TEMI SCOLASTICI: ‘QUALE CULTURA’ e ‘VOCI DI POETI A CONFRONTO’; scritti dalla studentessa Silvia Pisaneschi

N.B. – I commenti, le note e l’organizzazione dei testi o delle foto nel post, come anche l’inserimento su internet dei lavori, nel bene e nel male,  praticamente sono e sono sempre stati,  in ogni occasione e ‘per ogni dove’, a cura di Piero Pistoia (lavoro siglato: NDC)! anche se non direttamente esplicitato (salvo rare eccezioni).

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I seguenti temi scolastici, assegnati dalla  docente prof.ssa Nara  Pistolesi, furono scritti da Silvia Pisaneschi, al tempo studentessa al triennio del Liceo Classico ‘Carducci’ di Volterra, oggi dott.ssa in medicina.

Vengono riproposti sul nostro blog non solo per  la rilevanza dei loro contenuti, ma anche come esempio non trascurabile di possibile utilizzo di questo blog nei curricula scolastici e non solo.

Il primo, che riguarda il significato del concetto di Cultura (‘Quale Cultura’) che oggi, nel cuore di una ‘globalizzazione ragionieristica e selvaggia’,  sembra fortemente polisemico (tutto è cultura!) e irriguardoso del suo contenuto formativo ed educativo originale,  può essere letto in pdf cliccando sul seguente link:

CULTURA_PDF_Pisaneschi

Il secondo, ‘Voci di poeti a confronto’, riguarda il commento comparato, stringente e qualificato, di una poesia di Giacomo Leopardi, ‘A se stesso’ con quella di Eugenio Montale, ‘Mia vita,  a te non chiedo lineamenti’, ambedue riportate su questo blog e commentate a più voci, anche dalla stessa docente che le aveva proposte al confronto, in particolare quella di Leopardi; ma  in ambedue vede nell’indifferenza il bene di vivere.

Per leggere questo secondo tema cliccare sul link successivo

poesie_confronto_pisaneschi30001

A SE STESSO

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l’infinita vanità del tutto

Giacomo Leopardi

(dai Canti)

MIA VITA, A TE NON CHIEDO LINEAMENTI

 Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.

Eugenio Montale

(da Ossi di Seppia)

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Da notare come intermezzo in quest’ultimo articolo appare un’opera dello scultore volterrano Mauro Stefanini,; chi volesse leggere un commento sulla sua scultura, e vederne altre, cliccare da Google il suo nome.

I due articoli sono stati rivisitati da IlSillabario N.3-1997-1998

ANCORA DA COMPLETARE

COMMENTO A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” di VITTORIO SERENI, PARTE TERZA; a cura di Francesco Gherardini

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

Dott. Prof. Francesco Gherardini

 

 

COMMENTI A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” di Vittorio Sereni; PARTE PRIMA, a cura di Ottavia Ghelli

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

Il commento su questa ‘attualissima’ poesia che segue è  stato scritto dalla studentessa Ottavia Ghelli della III classe del Liceo Classico Carducci di Volterra, speditomi alla fine del lontano 1999, perché fosse inserito nell’inserto Il Sillabario cartaceo, che proprio allora cessò le pubblicazioni.

Piero Pistoia

COMMENTO DI OTTAVIA GHELLI

poesia-commento-italiano_in-grecia

Questa poesia, che affronta il tema della guerra, risulta quasi un lamento, un gemito doloroso da parte del poeta e che ci appare molto realistico e forte perché l’autore ha vissuto in prima persona gli avvenimenti che racconta. La lirica si apre con la malinconica immagine dei convogli militari, “colmi di strazio” per indicare lo stato d’animo dei soldati, che procedono in fila “nel lungo semibuio”, espressione indefinita che può esprimere significati molteplici. Il momento della giornata è quello serale, come indica l’espressione “ai tuoi lembi”, in cui “lembo” può rappresentare la parte finale della “prima sera d’Atene”, come è confermato anche dal precedente aggettivo “semibuio”, riferito all’oscurità.

Dopo una prima precisazione spazio-temporale , la lirica si rivolge sempre più allo stato d’animo personale del poeta che ha dovuto lasciare il suo paese d’origine per una vita che gli riserva un futuro triste e desolato, poiché sa di dover partecipare ad una guerra a cui si sente completamente estraneo. La poesia a questo punto si fa ancora più introspettiva per diventare un’apostrofe che l’autore rivolge all’Europa, mettendo in evidenza la sua piccolezza, la sua fragilità (“inerme”), il suo essere uno tra tanti altri che sono visti coma “schiere di bruti”. Egli si rende conto che in questa guerra può essere solo nemico di se stesso e dei propri ricordi della vita passata. Negli ultimi due versi è indicata la consapevolezza del poeta che la guerra lo renderà dannato per sempre. Il significato globale di questa poesia è, a mio avviso, ancora più profondo. Ad un’analisi più attenta ciò che colpisce subito è l’immediata percezione che si ha del lento movimento dei convogli, che sanno ben evocare i primi versi (“filano”, “colmi di strazio”, “lungo semibuio”) e che è strettamente collegato alla tristezza dei soldati e in particolare al “cordoglio” del poeta. Inoltre, “lungo semibuio” assume un maggior rilievo perché in antitesi con “estate” al v.5; “estate” indica la positività e la gioia della vita che il poeta ha trascorso nel suo paese d’origine. Infatti, troviamo qui due paesaggi del tutto diversi: quello squallido e triste della Grecia, teatro di guerra e di odio, di cui è una spia l’espressione “lungo semibuio” (che assume quindi anche una connotazione morale) e quello solare e più tranquillizzante delle “curve”, cioè del paesaggio mosso della terra d’origine del poeta, rievocato anche dagli ultimi versi (“rediviva tenerezza di laghi di fronde”) di desolazione. Un’altra antitesi è presente già nel titolo, che esprime il senso di desolazione e di inadeguatezza che la condizione della guerra genera in un uomo di origine italiana strappato dalla propria terra e trasportato a forza in un luogo dove è considerato un nemico. Il titolo ci comunica un’impressione di estraneità da parte del poeta alla vicenda narrata , impressione poi confermata nel corso della poesia, e quindi, nella sua semplicità è ricco di significato. L’estraneità del poeta alla guerra si percepisce anche dall’apostrofe rivolta all’Europa, perché guardi suo figlio “inerme” e “assolto”, il quale si sta chiedendo perché si trova in quel luogo di guerra. Questo “figlio” si sente misero ed ha la debole speranza di un “esile mito”, un ideale che però sembra crollare in mezzo alle “schiere di bruti”, coloro che credono alla guerra. Con la parola “figlio” il poeta si riallaccia alla figura materna dell’Europa di cui fa parte con tutti gli uomini e, con la sua ingenuità e fragilità, cozza con la durezza dei “bruti”. Ritengo che gli ultimi due versi siano i più significativi, perché racchiudono e sintetizzano ciò che è stato detto nei versi precedenti. Qui il poeta ribadisce nuovamente la sua piccolezza e la sua fragilità nella guerra; “polvere” può significare sia la polvere del suolo che si deposita sui vestiti del soldato, sia la materia di cui l’uomo è fatto, la carne, che si accompagna al “sole”, cioè allo spirito, all’anima. Anche “sole” può avere un duplice significato, perché oltre a “spirito” può anche indicare un valore concreto, ovvero può essere il sole che riscalda i corpi dei soldati, costretti a combattere sotto l’ardore dei suoi raggi. In una tale condizione di limitatezza e fragilità l’uomo, uccidendo i propri fratelli (in quanto figli di una stessa madre-Europa), si rende dannato e si “insabbia”, sporcandosi del sangue altrui e incamminandosi in un vicolo cieco, senza uscita.

