COMMENTO ALLA POESIA DI MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini: post aperto

COMMENTO ALLA POESIA DI E. MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini

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LETTERA A MALVOLIO

Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio,
e neanche di un mio flair che annusi il peggio
a mille miglia. Questa è una virtù
che tu possiedi e non t’invidio anche
perchè non potrei trarne vantaggio.

No,
non si trattò mai d’una fuga
ma solo di un rispettabile
prendere le distanze.

Non fu molto difficile dapprima,
quando le separazioni erano nette,
l’orrore da una parte e la decenza,
oh solo una decenza infinitesima
dall’altra parte. No, non fu difficile,
bastava scantonare scolorire,
rendersi invisibili,
forse esserlo. Ma dopo.

Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.

Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
cercare la speranza nel suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile possa dire
forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
che la partita è chiusa per chi rifiuta
le distanze e s’affretta come tu fai, Malvolio,
perchè sai che domani sarà impossibile anche
alla tua astuzia.

In questi giorni ho riletto “La lettera a Malvolio “ del 1971; proprio mentre in TV si moltiplicavano le presenze di Federico Rampini che proponeva un suo libro “All you need is Love”; una sorta di prisma attraverso il quale vedere e capire il mondo reale, quello dell’economia, rileggendo i testi delle canzoni dei Beatles. Qualcosa di veramente originale e suggestivo, al punto che mi ha costretto a pensare ad un accostamento tra una celeberrima e conosciutissima canzone di John Lennon (“Imagine”) e la “Lettera a Malvolio”; per i contenuti, che un’armonia dolcissima non riesce a distruggere (come avviene spesso nel melodramma), ma che al contrario potenzia fino ad emozionarci parecchio. Tra i due testi – che definirei “utopici” – esistono delle analogie. Nei versi di Montale emerge l’utopia di un mondo a-ideologico, ricostruito e saldo sul piano etico, soprattutto grazie alla forza espressa dal rifiuto di omologarsi; nel secondo testo 1quella di un mondo basato sul rispetto delle differenze individuali ed etniche e in pace, fuori dalle ideologie politiche e religiose.

Montale, già senatore a vita, l’avevo visto a Pisa proprio nel 1971 durante una sua visita all’Università; una figura imponente, che mi è rimasta impressa nella mente anche per il suo aspetto fisico; assomigliava un po’ – forse anche per l’indiscussa saldezza sul piano morale – ad un grande uomo politico che avevo conosciuto quello stesso anno (Giorgio Amendola). Erano i tempi di “Satura”; Montale sembrava aver abbandonato la “poesia” per seguire una strada diversa, meno ermetica e più prosastica ed era stato il bersaglio delle frecce avvelenate di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista famoso e al centro dell’attenzione popolare proprio in quel tempo sia per il successo anche commerciale dei suoi films (Decameron, Racconti di Canterbury) sia per la radicalità delle sue posizioni politiche e l’asprezza dei suoi interventi. C’era poco da stupirsi; in quegli anni si era comunisti o anticomunisti, di destra o di sinistra, in modo davvero manicheo; visti con gli occhi di oggi, depurati dai grandissimi difetti, erano stati anni di grande fermento anche sotto il profilo etico: John Lennon cantava “immagina che non ci siano nazioni, niente per uccidere o morire, nessuna religione, immagina che tutti vivano la loro vita in pace”. Tutto era “militante”, anche la letteratura. Così, contro tutti quei critici che amano costruirsi l’Olimpo di poeti e letterati pacificati e in perenne armonia tra loro, si aprì ad opera di Pier Paolo Pasolini una feroce polemica tra lui e l’allora poeta nazionale, in odore di Premio Nobel (sarebbe arrivato quattro anni più tardi ).

P.P. Pasolini sulla rivista “Nuovi argomenti” aveva sostanzialmente attaccato Montale perché “pessimista metafisico”, negatore dell’idea di progresso, portatore dell’ideologia liberista che in fondo fissava il potere borghese come fatto naturale e non modificabile, falso moralista o moralista in malafede anche perché ad esempio aveva edulcorato l’immagine di Leopardi (nei fatti narcisista, egocentrico, megalomane, impotente, maniaco, pieno di allergie) dando l’idea di una straordinaria perfezione morale, con ciò disconoscendo di proposito la complessità della realtà umana. In definitiva non un uomo che si confrontava con i temi veri del suo tempo, ma un conservatore, fors’anche un reazionario; un personaggio pubblico – forse suo malgrado – che non prendeva partito rispetto alla realtà di quel periodo (le stragi, la guerra del Vietnam ecc.).

La “ Lettera a Malvolio” è la risposta. Per quattro strofe Montale si attribuisce un merito: quello di tenersi alla larga, di aver sempre preso le distanze dal mondo dei potenti di turno prima e dopo, durante il Fascismo e con l’avvento della Repubblica; chiarisce per quattro strofe che questo atteggiamento non era da tutti e non era stato di tutti; forse era stato più facile quando le separazioni tra bene e male erano nette, ma dopo si era creato un “ossimoro permanente”, una “focomelia concettuale”, con l’onore e l’indecenza stretti insieme; chi teneva le distanze e badava a mantenere alta la propria moralità finiva per essere semplicemente deriso o confinato nel più profondo silenzio. Nella quinta strofa, la più lunga, esce il ritratto del suo antagonista; un quadretto terribile: Pasolini sarebbe quello che ha furbescamente mescolato marxismo e cristianesimo, traendone grandi vantaggi e guadagni personali proprio mentre, apparentemente, ostentava la nausea per questo tipo di relazioni umane e di società..

