppo //Musa oscura.//Astuto poi non lo sono://di solito è astuto chi ha paura.

Da questi otto versi emerge un chiaro riferimento biografico, un’insinuazione relativa all’argomento della “Paura”: il poeta ligure era sempre stato antifascista, vedeva nel fascismo un’offesa all’intelligenza e alla moralità; aveva firmato nel 1925 il Manifesto degli Intellettuali antifascisti, ma nel 1938 per timore di perdere il suo posto di lavoro al Gabinetto Vieusseux, si “costrinse” a chiedere l’iscrizione al Partito Fascista, iscrizione subito negata con conseguente licenziamento a Dicembre. Da qui il rimprovero di Pasolini a Montale: per aver tentato di giustificare questo gesto, non tanto per averlo fatto, come purtroppo tanti altri uomini semplici erano stati costretti dalle circostanze a fare.

Ma torniamo alla poesia.

Ha una forma del tutto irregolare, senza rima, con numerose assonanze; il poeta appare concentrato sulla concatenazione logica delle sue argomentazioni, sui concetti che intende esprimere; in molti hanno intravisto in questa lirica il suo testamento politico, morale, e culturale. Emerge con forza il tema degli ossimori che dominano la nostra vita e l’argomento della “focomelia concettuale”, ovvero della scarsa coerenza tra il “dover essere” e la “realtà effettuale”.

Certo risalta la figura di un uomo che non si fa grandi illusioni, che vede la realtà per quello che è, senza tanti infingimenti, un uomo forse poco impulsivo e molto realistico, ma passionale, con un bagaglio di valori etici e spirituali che ne fanno una sorta di roccia, inattaccabile.

Già dalla prima riga compare il personaggio di Malvolio = Pasolini . Si tratta di un’accusa crudele. Malvolio è un personaggio shakespeariano (La dodicesima notte ndr. quella dell’ Epifania), un maggiordomo segretamente innamorato della padrona, un po’ comico, un po’ puritano, molto ipocrita, al punto da falsamente disprezzare ogni divertimento e gioco; sostanzialmente uno sciocco e un presuntuoso arrogante che alla fine viene beffato. Beffardo e sferzante è l’accostamento di questo atteggiamento (flair: l’aver – più che un fiuto finissimo – la predisposizione a fare il cortigiano) col termine “virtù”: siamo sempre nel campo dell’uso sarcastico degli ossimori da parte di Montale. Questa “virtù” lui proprio non la possiede, neppure potrebbe esercitarla se l’avesse, tanto è contraria alla sua natura.

Nella seconda strofa il poeta sembra voler ribadire e rafforzare un concetto, rispondere a una domanda sottintesa; tutto il verso è dominato da un unico lemma : “no” ! Montale nega di avere avuto paura, di essere fuggito di fronte ai problemi e alle difficoltà; spiega nuovamente che quello che ha fatto è stato prendere le distanze, non volersi mescolare.

Facile prendere le distanze, mostrare la propria diversità, quando c’era da scegliere tra l’orrore del Fascismo e la decenza dell’Antifascismo, sostiene. Come non richiamare a questo punto almeno alla vicinanza di Montale a Piero Gobetti fin dal 1917, a colui che possiamo considerare come l’incarnazione stessa dell’idealismo e del moralismo di matrice risorgimentale. Ma sull’Antifascismo Montale lascia intuire un non troppo velato avvertimento (solo una decenza infinitesima) a non gonfiare di retorica la vicenda complessa e sotto certi aspetti ancora poco illuminata della Lotta di Liberazione; c’è forse un’allusione alla tragedia familiare di Pasolini (la morte del fratello partigiano per mano di altri partigiani) 3. Per distinguersi e prendere le necessarie distanze – dice Montale con grande onestà – bastava “scantonare scolorire rendersi invisibili, forse esserlo”; e ammette : “ho vissuto il mio tempo col minimum di vigliaccheria che era consentito alle mie deboli forze” (finta intervista, Intenzioni 1946).

Quella che segue è la parte più dolorosa della lirica: dopo che fu vinto il Fascismo, l’onore e l’indecenza si sposarono; dominava su tutto la “focomelia concettuale”. Il distorto – visto da un’altra ottica – era considerato dritto e per chi tentava di aprire bocca, criticare oppure opporsi , la cura era quella della derisione o della condanna al silenzio.