La poesia dimostra di essere ancora molto attuale, perché il poeta già si rende conto della brutalità della guerra e di colui che uccide i propri fratelli. Quindi, abbiamo con questa lirica una testimonianza di una particolare visione della condizione dell’uomo molto innovativa, almeno nel periodo storico in cui è stata scritta. Nel periodo del fascismo, infatti, la guerra era esaltata fortemente e veniva sentita come un’esigenza reale dalla maggior parte degli italiani; per fortuna, però, anche in quel periodo alcuni si rendevano conto della follia di questa impresa, la quale, come ci dimostra il poeta Vittorio Sereni, può solo far emergere quanto l’uomo sia “inerme”e insieme orgoglioso di un “esile mito”, di cui però egli conosce la fragilità, e dannare l’uomo perché lo porta a macchiarsi di delitti verso i propri fratelli, in virtù della condizione di “nemico”, quando invece non sa che, così facendo, è nemico soltanto di sé. I concetti che Sereni esprime valgono anche per l’epoca moderna, però il discorso può essere ribaltato dicendo che non è questa poesia che ha carattere di modernità, bensì la nostra epoca che non progredisce e che torna addirittura indietro. In base all’esperienza sappiamo, infatti, che la guerra non è ancora superata, anzi, è presente in molte parti del mondo ed anche vicino a noi. Anche oggi gli uomini uccidono i propri fratelli, la maggior parte perché sono convinti della propria superiorità, ma molti perché vi sono costretti e si sentono completamente estranei, proprio come il poeta di Italiano in Grecia.

OTTAVIA GHELLI

Liceo G. Carducci Volterra

Classe III Liceo classico

Siamo in attesa di altri commenti....



			

POESIA E CANZONE

Il poeta si serve degli altri per parlare di sè

Il cantautore parla degli altri servendosi di sè.

La differenza tra poesia e canzone è sostanziale e determina una platea d’ascolto definita emolto diversa. Non a caso, come dice Magrelli, ai concerti di Bob Dylan ci sono migliaia di spettatori mentre alle letture di Luzi o di altri importanti poeti si arriva appena a qualche decina o poco più.

La canzone è un mezzo mentre la poesia sembra essere un fine. E qui probabilmente sta il motivo della sua scarsa fortuna. Con Valerio Magrelli, che abbiamo ascoltato l’altra sera dalla Gruber duettare con Vecchioni, siamo coetanei e compariamo entrambi sulla circolare di poesia – rassegna di originali BARBABLU’ N° 5 di Siena del 1981. Ricordo anche la sua partecipazione alla COLLINA, foglio di poesia da me fondato sempre a Siena, con altri amici, nel 1984, che dimostrava, nella rubrica Poesia e Poeti:” metapoetica e autocritica, ovvero la poesia che si pensa”,un senso già compiuto della poesia stessa attraverso il recupero di una cultura storico rappresentativa, legata ad una precisa collocazione, condivisibile o meno, dell’arte poetica stessa.

Ne riporto volentieri la traccia. Scriveva Magrelli:

“Tempo fa, ricevetti l’invito a presentare una scelta delle mie poesie per la collana “Codici di Poesia“edita da “l’orcio d’Oro” e da Vanni Scheiwiller. La pubblicazione, ancora inedita,mi parve un’occasione presiosa per organizzare tanto materiale secondo un criterio coerente (anche se, probabilmente, fittizio). Cercai cioè d’individuare nei miei testi un punto di fuga nascosto, un luogo prospettico privilegiato. Non una figura, né un soggetto, piuttosto la maniera di disporre l’oggetto prima di ritrarlo, il genere di posa preferito.Cercai di chiarire il senso della silloge ricorrendo a un occhiello, una semplice frase tratta da un dizionario che mi parve particolarmentre signficativa

Eccola”Carbonchio. Lat. Carbonculus, dim. Di carbo-onis e applicato al doppio valore di gemma e di malattia: calco sul gr. Anthraks”. Questa parola con cui la malattia convive con la gemma, in cui la gemma arde di una luce malata, mi sembrò indicare con inconsueta precisione uno dei temi ricorrenti nei miei versi: lo scambio tra la pietra e l’organismo. Raccogliendo i miei lavori sparsi ho ritrovato in vari passi tutta una famiglia d’immagini nate da questo processo di cristallizazione dell’animato, di fossilizzazione. Credo infatti che il fossile rappresenti quella condizione ideale in cui il reperto, consumata per intero la sua esitenza creaturale, giunge a trasfigurarla in puro segno, in disegno. E vorrei segnalare due recenti letture che mi hanno guidato all’interno di questo mondo simbolico: il libro di JULIUS VON SCHLOSSER sulle Wunderkammern e l’Essai de paleontologie lingiustique di ADOLPHE PICTET. Non so se queste poche tracce serviranno a chiarire in qualche modo la natura delle mie composizioni(si tratta ovviamente di una ricostruzione a posteriori). Mi basta avere almeno rinvenuto un bizzarro e sublime ascendente in quella linea letteraria tratteggiata da Carlo Ossola in un bel saggio sulla “MINERALISATION DU SIGNE”: De la Conchiglia fossile di (Lorenzo Mascheroni) aux OSSI DI SEPPIA de Montale les “ossements fossiles”de la lettre alliant devenir precieux gisement poetique, lieu de “denaturalisation”, de “fixation lapidaire” de l’ecriture contemporaine”.”

Magrelli , rispondendo a Vecchioni affermava che il testo di una canzone è come la margarina per fare una torta. In sostanza serve per un’amalgama finale che è  e deve restare tale, una canzone. A  proposito della differenza  tra canzone e poesia mi piace riportare l’intervento che l’amico Enrico Diciotti, sempre nel quarto foglio della COLLINA nel novembre 1985 fece su “APPUNTI PER UN’IMPROBABILE POETICA”, riguardo alla poesia. Considerazioni che personalmete sostenni allora e tutt’oggi confermo a testimonianza , appunto , della sciatteria e del disimpengo che pervade il panorama poetico contemporaneo, spesso, come diceva Vecchioni l’altra sera (22/10/16), solo autoreferenziale e portatrice di una chiusura al mondo delle idee e dei sentimenti che allontana la gente dalla poesia  facendola ritenere probabilmente qualcosa di noioso.

Il mio amico Enrico Diciotti scriveva nel 1985:

“1) La società poetica italiana è una società triste. Ha la tristezza delle società piccole, chiuse, ristrette. I suoi processi sono circolari: chi scrive poesia è la stessa persona che legge poesia e viceversa; ben poco di quanto viene prodotto giunge all’esterno, nel mondo indifferente. Le cause

di questa situazione sono in gran parte storiche, culturali, sociali; è però probabile che ad essa contribuiscano anche colpe dei nostri poeti, troppo sicuri di fare cultura (o arte) sia nel semplice riconoscimento dei dieci critici che contano e il successo e l’assunzione per cooptazione nell’empireo della società poetica.

2)Non rientra tra i miei ineressi indagare l’essenza della poesia (ammesso che una simile operazione possa avere un senso) e non pretendo di esprimere un punto di vista che abbia una validità oggettiva; tuttavia anche alcune di queste considerazioni potranno essere forse condivise da chi partecipa alle mie preoccupazioni e sente la tristezza dello stato attuale della poesia in Italia.

