MEDIO ORIENTE: appunti di base per una serie di lezioni onde rendere più comprensibili le informazioni fornite dai mezzi di comunicazione di massa su un ‘groviglio’ di cronache a ‘bassa emergenza’; a cura del dott. Piero Pistoia

Post in via di costruzione…

SCHEMA MEDIO ORIENTE0001

 

Dallo schema ‘impasticciato’ che segue, da notare che il confine ad est di Israele coincide circa col fiume Giordano che, proveniente dal Libano, entra come immissario nel Mar Morto, circa alla stessa latitudine del sud della Cisgiordanania e di Gaza e riesce come emissario sfociando nel golfo di Agaba nei pressi della città di Elat.

Dati enucleati dalla lettura dei paragrafi 14.7, 19.3 … a seguire del testo universitario G. Sabbatucci- V. Vidotto “Storia contemporanea – il Novecento”, usato nelle classi all’Accademia Navale di Livorno, Editori Laterza, 2018. Ringraziamo autori ed Editori se ci permetteranno di mantenere gli appunti di questo post, che, in caso contrario, avvertiti alla mail: ao123456789vz@libero.it,  in breve sopprimeremo.

Per leggere questi primi appunti in Pdf, cliccare su:

MEDIO ORIENTE (parte prima)

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In attesa  di sintetizzare le successive cronache, che col tempo elaboreremo, vogliamo farvi leggere intanto un trafiletto del Corriere della sera, secondo noi significativo, scritto quasi mezzo secolo dopo la cronaca precedente, sempre sugli scontri Israele_Palestina e dintorni:

UNO RAPIDO SGUARDO  DA UNA FINESTRA APERTA SUL FUTURO

Siamo nel 2019

Nei giorni successivi Israele bombarda i lancia missili di Hamas! e….la storia continua. ! Il 19-11-2019 Trump dichiara legali gli insediamenti israeliani in Gisgiordania……e così via in questa terra travagliata.

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Il link precedente verrà nel tempo esteso di seguito in odt; una volta terminato lo memorizzeremo in pdf.

MEDIO ORIENTE: appunti di base per una serie di lezioni per rendere più comprensibili le informazioni, fornite dai mezzi di comunicazione di massa, sul succedersi quasi quotidiano di rapidi cambiamenti di eventi e di cronache parziali in questa zona calda dell’Africa N-E

PARTE PRIMA

Dati enucleati dalla lettura del paragrafo 14.7, 19.3 ….a seguire del testo G. Sabbatucci- V. Vidotto “Storia contemporanea – il Novecento”, Editori Laterza, 2018

Dal 1948 verso la crisi del 1973-74: la guerra dei sei giorni (1967) e sue conseguenze, l’OLP e la lotta fratricida della Giordania (1970) contro i palestinesi (settembre nero), la guerra di Kippur (1973).

Dopo la costituzione dello Stato di Israele del 1948 (secondo il progetto ONU), il Medio Oriente divenne un continuo focolaio di tensione e perchè gli arabi iniziarono a contestare la presenza per loro ingiusta, e non solo per loro, del popolo israeliano nei loro territori e per l’ingerenza antitetica di Stati Uniti e Unione Sovietica su questa zona. Nel 1967 l’Egitto con Nasser chiese all’ ONU di ritirarsi dalla penisola del Sinai, chiuse il golfo di Agaba, danneggiando i rifornimenti israeliani e strinse un patto con la Giordania. Il 5 giugno Israele, rispose con la distruzione al suolo dell’intera aviazione egiziana, attaccò Egitto, Giordania e Siria e conquistò in sei giorni il Sinai, tutta la riva occidentale del Giordano (Cisgiordania) compresa la parte orientale di Gerusalemme e le alture del Golan della Siria. Gli arabi contarono più di 30000 morti e 400000 ripararono in Giordania. Morirono invece pochi Israeliani come quasi sempre in circostanze analoghe (di fatto però gli israeliani, in morti’, circa 25 anni prima, ‘avevano già dato in grande quantità’ …, a nostro avviso, gratuitamente e forse, senza una ragione umanamente plausibile, ma … ai Tedeschi e ai loro alleati!!). L’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) liberatosi dai controlli dei regimi arabi si ricostituì sotto Arafat in Giordania. Nel 1970 (settembre nero), sotto ricatto israeliano, il re di Giordania, Hussein si scagliò ‘a denti stretti’ contro i Feddayn (combattenti palestinesi) e i profughi palestinesi che, dopo avere avuto ancora migliaia di morti, ripararono infine in Libano, dove, ancora con l’OLP, estesero le loro ‘battaglie di liberazione’ (il terrorismo) sul piano internazionale.

