COMMENTO A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” di VITTORIO SERENI, PARTE TERZA; a cura di Francesco Gherardini

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

Dott. Prof. Francesco Gherardini

 

 

COMMENTO ALLA POESIA DEL CARDUCCI “COLLOQUIO CON GLI ALBERI” del Dott. Prof Francesco Gherardini

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COLLOQUIO CON GLI ALBERI

Rime nuove, libro II,n° VIII, “Colloqui con gli alberi”

Te che solinghe balze e mesti piani

Ombri, o quercia pensosa, io più non amo,

Poi ché cedesti al capo de gl’insani

Eversor di cittadi il mite ramo.

Né te, lauro infecondo, ammiro o bramo,

Ché menti e insulti, o che i tuoi verdi e strani

Orgogli accampi in mezzo al verde gramo

O in fronte a calvi imperador romani.

Amo te, vite, che tra bruni sassi

Pampinea ridi,ed a me pia maturi

Il sapiente de la vite oblio.

Ma più onoro l’abete; ei fra quattr’assi,

nitida bara, chiude al fin li oscuri

Del mio pensier tumulti e il van desio.

Il sonetto “Colloquio con gli Alberi” (ABAB,BABA, CDE,CDE ) fa parte della “Rime Nuove”: una raccolta di 105 liriche numerate , divise in nove libri , composte dal 1861 al 1887 e stampate nel 1906, l’anno del Nobel ; organizzate secondo un disegno formale, non contenutistico e neppure cronologico; in queste liriche – secondo una critica concorde – il sogno di risanamento morale dell’Italia appare irrealizzabile , dominano la spossatezza e il dissolvimento degli ideali risorgimentali , paiono estinte le stesse ragioni della lotta; c’è una sorta di regressione verso un mondo bucolico di fronte allo spettacolo miserevole di avvenimenti politici deludenti.

Nella raccolta (II libro) il sonetto è preceduto da DI NOTTE e seguito da IL BOVE .Nel primo , la notte non fa paura, anzi dissolve le sue tristezze , nel suo seno il poeta trova quiete come un bambino che si abbandona tra le braccia della nonna (pia ava) “ ove l’ire e i dolor l’anima oblia”. Vi si avverte l’eco del celeberrrimo sonetto di Ugo Foscolo “Alla Sera”.Il secondo è un sonetto dedicato ad una figura simbolo di forza pacifica e industriosa, vi si esaltano la serenità e la sanità della vita nei campi, una natura forte amica dell’uomo; sono versi costruiti con espressioni virgiliane, di un naturalismo che richiama la pittura dei macchiaioli .Tra i tre sonetti non ci sono grandissime affinità.

Il nostro sonetto è stato composto il 13 febbraio 1873, ma pensato a Marzo o Aprile 1868 col titolo semplificatorio di “Quattro alberi”. Le prime due quartine costituiscono una sorta di pars destruens. L’ interpretazione letterale è piuttosto semplice. Per il poeta la quercia e l’alloro non meritano l’attenzione e il valore che è stato loro attribuito dall’uomo nel corso dei secoli ; in fondo hanno tradito la loro missione . La quercia , che il poeta percepisce come una presenza imponente e solitaria, simbolo del pensiero profondo della filosofia e della politica, si è prestata a che facessero dei suoi (miti) rami corone per spietati conquistatori e folli distruttori di città; quanto all’alloro in fondo ha mostrato tutta la sua frivolezza, pavoneggiandosi con le sue verdi fronde in un ambiente dominato solo dallo squallore dell’inverno; nella sostanza si tratta di un albero infecondo, improduttivo , utilizzato solo per sfoggiare la sua bellezza sulle teste calve degli imperatori romani.

Con la prima terzina si apre invece uno scenario diverso : come non apprezzare la vite , che strappa la vita facendosi strada e lottando tra i bruni sassi ; essa almeno offre all’uomo un frutto salutare per lui, che almeno per qualche momento gli fa superare la malinconia e il dolore, avvolgendolo nell’oblio.Certo la vita è carica di amarezza e di delusioni, di dolori cocenti, di inganni tanto che si aspetta la fine con sollievo ; allora ci viene in soccorso l’abete, quattro semplici tavole bianche ben levigate sigillano corpo e anima, segnano la fine dei nostri pensieri e dei nostri mai appagati desideri.

Procediamo con un’analisi un po’ più approfondita.

  1. Non si tratta di un sonetto originalissimo per la tematica che affronta ; alcuni critici lo hanno accomunato all’ode “Egoismo e carità” di Giacomo Zanella (1865).

Carducci era un conoscitore e un ammiratore del poeta napoletano, ne parla in due lettere a Chiarini e Barbera del 22 e del 30 Agosto 1868; anche Zanella nella sua ode mostra avversione nei confronti dell’alloro perché è vanaglorioso (“ verdeggia eterno/quando alla foresta le novissime fonde invola il verno”) e infecondo ( “non reca gioia all’augellin digiuno”) ed apprezza la vite “poverella” che almeno col suo “licor” consola “ il vecchierel che tiene colmo il nappo” e lo fa sognare “contento floridi pascoli ed auree biade”. L’ode di Zanella precede almeno di cinque anni il sonetto di Carducci e contiene solamente qualche coincidenza tematica , non ha certo la sinteticità, la perentorietà e la forza di Carducci né una chiusa paragonabile : le auree biade e i floridi pascoli non sono minimamente accostabili a quanto può essere adombrato dal concetto di “nitida bara”

  1. La Rime Nuove sono conosciute per l’attenzione alla Natura della Maremma, irta e selvaggia, dolce e malinconica, sempre luminosa; anche in questo sonetto – astraendo dalla citazione dei quattro alberi che vivono dappertutto e non solo in Maremma- ci sono alcune immagini che ricordano le caratteristiche del paesaggio maremmano dell’epoca : le solinghe balze e i mesti piani, l’ombra della quercia e il verde gramo, i bruni sassi .

Le balze (un termine usato qui in maniera abbastanza generica) non possono non farci correre col pensiero alla città di Volterra, allora nella Maremma pisana, “un bastion suspendu sur la Maremme” (Paul Bourget) ,città natale della madre Ildegonda Celli; Carducci certamente aveva avuto modo di sentire parlare chissà quante volte delle balze: uno spettacolo impressionante , la rottura improvvisa del dolce paesaggio toscano , per chi le vede per la prima volta e che induce a pensarle come una delle cause di ”quell’affetto particolare dal quale mi derivò quello che nei miei begli anni mi turbinò di selvaggio e giocondo nel cuore e mi gemé profondamente nell’animo”[Pescetti,Volterra]. Ma Carducci nel 1873 non era stato ancora a Volterra; vi giunse il 9 agosto 1882 per la prima volta proveniente da Livorno (dove viveva la figlia Beatrice)con Giuseppe Chiarini e Guido Mazzoni, commissari d’esame al Liceo, allora retto dagli Scolopi.1

E poi insieme con il poeta possiamo immaginare i vasti e mesti piani dove ogni tanto incrociare secolari querce solitarie e godere della loro ombra nella grande pianura maremmana, che oggi è tutto meno che mesta, ma che due secoli fa era ancora terra di bonifica e di malaria come ricorda bene il testo di una dolente canzona popolare toscana “Maremma amara” , dove non mancano i riferimenti alla tristezza e alla morte.La quercia che popola effettivamente i piani della Maremma- il verde gramo dei prati pascolo – è sempre stata simbolo di forza e longevità, di fermezza e durezza e la ghirlanda di foglie di quercia è stata da secoli utilizzata nelle insegne militari. Nella prima quartina risalta forte il contrasto : il mite ramo della quercia sul capo degli insani eversor di cittadi.

A prima vista non sembra che ci sia un riferimento preciso ad un personaggio storico del presente o del passato; possiamo però soffermare la nostra attenzione sul termine classico “eversor” 2 e condividere l‘invettiva contro gli insani, i folli, i pazzi che distruggono la vita e le proprietà altrui per desiderio di potenza e di ricchezza. Forse potremmo individuare qualche collegamento con le vicende tormentate di quel lustro 1868-1873. Si tratta di anni assai importanti sia per l’Europa che per l’Italia , caratterizzati dalla seconda rivoluzione industriale, dall’esplosione di tutta la potenza e di tutte le contraddizioni del capitalismo; sono gli anni del petrolio e dell’elettricità, della crescita dei commerci mondiali, dell’esaltante sviluppo scientifico e tecnologico, con l’Italia che stenta ad unificarsi ed arranca mentre emerge prepotente la potenza prussiana ; sono gli anni dell’affermazione e del declino repentino della grandeur francese .

In questo periodo (68-73) in Italia arriva a soluzione , sotto tanti aspetti poco dignitosa, la questione romana: un esito davvero poco apprezzato da Carducci che resta colpito dalla pusillanimità di parte italiana, dalla sudditanza nei confronti della Francia che cessa opportunisticamente nel luglio 1870 dopo la batosta di Verdun, con Roma conquistata grazie al benestare della nuova potenza teutonica e non per un gesto di autonomia e di coraggio da parte dei governanti italiani. Solo Garibaldi salva la dignità degli Italiani. Carducci non ammira la gestione governativa della Destra storica e in particolare di Bettino Ricasoli. Se volessimo interpretare questi versi in chiave simbolica, potremmo vedere raffigurata nella quercia la classe dirigente del tempo e in questi endecasillabi una critica forte alla pavidità di quei governanti, che hanno finito per mettersi opportunisticamente sempre dalla parte del vincitore .3

Quanto all’alloro si tratta di una pianta infeconda (cfr.Zanella) che in fondo non si dovrebbe più ammirare e che il Poeta tuttavia ha desiderato come tutti i poeti hanno fatto da tempo immemorabile. 4L’alloro è una pianta ingannevole (non sempre va sulla testa di chi lo merita veramente) e insolente perché offende col suo verde rigoglioso fuori stagione tutte le piante che sono ormai spoglie, in questo senso è un albero strano , ossia estraneo; il verde brillante dell’alloro si contrappone al verde gramo, ai campi desolati dove ormai il verde stenta a permanere, vinto dalla stagione autunnale. Sempre alzando il possibile velo simbolico, questi versi circa l’alloro potrebbero indurci a riflettere sul comportamento degli intellettuali del tempo, proni di fronte ai potenti e buoni a mettersi in mostra soltanto quando è facile e indolore. Carducci vuol forse dirci che l’arte in generale ha perso la sua funzione civile? Che non torneranno più Parini Alfieri Foscolo Leopardi ?