  1. Il linguaggio serve per comunicare e l’uso del linguaggio è un atto di fiducia verso la possibilità della comunicazione; anche se ciò non significa un completo abbandono allo strumento, né un uso totalmente acritico di esso. Comunque, CHI NON CREDE NEL LINGUAGGIO AGISCA IN SILENZIO.
  2. Ne consegue la necessità di cessare ogni esercizio solipsistico e cerebrale, rompendo il muro che circonda gli orticelli della poesia, dialogare con un pubblico più ampio-che esiste, a patto di cercarlo, confrontarsi con la vita che esplode all’esterno, immettersi nel flusso della comunicazione.
  3. Una volta stabilita la meta, ognuno prenda la steada che vuole, visto che le strade sono sempre molte, anche se più di una si rivela poi insicura, in disuso, ecc.;così, dopo aver preso le premesse e gli obiettivi, giungo adesso a considerare una strategia poetica e questa si fa,credo, più personale, più privata.Non ho una ricetta, propongo alcuni ingredienti.Un po’ di cinismo per prima cosa:donare alla poesia l’astuzia (e l’incanto) di una merce che deve fare pubblicità a se stessa, renderla piacevole, venderla come torte e pasticcini- e che il lettore mangi e inghiotta anche il veleno di cui è eventualmente farcità. Poi la passione, la passione e il desiderio di stare nel mondo impossessandosi delle sue immagini, lasciandosi sedurre dal suo immaginario per utilizzarlo poi come arma scintillante di seduzione verso il lettore.La poesia, dunque, essenzialmente come seduzione; e qui si fondono gli elementi che parevano contraddittori:cinismo e passione. Altri elementi della seduzione:ambiguità bellezza. Tutto questo credo possa significare restituire alla poesia il proprio splendore.

Splendore e anche una qualche forma di grandezza. C’è qualcosa che si perpetua con la vita- al di là della storia e della moda letteraria- e che sentiamo più grande della nostra essitenza individuale: dico l’enigma dell’origine e della morte, la gioa , la malattia, l’angoscia, il tempo ..;io credo che dobbiamo rischiare (la banalità, la misera ripetizione di ciò che che è già stato detto magnificamente) e tornare a parlarne con meraviglia, amore, terrore.

Qualcuno dice che siamo discrepiti ormai. Io non ho questa convinzione; mi pare invece che, ovunque adesso siamo (sull’orlo della storia, sul limitare di un’era,al termine di un millennio, o nell’istante diu una nascita, o in qualunque altro momento senza nome) , la nosttra sensazione è di vivere in una fiamma in cui brucia ogni esperienza , arte, poesia, di ogni tempo e luogo: forse in questa fiamma molto (tutto) è di nuovo, possibile……..”

Due parole ora sulla questione , insita in tutto il mio intervento,del Nobel per la letteratura, assegnato nel 2016 al cantautore Bob Dylan.

La poesia può essere musicale e anche pittorica. Il ritmo e l’ironia servono a questo. La parola che dispiega significati può essere paesaggio e anche transfigurazione diventa la disposizione dei versi,come troviamo nel primo futurismo , per esempio. Ma la poesia rimane poesia con la sua tensione interna che difficilmente si trasmette con il testo della canzone o con un opera pittorica. Perchè la poesia può rimanere incompiuta e restare poesia , cosa che non accade in musica e pittura. Forse per questo le canzoni di Dylan assomigliano alla poesia , nel momento che ogni volta ,reinterpretandole in modo diverso, si fanno poesia. I giudici di Stoccolma sono forse stati indotti da una simile rappresentazione a definire le sue canzoni poetiche e letterarie? Dove stanno le valide argomentazioni a favore del Nobel a questo cantautore? E giustamente di questo parlavanoMagrelli e Vecchioni l’altra sera. Non c’entra l’invidia od altro. Il confronto mi è parso maturo.

Poi, naturalmente , ognuno la pensi come vuole.

Dott.Paolo Fidanzi

COMMENTO ALLA POESIA DEL CARDUCCI “COLLOQUIO CON GLI ALBERI” del Dott. Prof Francesco Gherardini

Per vedere il commento in pdf cliccare su:

carducci_colloquio-con-gli-alberi-1 in pdf

 

COLLOQUIO CON GLI ALBERI

Rime nuove, libro II,n° VIII, “Colloqui con gli alberi”

Te che solinghe balze e mesti piani

Ombri, o quercia pensosa, io più non amo,

Poi ché cedesti al capo de gl’insani

Eversor di cittadi il mite ramo.

Né te, lauro infecondo, ammiro o bramo,

Ché menti e insulti, o che i tuoi verdi e strani

Orgogli accampi in mezzo al verde gramo

O in fronte a calvi imperador romani.

Amo te, vite, che tra bruni sassi

Pampinea ridi,ed a me pia maturi

Il sapiente de la vite oblio.

Ma più onoro l’abete; ei fra quattr’assi,

nitida bara, chiude al fin li oscuri

Del mio pensier tumulti e il van desio.

Il sonetto “Colloquio con gli Alberi” (ABAB,BABA, CDE,CDE ) fa parte della “Rime Nuove”: una raccolta di 105 liriche numerate , divise in nove libri , composte dal 1861 al 1887 e stampate nel 1906, l’anno del Nobel ; organizzate secondo un disegno formale, non contenutistico e neppure cronologico; in queste liriche – secondo una critica concorde – il sogno di risanamento morale dell’Italia appare irrealizzabile , dominano la spossatezza e il dissolvimento degli ideali risorgimentali , paiono estinte le stesse ragioni della lotta; c’è una sorta di regressione verso un mondo bucolico di fronte allo spettacolo miserevole di avvenimenti politici deludenti.

Nella raccolta (II libro) il sonetto è preceduto da DI NOTTE e seguito da IL BOVE .Nel primo , la notte non fa paura, anzi dissolve le sue tristezze , nel suo seno il poeta trova quiete come un bambino che si abbandona tra le braccia della nonna (pia ava) “ ove l’ire e i dolor l’anima oblia”. Vi si avverte l’eco del celeberrrimo sonetto di Ugo Foscolo “Alla Sera”.Il secondo è un sonetto dedicato ad una figura simbolo di forza pacifica e industriosa, vi si esaltano la serenità e la sanità della vita nei campi, una natura forte amica dell’uomo; sono versi costruiti con espressioni virgiliane, di un naturalismo che richiama la pittura dei macchiaioli .Tra i tre sonetti non ci sono grandissime affinità.

Il nostro sonetto è stato composto il 13 febbraio 1873, ma pensato a Marzo o Aprile 1868 col titolo semplificatorio di “Quattro alberi”. Le prime due quartine costituiscono una sorta di pars destruens. L’ interpretazione letterale è piuttosto semplice. Per il poeta la quercia e l’alloro non meritano l’attenzione e il valore che è stato loro attribuito dall’uomo nel corso dei secoli ; in fondo hanno tradito la loro missione . La quercia , che il poeta percepisce come una presenza imponente e solitaria, simbolo del pensiero profondo della filosofia e della politica, si è prestata a che facessero dei suoi (miti) rami corone per spietati conquistatori e folli distruttori di città; quanto all’alloro in fondo ha mostrato tutta la sua frivolezza, pavoneggiandosi con le sue verdi fronde in un ambiente dominato solo dallo squallore dell’inverno; nella sostanza si tratta di un albero infecondo, improduttivo , utilizzato solo per sfoggiare la sua bellezza sulle teste calve degli imperatori romani.