Dal 1974 verso il 2008… Sadat e la guerra del Kippur del 1973, il blocco,petrolifero, Sadat ed accordi di Camp David fra Sadat e Begin del 1978, uccisione di Sadat nel 1981, gli accordi 1985, Arafat e tentativi di accordo per uno stato palestinese: fallito, Antifada1 del 1987, tensioni fra fazioni politico religiose in Libano 1975, intervento della Siria in libano, Saddam e la guerra del golfo del 1980, elezione del laburista Rabin 1991, accordo fra Rabin ed Arafat, da aggiungere altri brevi richiami nei diversi anni

Nel 1970 Nasser morì, il successore Sadat, deciso a riconquistare il Sinai il 6 ottobre del 1973, festa ebraica del Kippur, attaccò le linee israeliane penetrando nel Sinai. Gli Israeliani, col supporto rilevante dall’aviazione americana, cambiarono le sorti della battaglia e riconquistarono il Sinai. Alla fine della scontro però di fatto non ci furono vantaggi territoriali per gli Israeliani e il Sinai passò di nuovo agli Egiziani (1978) che si sentirono sul piano politico e psicologico vincitori, pensando di aver vendicato l’onta del 1967. Inoltre fu chiuso il canale di Suez e si propose il blocco petrolifero, da parte degli Stati Arabi, fra i quali i maggiori produttori di petrolio come Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, contro i paesi occidentali amici di Israele, con successivo aumento drammatico del prezzo del petrolio (shock petrolifero) con forte crisi economica per i popoli industrializzati della terra con forti aumenti di tutti i prezzi (inflazione) in un ciclo vizioso ‘aumento dei prezzi, aumento conseguente dei salari e quindi sempre maggiore inflazione’.

All’indomani della crisi del mondo industrializzato per il petrolio (il 60% della risorsa era concentrata nella regione medio-meridionale), l’aggravarsi della soluzione del conflitto arabo-israeliano e il diventare sempre più integralista del fondamentalismo islamico, trasformarono il Medio Oriente nell’area più pericolosa del mondo. L’indomani della “guerra del Kippur” nell’intorno del 1975, il presidente egiziano Sadat attivò tentativi di pacificazione con Israele, contattando gli Stati Uniti e tagliando i ponti con l’Urss; infine si recò personalmente in Israele per offrire la pace al leader Begin della destra nazionalista, allora presidente. Si giunse così agli accordi di Camp David nel 1978, per i quali all’Egitto fu restituita la penisola del Sinai, conquista nel 1967, fino al trattato di pace, l’anno dopo, con lo Stato Ebraico del 1979. Poco dopo Sadat, in disaccordo con gli Stati Arabi, fu ucciso nel 1981.

A partire circa dagli anni 1985, gli Stati Arabi più moderati (Giordania, Arabia Saudita e Arafat con la dirigenza dell’OLP), contro le posizioni del fronte del rifiuto, (Siria, Iraq, Libia e le organizzazioni radicali palestinesi), decisero di accettare l’esistenza dello Stato di Israele, in cambio del suo ritiro dai territori occupati (Cisgiordania e Striscia di Gaza) in maniera da poter costituire uno Stato Palestinese. Ma uno Stato Palestinese a ridosso di Israele ben presto fu considerato una minaccia alla sua esistenza, per cui Israele si oppose e la tensione aumentò alla fine del 1987, quando il popolo palestinese di questi territori si ribellò (Antifada1 = risveglio), mettendo in difficoltà i governi israeliani.