Montale si dice orgoglioso del suo modo di essere: non ha mai voluto fuggire dalla realtà, piuttosto la sua è stata una “fuga immobile” (bell’ ossimoro ironico) e neppure ha avuto mai un fiuto particolare (quello che invece attribuisce al suo avversario) per tenersi vicino ai potenti. Il suo atteggiamento è stato esattamente il contrario di quella furbizia che – a suo dire – esercita il suo oppositore, quell’ arte cortigiana/servile che gli impedisce di vedere e tenere le giuste distanze; un’astuzia, che comunque in un auspicabile e diverso domani non sarà più esercitabile. Parole molto grosse, tanto più se indirizzate ad uno spirito libero, fortemente critico e senza paure come fu Pasolini.2

La conclusione di Montale in fondo però appare perfino ottimistica: è vero che ora, hic et nunc, a mala pena si può cercare la speranza nel negativo (cfr. Non chiederci la parola), ma questo atteggiamento di fermezza morale può essere stimolo per tanti e comunque “la partita resta aperta”.

Non tardò la replica di Pasolini con una poesia intitolata “L’impuro al puro”.

Non ho banda, Montale, sono solo.//Non ti rimprovero di aver avuto //Paura, ti rimprovero di averla giustificata.//Male forse ne voglio, ma il mio.//Ti ha ottenebrato la tua un po’ troppo //Musa oscura.//Astuto poi non lo sono://di solito è astuto chi ha paura.

Da questi otto versi emerge un chiaro riferimento biografico, un’insinuazione relativa all’argomento della “Paura”: il poeta ligure era sempre stato antifascista, vedeva nel fascismo un’offesa all’intelligenza e alla moralità; aveva firmato nel 1925 il Manifesto degli Intellettuali antifascisti, ma nel 1938 per timore di perdere il suo posto di lavoro al Gabinetto Vieusseux, si “costrinse” a chiedere l’iscrizione al Partito Fascista, iscrizione subito negata con conseguente licenziamento a Dicembre. Da qui il rimprovero di Pasolini a Montale: per aver tentato di giustificare questo gesto, non tanto per averlo fatto, come purtroppo tanti altri uomini semplici erano stati costretti dalle circostanze a fare.

Ma torniamo alla poesia.

Ha una forma del tutto irregolare, senza rima, con numerose assonanze; il poeta appare concentrato sulla concatenazione logica delle sue argomentazioni, sui concetti che intende esprimere; in molti hanno intravisto in questa lirica il suo testamento politico, morale, e culturale. Emerge con forza il tema degli ossimori che dominano la nostra vita e l’argomento della “focomelia concettuale”, ovvero della scarsa coerenza tra il “dover essere” e la “realtà effettuale”.

Certo risalta la figura di un uomo che non si fa grandi illusioni, che vede la realtà per quello che è, senza tanti infingimenti, un uomo forse poco impulsivo e molto realistico, ma passionale, con un bagaglio di valori etici e spirituali che ne fanno una sorta di roccia, inattaccabile.

Già dalla prima riga compare il personaggio di Malvolio = Pasolini . Si tratta di un’accusa crudele. Malvolio è un personaggio shakespeariano (La dodicesima notte ndr. quella dell’ Epifania), un maggiordomo segretamente innamorato della padrona, un po’ comico, un po’ puritano, molto ipocrita, al punto da falsamente disprezzare ogni divertimento e gioco; sostanzialmente uno sciocco e un presuntuoso arrogante che alla fine viene beffato. Beffardo e sferzante è l’accostamento di questo atteggiamento (flair: l’aver – più che un fiuto finissimo – la predisposizione a fare il cortigiano) col termine “virtù”: siamo sempre nel campo dell’uso sarcastico degli ossimori da parte di Montale. Questa “virtù” lui proprio non la possiede, neppure potrebbe esercitarla se l’avesse, tanto è contraria alla sua natura.

Nella seconda strofa il poeta sembra voler ribadire e rafforzare un concetto, rispondere a una domanda sottintesa; tutto il verso è dominato da un unico lemma : “no” ! Montale nega di avere avuto paura, di essere fuggito di fronte ai problemi e alle difficoltà; spiega nuovamente che quello che ha fatto è stato prendere le distanze, non volersi mescolare.

Facile prendere le distanze, mostrare la propria diversità, quando c’era da scegliere tra l’orrore del Fascismo e la decenza dell’Antifascismo, sostiene. Come non richiamare a questo punto almeno alla vicinanza di Montale a Piero Gobetti fin dal 1917, a colui che possiamo considerare come l’incarnazione stessa dell’idealismo e del moralismo di matrice risorgimentale. Ma sull’Antifascismo Montale lascia intuire un non troppo velato avvertimento (solo una decenza infinitesima) a non gonfiare di retorica la vicenda complessa e sotto certi aspetti ancora poco illuminata della Lotta di Liberazione; c’è forse un’allusione alla tragedia familiare di Pasolini (la morte del fratello partigiano per mano di altri partigiani) 3. Per distinguersi e prendere le necessarie distanze – dice Montale con grande onestà – bastava “scantonare scolorire rendersi invisibili, forse esserlo”; e ammette : “ho vissuto il mio tempo col minimum di vigliaccheria che era consentito alle mie deboli forze” (finta intervista, Intenzioni 1946).

Quella che segue è la parte più dolorosa della lirica: dopo che fu vinto il Fascismo, l’onore e l’indecenza si sposarono; dominava su tutto la “focomelia concettuale”. Il distorto – visto da un’altra ottica – era considerato dritto e per chi tentava di aprire bocca, criticare oppure opporsi , la cura era quella della derisione o della condanna al silenzio.

