RIFLESSIONI SUL FARE POESIA di Giorgio Albertazzi, Paolo Fidanzi, Piero Pistoia, Roberto Veracini ed altri

UNA BREVE RIFLESSIONE SULLA POESIA

di Giorgio Albertazzi

Ho chiesto spesso ai poeti perché scrivono versi, l’ho chiesto a Neruda ad Eliot, l’ho chiesto a Caldarelli, a Montale, a Gatto, a Luzi, che cos’è la poesia? Rispondono soltanto i poeti/critici o i poeti/letterati, parlando di ‘composizione’, di anapesti e spondei; i veri poeti non rispondono, si stringono nelle spalle sorridono, dicono tutt’al più una sola parola:”un ritmo…”.

Già perché il poeta è sempre selvaggio, ossessionato, ubriaco di vita e di morte; ma potrebbe essere allora semplicemente una possibile definizione romantica di “arte”, diciamo che la poesia è “insurrezione”, è connotazione di altro che la lingua di versi triti e pieni di decoro di molti decorosi poeti.

Partiamo quindi da Pound, come dice Sandburg. Perché si scrivono versi e si cantano nelle rivoluzioni e nelle ansie d’amore e di morte, che cosa sia quell’aurea che subito emana e prorompe dalla poesia autentica, quel magma, quel logos spermaticos. E dire versi con accenti giusti ed errati insieme, ma soprattutto cantare il ritmo, che viene prima del verso, eccetera.

Non è necessario capire, ma sentire sì: sentire è “provare” come diceva Benassi, il quale senza capire esprimeva il sound di “tutti i figli di Dio hanno le ali” come nessuno. E’ forse morta la poesia? E se è viva cerchiamola e cerchiamola ancora e diventeremo più belli e forse meno opachi. Niente vale di più di un verso di Penna o di Saffo in un certo momento della nostra vita.

Giorgio Albertazzi

ALCUNE BREVI RIFLESSIONI SUL FARE POESIA

di Piero Pistoia

CHE COS’E’ LA POESIA 

a cura di Paolo Fidanzi

A PROPOSITO DI POESIA

dott. Paolo Fidanzi

IL FERITO

di Roberto Veracini

(Un’idea della poesia)
Penso che tutti i poeti, finché tali, siano sempre in crisi
(E. Montale)

Il poeta è sempre ferito, si nutre della sua ferita, che non si rimargina
perché è la ferita del mondo: vive e rappresenta questa condizione fino in fondo e lo fa con gli strumenti che gli sono propri, i versi.

Per questo il poeta è anche il narciso, perché il peso di questa condizione è estremo e la ferita ha bisogno di incensi (veri o falsi) per essere sopportabile.

Ma il poeta è anche il disperato, quando la ferita si rivela insanabile e l’incenso svanisce, mostrando gli aspetti cupi e irrimediabili della realtà, la futilità delle cose e quindi dell’arte, che non basta più.

Il poeta è il sopravvissuto quando riscopre dalle macerie un segno ancora dell’esistenza e se lo porta con sé per sempre, perché tutto è ancora possibile, sempre.

Il poeta è il solitario del tempo, che riconosce e da cui è riconosciuto, ma tutto questo non appare, perché scoprire è meglio che far vedere, e il poeta vive del suo stupore e del modo in cui riesce a farlo sentire.

E comunque il poeta resta il ferito, cercato e abbandonato, osannato e deriso, e la sua ferita è il mondo, che rappresenta ma non sa capire, perché il poeta ha in sé l’orizzonte intero e il suo limite. Non necessariamente in quest’ordine.

Roberto Veracini

 

COMMENTO A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” DI VITTORIO SERENI, PARTE SECONDA; a cura di Paolo Fidanzi

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

 

La poesia ITALIANO IN GRECIA di Vittorio Sereni evoca in me una forte riflessione sulla poesia contemporanea e sui “poeti” nonché sull’idea di un’Europa politica ed economica moderna e solidale, che possa condividere, nelle rispettive peculiari diversità , un progetto di vita comune che avvicini i popoli e non cerchi di umiliarli attraverso la legge del più forte. Un Europa che sappia cogliere le novità sociali e sappia farne fronte con realismo sociale. Nella nostra poesia che appartiene alla sua seconda raccolta “ Diario d’Algeria del 1947“ Sereni scrive:-Europa Europa che mi guardi-” rivolgendosi ad un’ Europa che di fatto non esisteva. E racconta:”.. Il ritrovarsi in Grecia come militare significava appartenere, volente o nolente, a un esercito oppressore nella terra oppressa. Il contatto con l’Europa che stava al di là della frontiera, e su cui avevo forse anche fantasticato, (al verso 10 l’esile MITO nella schiera dei bruti)avveniva nel modo più brutale e più naturale, che prima non avevo neppure potuto immaginare.-” Ferdinando Camon in una sua intervista, lo incalza chiedendoli se quell’Europa fosse un’idea o al massimo un ideale, poiché appunto, allora non esisteva. Sereni risponde:- E chi di noi aveva mai vissuto veramente e pienamente l’Europa in quegli anni? Che era deformata dall’idea che il fascismo voleva darne, e dai rapporti che il regime aveva (o non aveva) stabilito con le altre nazioni.-CAMON Allora, non un’idea ma un ideale? SERENI né l’una né l’atro. CAMON Un rimpianto o una speranza? SERENI l’uno e l’atra. C’era in noi il senso di un’Europa che era stata, o che comunque avrebbe potuta essere, e che non aveva proprio niente a che fare con quella che si andava raffiguarando durante l’occupazione. Di qui il senso di colpa in noi…-