Di questi movimenti e contrasti risentì anche il Libano finora rimasto al margine dei conflitti arabo-israeliani, “dove l’OLP aveva trasferito le sue basi” dopo “il settembre nero” del 1970, come precisato precedentemente. La guerriglia che si attivò fece saltare l’equilibrio fra le diverse comunità libanesi: Cristiani, Musulmani sunniti, sciiti e drusi, (da Google si possono trovare informazioni su questi gruppi politico-religiosi ). Dal 1975 tutte le fazioni si attivarono in una guerra intestina a danno anche della popolazione civile. Nell’estate del 1982 Israele invase il paese fino a Beirut, scacciando in sanguinosi combattimenti la base dell’OLP. La forza multinazionale di pace (Stati Uniti, Francia, Italia e Gran Bretagna) consentì ai combattenti dell’OLP di rifugiarsi a Tunisi, ma la calma nel paese non si realizzò a causa di attentati contro America e Francia. Le forze straniere lasciarono il Libano nel 1981. Queste lotte intestine permisero alla vicina Siria di entrare in Libano, instaurandovi una specie di “protettorato”.

Nell’Estate del 1990 Saddam Hussein, dotato di un buon arsenale dall’URSS e da alcuni paesi occidentali compresa l’Italia, usati anche per invadere nel 1980 l’Iran, conquistò il piccolo Emirato del Kuwait filo-occidentale prospiciente al Golfo Persico, grande produttore di petrolio. Motivò questo intervento prendendo per esempio Israele con i suoi territori occupati, e si proclamò come promotore di una “guerra santa contro l’occidente”, ottenendo plausi anche dal mondo arabo, che non gli era poi così congeniale (per es. i palestinesi dell’OLP con Arafat).

Condannarono da subito l’invasione delle Nazioni Unite e gli Stati Uniti e inviarono in Arabia Saudita oltre 400000 miliziani appoggiati anche da contingenti europei (Francia, Gran Bretagna e Italia in minor misura) e una parte dei paesi Arabi (Egitto e Siria), costituendo una forza multinazionale. Stranamente l’URSS e Gorbaciov, per una crisi interna che portò poi al suo smembramento, bisognosi appunto dell’appoggio occidentale, si limitarono solo a tentare una debole mediazione presso l’ONU. ‘Eliminato’ l’URSS la forza multinazionale si mosse sotto supervisione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Comunque l’ONU impose a Saddam di ritirarsi dal Kuwait, minacciando la guerra, che ai primi del 1991 iniziò lo scontro: l’aviazione della multinazionale bombardò il territorio iracheno e le sue postazioni nel Kuwait e Saddan lanciò missili che caddero sulle città dell’Arabia Saudita e di Israele (che ora non c’entrava niente!), minacciando anche di usare armi chimiche che, di fatto, non possedeva, come fu poi dimostrato. Con la successiva offensiva di terra sempre della forza multinazionale sotto la copertura ONU, Saddam ed i suoi eserciti senza protezione nelle aree del deserto, dopo aver incendiato gli impianti petroliferi, in fretta si ritirarono dal Kuwait.

Dopo la liberazione del Kuwait il presidente G. Bush bloccò la forza multinazionale per paura di complicazioni diplomatiche e di un’espansione pericolosa del conflitto, ma riuscì in qualche modo a rivalutare la sua struttura militare, sottolineata anche dal contemporaneo collasso della potenza dellURSS, a fronte della perdita di prestigio nella vicenda Vietnam. Questa situazione favorevole agli USA, permise loro di tentare un processo di pace nel Medio Oriente, favorito anche da un indebolimento del fronte arabo radicale; ma…ebbe scarso successo, come si vedrà. Nonostante tentativi di rivolta degli Sciiti e dei Curdi (da Google informazioni sul popolo Curdo), Saddam sopravvisse politicamente alla sconfitta.