Al di là dei fatti concreti4 che possono essere facilmente ricordati, adombrati da queste parole, colpisce il richiamo alla focomelia. Proprio in quegli anni scoppiò in Italia e nel mondo il caso del farmaco Talidomide e dei suoi effetti devastanti sui feti. La medicina più evoluta e di avanguardia, nata dagli sforzi congiunti a livello mondiale, anziché curare finì per causare danni spaventosi e irreversibili sui nascituri. Una metafora tragica di quanto stava succedendo nel nostro paese, risorto dopo la lotta antifascista, avrebbe potuto vedere sbocciare le migliori intelligenze ed energie e invece era di nuovo allo sbando sul piano della moralità pubblica, in preda alla corruzione, al malaffare, al sottogoverno, nelle mani della criminalità organizzata e di estremismi politici devastanti. Un sintetico riferimento alla realtà che il Poeta percepiva in tutta la sua crudezza, che contrastava a modo suo e dalla quale non voleva fuggire, ma prendere le distanze, non essere contaminato.

L’ultima strofa è intessuta di richiami fin troppo personali alla vita e all’opera di Pasolini; (materialismo storico e pauperismo evangelico) come non pensare al “Vangelo secondo Matteo” , uscito nel 1964, visto da gran parte della critica cinematografica come l’avversione comune sia del cattolicesimo che del comunismo nei confronti del materialismo borghese o (pornografia e riscatto) alla sceneggiatura di dieci novelle del Decamerone, ambientate nel territorio napoletano, o ai Racconti di Canterbury oppure infine a Il fiore delle Mille e una notte, tutte pellicole allora individuate da gran parte della stampa nazionale e anche della critica cinematografica come intrise di insopportabile “pornografia”  . Un’attività cinematografica che, accanto alle critiche scontate, produceva denaro: per Montale Pasolini era colpevole di mostrarsi schifato verso un certo mondo che pure frequentava e dove si trovava a proprio agio (l’odore di trifola) senza sentire il lezzo del denaro (pecunia non olet).

Adesso – lo ripete da tanto tempo Montale – possiamo soltanto dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”… e basta con le ideologie ; non fuggo, resto immobile a testimoniare i miei valori, che serviranno a qualcuno per avere più forza perché il mondo può tornare a una sua rispettabilità, a una sua decenza. Sono davvero duri gli ultimi versi, ma proviamo ad accostare queste parole a quanto accade in questi giorni e in questi anni, ad esempio a quanto emerge dallo scandalo di Roma Capitale.

Al di là di ogni visione ideologica o religiosa, tornare almeno a un po’ di decenza “borghese” nei comportamenti sarebbe un passo in avanti considerevole.

1 immagina non esista paradiso//È facile se provi//Nessun inferno sotto noi//Sopra solo cielo//Immagina che tutta la gente//Viva solo per l’oggi//Immagina non ci siano nazioni//Non è difficile da fare//Niente per cui uccidere e morire//E nessuna religione//Immagina tutta la gente//Che vive in pace//Puoi dire che sono un sognatore//Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia//Immagina un mondo senza la proprietà//Mi chiedo se ci riesci/Senza bisogno di avidità o fame//Una fratellanza tra gli uomini//Immagina tutta le gente//Che condivide il mondo//Puoi dire che sono un sognatore //Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia.

Lennon

 

2 “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti, è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi davanti alle loro ideologie hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. […] La povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Il gran male dell’uomo consiste nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo …Il laicismo consumistico ha trasformato gli uomini in stupidi automi, adoratori di feticci [dal Testamento di Pasolini]

3 Guidalberto Pasolini  , nome di battaglia “Ermes“, morì appena diciannovenne nei fatti legati all’ eccidio di Porzus, controverso episodio , in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati da partigiani comunisti.

4 In particolare il 1971 si ricorda per i tentativi di golpe (Sifar ,piano Solo, golpe Borghese), ma anche le nazionalizzazioni nell’Algeria liberata e il voto alle donne in Svizzera, l’ammissione degli anticoncezionali, il comunista Tito In Vaticano, l’apertura con Nixon dei rapporti Cina /Usa, l’opera di Basaglia, la nascita di Greenpeace e di Medici senza frontiere .

Dott. Prof, Francesco Gherardini

P. Fidanzi dice:
Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo, colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

Dott. Paolo Fidanzi

OVIDIO: IL MITO DI DEUCALIONE E PIRRA, dott.ssa prof.ssa Eleonora Chiarugi-Peltenburg; post aperto ad altri interventi

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Eleonora Chiarugi -Peltenburg


POST SCRIPTUM di Piero Pistoia

CHI POSSIEDE UNA BUONA TRADUZIONE (per es., alla Monti) DEL TESTO LATINO DI QUESTA METAMORFOSI DI OVIDIO LA SPEDISCA A:

ao123456789vz@libero.it

O MEGLIO

Chi vuole cimentarsi nella traduzione, la spedisca allo stesso indirizzo; la passeremo poi ai poeti che cercheranno di trasformarla ‘alla Monti’

GRAZIE!

DEUCALIONE E PIRRA  dalle  Metamorfosi di Ovidio  Libro I°  313-415   (Testo Latino)

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POESIA DI WISLAWA SZYMBORSKA a cura di Paolo Fidanzi, post aperto

Questa grandissima poetessa polacca Premio Nobel per la letteratura del 1996 nata nel 1923 e morta nel 2012, ha lasciato come ultime testimonianze un paio di libretti  entrambi editi da ADELPHI nel 2012, “DUE PUNTI” e , postumo, “BASTA COSI’, carichi di estremo rigore ed ironia. Da uno di questi, “DUE PUNTI”, è tratto il testo  “AVVENIMENTO” che personalmente commento con una mia poesia e che invito gli amici che leggeranno questo post, in particolari studenti, a commentarla liberamente.

AVVENIMENTO

Cielo, terra, mattino,

ore otto e quindici.

Quiete e silenzio

tra le erbe ingiallite della savana.

In lontananza una pianta d’ebano

con foglie sempreverdi

e radici estese.

D’un tratto la beata immobilità viene turbata.

Due esseri che vogliono vivere scattati nella corsa.

Un’antilope in fuga impetuosa

e dietro una leonessa ansante ed affamata.