La vite invece presenta da sempre un aspetto positivo : assai diverso da quello lacrimoso tratteggiato da Zanella [“ Te, poverella vite, amo, che quando/Fiedon le nevi i prossimi arboscelli,/Tenera, all’altrui duol commiserando,/Sciogli i capelli./ Tu piangi, derelitta, a capo chino,/Sulla ventosa balza.”], qui la vite ride pampinea 5,brilla nei colori vivaci dei pampini , ma soprattutto quasi con gesto religioso e benigno (pia) matura per il poeta il vino che dà l’oblio , che saggiamente ci fa dimenticare gli affanni. Questo riferimento merita qualche parola in più.

Vino e oblio: si tratta di un motivo classico già presente nei lirici greci. “Beviamo! Perché attendere i lumi? Il giorno vola.Prendi le coppe grandi variopinte, amico. Il vino! Ecco il dono d’oblio del figliolo di Semele e di Zeus. E tu versa mescendo con un terzo due terzi, e le coppe trabocchino, e l’una l’altra spinga.” (Alceo, 11) Il vino è stato un simbolo del soprannaturale pagano : Dioniso nasce da Semele mentre è colpita dal fulmine , il fulmine produce fremito e furore come lo stato di ebbrezza nasce dal vino, uno stato che permette di sciogliere l’individuo dai suoi vincoli e dai suoi freni inibitori e che consente di ricongiungerlo alla divinità: nell’ estasi, nell’ entusiasmo , nella liberazione dei sensi. Questo cenno al sapiente oblio potrebbe sembrare un cedimento del poeta alla tematica decadente,6 quella gioia di breve durata , inafferrabile e sfuggente, che potrebbe mutarsi in nuovo dolore; ma arriva un definitivo soccorso: quattro tavole ben piallate di abete per sigillare le passioni, i desideri di altezza e di gloria mai davvero appagati e in fondo vani di fronte alla drammaticità della vita reale .

Qualche cenno biohgrafico non guasta.Per Carducci sono anni questi di dolore e di rabbia, segnati dal suicidio del fratello Dante, poi dalla morte del padre e del primo figlio Francesco, nonché da un insuccesso editoriale e letterario (Levia Gravia) che lo portò ad insultare amici e colleghi, i critici democratici e i massoni bolognesi (tanto da essere espulso dalla loggia cui aveva aderito); diceva di sé in alcune lettere di essere preoccupato perché non riusciva a stimare né ad amare più nessuno; oltre alle vicende personali e familiari ,pesavano moltissimo quelle politiche, romane come la decapitazione di due garibaldini da parte delle truppe di occupazione francesi, l’epilogo tragico della battaglia di Monterotondo e di Mentana, cresceva il suo odio verso PIO IX e verso l’insipienza dei governanti italiani, fino a scrivere “triste novella io recherò tra voi: la nostra patria è vile”(In morte di Giovanni Cairoli). In questi anni Carducci alias Enotrio Romano scrive sull’Amico del Popolo , un giornale bolognese di tendenza repubblicano-democratica, secondo il questore del tempo “un veleno che entra in tutte le vene, serpeggia e si diffonde”, nei fatti una pubblicazione molto apprezzata e largamente diffusa che si batteva a favore delle classi lavoratrici e criticava i governi moderati con toni che portarono a parecchi sequestri.

Una lettura chiarificatrice e decisamente interessante è offerta dalle note biografiche di Giuseppe Chiarini (Impressioni e ricordi di Goisuè Carducci , Bologna 1901, Memorie della vita di Giosue Carducci 1835-1907 raccolte da un amico, edizioni Barbera 1907). Afferma Giuseppe Chiarini che in fondo la generazione di Carducci era stata fortunata perché in poco tempo aveva visto compiersi avvenimenti che sembravano sogni; il piccolo Giosué, rimasto impressionato da ragazzetto (1848-1849) dai volontari che andavano a morire per l’Indipendenza dell’Italia, nel 1856 aveva cominciato a scrivere versi patriottici; si sentiva anch’egli un patriota che si rifugiava nella letteratura (Dante,Petrarca, Alfieri, Foscolo, Leopardi) perché la speranza di una concreta riscossa sembrava lontana; non apprezzava il Manzoni invece : troppa religione, troppa rassegnazione, troppo prete e come tale amico di un potere ostile, Pio IX. Carducci giovane odiava il Romanticismo, barbaro a priori ed amava invece i classici. Ricorda Chiarini :”Eravamo classicisti intransigenti e intolleranti”. Sul piano politico Carducci si spostava progressivamente a favore dei repubblicani, odiava le manovre dei monarchici che non volevano chiudere la questione romana e dopo Aspromonte era letteralmente infuriato contro il Governo e disgustato e amareggiato per i tentativi di accordo con il Papa. Visse il trasferimento della capitale a Firenze come la fine dei sogni e vide un’ elemosina da parte della Prussia e della Francia nella cessione di Venezia all’Italia. Manovre poco dignitose, “ci hanno spinto in avanti a calci in culo”, culminate con l’attacco a Roma dopo la disfatta francese.

A questo punto quattro parole è forse opportuno spenderle sulla coerenza politica di Carducci, tanto messa in discussione.

In questi anni (68-73) emerge lentamente, ma tenacemente la cosiddetta sinistra patriottica di Francesco Crispi, lungo una traccia che parte da un passato mazziniano e garibaldino e giunge fino all’adesione ad una concezione monarchica autoritaria; un cammino non certamente esclusivo del nostro poeta , ma già impostato da Garibaldi e dalla Massoneria 7e percorso anche da Carducci. Assiduo con uomini di governo come Benedetto Cairoli e Francesco Crispi, aveva aderito alla formula “Italia e Vittorio Emanuele” sia pure con qualche frustrazione e alla Loggia di Propaganda della Massoneria (1866-1870) , attratto dai principi derivati dal grande movimento positivista ( libertà, uguaglianza, fratellanza, indipendenza, progresso, anticlericalismo ) . 8 Certamente gli pesava il fatto che l’Italia, dopo tante speranze, ricoprisse un ruolo ancora decisamente marginale nell’agone europeo – soprattutto se confrontato con l’ascesa inarrestabile della Germania di Bismark – e non avesse mai dato prova di un comportamento fiero e dignitoso . Si colloca in questi anni lo spostamento politico ideologico da posizioni di sinistra estrema ( pensiero persino influenzato da Herzen e Bakunin) ad una progressiva accettazione e acquisizione dei temi e delle posizioni della borghesia monarchica, rappresentate da amici massonici che avevano fattto o stavano facendo il suo stesso cammino .

E’ il successo crescente della Germania bismarkiana che incanala il suo amor di Patria e la sua aspirazione alla Libertà sullo stesso percorso di Crispi, che Carducci ammirava e sosteneva; non si tratta della involuzione politica di un singolo personaggio, ma dello spostamento di interi settori della borghesia verso prospettive politiche diverse, che più tardi saranno definite un po’ semplicisticamente di “conservatorismo”. Nei fatti in quegli anni si arricchiscono le sue frequentazioni massoniche e con politici di peso. Più tardi scrisse con sentita convinzione che il razionalismo giacobino, mosso da Montesquieu o da Rousseau, aveva fallito mirando astrattamente a rifoggiare la società senza tener conto della storia e dei fatti, sur un modello rigido e stecchito “ ed esaltò Camillo Benso di Cavour, che aveva accettato la fede unitaria di Mazzini e Garibaldi, aveva indotto la monarchia a farsi carico della rivoluzione italiana e aveva riunificato la Patria e il popolo (Opere XVIII pp. 152 e ss.).

1 La città di Volterra tributò al poeta la cittadinanza onoraria nel giugno 1905

2 Cfr. “ Priami regnorum eversor Achilles” (Verg, Aen,XII,545) , “Oileo eversor di cttà” (Monti, Iliade, XI,974);

3 Garibaldi arruolò 40.000 volontari ; furono migliaia i morti nella battaglia di Digione;trent’anni dopo ricevette dalla repubblica francese la Legion d’Onore

4 Apollo colpito dalla freccia di Eros vuole Dafne che lo respinge e per sfuggirgli si trasforma in un arbusto; Apollo strappa un ramo, se lo mette in testa e si sente appagato e vittorioso.

5 cfr. Verg, Ecloghe, VII,58 “pampineas umbras”)

6 Cfr. Baudelaire, Lete

7 Nel 1864 le logge massoniche si fondono nel Grande Oriente d’Italia con a capo Giuseppe Garibaldi

8 Carducci era entrato in Massoneria nella Loggia Severa di Bologna già nel 1862, nel 1863 aveva composto l’Inno a Satana, poi nel 1865 era transitato nella loggia Felsinea di Bologna

 

UNA POESIA DI PIERO JAHIER “Corpo a Corpo”, commenti a più voci

CORPO A CORPO#7

Mi son bardato per la serata:
dal momento che volete vedermi nei vestiti
.                                                     che gridano: non è lui.
(Io che respiravo alle giunture degli abiti
.                                               vecchi come un insetto
– mi sono bardato per la serata).

E – tremando – dall’anticamera riscaldata
mi son prodotto nella luce, negli specchi e sorrisi:
– un sorcio attraversa il salone del transatlantico –
E nuotando nella luce, negli specchi e sorrisi
.                                      dell’accoglienza cordiale,
mi son trovato a parlare delle sole cose care,
a spiegare e difendere la causa della mia vita.

Ma ho visto – a tempo – il respiro della
.                                                   mia passione,
congelarsi contro i vostri visi.
A tempo mi avete guardato
come un drago che butta fuoco.

Mi domando perché mi avete invitato:

ma se è perché ho scritto tre parole sincere
e vorreste il segreto di questo mestiere:
Ci son sette porte e ho perso la chiave
.                                                per poterci tornare.

Se le ho dette, vuol dire che avran traboccato,
alzatevi presto e vedete partire la lodola
.                                                 quando il sole ha chiamato.