Nell’anno 1991 il presidente americano Bush convocò, in Spagna come primo tentativo di pace in Medio Oriente, rappresentanti dei territori occupati e delegazioni dei paesi confinanti che non riconoscevano lo stato di Israele.

Nell’anno 1992 nelle elezioni Israeliane vinse, dopo 20 anni di governo del Fronte Nazionalista (il partito del Likud), Rabin del partito laburista, che blocco l’espansione degli insediamenti di Israele nel territorio occupato e dimostrò aperture su concessioni territoriali ai paesi confinanti in cambio della pace.

Nell’anno 1993 il primo ministro Rabin e il ministro degli esteri Peres decisero di contattare, per la pace, direttamente l’OLP di Arafat, ormai indebolito e isolato nel mondo arabo per l’aiuto dato a Saddan durante la conquista del Quwait. Questo accordo prevedeva, oltre al riconoscimento reciproco, un parziale autogoverno degli arabi nei territori occupati “a partire da Gerico in Cisgeordania e dalla striscia di Gaza”. Questa accordo fu sottoscritto da Rabin ed Arafat in presenza di Bill Clinton. Esistevano di fatto però numerose situazioni di tensione sull’accordo, 1) a partire da come estendere l’autogoverno arabo sui territori occupati, 2) come comportarsi con gli insediamenti ebraici in questi territori, 3) come gestire il possesso di Gerusalemme, 4) l’ostilità della Siria e dell’Iran, 5) l’opposizione dell’ala intransigente dell’OLP e della destra israeliana e 6) la minaccia degli integralisti islamici. Queste numerose ragioni portarono ad numerosi attentati suicidi fra le foze armate ed i civili in Israele, che maturarono la strage di palestinesi operata nel 1994 da un colono nazionalista isaeliano nella moschea di Hebron in Cisgiordania e terminò con l’uccisione di Rabin nel 1995 a tel Aviv. Nelle successive elezioni nel 1996 vinse il leader del partito del Likud, Netanyahu.

La vittoria della destra israeliana rallentò l’opera di pace, ma non la bloccò.

Nell’anno 1998, un nuovo accordo fra Netanyahu ed Arafat, sollecitato dall’America, fu firmato negli Stati Uniti: si fissarono tempi di ritiro da parte di Israele dai territori occupati in cambio di un impegno palestinese nel reprimere il terrorismo.

Nell’anno 1999, fu eletto un laburista della coalizione centro-sinistra.

Nell’anno 2000 Clinton fissò un nuovo incontro di pace a Camp David, dove nel 1978 fu negoziato il primo accordo fra Egitto ed Israele. Furono trattati problemi nuovi come quelli relativi alla capitale Gerusalemme e al ritorno dei profughi palestinesi nell’ipotizzato stato palestinese. Ma anche allora scoppiarono disaccordi sulla gestione dei luoghi santi a Gerusalemme: la visita di Sharon alla spianata delle moschee di Gerusalemme fu considerata una provocazione ed i palestinesi iniziarono una “Seconda Intifada” più cruenta della prima coinvolgendo Gaza e Cigiordania per la presenza di insediamenti ebraici al loro interno e in molte città israeliane ci furono svariati attentati suicidi contro i civili attivati da Hamas. Questa situazione di paura ed incertezza attivò la crisi di governo.

Nel l’anno 2001 fu eletto Sharon che rafforzò la risposta militare; fu considerato inaffidabile Arafat nel bloccare il terrorismo e tutti i tentativi pace degli Stati fallirono; vi furono un susseguirsi di attentati e rappresaglie con ulteriori radicalizzazioni del terrorismo fondamentalista a danno dell’Occidente e poi anche con lo scoppio della Crisi Irachena (vedere MEDIO ORIENTE parte seconda).

Nell’anno 2002 fu costruita una barriera difensiva contro il terrorismo anche tracciata attraverso parti del territorio palestinese, diminuendo gli attentati, ma facendo esplodere proteste da tutto il mondo arabo e di parte della comunità internazionale.