Al momento le loro chances  sono pari.

La fuggitiva è perfino in vantaggio.

E se non fosse per quella radice

che spunta dal terreno,

e se non fosse per l’inciampare

di uno dei quattro zoccoli,

se non fosse per il ritmo spezzato d’un quarto di secondo,

di cui approfitta la leonessa

con un lungo balzo.

Alla domanda-di chi la colpa,

nulla, solo silenzio.

Incolpevole il cielo, CIRCULUS COELESTIS.

Incolpevole la terra nutrice, TERRA NUTRIX.

Incolpevole il tempo, TEMPUS FUGGITIVUM.

Incolpevole l’antilope, GAZZELLA DORCAS.

Incolpevole la leonessa, LEO MASSAICUS.

Incolpevole l’ebano, DIOSPYROS MESPILIFORMIS.

E l’osservatore che guarda con il binocolo,

in casi come questo,

HOMO SAPIENS INNOCENS.

 

COMMENTO PERSONALE CON UNA MIA POESIA

Quando ciò che accade è senza rimedio,

quando l’agire umano non può influire oltre lo sguardo,

ecco la condanna dell’umanita’.

C’è  di sicuro qualcosa che sovrasta

la nostra buona volontà.

E a volte per questo si rinuncia ad agire.

Chi è più attento lo sa

e solo per decenza  forse si agiterà

per cercare di salvare qualcuno o se stesso

dalla necessità.

PAOLO FIDANZI

COMMENTI ALLA POESIA ‘LA MIA SERA’ di Giovanni Pascoli, a più voci; post aperto

COMMENTO ALLA POESIA ‘LA MIA SERA’ di Giovanni Pascoli

del Dott. Prof. Francesco Gherardini

 

 

Clicca sulle parole ‘calde’ per vedere l’articolo di Gheradini:

LA MIA SERA di Giovanni Pascolix in OpenOffice

LA MIA SERA di Giovanni Pascolix  in Pdf

 

LA MIA SERA di Giovanni Pascoli

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.
E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Nè io … che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don … Don … E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra …
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era …
sentivo mia madre … poi nulla …
sul far della sera.

L’anno 1900 1 si aprì a Gennaio con uno screzio tra Pascoli e D’Annunzio. Quest’ultimo aveva da poco terminato di scrivere “Il Fuoco” (dopo mesi di indefesso lavoro ) e aveva ricevuto pubbliche lodi dal Pascoli. Si era cimentato successivamente nel commento all’ VIII canto dell’ Inferno, ma stavolta Pascoli aveva scritto di lui all’amico Gargano che “ a proposito di Filippo Argenti ripeteva le solite stupidaggini, dimostrando di non aver neppure letto quello che lui aveva scritto nel “Convito” e concludeva acido : ”O che le sue frasche gli sembrano più vistose del pensiero di Dante?”. Una lettera di un certo Angiolino Orvieto sulla Caccia, comparsa sul Marzocco, completò l’opera; fu fraintesa da Pascoli, che reagì in maniera piccata (e con maligne allusioni verso il Vate abruzzese). D’Annunzio replicò con una lettera, “insolente e triviale”, accusando il poeta romagnolo di essere “una donnetta inacidita e pettegola … con il gusto di rimanere su la ciambella, di centellinare il fiasco e di curare la stitichezza del suo cagnolino”. 2

L’anno proseguì a Marzo con la sesta medaglia d’oro conquistata dal poeta romagnolo al Premio Amsterdam, la composizione dell’Inno alla Sicilia, la stampa a Giugno del voluminoso “Sotto il velame” seguita da notevole successo di vendite e di critica. A fine Luglio il suo cuore fu ferito dall’uccisione di Re Umberto e compose “Al re Umberto” (Nel Mondo di grande c’è il Male!); ad Agosto ebbe qualche incomprensione con l’Autorità ecclesiastica, poi trascorse le ferie a Castelvecchio, ebbe le visite dei numerosi amici ed estimatori; questo periodo fu caratterizzato dal disappunto per quanto andava male il matrimonio della sorella Ida (Du, Dudin), ma anche dalla vita scherzosa e dall’ingenua allegria dei contadini. Ad Ottobre finalmente si tirano le somme; Zvanì scrive all’amico Caselli :”Sono pieno di tribolazioni! Ne ho guasti i sogni, caro amico! Mi sfogherò scrivendo oggi La mia sera, un innetto molto melanconico

Ecco ricostruito l’antefatto della composizione di questa poesia, scelta da me perché presenta tanti aspetti costruttivi e molti temi della poesia di Pascoli.

L’innetto, divulgato per la prima volta per le nozze di Margherita, figlia del conte G. Codronchi Angeli, fu pubblicato su “ Il Marzocco” a fine 1900 e inserito nei “Canti di Castelvecchio” nel 1903, consta di cinque strofe (le prime tre generalmente definite come “descrittive”, in realtà cariche di significati reconditi e di simboli, le seconde due “personali” di otto versi ciascuna (sette novenari e l’ultimo senario), chiusi sempre dal termine “sera”, con rima alternata ABABCDCD; vi sono richiamati fenomeni aerei (tempesta, bufera, umidità, lampi, scoppi, fulmini, nube, cirri) e terrestri (campi, rivo), animali (rondini, nidi, ranelle), piante (pioppi), suoni (singulto, canti di culla, gre gre); c’è una vera e propria ridondanza di aggettivi tra loro contrastanti/dissonanti (tacite, breve, tremule, leggiera, tenero, vivo, allegre, monotono, cupo, aspra, dolce, umida, infinita, canoro, fragili, stanco, nera, rosa, ultima, serena, garrula, limpida, azzurra) ed una straordinaria abbondanza di figure retoriche: allegoria (sera – generale), antitesi (finita-infinita), onomatopee (gre gre, don..don..), ossimori (dolce singulto, tenebra azzurra), sineddoche/metonimia (nidi per rondinotti), assonanza (cupo tumulto), climax (cantano, sussurrano, bisbigliano), allitterazione (cirri di porpora e d’oro), sinestesia (fulmini fragili), analogie (suono campane, voci, ninna nanna).