Nella via mentre rincasate – su molli compensate –
ritrovo la mia chiave – solo –:

.                                                    Sono stato visitato
.                                                    sono stato auscultato
.                                                    riconosciuto abile a vita coraggiosa
Dieci volte respinto – ricomincerò:
e se proprio fossi disteso, una polla di sangue
.                                                          al petto
aspettate a venirmi vicino; ancora non vi
.                                                accostate.

Ma ho ritrovato la mia chiave – solo –,
ma vi ringrazio;
ma son tornato dove non potete venire –
dove son certo che la mia parola
senza averla gridata non posso

.                                                morire.

Piero Jahier

COMMENTO DEL DOTT. PROF. FRANCESCO GHERARDINI

CORPO A CORPO#7 di Piero Jahier

Premessa

Fin dai tempi del Liceo mi hanno incuriosito i cosiddetti poeti vociani: Carlo Michelstaedter, Giovanni Boine, Carlo Stuparich, Scipio Slataper, Piero Jahier. Perché interventisti, perché giovanissimi ( tutti nati attorno al 1886/1887 , tutti volontari della prima guerra mondiale ) e infine per il fatto che molti di loro erano morti troppo presto o, come Jahier, antifascista , cancellato nel ventennio e oltre.

Mi interessava conoscere la loro weltanschauung , capire quali impulsi interiori avessero spinto questi giovani ad incamminarsi volontariamente al massacro, come agnelli al mattatoio; si perché la prima guerra mondiale non fu il IV Risorgimento, ma piuttosto una spaventosa carneficina, con milioni di morti e di famiglie ridotte alla disperazione e spesso alla fame; per non ribadire che aprì le porte al Fascismo.

Il mio interesse è sempre stato elevato per questa tragedia, nella quale sono entrati sicuramente come involontari e trascurabili protagonisti anche i miei due nonni, Francesco e Paolo : l’ uno, tornato dalla Pennsylvania per non essere considerato disertore , caporal maggiore , disperso -per sempre perché mai riconosciuto come “morto” – durante la battaglia di Caporetto; l’altro portaferiti colpito alla tempia da una scheggia , rimasta fortunatamente bloccata per altri settant’anni nel suo cervello senza procurare danni. Quest’ultimo, nonno Paolo, mi ha raccontato spesso dell’accoglienza generosa, ricevuta dagli Italiani liberatori del Sud Tirolo, accolti festosamente dalle fucilate dei cecchini dalle finestre e dai tetti delle case. Entrambi della generazione dei Cavalieri di Vittorio Veneto , come i poeti vociani.

Di questi poeti , Piero Jahier , volontario e tenente istruttore degli Alpini, ebbe – per sorte diversa dai suoi coetanei – l’opportunità di sopravvivere, di tornare a casa vivo; qui rimase per venti anni in silenzio; ho scelto di commentare questa sua poesia, l’ho preferito agli altri per la differenza delle radici culturali (valdese) e per quello che è stato definito come il “calor bianco” delle sue pagine, spesso indecise tra l’espressione poetica e la prosa, a volte sarcastica a volte ironica; un aspetto –io credo- della sua modernità e un portato della sua vicinanza a “La Voce”.

La sua poesia appare subito parente stretta dell’espressionismo [ad es. Munch ], anch’egli vede la realtà per così dire con gli occhi dell’anima e la esaspera . Come vedremo più avanti analizzando i suoi versi , il poeta avvia un’aspra polemica sul piano dell’etica e dell’estetica contro la società borghese del suo tempo, ipocrita e superficiale, e ne intravede il disfacimento. E in fondo è anche un’autocritica contro se stesso, contro quel giovane che aveva scelto la guerra senza sapere di che cosa si trattasse.

CORPO A CORPO #7

Mi sono bardato per la serata

dal momento che volete vedermi nei vestiti

che gridano: non è lui.

io che respiravo alle giunture degli abiti

vecchi come un insetto

  • mi sono bardato per la serata.

Il primo aspetto che colpisce, nero sulla pagina bianca, è la distribuzione dei versi, di quelli soprattutto che partono da metà riga e segnano un distacco dal verso che li precede e da quello che li segue. Appaiono come momenti di sosta pensosa, di ponderazione e di schiettezza; altrettanto interessante la ripetizione del primo verso nell’ultimo di questa strofa, così come accade abbastanza spesso nell’intercalare comune (epanalessi) ; in questo caso a mostrare la fissità , la invariabilità di un pensiero che spinge a riproporlo al termine della locuzione. Tutto appare incentrato su un fatto oggettivo e inequivocabile: mi sono bardato; indubbiamente un’autocritica per il proprio comportamento.

Che cosa è accaduto? Il poeta – siamo nel 1919 a guerra finita- probabilmente è stato invitato ad una festa importante, perché si vuole conoscere, magari dopo che se ne è sentito parlare tanto . In qualche modo sente di non poter dire di no, ma si rende conto di subire una costrizione, deve comunque adattarsi contro la sua volontà alla nuova situazione, deve indossare abiti ( ma qui si può dare ovviamente anche una lettura metaforica e intendere atteggiamenti riflessioni pensieri) che non sono i suoi ed è davvero tanto evidente il disagio , chiaro per lui e per tutti gli altri, quasi scandaloso (lo sottolinea quel “gridano”); nonostante questa interiore contrarietà il giovane poeta ha comunque accettato di “bardarsi”.

Ora bardarsi è già una voce verbale ambigua, da un lato significa vestirsi con ricercatezza, con eleganza oppure con eccentricità, ma dall’ altro il verbo “bardare” si usa anche per esprimere azioni precise che riguardano ad es. gli asini; si adopera per indicare il momento in cui si mette il basto sulle spalle di questi animali, che -a differenza del poeta- spesso accettano la bardatura, i finimenti, senza mostrare troppa insofferenza, abituati come sono a portare carichi pesanti . Anche lui si è bardato , ha ceduto, ha accettato di fare qualcosa che stride con la sua natura e che è chiaro e lampante a tutti; lo ha fatto per rispondere alle convenzioni sociali, per entrare in un mondo nuovo per lui. In qualche misura è stato forzato, lo hanno costretto (volete vedermi) e ne è uscita una “maschera” bell’e pronta per la serata, tutta apparenza e niente sostanza; lui che si sentiva in realtà nient’altro che un insetto (un essere insignificante , isolato, volutamente nascosto) e sopravviveva (respiravo) come una tarma rintanata nelle giunture degli abiti vecchi . Certamente in questi versi si nasconde un pensiero complesso e forse gli abiti vecchi adombrano antiche idee consolidate e valori che appaiono antiquati ai nuovi signori emergenti, un mondo più semplice e moralmente più saldo rispetto a quella società che lo ha costretto ad adeguarsi camuffandosi. Il poeta sembra patire , sembra provare una forte sofferenza per la contraddizione interiore , pare che voglia dirci che ha accettato per un momento di rinunciare a qualcosa di sé pur di fare l’ingresso nella nuova società, che sa molto bene tuttavia chi è lui e che cosa pensa e … conosce la distanza.

E –tremando- dall’anticamera riscaldata

mi sono prodotto nella luce, negli specchi e sorrisi:

  • un sorcio attraversa il salone del transatlantico –

E nuotando nella luce, negli specchi e sorrisi

dell’accoglienza cordiale

mi sono trovato a parlare delle sole cose care,

a spiegare e difendere la causa della mia vita

Trema il poeta ; questo fremito è prodotto dal timore di non essere compreso, di non riuscire a penetrare negli animi degli astanti, non si sente per niente a suo agio, si trova in una situazione artificiosa, innaturale e l’artificio è scoperto ed è evidente a tutti; l’atmosfera è calda, l’aria è riscaldata mica come nelle trincee, tutto sembra esprimere il desiderio di accogliere al meglio l’ospite; per due volte (anafora) tornano luce specchi sorrisi, al punto che il poeta accetta di esibirsi (mi sono prodotto) ; ma l’effetto che fa è fastidioso: così finisce per sentirsi smarrito , capace di incutere sorpresa e repulsione insieme (il sorcio che attraversa il salone) . Un effetto da collegare con l’immagine che offrivano i seguaci di Pietro Valdo, straccioni e topi di fogna; gente che aveva gettato i vestiti eleganti alle ortiche (le bardature) per seguire la povertà e la verità.

L’eleganza raffinata dell’ambiente e la lucentezza degli specchi l’hanno indotto comunque ad aprirsi, a parlare delle uniche cose che contano per lui , a difendere la propria visione del mondo e forse il ruolo dell’arte e della poesia , il posto della parola e dell’autenticità nel processo di civilizzazione dell’uomo .

Ma ho visto – a tempo – il respiro della

mia passione,

congelarsi contro i vostri visi.

A tempo mi avete guardato

Come un drago che butta fuoco.

Mi domando perché mi avete invitato:

ma se è perché ho scritto tre parole sincere

e vorreste il segreto di questo mestiere:

ci sono sette porte e ho perso la chiave

per poterci tornare.

Se le ho dette, vuol dire che avran traboccato,

alzatevi presto e vedete partire la lodola

quando il sole ha chiamato.

Nella via mentre rincasate – su molli compensate-

Ritrovo la mia chiave – solo-

Jahier ha parlato della sua passione suscitando sconcerto e se ne è accorto subito (a tempo ripetuto due volte) dal gelo degli sguardi come se fosse comparso nel salone un animale strano, un drago, un essere capace di incutere meraviglia e anche paura nello stesso tempo . I suoi ospiti non hanno capito niente di lui e del suo pensiero. Il poeta si chiede perciò perché è stato invitato quando tutti erano consapevoli della distanza incolmabile; il motivo è uno solo: visto che ha scritto tre parole sincere, i suoi interlocutori avrebbero voluto capire chi fosse realmente e magari carpire i segreti del mestiere di poeta, come se essere poeta fosse un mestiere qualsiasi, un po’ di tecnica e qualche trucchetto lessicale. Come se fosse facile stabilire chi è poeta?