Al di là dei fatti concreti4 che possono essere facilmente ricordati, adombrati da queste parole, colpisce il richiamo alla focomelia. Proprio in quegli anni scoppiò in Italia e nel mondo il caso del farmaco Talidomide e dei suoi effetti devastanti sui feti. La medicina più evoluta e di avanguardia, nata dagli sforzi congiunti a livello mondiale, anziché curare finì per causare danni spaventosi e irreversibili sui nascituri. Una metafora tragica di quanto stava succedendo nel nostro paese, risorto dopo la lotta antifascista, avrebbe potuto vedere sbocciare le migliori intelligenze ed energie e invece era di nuovo allo sbando sul piano della moralità pubblica, in preda alla corruzione, al malaffare, al sottogoverno, nelle mani della criminalità organizzata e di estremismi politici devastanti. Un sintetico riferimento alla realtà che il Poeta percepiva in tutta la sua crudezza, che contrastava a modo suo e dalla quale non voleva fuggire, ma prendere le distanze, non essere contaminato.

L’ultima strofa è intessuta di richiami fin troppo personali alla vita e all’opera di Pasolini; (materialismo storico e pauperismo evangelico) come non pensare al “Vangelo secondo Matteo” , uscito nel 1964, visto da gran parte della critica cinematografica come l’avversione comune sia del cattolicesimo che del comunismo nei confronti del materialismo borghese o (pornografia e riscatto) alla sceneggiatura di dieci novelle del Decamerone, ambientate nel territorio napoletano, o ai Racconti di Canterbury oppure infine a Il fiore delle Mille e una notte, tutte pellicole allora individuate da gran parte della stampa nazionale e anche della critica cinematografica come intrise di insopportabile “pornografia”  . Un’attività cinematografica che, accanto alle critiche scontate, produceva denaro: per Montale Pasolini era colpevole di mostrarsi schifato verso un certo mondo che pure frequentava e dove si trovava a proprio agio (l’odore di trifola) senza sentire il lezzo del denaro (pecunia non olet).

Adesso – lo ripete da tanto tempo Montale – possiamo soltanto dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”… e basta con le ideologie ; non fuggo, resto immobile a testimoniare i miei valori, che serviranno a qualcuno per avere più forza perché il mondo può tornare a una sua rispettabilità, a una sua decenza. Sono davvero duri gli ultimi versi, ma proviamo ad accostare queste parole a quanto accade in questi giorni e in questi anni, ad esempio a quanto emerge dallo scandalo di Roma Capitale.

Al di là di ogni visione ideologica o religiosa, tornare almeno a un po’ di decenza “borghese” nei comportamenti sarebbe un passo in avanti considerevole.

1 immagina non esista paradiso//È facile se provi//Nessun inferno sotto noi//Sopra solo cielo//Immagina che tutta la gente//Viva solo per l’oggi//Immagina non ci siano nazioni//Non è difficile da fare//Niente per cui uccidere e morire//E nessuna religione//Immagina tutta la gente//Che vive in pace//Puoi dire che sono un sognatore//Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia//Immagina un mondo senza la proprietà//Mi chiedo se ci riesci/Senza bisogno di avidità o fame//Una fratellanza tra gli uomini//Immagina tutta le gente//Che condivide il mondo//Puoi dire che sono un sognatore //Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia.

Lennon

 

2 “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti, è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi davanti alle loro ideologie hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. […] La povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Il gran male dell’uomo consiste nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo …Il laicismo consumistico ha trasformato gli uomini in stupidi automi, adoratori di feticci [dal Testamento di Pasolini]

3 Guidalberto Pasolini  , nome di battaglia “Ermes“, morì appena diciannovenne nei fatti legati all’ eccidio di Porzus, controverso episodio , in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati da partigiani comunisti.

4 In particolare il 1971 si ricorda per i tentativi di golpe (Sifar ,piano Solo, golpe Borghese), ma anche le nazionalizzazioni nell’Algeria liberata e il voto alle donne in Svizzera, l’ammissione degli anticoncezionali, il comunista Tito In Vaticano, l’apertura con Nixon dei rapporti Cina /Usa, l’opera di Basaglia, la nascita di Greenpeace e di Medici senza frontiere .

Dott. Prof, Francesco Gherardini

P. Fidanzi dice:
Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo, colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

Dott. Paolo Fidanzi