La prima strofa serve a contestualizzare il tema; i lampi squarciano il buio, aiutano a far luce, 3 rischiarano per un brevissimo arco di tempo (fulmini fragili 4) il mondo vero, quello nascosto ”sotto il velame”, quello che si cela dietro a ciò che noi, come i prigionieri della caverna di Platone, confondendoci, chiamiamo realtà; fanno affiorare l’inconscio, ossia qualcosa che non si può affrontare con la sola Ragione. Alla fine però arrivano comunque le stelle. Esse rappresentano l’eternità, la luce più duratura, le più alte aspirazioni umane, tracciano la nostra via, ci guidano verso una meta. 5 L’atmosfera è ferma, rotta soltanto dal gracidare delle rane; un suono gioioso 6, legato al cessato pericolo e alla speranza che non si ripresenti la bufera, accompagnato dal singhiozzo “dolce” del rivo … che fa pendant con la “gioia leggiera” delle “tremule foglie dei pioppi”. 7 Evidentemente la Natura si comporta come una persona che è stata male, ha pianto e singhiozzato a lungo e a poco a poco, per quanto ancora molto scossa (tremule/tremore), si calma e si rasserena.

Nella strofa successiva protagonista è il cielo, che qui simboleggia la vita stessa del Poeta e della sua famiglia; è tenero e vivo (questa non è certo una descrizione naturalistica!) perché provato dalle disgrazie e da un dolore infinito, continuo, mai sopito, da una ferita mai rimarginata e rimarginabile. In questo cielo devono necessariamente comparire le stelle: deve esserci una svolta. Pascoli scriveva un anno dopo all’amico Alfredo Caselli: “Caro amico del mio tramonto ! Ma il tramonto sarà, spero, luminoso più di un’alba. Leggi La mia sera.” 8

La parola SERA chiude ogni strofa, accompagnato sempre da un’aggettivazione diversa. E’ umida: evidentemente un richiamo al pianto, al dolore che resta nell’aria dopo la bufera, all’ elaborazione mai compiuta di troppi lutti. E’ limpida: il Poeta vede finalmente come stanno le cose, come va il mondo, che cos’è ciò che lo attende; la vita è questa, il tempo prosegue la sua corsa, mentre continua –nonostante tutto – a pulsare la vita, almeno quella degli altri. E’ ultima: 9 coincide con la “compieta”, l’ultimo momento di  preghiera della giornata, anche nei collegi degli Scolopi, l’ora che viene dopo il vespro e che comincia con il saluto iniziale “O Dio vieni a salvarmi”. E’ il momento della riflessione, della meditazione, dell’esame di coscienza per prepararsi …10 alla “fatal quiete” di foscoliana memoria?

Nelle tre strofe successive ritornano le rondini e il nido, un universo caro al Poeta, un mondo gremito di voci e di “stridi”, dove il nido – distrutto e da lui ricostruito con Ida e Mariù – rappresenta una sorta di “paradiso perduto”, di struttura sociale ottimale, all’interno della quale normalmente tutto dovrebbe girare attorno alla figura paterna. La tempesta finisce per placarsi e per essere richiamata dall’eco di un rivo monotono e canoro: una sorta di rumore di fondo ormai stabile, che continuamente ricorda ciò che è accaduto. Nel cielo rotto dai fulmini e ora terso si sono formati cirri di porpora e d’oro. Immagini di un tramonto stupendo, dai colori smaglianti11 . O piuttosto il poeta adombra un’immagine di Ida? In effetti per cirri si intendono non sole le nubi bianche, ma anche i riccioli dei capelli e quelli di Ida erano inanellati e biondi. La nube più nera sta cambiando colore, sta diventando rosea: un po’ di ottimismo; o una situazione meno assillante proprio per Ida?12

I nidi ossia tutte le famiglie – afferma il Poeta – anche se poco, hanno avuto qualcosa, così i rondinotti/figli chiassosi e spensierati possono partecipare alla cena modesta con vivacità. Io no. In effetti Pascoli si lamentò a lungo, per tutta la vita, di non avere ottenuto ciò che a suo giudizio gli spettava (cfr. Maria Pascoli cit.). Che voli che gridi fa venire in mente che speranze che cori di Leopardi, richiama alla mente un’immagine andata di tempi comunque meno tristi. Il suono delle campane del Vespro interrompe questa rappresentazione un po’ più limpida (azzurra, serena) e lo richiama a pensieri più elevati. In realtà lo precipita nel grembo materno; questi ultimi versi ripropongono la figura martellante, assillante della madre e, per così dire, della tragica incancellabile foto di gruppo 13. Lo stesso suono delle campane è cupo (don..don..) e per nulla suadente (dormi …dormi…) come dovrebbe essere; lascia pensare alla morte.14

La mia sera è una lirica delle meno conosciute di Pascoli, solo apparentemente descrittiva e armoniosa, ricca di alcuni simboli già noti (cfr. Barberi Squarotti : i lampi, le stelle, le rondini, il nido ) , costruita con una climax adeguata e con una competenza tecnica – oserei dire – ostentata, con i colori appropriati. I forti contrasti (lampi-stelle, cupo tumulto – dolce singulto, infinita tempesta – rivo canoro, nube nera – nube rosa) creano un senso di turbamento, di pena e di mistero, alimentano l’attesa ansiosa per qualcosa che deve accadere e che accadrà (l’arrivo delle stelle e soprattutto della “ sera”, termine ossessivamente ripetuto ogni fine strofa), il rimpianto per un mondo lontano, puro, ricco di affetti, ormai definitivamente dissolto (canti di culla), ma ben vivo e fin troppo presente nella mente del Poeta. Si può intuire da subito anche il punto di vista con cui Pascoli guarda al mondo, a se stesso e alla sua famiglia; l’accostamento tra il suo terribile dramma familiare e la vita seppur povera degli altri (la fame del povero giorno prolunga la garrula cena); tra “l’aspra bufera” e “l’infinita tempesta” che hanno caratterizzato tutta la sua vita familiare e in qualche modo la pace altrui .