Per capirlo ci sono sette porte da aprire, ma occorre la chiave giusta: detto in altri termini è un mistero e per tornare ad essere poeta bisogna ritrovare la chiave, la voglia, l’ispirazione vera (.??.) Ma forse è banale parlare di ispirazione, perché il poeta costruisce e non di getto come immaginavano i Romantici, ma con pazienza e grazie a conoscenze precise, di metrica, di musica, cerca l’armonia che renda intuibile il suo stato d’animo e il suo pensiero; allora quante cose egli deve conoscere per scrivere. Tante, almeno sette. Sette porte: la scelta del sette richiama alla mente una formulogia antica, la cabala biblica, l’apocalisse; il sette dà tradizionalmente il senso del perfetto, del misterioso e del magico.

Il poeta dà ai suoi intrattenitori una spiegazione sbrigativa: se ho detto tre parole sincere vuol dire che sono traboccate; traboccate significa uscite fuori dagli orli per una spinta incomprimibile di affetti e di emozioni. Continua con un’ espressione sferzante e ironica: smettete di dormire, alzatevi presto, fate come l’allodola che saluta l’alba quando il sole la chiama. Non possiamo non fare riferimento a questo punto all’immagine delicata dell’allodola , messaggera del mattino e vicina a Dio che è in tanti poeti, e in questo caso ricordata come simbolo di semplicità, di purezza e di obbedienza al divino; ma io credo opportuno anche all’ode ” il Giorno” del Parini: la ricca e sciocca aristocrazia la tira tardi, dorme troppo. Nel nostro caso non si tratta certo di aristocrazia, ma delle persone importanti, potenti o semplicemente più ricche, borghesi che si sentono più in alto appunto degli altri e da lassù in grado di capire tutto e di giudicare tutti.

Proprio quando tutti rincasano dopo una serata deludente e inutilmente prolungata, lui ritrova se stesso e la sua chiave,la molla che lo spinge, la pressione a cui non ci si può sottrarre; quando è ormai e finalmente tutto solo e non si perde in inutili chiacchiere.

Da questa strofa emerge la diversità del poeta rispetto a tutti gli altri presenti, insieme con l’incomprensione per la funzione etica e sociale oltre che estetica dell’artista. Proprio il Parini mi pare una figura di riferimento per Piero Iahier; come lui, anche Jahier avverte l’esigenza di esprimere un alto tasso di moralità, un’etica pubblica, e lo fa con un forte spirito caustico nei confronti di una società sostanzialmente balorda.

Per comprendere meglio questo stato d’animo sarebbe opportuno accostare a questa un’altra poesia, intitolata “Dichiarazione” , scritta in trincea; versi nei quali compare invece l’altro popolo, quello vero, digiuno di tutto, che non sa perché va a morire, illetterato che ha campato di miseria, pieno di figlioli, per il quale la scuola è l’osteria. Con questo popolo diverso e vero non ci si può sentire soli: “altri morirà solo, ma io sempre accompagnato”.

Sono stato visitato

Sono stato auscultato

Riconosciuto abile a vita

Coraggiosa

Gli astanti hanno squadrato e minuziosamente esaminato il poeta, come se si trattasse della visita di una Commissione Militare (qui senz’altro esiste una qualche attinenza con quanto presumibilmente gli sarà accaduto prima di andare volontario in guerra fra gli Alpini); così come i medici militari lo hanno dichiarato abile e arruolato per compiere l’impresa più grande per un irredentista (la riunificazione della patria e la riconquista di un’identità culturale e nazionale), questi signori che nel corso della festa l’esaminano senza comprenderlo, in fondo – pur senza capirlo- riconoscono il suo coraggio, la sua diversità. Ciascuna delle parole ha una sua forza: ad esempio auscultato; si ausculta con lo stetoscopio, ma anche mettendo l’orecchio direttamente sulla cavità toracica per scoprire eventuali anomalie dei polmoni o del cuore , quasi a voler dichiarare che tra lui e gli altri c’è stato un contatto molto stretto per conoscere il suo respiro e il suo cuore che ha portato almeno a intravedere la sua singolarità , il suo essere diverso, la sua vita comunque “coraggiosa”.

Dieci volte respinto – ricomincerò:

e se proprio fossi disteso, una polla di sangue

al petto

aspettate a venirmi vicino, ancora non vi

accostate.

Nessuno lo ha veramente capito, dopo tanti tentativi (dieci volte respinto), ma il poeta non si arrende, anzi avverte i suoi interlocutori: se mi vedeste a terra ferito a morte nel sangue non vi fate illusioni, non sono morto; state lontani come è giusto che accada tra chi non ha niente in comune .Il mio mondo ,l’amore per l’arte e per la poesia non morirà, nonostante tutto, nonostante intorno a me ci siano condizioni proibitive. Non fingete, state lontani. Certo questi versi fanno pensare: a quanto sia difficile lasciare spazio alla poesia quando intorno infuria la guerra o nei momenti immediatamente successivi quando di manca di tutto, anche il necessario per la sopravvivenza fisica oppure nel bel mezzo di lotte sociali dirompenti; in queste condizioni può esistere la poesia? Dà una risposta la poesia stessa , manifestandosi.

Ma ho ritrovato la mia chiave – solo-

Ma vi ringrazio;

ma sono tornato dove non potete venire-

dove son certo che la mia parola

senza averla gridata non posso

morire

Sembra dire il poeta che ha ritrovato finalmente la sua vocazione, la sua passione con le sue sole forze, il suo spazio, quel luogo dove tutte quelle persone non possono entrare e dove non può morire prima di aver gridato la sua parola (ecco l’urlo di Munch), il suo desiderio di poesia e di verità (tre parole sincere).

Tre versi cominciano consecutivamente con un “ma” avversativo, a sottolineare il contrasto con la condizione degli altri interlocutori e l’accentuazione della sua diversità; il poeta prima di scomparire vuole urlare la sua “parola”, non può scomparire o morire senza averla detta. A questo punto  calza bene il riferimento ad alcune notizie biografiche su Piero Jahier: sente che la sua parola corre il rischio di essere soffocata e lo fu effettivamente durante tutto il ventennio fascista; patisce la diversità della sua religione, un valdese, un protestante in una società escludente che dieci anni più tardi col Concordato avrebbe ufficializzato con la maggioranza cattolica; ha toccato con mano l’ipocrisia di un conformismo che ha costretto suo padre al suicidio. Ma rileggendo attentamente questi ultimi versi non si può non notare la posizione grafica isolata di certi vocaboli (gridano, passione, solo, coraggiosa, petto, polla di sangue, morire) che fanno immaginare la battaglia, la trincea, la macelleria di una guerra che non aveva avuto eguali nella Storia.

Alcuni cenni sull’organizzazione dei versi: molte assonanze, qualche rima ora baciata ora alternata , versi sciolti e rotti, ripetizione di locuzioni. Due numeri magici, il 3 (parole sincere) e il 7 (chiavi) . Non so dire quanto si trovino lì casualmente o quanto costituiscano rimandi voluti e rientrino nel gioco del mistero. Teniamo conto del fatto che il poeta era iscritto ad una Facoltà di Teologia e che da Valdese era un profondo conoscitore della Bibbia. Il tre è da sempre definito come numero perfetto per eccellenza, un segno divino (tre i figli di Noè, tre gli apostoli accanto a Gesù nell’orto degli Ulivi, tre i giorni di Cristo nel sepolcro, la trinità di Dio e l’essenza della vita (nascita,espansione,morte); quanto al sette ci sono altrettanti riferimenti (sette giorni per la Creazione del mondo, sette teste la Bestia dell’Apocalisse, sette i vizi capitali). Alla luce di queste considerazioni forse un po’ estemporanee potremmo dire che il poeta ha detto tre parole sincere, quelle giuste e vere, ma per comprendere la sua parola c’è bisogno di sette chiavi ad indicare la necessità di uscire dalla superficialità per andare più a fondo a scoprire la straordinaria complessità dell’esistenza.

La chiusura di questa poesia rafforza l’idea di una assoluta incomunicabilità del poeta con gli altri e (cfr. solo,solo) la sua solitudine quasi aristocratica, il distacco segnato da chi non capisce e non ha le chiavi adatte a penetrare dentro le sue “sole cose care” e la “ causa della sua (mia) vita”. Resta tra lui e gli altri una muraglia insuperabile, tra lui e tutti coloro che non riescono a capire come la poesia metta in gioco la vita di ciascuno, come sia l’unica vera condizione per respirare e vivere. Come non pensare al contrasto stridente tra una certa stolidezza della società del primo dopoguerra e l’aver vissuto la tragedia, aver visto da vicino le polle di sangue sul petto dei soldati morti. Questo contrasto induce il poeta ad un atteggiamento pessimistico, moralistico, verso una società che non capisce più , che non ha i suoi stessi panni. Non è bastato il bagno di sangue, la Società si accontenta dell’apparenza, del conformismo, della superficialità delle relazioni umane. Ma, ma, ma..il poeta non può accettare il silenzio, non può morire senza avere gridato la sua parola. In questa chiusa cresce la tensione emotiva, c’è un crescendo che giunge all’acme con la parola “morire”, ci senti dietro l’urlo,la disperazione, la rabbia di un uomo che si rende conto di essere del tutto incompreso; di uno che ricerca una dimensione autentica del vivere fuori dalle convenzioni e dalle maschere; c’è un tema che richiama tanta filosofia e tanta letteratura del primo Novecento. In questo caso la parola assume un valore straordinario, può rappresentare una persona in carne e ossa , senza la parola c ‘è solo la morte.

In tutta la poesia si respira l’atmosfera valdese: il senso religioso dell’esistenza, l’accettazione del peso della vita, la ricerca di semplicità e schiettezza; si avverte l’eco lontana delle parole di Matteo, XIX ,21 “Gesù disse al giovane ricco : se vuoi essere perfetto, vai e vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”; l’eco di quelle parole che indussero Pietro Valdo a vestirsi di stracci e a dar vita ai Poveri di Lione; un atteggiamento del tutto incompreso e che anzi suscitava la curiosità,ma soprattutto incuteva paura (come il drago della nostra poesia) tra i nobili e i ricchi borghesi del tempo. A questo proposito si possono leggere poche righe del “De nugis curialium” di Walter Map, rappresentante del re Enrico II Palantageneto al Concilio Lateranense del 1179: “Costoro mai hanno dimore stabili, se ne vanno due a due a piedi nudi, vestiti di lana, nulla possedendo, ma mettendo tutto in comune come gli apostoli, seguendo nudi il Cristo nudo. Iniziano ora in modo umilissimo, perché stentano a muovere il piede; ma qualora li ammettessimo, ne saremmo cacciati”.