ITALIANO IN GRECIA è quindi una poesia di guerra, come scrive Dante Isella,ma ancora gravata dall’attesa, appartiene alla prima sezione della raccolta, LA RAGAZZA D’ATENE, e ancora si svolge sull’urlo del baratro bellico, nell’approssimarsi meditativo al grande evento-Datata agosto 1942 registra il passaggio in Grecia del reparto in cui è arruolato l’ufficiale Sereni, che cadrà prigioniero in Sicilia il 24 luglio 1943 – Da due anni o quasi- scrive in l’anno quarantatre, negli immediati dintorni il mio reparto cercava di raggiungere l’Africa del Nord senza riuscirvi. Fummo ad Atene quattro mesi per questo, al tempo dell’Asse fermo a El Alamein e quasi in vista di Alessandria.- A questi quattro mesi risale la nostra poesia, che sembra presagire, insieme con la fine malinconica e simbolica dell’estate, oltre a tutto l’orrore della guerra ( verso 10 le schiere dei bruti, senza distinzioni dell’una e dell’altra parte, anche l’orrore della prigionia africana (verso 17 vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.-_ La battaglia di El Alamein (ottobre . Novembre ’42) condotta per parte degli Inglesi dal generale Montgomery, bloccò le truppe dell’Asse Roma -Berlino a un centinaio di chilometri da Alessandria d’Egitto e le costrinse a ritirarsi in Libia, lasciando agli americani via libera per lo sbarco in Marocco e in Algeria(novembre ’42) l’occupazione dell’Africa settentrionale e poi (luglio ’43) della Sicilia. Mengaldo definisce il Diario d’Algeria punto d’arrivo e insieme superamento dell’ermetismo, Raboni vede coesistere tra le sue ascendenze riscontrabili o immaginabili l’Ungaretti supremamente rarefatto e scandito del Sentimento del tempo e la scandalosa discorsività sabiana.

Per tornare un attimo all’analisi della poesia vediamo al verso 1 prima sera quanto sia indicativo di come l’intera raccolta si tratti di un vero diario da leggere di seguito, poesia poco poesia , essendo le pause tra una lirica e l’altra appena più forti di quella tra l’una e l’altra strofa, come diceva Fortini. -protratto doloroso addio. I convogli alla periferia della città strazianti per la guerra imminente… con una grande pena ( come un lutto per l’estate che finisce) il poeta avanza nel suo futuro immaginato vuoto e quasi atemporale con un intenerimento retrospettivo dovuto alla memoria del felice tempo perduto, verso l’imminente dannazione in Africa.

Ora, a chiudere questo piccolo intermezzo critico mossomi dalla lettura della poesia ITALIANO IN GRECIA, sta l’attualità di Sereni non solo nell’ideale di un’ Europa che ancora latita e sfugge, ma l’intera impostazione dialettica di questo poeta volto al dialogo e all’introspezione. Un poeta che seppe cogliere l’importanza della poesia rispetto a quella dei poeti, la fondamentale necessità di trasmettere il verso più che il poeta personaggio.(Tema da me affrontato recentemente anche su questo blog ).

CAMON- Come vede lei, oggi, (fine anni settanta – primo anni ottanta) il rapporto tra scrittore(narratore e poeta) e il pubblico?

SERENI -Lei sa che c’è addirittura una categoria sociale caratterizzata dall’attuale clima letterario; ma è fittiza, artificiale. Io sono fra quelli che augurano una rapida estinzione della società letteraria così comìè oggi: delle sue consuetudini, delle sue convenzioni e dei suoi cerimoniali; e cioè la cessazione dell’attuale rapporto scrittore-pubblico, e del modo in cui questo rapporto o mediazione avviene. Intendiamoci: uno scrittore non può non avere un pubblico,è giusto che lo abbia, ma che sia pubblico di ciò che lo scrittore scrive, non pubblico del personaggio che egli è o tende a diventare, demagogo, mattatore o sofista. Lo scrittore, in quanto individuo, in quanto persona, lo vedo più volentieri assorbito nella folla, nel popolo..

P.S.

Ho in mente di riproporre, una volta trovati i complici necessari a tutti i livelli, un foglio letterario intitolato QUESTO E ALTRO sottotitolo DIALOGO CON UN LETTOREproprio come la rivista redatta da Sereni ed altri ,che chiuse improvvisamente i battenti nella prima metà del 900 , più o meno.