Con la prima terzina si apre invece uno scenario diverso : come non apprezzare la vite , che strappa la vita facendosi strada e lottando tra i bruni sassi ; essa almeno offre all’uomo un frutto salutare per lui, che almeno per qualche momento gli fa superare la malinconia e il dolore, avvolgendolo nell’oblio.Certo la vita è carica di amarezza e di delusioni, di dolori cocenti, di inganni tanto che si aspetta la fine con sollievo ; allora ci viene in soccorso l’abete, quattro semplici tavole bianche ben levigate sigillano corpo e anima, segnano la fine dei nostri pensieri e dei nostri mai appagati desideri.

Procediamo con un’analisi un po’ più approfondita.

  1. Non si tratta di un sonetto originalissimo per la tematica che affronta ; alcuni critici lo hanno accomunato all’ode “Egoismo e carità” di Giacomo Zanella (1865).

Carducci era un conoscitore e un ammiratore del poeta napoletano, ne parla in due lettere a Chiarini e Barbera del 22 e del 30 Agosto 1868; anche Zanella nella sua ode mostra avversione nei confronti dell’alloro perché è vanaglorioso (“ verdeggia eterno/quando alla foresta le novissime fonde invola il verno”) e infecondo ( “non reca gioia all’augellin digiuno”) ed apprezza la vite “poverella” che almeno col suo “licor” consola “ il vecchierel che tiene colmo il nappo” e lo fa sognare “contento floridi pascoli ed auree biade”. L’ode di Zanella precede almeno di cinque anni il sonetto di Carducci e contiene solamente qualche coincidenza tematica , non ha certo la sinteticità, la perentorietà e la forza di Carducci né una chiusa paragonabile : le auree biade e i floridi pascoli non sono minimamente accostabili a quanto può essere adombrato dal concetto di “nitida bara”

  1. La Rime Nuove sono conosciute per l’attenzione alla Natura della Maremma, irta e selvaggia, dolce e malinconica, sempre luminosa; anche in questo sonetto – astraendo dalla citazione dei quattro alberi che vivono dappertutto e non solo in Maremma- ci sono alcune immagini che ricordano le caratteristiche del paesaggio maremmano dell’epoca : le solinghe balze e i mesti piani, l’ombra della quercia e il verde gramo, i bruni sassi .

Le balze (un termine usato qui in maniera abbastanza generica) non possono non farci correre col pensiero alla città di Volterra, allora nella Maremma pisana, “un bastion suspendu sur la Maremme” (Paul Bourget) ,città natale della madre Ildegonda Celli; Carducci certamente aveva avuto modo di sentire parlare chissà quante volte delle balze: uno spettacolo impressionante , la rottura improvvisa del dolce paesaggio toscano , per chi le vede per la prima volta e che induce a pensarle come una delle cause di ”quell’affetto particolare dal quale mi derivò quello che nei miei begli anni mi turbinò di selvaggio e giocondo nel cuore e mi gemé profondamente nell’animo”[Pescetti,Volterra]. Ma Carducci nel 1873 non era stato ancora a Volterra; vi giunse il 9 agosto 1882 per la prima volta proveniente da Livorno (dove viveva la figlia Beatrice)con Giuseppe Chiarini e Guido Mazzoni, commissari d’esame al Liceo, allora retto dagli Scolopi.1

E poi insieme con il poeta possiamo immaginare i vasti e mesti piani dove ogni tanto incrociare secolari querce solitarie e godere della loro ombra nella grande pianura maremmana, che oggi è tutto meno che mesta, ma che due secoli fa era ancora terra di bonifica e di malaria come ricorda bene il testo di una dolente canzona popolare toscana “Maremma amara” , dove non mancano i riferimenti alla tristezza e alla morte.La quercia che popola effettivamente i piani della Maremma- il verde gramo dei prati pascolo – è sempre stata simbolo di forza e longevità, di fermezza e durezza e la ghirlanda di foglie di quercia è stata da secoli utilizzata nelle insegne militari. Nella prima quartina risalta forte il contrasto : il mite ramo della quercia sul capo degli insani eversor di cittadi.

A prima vista non sembra che ci sia un riferimento preciso ad un personaggio storico del presente o del passato; possiamo però soffermare la nostra attenzione sul termine classico “eversor” 2 e condividere l‘invettiva contro gli insani, i folli, i pazzi che distruggono la vita e le proprietà altrui per desiderio di potenza e di ricchezza. Forse potremmo individuare qualche collegamento con le vicende tormentate di quel lustro 1868-1873. Si tratta di anni assai importanti sia per l’Europa che per l’Italia , caratterizzati dalla seconda rivoluzione industriale, dall’esplosione di tutta la potenza e di tutte le contraddizioni del capitalismo; sono gli anni del petrolio e dell’elettricità, della crescita dei commerci mondiali, dell’esaltante sviluppo scientifico e tecnologico, con l’Italia che stenta ad unificarsi ed arranca mentre emerge prepotente la potenza prussiana ; sono gli anni dell’affermazione e del declino repentino della grandeur francese .

In questo periodo (68-73) in Italia arriva a soluzione , sotto tanti aspetti poco dignitosa, la questione romana: un esito davvero poco apprezzato da Carducci che resta colpito dalla pusillanimità di parte italiana, dalla sudditanza nei confronti della Francia che cessa opportunisticamente nel luglio 1870 dopo la batosta di Verdun, con Roma conquistata grazie al benestare della nuova potenza teutonica e non per un gesto di autonomia e di coraggio da parte dei governanti italiani. Solo Garibaldi salva la dignità degli Italiani. Carducci non ammira la gestione governativa della Destra storica e in particolare di Bettino Ricasoli. Se volessimo interpretare questi versi in chiave simbolica, potremmo vedere raffigurata nella quercia la classe dirigente del tempo e in questi endecasillabi una critica forte alla pavidità di quei governanti, che hanno finito per mettersi opportunisticamente sempre dalla parte del vincitore .3

Quanto all’alloro si tratta di una pianta infeconda (cfr.Zanella) che in fondo non si dovrebbe più ammirare e che il Poeta tuttavia ha desiderato come tutti i poeti hanno fatto da tempo immemorabile. 4L’alloro è una pianta ingannevole (non sempre va sulla testa di chi lo merita veramente) e insolente perché offende col suo verde rigoglioso fuori stagione tutte le piante che sono ormai spoglie, in questo senso è un albero strano , ossia estraneo; il verde brillante dell’alloro si contrappone al verde gramo, ai campi desolati dove ormai il verde stenta a permanere, vinto dalla stagione autunnale. Sempre alzando il possibile velo simbolico, questi versi circa l’alloro potrebbero indurci a riflettere sul comportamento degli intellettuali del tempo, proni di fronte ai potenti e buoni a mettersi in mostra soltanto quando è facile e indolore. Carducci vuol forse dirci che l’arte in generale ha perso la sua funzione civile? Che non torneranno più Parini Alfieri Foscolo Leopardi ?

La vite invece presenta da sempre un aspetto positivo : assai diverso da quello lacrimoso tratteggiato da Zanella [“ Te, poverella vite, amo, che quando/Fiedon le nevi i prossimi arboscelli,/Tenera, all’altrui duol commiserando,/Sciogli i capelli./ Tu piangi, derelitta, a capo chino,/Sulla ventosa balza.”], qui la vite ride pampinea 5,brilla nei colori vivaci dei pampini , ma soprattutto quasi con gesto religioso e benigno (pia) matura per il poeta il vino che dà l’oblio , che saggiamente ci fa dimenticare gli affanni. Questo riferimento merita qualche parola in più.