Dott. Francesco Gherardini

COMMENTO ALLA POESIA DI MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini: post aperto

COMMENTO ALLA POESIA DI E. MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini

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LETTERA A MALVOLIO

Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio,
e neanche di un mio flair che annusi il peggio
a mille miglia. Questa è una virtù
che tu possiedi e non t’invidio anche
perchè non potrei trarne vantaggio.

No,
non si trattò mai d’una fuga
ma solo di un rispettabile
prendere le distanze.

Non fu molto difficile dapprima,
quando le separazioni erano nette,
l’orrore da una parte e la decenza,
oh solo una decenza infinitesima
dall’altra parte. No, non fu difficile,
bastava scantonare scolorire,
rendersi invisibili,
forse esserlo. Ma dopo.

Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.

Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
cercare la speranza nel suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile possa dire
forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
che la partita è chiusa per chi rifiuta
le distanze e s’affretta come tu fai, Malvolio,
perchè sai che domani sarà impossibile anche
alla tua astuzia.

In questi giorni ho riletto “La lettera a Malvolio “ del 1971; proprio mentre in TV si moltiplicavano le presenze di Federico Rampini che proponeva un suo libro “All you need is Love”; una sorta di prisma attraverso il quale vedere e capire il mondo reale, quello dell’economia, rileggendo i testi delle canzoni dei Beatles. Qualcosa di veramente originale e suggestivo, al punto che mi ha costretto a pensare ad un accostamento tra una celeberrima e conosciutissima canzone di John Lennon (“Imagine”) e la “Lettera a Malvolio”; per i contenuti, che un’armonia dolcissima non riesce a distruggere (come avviene spesso nel melodramma), ma che al contrario potenzia fino ad emozionarci parecchio. Tra i due testi – che definirei “utopici” – esistono delle analogie. Nei versi di Montale emerge l’utopia di un mondo a-ideologico, ricostruito e saldo sul piano etico, soprattutto grazie alla forza espressa dal rifiuto di omologarsi; nel secondo testo 1quella di un mondo basato sul rispetto delle differenze individuali ed etniche e in pace, fuori dalle ideologie politiche e religiose.

Montale, già senatore a vita, l’avevo visto a Pisa proprio nel 1971 durante una sua visita all’Università; una figura imponente, che mi è rimasta impressa nella mente anche per il suo aspetto fisico; assomigliava un po’ – forse anche per l’indiscussa saldezza sul piano morale – ad un grande uomo politico che avevo conosciuto quello stesso anno (Giorgio Amendola). Erano i tempi di “Satura”; Montale sembrava aver abbandonato la “poesia” per seguire una strada diversa, meno ermetica e più prosastica ed era stato il bersaglio delle frecce avvelenate di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista famoso e al centro dell’attenzione popolare proprio in quel tempo sia per il successo anche commerciale dei suoi films (Decameron, Racconti di Canterbury) sia per la radicalità delle sue posizioni politiche e l’asprezza dei suoi interventi. C’era poco da stupirsi; in quegli anni si era comunisti o anticomunisti, di destra o di sinistra, in modo davvero manicheo; visti con gli occhi di oggi, depurati dai grandissimi difetti, erano stati anni di grande fermento anche sotto il profilo etico: John Lennon cantava “immagina che non ci siano nazioni, niente per uccidere o morire, nessuna religione, immagina che tutti vivano la loro vita in pace”. Tutto era “militante”, anche la letteratura. Così, contro tutti quei critici che amano costruirsi l’Olimpo di poeti e letterati pacificati e in perenne armonia tra loro, si aprì ad opera di Pier Paolo Pasolini una feroce polemica tra lui e l’allora poeta nazionale, in odore di Premio Nobel (sarebbe arrivato quattro anni più tardi ).

P.P. Pasolini sulla rivista “Nuovi argomenti” aveva sostanzialmente attaccato Montale perché “pessimista metafisico”, negatore dell’idea di progresso, portatore dell’ideologia liberista che in fondo fissava il potere borghese come fatto naturale e non modificabile, falso moralista o moralista in malafede anche perché ad esempio aveva edulcorato l’immagine di Leopardi (nei fatti narcisista, egocentrico, megalomane, impotente, maniaco, pieno di allergie) dando l’idea di una straordinaria perfezione morale, con ciò disconoscendo di proposito la complessità della realtà umana. In definitiva non un uomo che si confrontava con i temi veri del suo tempo, ma un conservatore, fors’anche un reazionario; un personaggio pubblico – forse suo malgrado – che non prendeva partito rispetto alla realtà di quel periodo (le stragi, la guerra del Vietnam ecc.).

La “ Lettera a Malvolio” è la risposta. Per quattro strofe Montale si attribuisce un merito: quello di tenersi alla larga, di aver sempre preso le distanze dal mondo dei potenti di turno prima e dopo, durante il Fascismo e con l’avvento della Repubblica; chiarisce per quattro strofe che questo atteggiamento non era da tutti e non era stato di tutti; forse era stato più facile quando le separazioni tra bene e male erano nette, ma dopo si era creato un “ossimoro permanente”, una “focomelia concettuale”, con l’onore e l’indecenza stretti insieme; chi teneva le distanze e badava a mantenere alta la propria moralità finiva per essere semplicemente deriso o confinato nel più profondo silenzio. Nella quinta strofa, la più lunga, esce il ritratto del suo antagonista; un quadretto terribile: Pasolini sarebbe quello che ha furbescamente mescolato marxismo e cristianesimo, traendone grandi vantaggi e guadagni personali proprio mentre, apparentemente, ostentava la nausea per questo tipo di relazioni umane e di società..

Montale si dice orgoglioso del suo modo di essere: non ha mai voluto fuggire dalla realtà, piuttosto la sua è stata una “fuga immobile” (bell’ ossimoro ironico) e neppure ha avuto mai un fiuto particolare (quello che invece attribuisce al suo avversario) per tenersi vicino ai potenti. Il suo atteggiamento è stato esattamente il contrario di quella furbizia che – a suo dire – esercita il suo oppositore, quell’ arte cortigiana/servile che gli impedisce di vedere e tenere le giuste distanze; un’astuzia, che comunque in un auspicabile e diverso domani non sarà più esercitabile. Parole molto grosse, tanto più se indirizzate ad uno spirito libero, fortemente critico e senza paure come fu Pasolini.2

La conclusione di Montale in fondo però appare perfino ottimistica: è vero che ora, hic et nunc, a mala pena si può cercare la speranza nel negativo (cfr. Non chiederci la parola), ma questo atteggiamento di fermezza morale può essere stimolo per tanti e comunque “la partita resta aperta”.

Non tardò la replica di Pasolini con una poesia intitolata “L’impuro al puro”.

Non ho banda, Montale, sono solo.//Non ti rimprovero di aver avuto //Paura, ti rimprovero di averla giustificata.//Male forse ne voglio, ma il mio.//Ti ha ottenebrato la tua un po’ troppo //Musa oscura.//Astuto poi non lo sono://di solito è astuto chi ha paura.

Da questi otto versi emerge un chiaro riferimento biografico, un’insinuazione relativa all’argomento della “Paura”: il poeta ligure era sempre stato antifascista, vedeva nel fascismo un’offesa all’intelligenza e alla moralità; aveva firmato nel 1925 il Manifesto degli Intellettuali antifascisti, ma nel 1938 per timore di perdere il suo posto di lavoro al Gabinetto Vieusseux, si “costrinse” a chiedere l’iscrizione al Partito Fascista, iscrizione subito negata con conseguente licenziamento a Dicembre. Da qui il rimprovero di Pasolini a Montale: per aver tentato di giustificare questo gesto, non tanto per averlo fatto, come purtroppo tanti altri uomini semplici erano stati costretti dalle circostanze a fare.

Ma torniamo alla poesia.

Ha una forma del tutto irregolare, senza rima, con numerose assonanze; il poeta appare concentrato sulla concatenazione logica delle sue argomentazioni, sui concetti che intende esprimere; in molti hanno intravisto in questa lirica il suo testamento politico, morale, e culturale. Emerge con forza il tema degli ossimori che dominano la nostra vita e l’argomento della “focomelia concettuale”, ovvero della scarsa coerenza tra il “dover essere” e la “realtà effettuale”.

Certo risalta la figura di un uomo che non si fa grandi illusioni, che vede la realtà per quello che è, senza tanti infingimenti, un uomo forse poco impulsivo e molto realistico, ma passionale, con un bagaglio di valori etici e spirituali che ne fanno una sorta di roccia, inattaccabile.

Già dalla prima riga compare il personaggio di Malvolio = Pasolini . Si tratta di un’accusa crudele. Malvolio è un personaggio shakespeariano (La dodicesima notte ndr. quella dell’ Epifania), un maggiordomo segretamente innamorato della padrona, un po’ comico, un po’ puritano, molto ipocrita, al punto da falsamente disprezzare ogni divertimento e gioco; sostanzialmente uno sciocco e un presuntuoso arrogante che alla fine viene beffato. Beffardo e sferzante è l’accostamento di questo atteggiamento (flair: l’aver – più che un fiuto finissimo – la predisposizione a fare il cortigiano) col termine “virtù”: siamo sempre nel campo dell’uso sarcastico degli ossimori da parte di Montale. Questa “virtù” lui proprio non la possiede, neppure potrebbe esercitarla se l’avesse, tanto è contraria alla sua natura.

Nella seconda strofa il poeta sembra voler ribadire e rafforzare un concetto, rispondere a una domanda sottintesa; tutto il verso è dominato da un unico lemma : “no” ! Montale nega di avere avuto paura, di essere fuggito di fronte ai problemi e alle difficoltà; spiega nuovamente che quello che ha fatto è stato prendere le distanze, non volersi mescolare.