Nell’anno 2005 fu costituito proprio da Sharon, in accordo con i laburisti di Peres, un governo di Unità Nazionale, per cui fu deciso unilateralmente il ritiro dell’esercito, e lo smantellamento delle colonie ebree nella striscia di Gaza. I coloni ebrei e la destra del Likut si opposero allora aspramente e Sharon decise di spaccare il suo partito costruendo una politica di centro.

Nell’anno 2004 moriva Arafat leader storico dei Palestinesi.

Nellanno 2006 moriva anche Sharon, ma il suo partito si confermò ancora alle elezioni a guida di Olmert.

Nell’anno 2006 a Gaza ed in Cisgeordania le elezioni favorirono gli estremisti di Arafat che negavano l’esistenza di Israele, per cui l’effetto della successione del moderato Abu Mazen ad Arafat venne vanificato. Da Gaza non più occupata, partivano missili contro Israele che rispondeva con rappresaglie, mentre si creavano rivalità in seno all’Autorità Nazionale palestinese fra Amas ed Al Fatah, che esplosero in una vera e propria guerra civile nella Striscia di Gaza.

Nell’anno 2007 la Striscia passò sotto il controllo degli integralisti e la realizzazione di una stato palestinese in pace con Israele si allontanò. Solo alla fine del 2007 gli USA sarebbero riusciti ad organizzare una conferenza fra i principali paesi arabi in modo che Olmert e Abu Mazen si impegnassero per un nuovo accordo entro il 2008.

Nel frattempo il Libano già forzatamente pacificato dalla Siria rimase sempre diviso in due componenti politiche ed etnico-religiose.

Nell’anno 2005 fu assassinato il primo ministro siriano sunnita, provocando movimenti di popolo e la Siria fu costretta a ritirare le truppe dal Libano, ma continuò a far sentire la sua influenza tramite il movimento integralista sciita Hezbollah, aiutato ed armato dall’Iran sciita.

Nell’anno 2006 Israele reagì ai lanci di missili di Hezbollah, entrando a sud del Libano e bombardando con gli aerei quartieri della capitale ed altre aree controllate dagli integralisti.

Seguì un tregua per intervento dell’ONU, con partecipazione determinante anche dell’Italia, con il ritiro delle truppe israeliane dal Libano. Israele in questo contesto fu accusata di inefficacia, e restarono ancora più precari gli equilibri del libano e dell’intera area del sud.

FINE PARTE PRIMA

Da continuare…

E’ MORTO UN PERSONAGGIO SURREALE, IL DR PACCHIANI, POETA, ACUTO OSSERVATORE DELL’AMBIENTE, DEGLI UMANI E … DEI VOLTERRANI, CHE RAFFIGURA CON SOFFERTA INTELLIGENZA, ARGUTA E BERNESCA.

 

LE POESIE:

dr PACCHIANI0001

“ADDIO KEFIAH, viva il fucile delle combattenti curde” e “CURDI. Quel fascino del combattente che offusca le bandiere arcobaleno”; scritti di Umberto Giovannangeli con poesia di F. Mancinelli , ‘Iniziativa’ per i Curdi a Pontedera e “Un pressante interrogativo”; a cura di Piero Pistoia e Grabriella Scarciglia

POST in via di costruzione…e forse temporaneo!

QUALCHE IDEA DI POLITICA CULTURALE SULLA CRONACA RELATIVA AL MEDIO ORIENTE CALDO: scritti ripresi da newsletter di Ytali.com in parte rivisitati e riorganizzati; come da  e-mail ricevuta il 23 ottobre 2019.

 

Political Map of the Middle East And Asia Isolated On White.