Tutta la poesia è un richiamo continuo al dolore personale di Giovannino, come lo chiama l’inseparabile sorella Maria, un dolore indomabile, che ha “stancato” la sua esistenza; dominata da un pensiero fisso, bloccato sulla propria sofferenza individuale e familiare; un rimuginare che pare concludersi con l’accettazione rassegnata della morte come prospettiva concreta e forse vicina. Nell’attesa di questo momento, la disperazione pare temperata soltanto dal ricordo dell’infanzia (la culla, la mamma, la ninna nanna) quando tutto intorno a lui appariva come tenerezza e dedizione. A rompere il vaso di Pandora, a sprigionare tutti i mali – come sappiamo – furono l’assassinio del padre e poi la lunga catena di lutti familiari 15; “il turbine che percosse, disperse, distrusse la nostra famiglia” come scrive la sorella Mariù .16

Con gli occhi di bimbo Pascoli ricostruisce il mondo agreste che lo circonda, rievoca i fenomeni naturali, ciò che fin da bambino lo ha impressionato, forse affascinato (il temporale, la bufera, i lampi e di seguito “la quiete dopo la tempesta”: il gracidare delle piccole rane, il tremolio delle foglie dei pioppi, il volo famelico delle rondini alla ricerca di insetti nell’aria) e lo individua come chiave interpretativa della sua storia personale, quella che la Natura ha sempre conosciuto. Aspetta la morte, la sente vicina, la desidera ?!

Scrive Hegel nell’Estetica : “La bellezza artistica si manifesta al senso, alla sensazione, all’intuizione, alla immaginazione, ha un ambito diverso da quello […] della tetra interiorità del pensare” e allora cerchiamo di approfondire in particolare gli aspetti psicologici, nascosti, che emergono da questo testo . Occorrerebbe in primo luogo saperne di più sull’Autore, conoscere bene la sua biografia per ricostruire la sua psicologia. Lo stesso Pascoli scrive nella prefazione a Sotto il Velame: ” Ci sono alcuni che sdegnano questo tipo di indagini…La lucernina può (invece) rivelare qualche meandro nuovo, qualche nuovo abisso, qualche improvviso simulacro, qualche scritta ignorata”. Secondo me, nel caso specifico di questa poesia, la conoscenza –anche minuta – della biografia dell’Autore è sicuramente di grande utilità, può aiutarci – per così dire – a capire meglio l’oggetto spirituale che la poesia ingloba. Del resto sempre Hegel scrive in proposito: “ La poesia è in grado di riunire sotto una forma di interiorità l’interno soggettivo del Poeta con i particolari e i dettagli dell’esistenza esterna”.

La mia sera dunque è una poesia nient’affatto suggerita da un giorno particolarmente piovoso, ma è una riflessione sulla intera sua vita; al termine della quale sostanzialmente Giovanni Agostino Placido Pascoli esprime il desiderio “in questo atomo opaco del male” (X Agosto) di ottenere un po’ di pace dopo troppi lutti familiari . C’è una orchestrazione di fondo percepibile: è data dal linguaggio del “fanciullino”, quello del mondo dell’infanzia, fatto di colori e di rumori, della piena e immediata adesione con la Natura (materiale, vegetale, animale, umana), che sa tutto e resta indifferente, passando dalla tenebra all’azzurro alla porpora e all’oro. Sembra essere presente in quest’opera la figura del “perturbante”, una delle categorie estetiche del Novecento17 [Freud, Das Hunheimliche, 1919; Antony Vidler Il perturbante dell’architettura 2006]: qualcosa di “spaventoso” che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; qualcosa che genera quotidianamente inquietudine, angoscia, disagio e produce “il male di vivere”. Una sorta di “spaesamento” che deriva dall’incapacità di stabilire quanto un “oggetto” sia jn effetti vivo e reale; nel nostro caso quanto siano ancora vivi per il poeta e la sua stessa esistenza concreta di ogni giorno i suoi morti. Questa situazione in psicologia viene definita anche come “dissonanza cognitiva”; è la condizione del “non raccapezzarsi”, che porta a voler ripartire da zero e in Pascoli caratterizzata proprio dal riaffiorare del desiderio di tornare nel grembo materno.

Proprio perché si è compreso presto che le poesie di Pascoli non potevano essere semplici bozzetti, i critici letterari e gli psicologi si sono cimentati nell’opera di scavo nel profondo e nell’interpretazione della sua poesia.

Elio Gioanola (Sentimenti filiali di un parricida in Psicanalisi,Ermeneutica, Letteratura 1991), avverte opportunamente che gli aspetti psicopatologici degli Autori non sono mere curiosità biografiche, ma stanno in profonda relazione con i contenuti delle loro opere. In effetti ci sono aspetti della vita dei poeti che vengono ignorati o volutamente trascurati dai curatori delle Antologie, per non sciupare l’ “immaginetta” e potersi così inventare personaggi fuori dal tempo18. Gioanola rammenta che Pascoli doveva far fronte agli attacchi di malinconia, ai complessi di inferiorità, alle ombre paranoidi che gli facevano vedere in tutti i colleghi dei nemici; accenna alle delusioni politiche, ai mesi di carcere, all’assillo della povertà. Lo conferma del resto la sorella Maria, la quale ricorda come Giovanni Pascoli cercasse di dominare questi nefasti stati d’animo col vino. Gioanola suppone che Pascoli in più si sentisse – per così dire- “parricida” 19, avendo odiato il padre per averlo mandato in collegio a sette anni e che abbia cercato in tutte le sue opere, evocandolo, di liberarsi dal suo senso di colpa.