Facile prendere le distanze, mostrare la propria diversità, quando c’era da scegliere tra l’orrore del Fascismo e la decenza dell’Antifascismo, sostiene. Come non richiamare a questo punto almeno alla vicinanza di Montale a Piero Gobetti fin dal 1917, a colui che possiamo considerare come l’incarnazione stessa dell’idealismo e del moralismo di matrice risorgimentale. Ma sull’Antifascismo Montale lascia intuire un non troppo velato avvertimento (solo una decenza infinitesima) a non gonfiare di retorica la vicenda complessa e sotto certi aspetti ancora poco illuminata della Lotta di Liberazione; c’è forse un’allusione alla tragedia familiare di Pasolini (la morte del fratello partigiano per mano di altri partigiani) 3. Per distinguersi e prendere le necessarie distanze – dice Montale con grande onestà – bastava “scantonare scolorire rendersi invisibili, forse esserlo”; e ammette : “ho vissuto il mio tempo col minimum di vigliaccheria che era consentito alle mie deboli forze” (finta intervista, Intenzioni 1946).

Quella che segue è la parte più dolorosa della lirica: dopo che fu vinto il Fascismo, l’onore e l’indecenza si sposarono; dominava su tutto la “focomelia concettuale”. Il distorto – visto da un’altra ottica – era considerato dritto e per chi tentava di aprire bocca, criticare oppure opporsi , la cura era quella della derisione o della condanna al silenzio.

Al di là dei fatti concreti4 che possono essere facilmente ricordati, adombrati da queste parole, colpisce il richiamo alla focomelia. Proprio in quegli anni scoppiò in Italia e nel mondo il caso del farmaco Talidomide e dei suoi effetti devastanti sui feti. La medicina più evoluta e di avanguardia, nata dagli sforzi congiunti a livello mondiale, anziché curare finì per causare danni spaventosi e irreversibili sui nascituri. Una metafora tragica di quanto stava succedendo nel nostro paese, risorto dopo la lotta antifascista, avrebbe potuto vedere sbocciare le migliori intelligenze ed energie e invece era di nuovo allo sbando sul piano della moralità pubblica, in preda alla corruzione, al malaffare, al sottogoverno, nelle mani della criminalità organizzata e di estremismi politici devastanti. Un sintetico riferimento alla realtà che il Poeta percepiva in tutta la sua crudezza, che contrastava a modo suo e dalla quale non voleva fuggire, ma prendere le distanze, non essere contaminato.

L’ultima strofa è intessuta di richiami fin troppo personali alla vita e all’opera di Pasolini; (materialismo storico e pauperismo evangelico) come non pensare al “Vangelo secondo Matteo” , uscito nel 1964, visto da gran parte della critica cinematografica come l’avversione comune sia del cattolicesimo che del comunismo nei confronti del materialismo borghese o (pornografia e riscatto) alla sceneggiatura di dieci novelle del Decamerone, ambientate nel territorio napoletano, o ai Racconti di Canterbury oppure infine a Il fiore delle Mille e una notte, tutte pellicole allora individuate da gran parte della stampa nazionale e anche della critica cinematografica come intrise di insopportabile “pornografia”  . Un’attività cinematografica che, accanto alle critiche scontate, produceva denaro: per Montale Pasolini era colpevole di mostrarsi schifato verso un certo mondo che pure frequentava e dove si trovava a proprio agio (l’odore di trifola) senza sentire il lezzo del denaro (pecunia non olet).

Adesso – lo ripete da tanto tempo Montale – possiamo soltanto dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”… e basta con le ideologie ; non fuggo, resto immobile a testimoniare i miei valori, che serviranno a qualcuno per avere più forza perché il mondo può tornare a una sua rispettabilità, a una sua decenza. Sono davvero duri gli ultimi versi, ma proviamo ad accostare queste parole a quanto accade in questi giorni e in questi anni, ad esempio a quanto emerge dallo scandalo di Roma Capitale.

Al di là di ogni visione ideologica o religiosa, tornare almeno a un po’ di decenza “borghese” nei comportamenti sarebbe un passo in avanti considerevole.

1 immagina non esista paradiso//È facile se provi//Nessun inferno sotto noi//Sopra solo cielo//Immagina che tutta la gente//Viva solo per l’oggi//Immagina non ci siano nazioni//Non è difficile da fare//Niente per cui uccidere e morire//E nessuna religione//Immagina tutta la gente//Che vive in pace//Puoi dire che sono un sognatore//Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia//Immagina un mondo senza la proprietà//Mi chiedo se ci riesci/Senza bisogno di avidità o fame//Una fratellanza tra gli uomini//Immagina tutta le gente//Che condivide il mondo//Puoi dire che sono un sognatore //Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia.

Lennon

 

2 “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti, è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi davanti alle loro ideologie hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. […] La povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Il gran male dell’uomo consiste nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo …Il laicismo consumistico ha trasformato gli uomini in stupidi automi, adoratori di feticci [dal Testamento di Pasolini]

3 Guidalberto Pasolini  , nome di battaglia “Ermes“, morì appena diciannovenne nei fatti legati all’ eccidio di Porzus, controverso episodio , in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati da partigiani comunisti.

4 In particolare il 1971 si ricorda per i tentativi di golpe (Sifar ,piano Solo, golpe Borghese), ma anche le nazionalizzazioni nell’Algeria liberata e il voto alle donne in Svizzera, l’ammissione degli anticoncezionali, il comunista Tito In Vaticano, l’apertura con Nixon dei rapporti Cina /Usa, l’opera di Basaglia, la nascita di Greenpeace e di Medici senza frontiere .

Dott. Prof, Francesco Gherardini

P. Fidanzi dice:
Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo, colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

Dott. Paolo Fidanzi

COMMENTI ALLA POESIA ‘LA MIA SERA’ di Giovanni Pascoli, a più voci; post aperto

COMMENTO ALLA POESIA ‘LA MIA SERA’ di Giovanni Pascoli

del Dott. Prof. Francesco Gherardini

 

 

Clicca sulle parole ‘calde’ per vedere l’articolo di Gheradini:

LA MIA SERA di Giovanni Pascolix in OpenOffice

LA MIA SERA di Giovanni Pascolix  in Pdf

 

LA MIA SERA di Giovanni Pascoli

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.
E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Nè io … che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don … Don … E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra …
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era …
sentivo mia madre … poi nulla …
sul far della sera.

L’anno 1900 1 si aprì a Gennaio con uno screzio tra Pascoli e D’Annunzio. Quest’ultimo aveva da poco terminato di scrivere “Il Fuoco” (dopo mesi di indefesso lavoro ) e aveva ricevuto pubbliche lodi dal Pascoli. Si era cimentato successivamente nel commento all’ VIII canto dell’ Inferno, ma stavolta Pascoli aveva scritto di lui all’amico Gargano che “ a proposito di Filippo Argenti ripeteva le solite stupidaggini, dimostrando di non aver neppure letto quello che lui aveva scritto nel “Convito” e concludeva acido : ”O che le sue frasche gli sembrano più vistose del pensiero di Dante?”. Una lettera di un certo Angiolino Orvieto sulla Caccia, comparsa sul Marzocco, completò l’opera; fu fraintesa da Pascoli, che reagì in maniera piccata (e con maligne allusioni verso il Vate abruzzese). D’Annunzio replicò con una lettera, “insolente e triviale”, accusando il poeta romagnolo di essere “una donnetta inacidita e pettegola … con il gusto di rimanere su la ciambella, di centellinare il fiasco e di curare la stitichezza del suo cagnolino”. 2

L’anno proseguì a Marzo con la sesta medaglia d’oro conquistata dal poeta romagnolo al Premio Amsterdam, la composizione dell’Inno alla Sicilia, la stampa a Giugno del voluminoso “Sotto il velame” seguita da notevole successo di vendite e di critica. A fine Luglio il suo cuore fu ferito dall’uccisione di Re Umberto e compose “Al re Umberto” (Nel Mondo di grande c’è il Male!); ad Agosto ebbe qualche incomprensione con l’Autorità ecclesiastica, poi trascorse le ferie a Castelvecchio, ebbe le visite dei numerosi amici ed estimatori; questo periodo fu caratterizzato dal disappunto per quanto andava male il matrimonio della sorella Ida (Du, Dudin), ma anche dalla vita scherzosa e dall’ingenua allegria dei contadini. Ad Ottobre finalmente si tirano le somme; Zvanì scrive all’amico Caselli :”Sono pieno di tribolazioni! Ne ho guasti i sogni, caro amico! Mi sfogherò scrivendo oggi La mia sera, un innetto molto melanconico

Ecco ricostruito l’antefatto della composizione di questa poesia, scelta da me perché presenta tanti aspetti costruttivi e molti temi della poesia di Pascoli.

L’innetto, divulgato per la prima volta per le nozze di Margherita, figlia del conte G. Codronchi Angeli, fu pubblicato su “ Il Marzocco” a fine 1900 e inserito nei “Canti di Castelvecchio” nel 1903, consta di cinque strofe (le prime tre generalmente definite come “descrittive”, in realtà cariche di significati reconditi e di simboli, le seconde due “personali” di otto versi ciascuna (sette novenari e l’ultimo senario), chiusi sempre dal termine “sera”, con rima alternata ABABCDCD; vi sono richiamati fenomeni aerei (tempesta, bufera, umidità, lampi, scoppi, fulmini, nube, cirri) e terrestri (campi, rivo), animali (rondini, nidi, ranelle), piante (pioppi), suoni (singulto, canti di culla, gre gre); c’è una vera e propria ridondanza di aggettivi tra loro contrastanti/dissonanti (tacite, breve, tremule, leggiera, tenero, vivo, allegre, monotono, cupo, aspra, dolce, umida, infinita, canoro, fragili, stanco, nera, rosa, ultima, serena, garrula, limpida, azzurra) ed una straordinaria abbondanza di figure retoriche: allegoria (sera – generale), antitesi (finita-infinita), onomatopee (gre gre, don..don..), ossimori (dolce singulto, tenebra azzurra), sineddoche/metonimia (nidi per rondinotti), assonanza (cupo tumulto), climax (cantano, sussurrano, bisbigliano), allitterazione (cirri di porpora e d’oro), sinestesia (fulmini fragili), analogie (suono campane, voci, ninna nanna).