Vino e oblio: si tratta di un motivo classico già presente nei lirici greci. “Beviamo! Perché attendere i lumi? Il giorno vola.Prendi le coppe grandi variopinte, amico. Il vino! Ecco il dono d’oblio del figliolo di Semele e di Zeus. E tu versa mescendo con un terzo due terzi, e le coppe trabocchino, e l’una l’altra spinga.” (Alceo, 11) Il vino è stato un simbolo del soprannaturale pagano : Dioniso nasce da Semele mentre è colpita dal fulmine , il fulmine produce fremito e furore come lo stato di ebbrezza nasce dal vino, uno stato che permette di sciogliere l’individuo dai suoi vincoli e dai suoi freni inibitori e che consente di ricongiungerlo alla divinità: nell’ estasi, nell’ entusiasmo , nella liberazione dei sensi. Questo cenno al sapiente oblio potrebbe sembrare un cedimento del poeta alla tematica decadente,6 quella gioia di breve durata , inafferrabile e sfuggente, che potrebbe mutarsi in nuovo dolore; ma arriva un definitivo soccorso: quattro tavole ben piallate di abete per sigillare le passioni, i desideri di altezza e di gloria mai davvero appagati e in fondo vani di fronte alla drammaticità della vita reale .

Qualche cenno biohgrafico non guasta.Per Carducci sono anni questi di dolore e di rabbia, segnati dal suicidio del fratello Dante, poi dalla morte del padre e del primo figlio Francesco, nonché da un insuccesso editoriale e letterario (Levia Gravia) che lo portò ad insultare amici e colleghi, i critici democratici e i massoni bolognesi (tanto da essere espulso dalla loggia cui aveva aderito); diceva di sé in alcune lettere di essere preoccupato perché non riusciva a stimare né ad amare più nessuno; oltre alle vicende personali e familiari ,pesavano moltissimo quelle politiche, romane come la decapitazione di due garibaldini da parte delle truppe di occupazione francesi, l’epilogo tragico della battaglia di Monterotondo e di Mentana, cresceva il suo odio verso PIO IX e verso l’insipienza dei governanti italiani, fino a scrivere “triste novella io recherò tra voi: la nostra patria è vile”(In morte di Giovanni Cairoli). In questi anni Carducci alias Enotrio Romano scrive sull’Amico del Popolo , un giornale bolognese di tendenza repubblicano-democratica, secondo il questore del tempo “un veleno che entra in tutte le vene, serpeggia e si diffonde”, nei fatti una pubblicazione molto apprezzata e largamente diffusa che si batteva a favore delle classi lavoratrici e criticava i governi moderati con toni che portarono a parecchi sequestri.

Una lettura chiarificatrice e decisamente interessante è offerta dalle note biografiche di Giuseppe Chiarini (Impressioni e ricordi di Goisuè Carducci , Bologna 1901, Memorie della vita di Giosue Carducci 1835-1907 raccolte da un amico, edizioni Barbera 1907). Afferma Giuseppe Chiarini che in fondo la generazione di Carducci era stata fortunata perché in poco tempo aveva visto compiersi avvenimenti che sembravano sogni; il piccolo Giosué, rimasto impressionato da ragazzetto (1848-1849) dai volontari che andavano a morire per l’Indipendenza dell’Italia, nel 1856 aveva cominciato a scrivere versi patriottici; si sentiva anch’egli un patriota che si rifugiava nella letteratura (Dante,Petrarca, Alfieri, Foscolo, Leopardi) perché la speranza di una concreta riscossa sembrava lontana; non apprezzava il Manzoni invece : troppa religione, troppa rassegnazione, troppo prete e come tale amico di un potere ostile, Pio IX. Carducci giovane odiava il Romanticismo, barbaro a priori ed amava invece i classici. Ricorda Chiarini :”Eravamo classicisti intransigenti e intolleranti”. Sul piano politico Carducci si spostava progressivamente a favore dei repubblicani, odiava le manovre dei monarchici che non volevano chiudere la questione romana e dopo Aspromonte era letteralmente infuriato contro il Governo e disgustato e amareggiato per i tentativi di accordo con il Papa. Visse il trasferimento della capitale a Firenze come la fine dei sogni e vide un’ elemosina da parte della Prussia e della Francia nella cessione di Venezia all’Italia. Manovre poco dignitose, “ci hanno spinto in avanti a calci in culo”, culminate con l’attacco a Roma dopo la disfatta francese.

A questo punto quattro parole è forse opportuno spenderle sulla coerenza politica di Carducci, tanto messa in discussione.

In questi anni (68-73) emerge lentamente, ma tenacemente la cosiddetta sinistra patriottica di Francesco Crispi, lungo una traccia che parte da un passato mazziniano e garibaldino e giunge fino all’adesione ad una concezione monarchica autoritaria; un cammino non certamente esclusivo del nostro poeta , ma già impostato da Garibaldi e dalla Massoneria 7e percorso anche da Carducci. Assiduo con uomini di governo come Benedetto Cairoli e Francesco Crispi, aveva aderito alla formula “Italia e Vittorio Emanuele” sia pure con qualche frustrazione e alla Loggia di Propaganda della Massoneria (1866-1870) , attratto dai principi derivati dal grande movimento positivista ( libertà, uguaglianza, fratellanza, indipendenza, progresso, anticlericalismo ) . 8 Certamente gli pesava il fatto che l’Italia, dopo tante speranze, ricoprisse un ruolo ancora decisamente marginale nell’agone europeo – soprattutto se confrontato con l’ascesa inarrestabile della Germania di Bismark – e non avesse mai dato prova di un comportamento fiero e dignitoso . Si colloca in questi anni lo spostamento politico ideologico da posizioni di sinistra estrema ( pensiero persino influenzato da Herzen e Bakunin) ad una progressiva accettazione e acquisizione dei temi e delle posizioni della borghesia monarchica, rappresentate da amici massonici che avevano fattto o stavano facendo il suo stesso cammino .

E’ il successo crescente della Germania bismarkiana che incanala il suo amor di Patria e la sua aspirazione alla Libertà sullo stesso percorso di Crispi, che Carducci ammirava e sosteneva; non si tratta della involuzione politica di un singolo personaggio, ma dello spostamento di interi settori della borghesia verso prospettive politiche diverse, che più tardi saranno definite un po’ semplicisticamente di “conservatorismo”. Nei fatti in quegli anni si arricchiscono le sue frequentazioni massoniche e con politici di peso. Più tardi scrisse con sentita convinzione che il razionalismo giacobino, mosso da Montesquieu o da Rousseau, aveva fallito mirando astrattamente a rifoggiare la società senza tener conto della storia e dei fatti, sur un modello rigido e stecchito “ ed esaltò Camillo Benso di Cavour, che aveva accettato la fede unitaria di Mazzini e Garibaldi, aveva indotto la monarchia a farsi carico della rivoluzione italiana e aveva riunificato la Patria e il popolo (Opere XVIII pp. 152 e ss.).

1 La città di Volterra tributò al poeta la cittadinanza onoraria nel giugno 1905

2 Cfr. “ Priami regnorum eversor Achilles” (Verg, Aen,XII,545) , “Oileo eversor di cttà” (Monti, Iliade, XI,974);

3 Garibaldi arruolò 40.000 volontari ; furono migliaia i morti nella battaglia di Digione;trent’anni dopo ricevette dalla repubblica francese la Legion d’Onore

4 Apollo colpito dalla freccia di Eros vuole Dafne che lo respinge e per sfuggirgli si trasforma in un arbusto; Apollo strappa un ramo, se lo mette in testa e si sente appagato e vittorioso.