Paolo Fidanzi

BREVI DIVAGAZIONI SCARSAMENTE CONDIVISE SULLA NATURA E SULL’ARTE del dott. Piero Pistoia

La seguente breve riflessione in pdf:   arte_scienza-e-sassi-mammellonati

 

DIVAGAZIONI SCARSAMENTE CONDIVISE E MOLTO APPROSSIMATE SULLA NATURA E SULL’ARTE

del dott. Piero Pistoia

mammellonato1

Il sentimento universale del dolore per la perdita di un cucciolo della stessa specie riesce ad esprimerla anche la stessa Natura giocando con il linguaggio criptato di angoli, rapporti aurei e pentagoni (così come intravisto appena dal pensiero razionale), che stranamente, per un processo co-evolutivo, anche l’animo umano riesce a tradurre in emozione!

La Natura costruisce se stessa ponendosi ad ogni passaggio davanti ad infinite scelte; le ‘annusa’, con la velocità che le è naturale (forse quella della luce)e sceglie quel cammino che consuma minore energia, si muove verso quella superficie per raggiungere la quale consuma meno energia, ecc., costruendo tutte le forme del Cosmo attraverso strutture primigenie (forse i frattali che hanno a che fare con numeri aurei, i numeri di Fibonacci, i pentagoni… o le cellular automata di Wolfram ; vedere i posts relativi). La Natura in questo modo costruisce ogni forma! Costruisce le albe ed i tramonti, le aurore boreali, le foreste, le forme delle foglie, degli animali, i densi occhi delle donne…i sassi mammellonati, insomma tutto ciò che la scienza con la matematica e la fisica sembra non riesca a spiegare fino in fondo. E di questi oggetti è pieno l’universo! Ciò che la matematica e la fisica invece riescono a razionalizzare è una porzione di spazio-tempo infinitesima rispetto al Cosmo che ci circonda, costruita nel tempo ‘lungo’ nell’interazione evolutiva con lo spazio-tempo di sopravvivenza.

E l’Arte? Proprio per la sua natura universale, svincolata dal tempo e dallo spazio, è forse costruita a partire da ‘quanti di emozione’? e l’emozione densa di energia è forse quantizzabile come la materia e l’energia, il tempo e lo spazio, ecc.? e rimanda forse anch’essa a frattali e numeri aurei o ‘automi cellulari’ come la stessa Natura? L’Arte è probabile che usi una parte del cervello umano estremamente difforme dal razionale, tale da contribuire però, attraverso un transfert-a-specifico, a quei salti creativi che nel corso dei millenni hanno compartecipato anche al progresso della scienza e della matematica.

ARTE SCIENZA SACRO ENTRANO IN INTERAZIONE SU FRONTIERE CHE SI PERDONO IN UNA FUGA INFINITA DI FRATTALI?

Dott. Piero Pistoia

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VISITARE ANCHE IL POST SULLA PITTURA DI P. Fidanzi ed altri ‘MIRABILE E SORPRENDENTE MOSTRA DI PITTURA’  con foto mammellonati e riflessioni brevi su Natura ed arte, da cui è stato trasferito qui, questo mio scritto, in parte modificato.

piero pistoia

Un accademico di fisica teorica ha espresso per mail un ‘MI PIACE!’ sulla precedente riflessione.

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA:

PIERO PISTOIA CURRICULUM1

LA COLONIA, poesia di Paolo Fidanzi

Sono certo che i gatti si addormentano.

Spesso.

Non conosco i loro percorsi cerebrali

quando sognano il cielo

e la notte piena di stelle.

 

Sono certo che ROSINA mi vuol bene.

Perchè sono io che la cerco con lo sguardo

e il suo affetto mi è caro.

Centra le mie pupille

con le sue, gialle, e ascolta

il mio silenzio.

Sfumano così reciproche tristezze

in una mia carezza e un suo gorgoglio.

 

I suoi tre mici

Tina, Nina e d’Artagnan

sono dei parlatori.

Accennano discorsi ad ogni mia sollecita richiesta.

E’ un miagolio preciso

non come la mia voce ,

che tende sempre ad oscurare

quello che veramente sente.

 

La loro voce, invece,

come quella di ROSINA, la madre,

è pura e non mente a nessuno,

tantomeno a colui che la capisce.

Insegna a D’artagnan l’educazione

per la sua quasi certa, prossima, adozione.

 

Tina rimane e sarà lei a sopportare

il carico di una nuova procreazione,

lo sgravio di antiche sofferenze feline.

 

D’altronde, dopo circa tre mesi,

di nuovo gravida

-come natura vuole-

ROSINA abbandona ogni protesta

ed ogni protezione

verso i suoi piccolini che avranno,

-a ragione-

pretese alimentari

e forti richiami sociali.

 

 

PS.

Il gatto non è individualista.

Rifiuta di stare tra la folla

e vive un po’ appartato

solo per non essere pestato.

 

 

 

 

 

Paolo Fidanzi

settembre 2016

Volterra