La prima strofa serve a contestualizzare il tema; i lampi squarciano il buio, aiutano a far luce, 3 rischiarano per un brevissimo arco di tempo (fulmini fragili 4) il mondo vero, quello nascosto ”sotto il velame”, quello che si cela dietro a ciò che noi, come i prigionieri della caverna di Platone, confondendoci, chiamiamo realtà; fanno affiorare l’inconscio, ossia qualcosa che non si può affrontare con la sola Ragione. Alla fine però arrivano comunque le stelle. Esse rappresentano l’eternità, la luce più duratura, le più alte aspirazioni umane, tracciano la nostra via, ci guidano verso una meta. 5 L’atmosfera è ferma, rotta soltanto dal gracidare delle rane; un suono gioioso 6, legato al cessato pericolo e alla speranza che non si ripresenti la bufera, accompagnato dal singhiozzo “dolce” del rivo … che fa pendant con la “gioia leggiera” delle “tremule foglie dei pioppi”. 7 Evidentemente la Natura si comporta come una persona che è stata male, ha pianto e singhiozzato a lungo e a poco a poco, per quanto ancora molto scossa (tremule/tremore), si calma e si rasserena.

Nella strofa successiva protagonista è il cielo, che qui simboleggia la vita stessa del Poeta e della sua famiglia; è tenero e vivo (questa non è certo una descrizione naturalistica!) perché provato dalle disgrazie e da un dolore infinito, continuo, mai sopito, da una ferita mai rimarginata e rimarginabile. In questo cielo devono necessariamente comparire le stelle: deve esserci una svolta. Pascoli scriveva un anno dopo all’amico Alfredo Caselli: “Caro amico del mio tramonto ! Ma il tramonto sarà, spero, luminoso più di un’alba. Leggi La mia sera.” 8

La parola SERA chiude ogni strofa, accompagnato sempre da un’aggettivazione diversa. E’ umida: evidentemente un richiamo al pianto, al dolore che resta nell’aria dopo la bufera, all’ elaborazione mai compiuta di troppi lutti. E’ limpida: il Poeta vede finalmente come stanno le cose, come va il mondo, che cos’è ciò che lo attende; la vita è questa, il tempo prosegue la sua corsa, mentre continua –nonostante tutto – a pulsare la vita, almeno quella degli altri. E’ ultima: 9 coincide con la “compieta”, l’ultimo momento di  preghiera della giornata, anche nei collegi degli Scolopi, l’ora che viene dopo il vespro e che comincia con il saluto iniziale “O Dio vieni a salvarmi”. E’ il momento della riflessione, della meditazione, dell’esame di coscienza per prepararsi …10 alla “fatal quiete” di foscoliana memoria?

Nelle tre strofe successive ritornano le rondini e il nido, un universo caro al Poeta, un mondo gremito di voci e di “stridi”, dove il nido – distrutto e da lui ricostruito con Ida e Mariù – rappresenta una sorta di “paradiso perduto”, di struttura sociale ottimale, all’interno della quale normalmente tutto dovrebbe girare attorno alla figura paterna. La tempesta finisce per placarsi e per essere richiamata dall’eco di un rivo monotono e canoro: una sorta di rumore di fondo ormai stabile, che continuamente ricorda ciò che è accaduto. Nel cielo rotto dai fulmini e ora terso si sono formati cirri di porpora e d’oro. Immagini di un tramonto stupendo, dai colori smaglianti11 . O piuttosto il poeta adombra un’immagine di Ida? In effetti per cirri si intendono non sole le nubi bianche, ma anche i riccioli dei capelli e quelli di Ida erano inanellati e biondi. La nube più nera sta cambiando colore, sta diventando rosea: un po’ di ottimismo; o una situazione meno assillante proprio per Ida?12

I nidi ossia tutte le famiglie – afferma il Poeta – anche se poco, hanno avuto qualcosa, così i rondinotti/figli chiassosi e spensierati possono partecipare alla cena modesta con vivacità. Io no. In effetti Pascoli si lamentò a lungo, per tutta la vita, di non avere ottenuto ciò che a suo giudizio gli spettava (cfr. Maria Pascoli cit.). Che voli che gridi fa venire in mente che speranze che cori di Leopardi, richiama alla mente un’immagine andata di tempi comunque meno tristi. Il suono delle campane del Vespro interrompe questa rappresentazione un po’ più limpida (azzurra, serena) e lo richiama a pensieri più elevati. In realtà lo precipita nel grembo materno; questi ultimi versi ripropongono la figura martellante, assillante della madre e, per così dire, della tragica incancellabile foto di gruppo 13. Lo stesso suono delle campane è cupo (don..don..) e per nulla suadente (dormi …dormi…) come dovrebbe essere; lascia pensare alla morte.14

La mia sera è una lirica delle meno conosciute di Pascoli, solo apparentemente descrittiva e armoniosa, ricca di alcuni simboli già noti (cfr. Barberi Squarotti : i lampi, le stelle, le rondini, il nido ) , costruita con una climax adeguata e con una competenza tecnica – oserei dire – ostentata, con i colori appropriati. I forti contrasti (lampi-stelle, cupo tumulto – dolce singulto, infinita tempesta – rivo canoro, nube nera – nube rosa) creano un senso di turbamento, di pena e di mistero, alimentano l’attesa ansiosa per qualcosa che deve accadere e che accadrà (l’arrivo delle stelle e soprattutto della “ sera”, termine ossessivamente ripetuto ogni fine strofa), il rimpianto per un mondo lontano, puro, ricco di affetti, ormai definitivamente dissolto (canti di culla), ma ben vivo e fin troppo presente nella mente del Poeta. Si può intuire da subito anche il punto di vista con cui Pascoli guarda al mondo, a se stesso e alla sua famiglia; l’accostamento tra il suo terribile dramma familiare e la vita seppur povera degli altri (la fame del povero giorno prolunga la garrula cena); tra “l’aspra bufera” e “l’infinita tempesta” che hanno caratterizzato tutta la sua vita familiare e in qualche modo la pace altrui .

Tutta la poesia è un richiamo continuo al dolore personale di Giovannino, come lo chiama l’inseparabile sorella Maria, un dolore indomabile, che ha “stancato” la sua esistenza; dominata da un pensiero fisso, bloccato sulla propria sofferenza individuale e familiare; un rimuginare che pare concludersi con l’accettazione rassegnata della morte come prospettiva concreta e forse vicina. Nell’attesa di questo momento, la disperazione pare temperata soltanto dal ricordo dell’infanzia (la culla, la mamma, la ninna nanna) quando tutto intorno a lui appariva come tenerezza e dedizione. A rompere il vaso di Pandora, a sprigionare tutti i mali – come sappiamo – furono l’assassinio del padre e poi la lunga catena di lutti familiari 15; “il turbine che percosse, disperse, distrusse la nostra famiglia” come scrive la sorella Mariù .16

Con gli occhi di bimbo Pascoli ricostruisce il mondo agreste che lo circonda, rievoca i fenomeni naturali, ciò che fin da bambino lo ha impressionato, forse affascinato (il temporale, la bufera, i lampi e di seguito “la quiete dopo la tempesta”: il gracidare delle piccole rane, il tremolio delle foglie dei pioppi, il volo famelico delle rondini alla ricerca di insetti nell’aria) e lo individua come chiave interpretativa della sua storia personale, quella che la Natura ha sempre conosciuto. Aspetta la morte, la sente vicina, la desidera ?!

Scrive Hegel nell’Estetica : “La bellezza artistica si manifesta al senso, alla sensazione, all’intuizione, alla immaginazione, ha un ambito diverso da quello […] della tetra interiorità del pensare” e allora cerchiamo di approfondire in particolare gli aspetti psicologici, nascosti, che emergono da questo testo . Occorrerebbe in primo luogo saperne di più sull’Autore, conoscere bene la sua biografia per ricostruire la sua psicologia. Lo stesso Pascoli scrive nella prefazione a Sotto il Velame: ” Ci sono alcuni che sdegnano questo tipo di indagini…La lucernina può (invece) rivelare qualche meandro nuovo, qualche nuovo abisso, qualche improvviso simulacro, qualche scritta ignorata”. Secondo me, nel caso specifico di questa poesia, la conoscenza –anche minuta – della biografia dell’Autore è sicuramente di grande utilità, può aiutarci – per così dire – a capire meglio l’oggetto spirituale che la poesia ingloba. Del resto sempre Hegel scrive in proposito: “ La poesia è in grado di riunire sotto una forma di interiorità l’interno soggettivo del Poeta con i particolari e i dettagli dell’esistenza esterna”.

La mia sera dunque è una poesia nient’affatto suggerita da un giorno particolarmente piovoso, ma è una riflessione sulla intera sua vita; al termine della quale sostanzialmente Giovanni Agostino Placido Pascoli esprime il desiderio “in questo atomo opaco del male” (X Agosto) di ottenere un po’ di pace dopo troppi lutti familiari . C’è una orchestrazione di fondo percepibile: è data dal linguaggio del “fanciullino”, quello del mondo dell’infanzia, fatto di colori e di rumori, della piena e immediata adesione con la Natura (materiale, vegetale, animale, umana), che sa tutto e resta indifferente, passando dalla tenebra all’azzurro alla porpora e all’oro. Sembra essere presente in quest’opera la figura del “perturbante”, una delle categorie estetiche del Novecento17 [Freud, Das Hunheimliche, 1919; Antony Vidler Il perturbante dell’architettura 2006]: qualcosa di “spaventoso” che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; qualcosa che genera quotidianamente inquietudine, angoscia, disagio e produce “il male di vivere”. Una sorta di “spaesamento” che deriva dall’incapacità di stabilire quanto un “oggetto” sia jn effetti vivo e reale; nel nostro caso quanto siano ancora vivi per il poeta e la sua stessa esistenza concreta di ogni giorno i suoi morti. Questa situazione in psicologia viene definita anche come “dissonanza cognitiva”; è la condizione del “non raccapezzarsi”, che porta a voler ripartire da zero e in Pascoli caratterizzata proprio dal riaffiorare del desiderio di tornare nel grembo materno.