5 cfr. Verg, Ecloghe, VII,58 “pampineas umbras”)

6 Cfr. Baudelaire, Lete

7 Nel 1864 le logge massoniche si fondono nel Grande Oriente d’Italia con a capo Giuseppe Garibaldi

8 Carducci era entrato in Massoneria nella Loggia Severa di Bologna già nel 1862, nel 1863 aveva composto l’Inno a Satana, poi nel 1865 era transitato nella loggia Felsinea di Bologna

 

SENSO DELLA POESIA E DELL’ARTE, DELL’OGGETTO FISICO E NATURALE; riflessioni argomentative aperte, ‘implicite’ e forse criptiche e quindi provocatorie: problemi dischiusi al margine; a cura di Piero Pistoia

Post in divenire……

In questo scritto, nato al tempo come una relazione didattica di auto-aggiornamento oggi rivisitata, furono trascurati i riferimenti bibliografici. Da controllare, precisare ed eventualmente da aggiungere  (J. BRUNER, TORALDO di FRANCIA ed tanti altri)

OGGETTO ARTISTICO/OGGETTO REALE E OGGETTO ARTISTICO/OGGETTO FISICO 

RIFLESSIONI DIFFORMI DI PIERO PISTOIA

Perché l’argomentazione difforme e provocatoria (a differenza di quella razionale anche di buon senso, che è capace di tracciare nel complesso, per es., due percorsi razionali incompatibili, cioè A + contorno può portare a Bianco, ma anche a Nero, giustificando tutto! )  possa facilitare almeno  la consapevolezza della strana morale degli occidentali (sia quelli con grande Storia, sia quelli senza Storia, perché,  forse, Historia magistra vitae è una falsa sentenza), brava gente di cuore, di intelletto e spesso timorosa di Dio insomma, che, nel migliore dei casi, sa offrire come una grande opera morale di carità il curare feriti a migliaia e il sotterrare morti a migliaia per lo più innocenti, colpiti ed uccisi proprio da loro! Spesso con l’educare al difforme e al provocatorio si può intravedere meglio la giusta via! Chi pensate vedrà prima la stretta asola nella trappola per mosche di Wittgenstein? Il difforme o il razionale di buon senso?

PREMESSA

Accettiamo come postulato che l’oggetto poetico (artistico) e l’oggetto reale posseggano, per loro natura, ambedue infinite sfaccettature, infinite possibilità di significati razionali e/o irrazionali, ambedue non siano riducibili o coglibili fino in fondo. Gli ‘umani’ cambiano nel tempo insieme al loro background di interpretazione, ma Natura e Poesia rimangono e si pongono come un obbiettivo regolativo incompiuto….per sempre.

Postuliamo altresì che l’oggetto poetico (artistico) abbia un disordine intrinseco che si ‘attua’ in ‘vortici’ del linguaggio, come quello reale, pur nelle differenziazioni dei significati, un disordine ordinato in qualche modo, un caos con un suo ordine interno.

La comprensione dell’oggetto poetico è quindi solo parziale anche per lo stesso poeta, a differenza dell’oggetto fisico che, pur tendenzialmente in divenire, viene sempre compreso completamente ad ogni stadio, dallo scienziato che lo ‘costruisce’ (sull’oggetto fisico ci si fanno i conti, si costruiscono oggetti della tecnica e della tecnologia! Verum est factum di vichiana memoria).  L’oggetto fisico, infatti, espresso da teorie, è razionalmente comprensibile fino in fondo ad ogni fase di sviluppo a differenza dell’oggetto reale. E’ vero che possono esistere infinite possibilità fisiche di vedere razionalmente  l’oggetto reale, ma queste possibilità non saranno mai esprimibili in una teoria che abbia essa stessa infinite possibilità di interpretazione (che comunque sarebbero tutte razionali: infinità di ordine inferiore rispetto alle infinità della classe delle possibili interpretazioni dell’oggetto poetico e naturale).

L’oggetto poetico e dell’arte non è comprensibile né riducibile ad un processo razionale, né comunque esauribile da qualunque umano; la sua interpretazione non diverrà mai definitiva. Tutte le possibili interpretazioni razionali e tutte quelle emotive irrazionali o inesprimibili, coglibili solo nell’atto immediato dell’intuito, infiniti punti di vista come monadi leibniziane, sarebbero sezioni di un invariante poetico, l’oggetto poetico.

Possiamo allora concludere che l’oggetto poetico assomiglia (nel senso della complessità) di più all’oggetto reale di quanto somigli ad esso l’oggetto fisico.

Ne deriverebbe allora che l’oggetto reale, l’Alter Ego del soggetto, il noumeno kantiano, potrebbe essere compreso più in profondità se si utilizza, per la sua scoperta, l’oggetto poetico (od anche l’oggetto poetico) di quanto lo sia utilizzando l’oggetto fisico (o solo l’oggetto fisico)?

PRIMA ARGOMENTAZIONE PROVOCATORIA SUL PUNTO INTERROGATIVO NON SOSTENUTA FINO IN FONDO DALLA LOGICA  NE’ DALLA CONGERIE DI DATI SPERIMENTALI

La risposta alla domanda formulata non è possibile se non vengono precisate le condizioni di costruzione dell’oggetto poetico e in cosa consiste l’oggetto fisico. Il coinvolgimento totale del soggetto  nell’oggetto,  escluderebbe la possibilità di cogliere l’esterno del soggetto stesso, ammesso che esista. Quindi questo oggetto complesso, risultato dell’atto poetico, sembra costituire una fusione quasi mistico-religiosa, del soggetto nell’oggetto, ad animare un oggetto di per sè non coglibile, a meno che non si voglia ammettere che le cose dell’Universo consistano di una congerie di materia e spirito (Heghel). Solo in tal caso l’oggetto poetico potrebbe corrispondere all’oggetto reale in quanto costituito della stessa sostanza ed ugualmente complessi. Questi due aspetti non garantiscono però un matching necessario, in quanto può accadere che nonostante ugualmente complessi e della stessa pasta  abbiano struttura completamente diversa. E’ necessario ammettere ancora qualcosa.

Se quest’ultimo aspetto comunque fosse vero (presenza di matching), l’atto poetico sarebbe più efficace dell’atto scientifico a cogliere la realtà dell’Universo. Si verrebbe così a confermare la posizione di Vico che affermava come il noumeno potesse essere colto nell’attività mistica e artistica ed altre posizioni sostenute dalle religioni orientali.  Se poi questo aspetto non risultasse vero, allora la suddetta proposizione dovrebbe essere presa come postulato di partenza per poter sostenere il matching.

E’ comunque da precisare che, anche se l’invariate poetico corrispondesse alla realtà, ciò non significa che tale oggetto possa essere compreso completamente nell’esperienza di un solo soggetto, sia esso l’artista od il fruitore.