Cesare Garboli (Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, Einaudi 1990) oltre a mettere in luce le doti di un poeta tanto musicale e struggente, reso felice dal gioco linguistico, accenna ad una storia incestuosa, ad un legame inquietante soprattutto tra Giovannino e Ida20, per altro non suffragato né da testimonianze né da prove; anche Valentino Andreoli (I segreti di casa Pascoli) dà credito all’idea di un legame ambiguo tra i tre fratelli e parla di un rapporto particolare di Giovanni con Ida, fatto di amore e di attrazione fisica; Pascoli la rappresenta sempre nella sua carnalità; da psicologo e psichiatra ne deduce che Ida è nient’altro che la proiezione della madre tanto adorata, mentre il poeta stesso si immedesima nel padre morto. Andreoli parla quindi di personalità con caratteristiche infantili, con un Edipo non risolto, una forte fragilità emotiva e una dipendenza dall’alcool che lo porterà alla morte.

Quando scrisse La mia sera Pascoli aveva 48 anni, a 57 morì forse di cirrosi. Sì, forse si era sentito in colpa per tutta la vita per essere sopravvissuto ai suoi, per non avere avuto il successo economico cui aspirava, per non essere veramente riuscito a farsi benvolere e sostenere dal suo maestro Carducci e infine per non essere neppure riuscito ad avere un buon rapporto con tanta gente semplice di Castelvecchio. Ha sempre temuto il futuro e rimpianto il grembo materno.

In conclusione potremmo dire che il Pascoli non è il poeta delle piccole cose e delle brillanti descrizioni naturalistiche, per dirla con Sanguineti è piuttosto il poeta che “sprofonda all’indietro, che passa dalla Cultura alla Natura”, dal mondo della vichiana Civiltà dispiegata a quelli del Senso e della Fantasia ; è il poeta della regressione al “materno originario”, un luogo idealizzato, purificato e artificioso, non realistico, nel tentativo di sfuggire ad una realtà insoddisfacente, che non riesce a controllare e che vorrebbe cancellare, e ad un passato che riemerge sempre ossessivo con le stesse immagini e gli stessi simboli.

1Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, memorie curate da Augusto Vicinelli

2Si rappacificarono soltanto nel 1903.

3Gli scoppi: come non accostarli alla gragnola di disgrazie che colpirono Pascoli dopo la morte del padre?

4Interessante il dato onomatopeico frag/frang come nell’aggettivo fragoroso

5Alcuni commentatori lasciano trasparire finanche un significato esoterico in questi versi, ricordando che Giovanni Pascoli fu un “fratello massone” della loggia Rizzoli di Bologna: le stelle richiamerebbero l’idea di una Provvidenza divina che finalmente e silenziosamente fa giustizia e salda tutti i conti in sospeso.

6Nei “Canti di Castelvecchio” il Poeta dedica una lirica intera alle rane ( Io sento gracchiare le rane dai botri dell’acqua piovana nell’umida serenità ): il gracidare delle rane è paragonato allo strepito di un “treno nero”, a qualcosa di funebre

7Come non notare il gioco delle “i” e delle “e” e delle consonanti vibranti (tr) che trasmettono la sensazione del fruscio.

8il 29 Ottobre 1901

9Pascoli trascorse nove anni della sua fanciullezza nel collegio degli Scolopi ad Urbino; ne avrà pure risentito nella sua formazione spirituale. Convenzionalmente nella Liturgia delle ore e del Breviario una giornata si divide in cinque parti : alba (0-5),  mattino (5-9) ,giorno (9-17),  sera (17-21),notte (21-24); l’ultima sera è dunque il periodo di tempo prima che faccia notte

10“Ti prego di pensare a chi sta peggio, a chi qualche volta, per esempio a Messina, levandosi dal letto, stanco, addolorato, con la testa vacillante, si augura spesso fin dalla mattina di morire “ (Maria Pascoli 1903 cit.)

11Sono i cosiddetti colori caldi. La porpora rappresenta la regalità e l’energia, l’oro la luce solare, il benessere, la saggezza

12“Io credevo la novità dell’Ida come una specie di sfacelo della mia piccola famigliola” 1903; in una lettera a Berti del 25 Maggio 1900 scrive: “vediamo che s’apre il tempo sereno, il tempo del mietere…Il mio grano s’è maturato molto lentamente”

13( Il giorno dei morti : i figli morti stanno avvinti al padre / invendicato. Siede in una tomba/ io vedo, io vedo in mezzo a lor mia madre……in questa notte che non mai declina/orate requie, o figli morti, ai vivi ..) .

14“E sono anche qui campane e campani e campanelle e campanelli che suonano a gioia, a gloria, a messa, a morto; specialmente a morto. Troppo? Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico.” Dalla Prefazione ai Canti di Castelvecchio.

15[Lettera al Marchese Ferdinando Guiccioli, Bologna 10 marzo 1912 ].” Ruggero si accasò a San Mauro, vi ebbe molti figli,tra i quali noi due, e morì tragicamente, assassinato sulla strada maestra, non si sa da chi, non si sa perché. La voce pubblica trova il perché nella bramosia di succedergli e diventar ricco, dove a lui bastava rimanere galantuomo; il perché preso a pretesto fu forse l’aver egli aderito a Cavour e al partito nazionale . Il fatto è che il 10 agosto 1867 rimasero abbandonati nel mondo otto orfani dei quali la maggiore non aveva 17 anni e morì l’anno dopo precedendo di un mese la madre affranta dal dolore . Così di morte in morte, io che ero il quarto sono diventato il primo e Maria è restata quella che era, l’ultima creata forse a consolare delle traversie e delle sventure, a confortare e animare nei tanti scoraggiamenti, il suo fratello che ella ama e che egli ama unicamente. Così ci facciamo compagnia, primo ed ultima, finché non venga il giorno della pace “.