Proprio perché si è compreso presto che le poesie di Pascoli non potevano essere semplici bozzetti, i critici letterari e gli psicologi si sono cimentati nell’opera di scavo nel profondo e nell’interpretazione della sua poesia.

Elio Gioanola (Sentimenti filiali di un parricida in Psicanalisi,Ermeneutica, Letteratura 1991), avverte opportunamente che gli aspetti psicopatologici degli Autori non sono mere curiosità biografiche, ma stanno in profonda relazione con i contenuti delle loro opere. In effetti ci sono aspetti della vita dei poeti che vengono ignorati o volutamente trascurati dai curatori delle Antologie, per non sciupare l’ “immaginetta” e potersi così inventare personaggi fuori dal tempo18. Gioanola rammenta che Pascoli doveva far fronte agli attacchi di malinconia, ai complessi di inferiorità, alle ombre paranoidi che gli facevano vedere in tutti i colleghi dei nemici; accenna alle delusioni politiche, ai mesi di carcere, all’assillo della povertà. Lo conferma del resto la sorella Maria, la quale ricorda come Giovanni Pascoli cercasse di dominare questi nefasti stati d’animo col vino. Gioanola suppone che Pascoli in più si sentisse – per così dire- “parricida” 19, avendo odiato il padre per averlo mandato in collegio a sette anni e che abbia cercato in tutte le sue opere, evocandolo, di liberarsi dal suo senso di colpa.

Cesare Garboli (Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, Einaudi 1990) oltre a mettere in luce le doti di un poeta tanto musicale e struggente, reso felice dal gioco linguistico, accenna ad una storia incestuosa, ad un legame inquietante soprattutto tra Giovannino e Ida20, per altro non suffragato né da testimonianze né da prove; anche Valentino Andreoli (I segreti di casa Pascoli) dà credito all’idea di un legame ambiguo tra i tre fratelli e parla di un rapporto particolare di Giovanni con Ida, fatto di amore e di attrazione fisica; Pascoli la rappresenta sempre nella sua carnalità; da psicologo e psichiatra ne deduce che Ida è nient’altro che la proiezione della madre tanto adorata, mentre il poeta stesso si immedesima nel padre morto. Andreoli parla quindi di personalità con caratteristiche infantili, con un Edipo non risolto, una forte fragilità emotiva e una dipendenza dall’alcool che lo porterà alla morte.

Quando scrisse La mia sera Pascoli aveva 48 anni, a 57 morì forse di cirrosi. Sì, forse si era sentito in colpa per tutta la vita per essere sopravvissuto ai suoi, per non avere avuto il successo economico cui aspirava, per non essere veramente riuscito a farsi benvolere e sostenere dal suo maestro Carducci e infine per non essere neppure riuscito ad avere un buon rapporto con tanta gente semplice di Castelvecchio. Ha sempre temuto il futuro e rimpianto il grembo materno.

In conclusione potremmo dire che il Pascoli non è il poeta delle piccole cose e delle brillanti descrizioni naturalistiche, per dirla con Sanguineti è piuttosto il poeta che “sprofonda all’indietro, che passa dalla Cultura alla Natura”, dal mondo della vichiana Civiltà dispiegata a quelli del Senso e della Fantasia ; è il poeta della regressione al “materno originario”, un luogo idealizzato, purificato e artificioso, non realistico, nel tentativo di sfuggire ad una realtà insoddisfacente, che non riesce a controllare e che vorrebbe cancellare, e ad un passato che riemerge sempre ossessivo con le stesse immagini e gli stessi simboli.

1Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, memorie curate da Augusto Vicinelli

2Si rappacificarono soltanto nel 1903.

3Gli scoppi: come non accostarli alla gragnola di disgrazie che colpirono Pascoli dopo la morte del padre?

4Interessante il dato onomatopeico frag/frang come nell’aggettivo fragoroso

5Alcuni commentatori lasciano trasparire finanche un significato esoterico in questi versi, ricordando che Giovanni Pascoli fu un “fratello massone” della loggia Rizzoli di Bologna: le stelle richiamerebbero l’idea di una Provvidenza divina che finalmente e silenziosamente fa giustizia e salda tutti i conti in sospeso.

6Nei “Canti di Castelvecchio” il Poeta dedica una lirica intera alle rane ( Io sento gracchiare le rane dai botri dell’acqua piovana nell’umida serenità ): il gracidare delle rane è paragonato allo strepito di un “treno nero”, a qualcosa di funebre

7Come non notare il gioco delle “i” e delle “e” e delle consonanti vibranti (tr) che trasmettono la sensazione del fruscio.

8il 29 Ottobre 1901

9Pascoli trascorse nove anni della sua fanciullezza nel collegio degli Scolopi ad Urbino; ne avrà pure risentito nella sua formazione spirituale. Convenzionalmente nella Liturgia delle ore e del Breviario una giornata si divide in cinque parti : alba (0-5),  mattino (5-9) ,giorno (9-17),  sera (17-21),notte (21-24); l’ultima sera è dunque il periodo di tempo prima che faccia notte

10“Ti prego di pensare a chi sta peggio, a chi qualche volta, per esempio a Messina, levandosi dal letto, stanco, addolorato, con la testa vacillante, si augura spesso fin dalla mattina di morire “ (Maria Pascoli 1903 cit.)

11Sono i cosiddetti colori caldi. La porpora rappresenta la regalità e l’energia, l’oro la luce solare, il benessere, la saggezza

12“Io credevo la novità dell’Ida come una specie di sfacelo della mia piccola famigliola” 1903; in una lettera a Berti del 25 Maggio 1900 scrive: “vediamo che s’apre il tempo sereno, il tempo del mietere…Il mio grano s’è maturato molto lentamente”

13( Il giorno dei morti : i figli morti stanno avvinti al padre / invendicato. Siede in una tomba/ io vedo, io vedo in mezzo a lor mia madre……in questa notte che non mai declina/orate requie, o figli morti, ai vivi ..) .

14“E sono anche qui campane e campani e campanelle e campanelli che suonano a gioia, a gloria, a messa, a morto; specialmente a morto. Troppo? Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico.” Dalla Prefazione ai Canti di Castelvecchio.

15[Lettera al Marchese Ferdinando Guiccioli, Bologna 10 marzo 1912 ].” Ruggero si accasò a San Mauro, vi ebbe molti figli,tra i quali noi due, e morì tragicamente, assassinato sulla strada maestra, non si sa da chi, non si sa perché. La voce pubblica trova il perché nella bramosia di succedergli e diventar ricco, dove a lui bastava rimanere galantuomo; il perché preso a pretesto fu forse l’aver egli aderito a Cavour e al partito nazionale . Il fatto è che il 10 agosto 1867 rimasero abbandonati nel mondo otto orfani dei quali la maggiore non aveva 17 anni e morì l’anno dopo precedendo di un mese la madre affranta dal dolore . Così di morte in morte, io che ero il quarto sono diventato il primo e Maria è restata quella che era, l’ultima creata forse a consolare delle traversie e delle sventure, a confortare e animare nei tanti scoraggiamenti, il suo fratello che ella ama e che egli ama unicamente. Così ci facciamo compagnia, primo ed ultima, finché non venga il giorno della pace “.

16[Lettera al Marchese Ferdinando Guiccioli, ibidem.].

17In particolare in Edgar Allan Poe

18Divertente la pagella nascosta dell’esame di maturità [Presidenza Liceo Dante. Scritti: Italiano 8, Latino 7, Greco 8, Matematica 6. Orali : Italiano 8, Latino 8, Greco 8, Storia e Geografia 6, Filosofia 3, Fisica 4, Storia Naturale 3, Matematica 2.

19“La prima notte di collegio fu per lui di grande sconforto. Piangeva, singhiozzava forte, solo, nel suo lettino. Non poteva addormentarsi senza la sua mamma, che sempre la sera al suo letto pregava con lui. E sempre gli suggellava gli occhi con i suoi baci “(Maria Pascoli, Lungo la via di Giovanni Pascoli p.1)

20Ida era la penultima di dieci fratelli , due anni più anziana della sorella Maria. Massa 1886 dice di lei il poeta “il breve serto degli aurei capelli” e in un disegno la tratteggia a seno nudo con il pube coperto dai capelli

Francesco Gherardini

LE SCULTURE DI ANNE BRUYLANTS, BELGA E MARIO DANIELE, SIRACUSANO; commento di F. Gherardini; post aperto

POST DA RIORGANIZZARE

LA PRESENTAZIONE

Caro Pier Fancesco, ti mando per IL SILLABARIO2013  una serie di immagini di due scultori, lei Anne Bruylants belga e lui Mario Daniele siracusano di nascita e fiorentino di adozione,  che, dopo tanti anni trascorsi per le grandi metropoli europee, vivono ormai nel Borgo di  Castelnuovo VC (Pisa) e che terranno una Mostra presso la sala Altiero Spinelli al Parlamento di Bruxelles dal 1 al 7 aprile p.v. nell’ambito di una prestigiosa Esposizione di Arte Contemporanea. Spero che  tu e Piero possiate estrarne qualcosa da poter utilizzare per il sito. Saluti Francesco.

Dott. Francesco Gherardini

Seguono le sculture di ANNE & MARIO DANIELE, esposte presso il Parlamento Europeo dal 31 Marzo al 7 Aprile 2014.

Indici delle immagini:

1 – Il coniglio sorvegliato

3 – Il recinto dei cavalli

5 – Teorema

7 – Il viaggio vegetale

9 – Migrazione

11 – Il rovescio della moneta

13 – La Tarda

15 –  Attraverso

17 – La danza di Pulcinella

19 – Il contenitore

21 – Il gigante

23 – Volo immaginario I

25 – Volo immaginario II

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Segue il commento di Francesco Gherardini:

MARIO DANIELE SCULTORE del Prof. F. Gherardini.doc

MARIO DANIELE SCULTORE del Prof. F. Gherardini.jpg

 

POESIA “IL LAMPO” di Giovanni Pascoli: commenti con intermezzi; post aperto

Immagini riprese da “Il Sillabario”  N.4 – 1997 e dalla mostra 2014 a Lustignano

INTERMEZZI

 1) Alcune opere di Fabio Batini, pittore e scultore.

2) Breve commento sulla sua attività artistica.

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