 

SECONDA ARGOMENTAZIONE PROVOCATORIA SUL PUNTO INTERROGATIVO NON SOSTENUTA DALLA LOGICA O DALLA CONGERIE DI DATI SPERIMENTALI

La questione potrebbe essere però risolta in un altro modo. Ammettiamo che l’Universo consista di un oggetto estremamente complesso in cambiamento evolutivo (crescita? Ontogenesi? Filogenesi?); ogni parte di esso è istante per istante in equilibrio con tutte le altre a formare un tutt’uno strutturato finemente. La stessa vita porta traccia di questa struttura nel senso che ogni parte di questo insieme porta scritto in qualche modo informazioni relative al resto dell’Universo (per es., gli elementi chimici costituenti i nostri corpi sono stati prodotti nell’esplosione di super-nove!). Pur evolvendo ogni cosa che esiste, ad un certo stadio, già c’era in precedenza, anche se in qualche altro stato. La stessa mente o spirito deve (?) essere parte integrante di tutta la materia dell’Universo. Ma il ‘deve’ nell’ultima proposizione non può essere logicamente sostenuto. Se da una scatola chiusa esce un coniglio non è logicamente inferibile che un momento prima esso fosse dentro la scatola! Si pensi ad un elettrone che esce da un nucleo radioattivo nonostante che sia impossibile per un elettrone albergare in un nucleo! Ma al  posto dell’elettrone nel nucleo c’è qualche altra cosa, per es., energia sotto forma di massa a costituire parte di un neutrone: ma è la stessa cosa? Una congerie di elementi diversi già esistenti a configurare un nuovo oggetto, è la stessa cosa dell’insieme non strutturato degli stessi elementi?

Ammettendo la validità del ‘deve’, qualsiasi atto creativo avrà a che fare con archetipi profondi legati a questa struttura dell’Universo, che, in quanto mente e corpo, è coglibile attraverso una riflessione umana. E’ possibile inoltre che l’uomo abbia formato un nodo estremamente denso di linee di struttura rispetto ad altri oggetti e quindi che i legami archetipici con l’Universo siano profondi e ricchi di informazioni.

Ma ad un certo stadio evolutivo l’equilibrio dovette cessare improvviso, come fu improvviso  (in senso geologico) il salto qualitativo che condusse l’Homo sapiens all’Homo, che chiameremo, sapiens sotto-specie sapiens (indicando il passaggio fra un Homo con corteccia in via di trasformazione, in situazione lontana dall’equilibrio,  ad uno con corteccia praticamente definitiva, come la nostra.

Non è del tutto inverosimile pensare che, data la tendenza degli svariati elementi costituenti gli organi, in particolare il cervello, a correlarsi fra loro, gli ultimi salti evolutivi, richiesti dall’uso sempre più consapevole della mano (teoria adattiva del Neo-darwinismo), abbiano trascinato nello sviluppo evolutivo una miriade di elementi cerebrali a costituire un cervello con possibilità enormi rispetto alle richieste iniziali (simile a quello che sarebbe accaduto per l’occhio estremamente complesso dei polpi). Ovvero le oscillazioni sempre più ampie intorno ad un centro lontano dall’equilibrio avrebbero condotto, in questa fase in particolare, ad un salto qualitativo non spiegabile con le richieste adattive (Teorie degli Equilibri Punteggiati).

L’inizio della mancanza di equilibrio con la Natura iniziò quando entrò in gioco la costruzione orientata ad  una attività sempre più simbolica  della corteccia e quindi l’inizio di un successivo indebolimento, in questo processo, della costruzione di archetipi legati all’azione della corteccia.

Allora, se la razionalità nella sua pienezza corrisponde a queste ultime conquiste evolutive, non è forse da chiederci se essa, certamente umana, sia davvero da considerarsi conforme alla Natura.

Si conclude: a) non ci fu più equilibrio completo da quando entrò in gioco la costruzione sempre più simbolica da parte della corteccia, aspetto del cervello non in equilibrio con la Natura; b) non si hanno archetipi legati all’azione della corteccia (?); c) l’oggetto creato dalla corteccia non è un oggetto naturale.

Così solo l’atto creativo può evocare dal profondo spinte archetipiche atte a costruire un oggetto complesso della stessa ‘pasta’ dell’Universo e ad esso corrispondente. Con l’intuizione estetica o mistica e la riflessione-meditazione filosofica profonda sembra così essere possibile raggiungere gli stessi obbiettivi della scienza ed oltre?

Si potrebbe evincere anche che l’Homo prima del sapiens, in perfetto equilibrio con l’Universo, potesse provare esperienze di fusione mistico-magico-creative con gli oggetti dell’Universo (Empatia? Einfunlung?) così profonde da poter cogliere la ‘Realtà’ in una sola esperienza personale ovvero in una esperienza condivisa all’unìsono (Telepatia?) dall’orda, esperienza catalizzata ed evocata dalla presenza dell’oggetto artistico (Neanderthal e pitture relative alla sua scultura).

MONDO DELLA MANO DESTRA, MONDO DELLA MANO SINISTRA E LORO RAGIONI

Esistono così due modi di intervento sul mondo, uno guidato da teorie e modelli logici messi alla prova usando processi razionali quantitativi di controllo o suggeriti dalle teorie del complesso e l’altro procedendo lungo le direttrici suggerite dalle teorie del qualitativo. Non si tratta però né di due aspetti ugualmente radicati profondamente come archetipi nell’animo umano, rispettivamente correlati alle filosofie della causa e del fine (razionalismo e irrazionalismo, scientismo e umanesimo, mano destra e mano sinistra…), né da cercare di armonizzare e integrare. La situazione è ben diversa: tertium non datur.

I problemi che sorgono nell’interazione uomo-natura non si risolvono, o non si procede efficacemente nella loro soluzione, muovendoci, guidati da qualche teoria della conoscenza, dalla raccolta dei dati, attraverso la loro elaborazione, per intervenire a modificare la situazione teorica iniziale, a fronte di strumenti che non permetteranno mai di cogliere la realtà di interrelazione fra le cose. La soluzione si ottiene cambiando completamente tattica e atteggiamento.

I mondi della logica, della matematica, delle scienze positive e i correlati mondi del ragionamento razionale, delle argomentazioni critiche, degli standards universali, delle prescrizioni , delle tradizioni rigide…rappresentano una sezione artificiosa e riduttiva del complesso pensiero umano. Essi derivano da una riflessione parziale ed incompleta sui processi mentali atti a rispondere  alle richieste della sopravvivenza e dell’istinto di conservazione.

Questi mondi costruiti dall’uomo che utilizzano tali processi riduttivi del pensiero,  risultano solo parzialmente umani e stranamente separati dalla Natura (mondi artificiali costruiti dall’uomo su dati incompleti relativi al funzionamento del suo pensiero e quindi scarsamente agganciati all’equilibrio naturale). Ci siamo accorti infatti non solo che a) il pensiero intuitivo-creativo non è analizzabile in termini di scansioni veloci, automatiche e non consapevoli attraverso percorsi cibernetici, l’atto creativo rappresenta una visione immediata e orizzontale della soluzione a problemi, ma anche b) tutti  gli altri  processi del pensiero umano non seguono  sempre e comunque i passi scanditi da un particolare software, atto al raggiungimento di un dato obbiettivo (non esiste necessariamente omologia fra pensiero e software).

Da questo consegue che le teorie scientifiche sono solo condizione necessarie ma non sufficienti (Toraldo di Francia) per cogliere la realtà ed il progresso della scienza si riduce solo all’adeguare funzionalmente (fitting) modelli e teorie all’ambiente sperimentato (Convenzionalismo?), nel senso della sola ricerca della semplicità, coerenza e capacità di spiegazione e previsione. Il fatto quindi che una chiave (teoria) apra una porta (risolva un problema), dalla chiave che apre non si evince niente sulle caratteristiche della porta (come da una chiave che non apre, teoria falsificata!).