Inseriamo la mappa fisica….porzione ripresa da Atlante Geografico De Agostini 2006

I confini riportati sulla carta fisica si riferiscono al 2006; data la ‘turbolenza’ di questa zona, oggi possono essere leggermente diversi e comunque in continuo cambiamento

 

Per leggere lo scritto di Giovannangeli, “ADDIO KEFIAH, viva…”,  cliccare sul link seguente:

COMBATTENTI CURDI

Umberto De Giovannangeli, da inviato speciale ha seguito per l’Unità gli eventi in Medio Oriente negli ultimi trent’anni. Collaboratore di Limes, è autore di diversi saggi, tra i quali “L’enigma Netanyahu”, “Hamas: pace o guerra”, “Al Qaeda e dintorni”, “L’89 arabo”, e “ Medio Oriente in fiamme”. Ha un blog sull’Huffington Post

 

Una poesia di Franca Mancinelli

UN COLPO DI FUCILE

un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.

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Gli amici dei Curdi? Le montagne e la Rojava è in pianura.

Le fotografie ritraggono Viyan Antar, combattente delle YPJ, diventata simbolo dell’impegno delle donne nel Rojava e caduta in combattimento nel conflitto contro l’ISIS.

Curdi. Quel fascino del combattente che offusca le bandiere arcobaleno

Sentirsi parte di un popolo coraggioso, tradito da tutti. Condividerne le ragioni, lo spirito, il sacrificio. Ed essere disposti a pagarne il prezzo più alto: quello della vita. È la fascinazione delle nuove “Brigate internazionali” combattenti nella regione del Rojava.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI 17 Ottobre 2019
Le bandiere della pace spariscono. Per far posto a un mito che avanza: quello del combattente. Una storia che non nasce oggi, basta tornare ai tempi del mito del “Che”, ma che oggi si ripropone nel sostegno alla lotta dei curdi siriani. Un fenomeno minoritario, si dirà. Ma comunque significativo e in crescita. Sui social, nelle piazze… Sentirsi parte di un popolo coraggioso, tradito da tutti. Condividerne le ragioni, lo spirito, il sacrificio. Ed essere disposti a pagarne il prezzo più alto: quello della vita.

È la fascinazione delle nuove “Brigate internazionali” combattenti nella regione del Rojava, a fianco dei curdi. Senza memoria non c’è futuro. Era il 18 marzo quando la notizia della morte di Lorenzo Orsetti sconvolse l’Italia intera. L’anarchico fiorentino, 33 anni, si era arruolato con le truppe curde delle Unità di protezione dei popoli (YPG), impegnate nell’offensiva nell’est della Siria con le Forze siriane democratiche (FDS) e sostenute dalla coalizione a guida statunitense.

Lorenzo era stato ucciso nel corso di una battaglia a Baghuz, ultima roccaforte dello Stato Islamico in Siria prima della capitolazione finale. Di lì a qualche giorno infatti Daesh sarebbe stato sconfitto nel paese. Alessandro, Annalisa e Chiara Orsetti, familiari di Lorenzo, hanno scritto una lettera aperta:

Lorenzo, nostro figlio e fratello, è morto il 18 marzo 2019 in Rojava combattendo a fianco dei curdi e delle forze confederate della Siria contro l’ISIS e gli ultimi resti di califfato. La sua storia, la storia di un giovane che partendo da Rifredi aveva deciso di lasciare tutto, la sua città, casa, lavoro, famiglia, amici… per sostenere il popolo curdo in questa lotta ha emozionato molte persone. Vi scriviamo per chiedervi: volete abbandonare chi ha combattuto l’ISIS? Lorenzo è stato riconosciuto come un esempio di partigiano internazionalista e antifascista, che ha scelto da che parte stare e di schierarsi concretamente andando a combattere dove c’era bisogno di lottare per sradicare il fascismo che in quelle aree si stava affermando nelle forme dell’Isis e delle forze che lo sostengono. Attraverso la sua scelta di vita e la sua morte ha fatto conoscere a tanti la realtà che si sta costruendo nel Rojava, nella zona nord-est della Siria, dove la democrazia che nasce dal basso, fondata sul rispetto delle diversità sociali e culturali, per una parità reale tra uomo e donna, sulla autogestione, sulla economia sociale si sta affermando.
Non tutti forse lo sanno, questa realtà si chiama Confederalismo Democratico ed è un laboratorio sociale che nasce dalle idee di Ocalan, leader curdo del PKK imprigionato da 25 anni nelle prigioni turche, senza il minimo rispetto dei suoi diritti e delle sue garanzie. È un esempio di coesistenza tra i popoli e quindi porta pace e sicurezza in un’area sociale così instabile e travagliata, scossa da attentati, conflitti, stragi… Ora questa realtà, costruita col sangue di oltre 11.000 curdi e 36 volontari internazionali, è minacciata e potrebbe essere distrutta. L’esercito turco e i gruppi paramilitari che Erdogan sostiene nell’area – che non sono altro che un altro modo con cui l’ISIS prova a riproporsi – si stanno preparando ad attaccare il Rojava per eliminare la rivoluzione curda e tutto quello che rappresenta. Questa aggressione militare turca si può ancora fermare, se c’è una mobilitazione generale.
Vi chiediamo: se abbiamo pianto per Lorenzo riconoscendo la bellezza del suo gesto davvero non vogliamo fare nulla per impedire questa nuova guerra? Abbiamo ancora voglia di scendere in piazza, protestare, gridare il nostro sdegno e la nostra rabbia indicando i mandanti e le colpe, mostrando la nostra voglia di un mondo più giusto e umano? Il Comune di Firenze prenderà posizione? E la Regione Toscana?
Tutto serve per fermare questa aggressione e serve ora. Lorenzo ha combattuto a Afrin nel 2018, dove sono stati migliaia i morti causati dall’invasione turca: vogliamo continuare a sostenere Erdogan, l’esercito turco e l’Isis in questa guerra ingiusta fornendo armi con le nostre fabbriche e soldi dell’Unione Europea per non aprire il corridoio balcanico ai migranti?
Molti hanno pianto per Lorenzo-Orso Tekoser combattente colpiti dalla sua morte, ma ora potrebbe morire nuovamente e con lui tanti giovani curdi e altri popoli che vivono nel Rojava. Non facciamolo morire nuovamente, facendo morire gli ideali e la causa per la quale si è sacrificato. Lorenzo ci ha mostrato che nessuna causa è così lontana e così estranea alla nostra vita e che spesso è questione di scelte.

La morte di Lorenzo Orsetti aveva profondamente emozionato migliaia di persone anche per la capacità che il giovane ebbe di esorcizzarla con una lettera-testamento pubblicata dopo il decesso:

Ciao, se state leggendo questo messaggio significa che non sono più in questo mondo. [Lorenzo Orsetti continuava con parole di speranza e coraggio piene di ironia:] Be’, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così. Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà.

E ancora:

Quindi, nonostante la mia prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio. Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo. Anche quando tutto sembra perduto e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili cercate di trovare la forza e di infonderla nei vostri compagni. È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che ogni tempesta comincia con una singola goccia. Cercate di essere voi quella goccia. Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin. Orso, Tekoser, Lorenzo.

Di queste brigate internazionali faceva parte anche Giovanni Francesco Asperti, 53 anni, originario di Ponteranica, alle porte di Bergamo, sposato e padre di due figli (13 anni il ragazzino, 14 la ragazzina). I miliziani curdi, sul loro sito, hanno reso noto che l’uomo, conosciuto con il nome di battaglia di Hiwa Bosco, è rimasto vittima di uno “sfortunato incidente mentre era in servizio a Derik”, il 7 dicembre 2018.

Sul sito della milizia, Unità per la protezione dei popoli (YPG), si spiegava che “Hiwa Bosco” era uno delle

centinaia di rivoluzionari che si erano uniti alla lotta contro l’Isis nella regione curda di Rojava e nel nord della Siria [e], durante tutta la sua vita nella lotta di liberazione, ha dato l’esempio di una vita rivoluzionaria.

Il sito pubblica anche la foto di Asperti.

Volontari da tutta Europa si sono uniti ai curdi nella lotta contro l’Isis a partire dal 2014. ytali.com ha provato a scavare nelle storie di alcuni di loro: storie diverse, età diverse, ma una comune ricerca di senso, di sentirsi parte di una comunità cosmopolita che abbraccia la causa del più debole.