16[Lettera al Marchese Ferdinando Guiccioli, ibidem.].

17In particolare in Edgar Allan Poe

18Divertente la pagella nascosta dell’esame di maturità [Presidenza Liceo Dante. Scritti: Italiano 8, Latino 7, Greco 8, Matematica 6. Orali : Italiano 8, Latino 8, Greco 8, Storia e Geografia 6, Filosofia 3, Fisica 4, Storia Naturale 3, Matematica 2.

19“La prima notte di collegio fu per lui di grande sconforto. Piangeva, singhiozzava forte, solo, nel suo lettino. Non poteva addormentarsi senza la sua mamma, che sempre la sera al suo letto pregava con lui. E sempre gli suggellava gli occhi con i suoi baci “(Maria Pascoli, Lungo la via di Giovanni Pascoli p.1)

20Ida era la penultima di dieci fratelli , due anni più anziana della sorella Maria. Massa 1886 dice di lei il poeta “il breve serto degli aurei capelli” e in un disegno la tratteggia a seno nudo con il pube coperto dai capelli

Francesco Gherardini

LE EMOZIONI POETICHE DI PIERO PISTOIA: commenti a più voci, post aperto

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I commenti che seguono sono stati trasferiti dall’inserto ‘Il Sillabario’

ASPETTI DIONISIACI DELLA POESIA

DI PIERO PISTOIA

Dott.ssa  STEFANIA RAGONI 

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IL MITO E LA POESIA DI PIERO PISTOIA

M.o ANDREA PAZZAGLI 

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SENTIMENTO DELLA NATURA NELLA POESIA DI PIERO PISTOIA

 di ANDREA PAZZAGLI

La filosofia, dicevano i Greci, promana dallo stupore che pervade l’uomo di fronte al mondo, al libero manifestarsi (alèteia) di quella phisys che non si lascia mai completamente comprendere dalla ragione calcolante della scienza, della tecnica, delle metafisiche razionalistiche.

Non diverso dal filosofo è il poeta: è poeta chi sempre di nuovo sa meravigliarsi e dire la sua meraviglia davanti allo spettacolo del mondo, sempre uguale eppure sempre diverso, se nuovo sa essere l’occhio che lo contempla.

A ciò probabilmente pensava anche pascoli quando paragonava i poeti ai fanciulli (poetica del fanciullino); i poeti ed i fanciulli condividono la prerogativa di sapersi ancora stupire, sanno, ancora, non essere banali e non rendere banale il mondo circostante.

Questi pensieri si affacciano alla mente mentre leggo o ascolto le poesie di Piero Pistoia. Sono versi, appunto, mai banali e riescono ad esprimere, spesso con forte efficacia, un senso di profonda partecipazione all’Essere, di comunione con la Natura ( intesa nell’accezione greca di phisys, non quella oggettivante dei Positivisti) non facile da trovarsi. Non c’è in questi versi alcuna imitazione di D’Annunzio e dei suoi panismi, piuttosto l’espressione del legame fra noi e ed il mondo, tra noi e la Natura, che, una volta, era forse dato dal senso comune, ma che, oggi, solo le parole della poesia sanno ancora esprimere. La campagna, il bosco, il fiume, i declivi, le piagge: ecco i luoghi della poesia di Pistoia, luoghi dove ora va a caccia e che, nella memoria e nei versi, tuttavia si confondono con quelli, geograficamente e temporalmente lontani, dell’infanzia già remota. Luoghi, visioni: ma, va notato che, per Pistoia il dato visivo non è mai isolato, si arricchisce, si sostanzia di altre sensazioni, più forti, più carnali, più animali quasi, soprattutto uditive e olfattive. Chi (e anche Pistoia è fra questi) ha varcato il limite della maturità, raramente è esente da una vena di nostalgia per un passato sentito perduto e irrecuperabile: nostalgia si respira in effetti anche in talune di queste poesie, ma senza che mai divenga tono dominante, che mai riesca a spegnere la corposa energia di vivere che rimane tratto distintivo.

Resta da dire del linguaggio poetico. Non voglio azzardare giudizi ed analisi, ma credo che i lettori converranno nel riconosce la sciolta, agile eleganza di questi versi che, senza riferimenti troppo espliciti, mostrano però come l’autore abbia fatto propria la lezione della poesia del primo Novecento.

Gli interessi scientifici  di Pistoia, le sue incursioni in svariati campi del pensiero, non sono senza eco nelle sue poesie: numerosi i rimandi a teorie scientifiche e matematiche, frequenti le parole tratte da vocabolari settoriali. Ma (ed è questa una riprova della solidità del linguaggio poetico dell’autore) queste parole. questi rimandi, non stridono affatto, si inseriscono anzi nel contesto, lo arricchiscono e ne fanno esempio della necessità, oggi centrale, di ibridare discipline, esperienze e vocabolari.

 

LE POESIE DI PIERO PISTOIA SUL BLOG SONO RAGGRUPPATE, FRA L’ALTRO, ALLE SEGUENTI VOCI (tags)

Riflessioni non conformi

Poesie di paese

Fatica di vivere

Memoria memoria…

Poesie di caccia e Natura

Poesie di “cose” del mito

Solo rassegnazione

Tempi perduti

 

 

 

 

 

POESIA “IL LAMPO” di Giovanni Pascoli: commenti con intermezzi; post aperto

Immagini riprese da “Il Sillabario”  N.4 – 1997 e dalla mostra 2014 a Lustignano

INTERMEZZI

 1) Alcune opere di Fabio Batini, pittore e scultore.

2) Breve commento sulla sua attività artistica.

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