Se una nave urta gli argini di un canale avvolto nella nebbia, dirò che il percorso non è adatto a descrivere la geometria del detto canale; se invece  attraversa il canale (teoria non falsificata e quindi corroborata) non posso affermare che il percorso corrisponda (match) alla traccia del canale, perché la nave può aver percorso le più svariate linee, anche fortemente a rischio, che non hanno niente  a che vedere con la “vera” forma del canale.

Il non adatto viene “falsificato” e quindi eliminato: niente però viene detto sulla “verosimiglianza” (termine di Popper), sulla corrispondenza ed omologia fra teoria ed ambiente reale (Popper è meno pessimista). Da una parte ciò conduce all’impossibilità di cogliere l’oggetto in sé , il noumeno kantiano, dall’altra alla realizzazione fattiva di opere e strutture sociali non in equilibrio né con l’uomo né con la Natura,  conseguenza delle posizioni degli efficientisti, dei manichei coerenti e intransigenti, dei possessori di verità con in tasca le chiavi dei ghetti e delle camere a gas (tutti figli del razionalismo), che, insieme ai pazzi, sono e sono stati nella storia, vicina e lontana,  i soli responsabili di efferati genocidi e di guerre inumane e  ingiuste.

Il disagio che ne deriva ha condotto alle dualità espresse nelle distinzioni già nominate fra mano sinistra e mano destra, arte e scienza positiva, mondo dei valori e mondo della ragione… e ultimamente alla individuazione di particolari problemi detti ipercomplessi, le cui soluzioni non sono possibili con i soli strumenti della ragione.

In effetti tutti i problemi che riguardano l’Universo – in particolare quelli di natura sociale – sono, a mio parere, di natura ipercomplessa, la cui soluzione è resa possibile solo attraverso una riscoperta dei profondi legami fra ragione e non, coglibili nelle primitive operazioni mosse dall’istinto di conservazione e dagli altri archetipi collegati all’ambiente di sopravvivenza (caccia e raccolta), nel quale per più di due milioni di anni il cervello ha sviluppato le proprie caratteristiche profonde. Forse nello studio del pensiero-comportamento degli ominidi fino al Neandethal, cioè prima dei Cromagnon, potremmo trovare indizi di questo aspetto mancante e abbozzare così una risposta se mai esiste.

L’inesistenza di risposte a tali dicotomie dovrebbe allora essere ricercata forse nella incompletezza del cervello umano. In tal caso comunque dovrà esistere un controllo capillare delle costruzioni artificiali, siano esse opere o ragionamenti, da parte degli aspetti umani più primitivi, ma certamente più in equilibrio col Tutto.

UNA RIFLESSIONE  FINALE: ARTE E MAGIA, SCIENZA E MAGIA

Allora con gli ultimi salti evolutivi la capacità di costruire simboli e quindi teorie fornì un nuovo metodo di programmazione e manipolazione dell’ambiente per  la sopravvivenza della specie ed oltre: un metodo certamente umano, perché posseduto dall’uomo, ma non naturale, in quanto non previsto dalle esigenze e dalla cultura (caccia e raccolta) in cui si era sviluppato il cervello umano in equilibrio col tutto.

Data l’efficienza e la soddisfazione conseguente a tali processi che facevano morire  teorie al posto di organismi, questo metodo affascinò a tal punto che fu dimenticato quasi completamente l’altro. Ed era l’altro quello in equilibrio con l’Universo, quello del rispetto dell’essere vivente, dell’oggetto inanimato e dell’energia;  quello del vivere sociale armonico e condiviso, anche se per piccoli gruppi.

Da quel momento le orde non si riunirono più intorno all’opera d’arte  (per es., una preda) a meditare al fine di cogliere l’oggetto ‘reale’, il noumeno kantiano, per controllare il futuro (procurarsi ritualmente il cibo). Da quel momento quel metodo si ridusse in brandelli, i cui resti  in tracce ancora oggi rimangono nebulosi nel profondo del nostro essere e quando riusciamo a prenderne consapevolezza si rimane invischiati in una dualità irrisolvibile. Dovevamo accorgerci da subito che l’altro, non vistoso, non luminoso ed immediato, era invece il metodo più potente, in quanto alla nostra sopravvivenza avrebbe partecipato il Tutto completamente compreso.

Molti scritti sacri delle più disparate religioni non suggeriscono forse di dimenticare la logica, la scienza e le loro opere? E le teorie, da queste discipline razionali proposte, non sono forse solo convenzioni, che funzionano sì (a guisa di protocolli applicativi), ma solo per i nostri scopi a danno di Tutto, e quindi anche di noi stessi?

Armonizzare ed integrare questi due aspetti è senza senso: con la mano destra invento costruzioni artificiali per lo più tautologiche e, forzando,  le rendo funzionali ai miei scopi (Verum ipsum factum), con la mano sinistra riesco a costruire, ormai malamente, oggetti incompleti i cui significati operativi rimangono nebulosi; le loro potenzialità, nel migliore dei casi, rimangono imprigionate al di sotto di una semplice armonia estetica virtuale che ‘accarezza l’animo umano’, come l’oggetto artistico! Pur tuttavia, un grande oggetto umano è l’arte! ma, perché incompiuto, non riuscirà mai più a gestire operativamente in maniera diretta né il presente né il futuro (forse, solo in maniera mediata dalle emozioni e dai sentimenti, sarebbe in grado di attivare comportamenti) . Oggetti sorti incompleti dalla Grande Evoluzione e gettati in un mondo di significati artificiali e innaturali: questa è la situazione a cui conduce la nostra argomentazione difforme e provocatoria

Oggi (ieri dopo il sapiens sottosp. sapiens) il processo di cogliere l’invariante poetico è solo un tentativo nella direzione dell’esperienza di fusione originale, prima degli strani mondi, dispersivi di energia, costruiti dalla corteccia. L’invariante poetico, se vogliamo portare l’argomentazione fino in fondo, potrebbe essere colto da un solo soggetto o da un piccolo gruppo, solo se esso, in profonde intuizioni meditative, fosse capace di liberarsi dalle sovrastrutture acquisite nell’ultimo o negli ultimi salti evolutivi (per es, i Santi, i mistici di qualsiasi religione e forse anche i maghi che abbiano superato i tests del CICAP e, forse, absit iniuria verbis, anche il Nazzareno era uno di quelli!).

Concludendo, l’invariante poetico sarebbe una specie di traduzione in chiave umana e naturale dell’oggetto ‘reale’, che diventa più accessibile di altre traduzioni allo sguardo della mente umana, in quanto riproposto dal profondo interno dell’uomo, dove si riflette l’Universo.

UN BREVISSIMO CONSIGLIO  PER UNA EDUCAZIONE DIFFORME

Ad un insegnamento fondato sulla ragione, che ormai purtroppo continuerà ad essere necessario per la sopravvivenza in un mondo non naturale costruito con il primo metodo descritto e che ormai non può essere distrutto o modificato (oltre 80% del terzo mondo popperiano controlla e riflette l’ambiente artificiale in cui siamo immersi ed il terzo mondo ha vita autonoma, con forte istinto di sopravvivenza!), dovremmo affiancare con estrema cura un insegnamento dove si dia spazio alla meditazione e riflessione intuitiva, utilizzando almeno la religione o la magia e l’opera d’arte: stiamo molto attenti in particolare ai nuovi metodi razionali e strutturali che vengono sempre più proposti per la ‘lettura’ dell’opera d’arte, quasi fosse un oggetto esauribile, al posto di un maggior coinvolgimento archetipico ed emotivo, profondo.

Piero Pistoia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

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