Anna di Lews, Sussex, morta sotto un bombardamento turco

In questa scelta di campo, non c’è niente di religioso, tanto meno di “jihadista”. Combattono, certo, ma non hanno il profilo dei foreign fighter che hanno ingrossato le fila dell’ISIS. Non sono animati dall’odio, non intendono imporre uno stile di vita totalizzante, non sono alla ricerca di un riscatto sociale o in fuga da una vita di stenti ed emarginazione. Niente di tutto questo è presente nella vita di Asperti. L’orizzonte è quello della libertà.

La Brigata internazionale ha combattuto con le forze speciali curde sul fronte di Raqqa, dove si era specializzata in assalti notturni. Nell’estate del 2017 contava su una decina di volontari italiani. Fra loro c’era anche Claudio Locatelli, di Curno, in provincia di Bergamo, che ha espresso il suo “dolore dovuto a ogni combattente che ha scelto la via del campo”.

Una battaglia in cui, in questi anni, sono morti al fianco dei siriani e dei curdi decine di giovani europei. Insieme a Locatelli sono infatti altri 17, comprese due donne, gli italiani considerati in forze allo YPG.

Da un mese civili e miliziani curdi sono sotto attacco della Turchia e delle milizie islamiste sue alleate, il governo turco sta cercando di cancellare chi ha combattuto Daesh e lottato per una società egualitaria e antisessista, col suo esercito, il secondo della Nato, nostro alleato.

Così racconta all’Ansa quanto sta accadendo in Siria Gabar Carlo, nome di battaglia di un “combattente internazionalista” italiano. Gabar, come un monte del Kurdistan turco dove quarant’anni fa è cominciata la lotta di quel popolo, e Carlo per Carlo Giuliani: lui ha trent’anni, è di origini pugliesi, e la scorsa estate ha lasciato casa, lavoro e tutto il resto per unirsi come volontario combattente alle Unità di protezione del popolo, YPG, le milizie curdo-siriane in lotta contro l’ISIS e per la rivoluzione confederale del Rojava. Gabar è arrivato in Basur, Kurdistan iracheno, l’1 agosto 2017, per poi passare in Rojava due settimane dopo ed è tornato in Italia un mese fa.

Vorrei tornare dai miei compagni in Siria, ora però non è possibile. Ho portato la rivoluzione con me – dice – e voglio raccontarla per far sentire la voce di chi non ha voce.

In questo momento nelle YPG ci sono, secondo Gabar, cinque combattenti italiani, quattro uomini e una donna, sui fronti di Afrin, Deir Ez Zor e in Rojava. Gabar, invece, zaino in spalla e kalashnikov fra le braccia, era a Raqqa quando l’ex capitale dello Stato islamico è stata liberata.

Eravamo appostati di fronte all’ospedale – racconta – l’ultimo edificio nelle mani di Daesh, per trattare la liberazione dei civili ancora prigionieri.

Le forze siriane democratiche, SDF, hanno rispettato il cessate il fuoco – ricorda – gli uomini di Daesh no e dopo avere più volte mandato in fumo le trattative hanno lasciato andare gli ultimi civili, chiedendo di andare a sud, condizione che non è stata accettata. La notte fra il 13 e il 14 ottobre, l’ospedale è stato ripulito e Raqqa liberata.

Lì però si continua a morire per le mine – spiega – in strada e nelle abitazioni rimaste in piedi, dove i civili tornano e saltano in aria.

La prima volta che Gabar ha sentito parlare dei curdi era un bambino, nel 1998, quando il leader del PKK Öcalan era in Italia, lo aveva visto in tv, in uniforme militare.

Lo definivano terrorista, ma mio padre mi spiegava che era un partigiano e lottava per la liberazione del suo popolo.

Quella suggestione di bambino, anni dopo, si sarebbe trasformata in impegno concreto.

Durante l’assedio di Kobane ho capito che dovevo andare a guardare con i miei occhi la rivoluzione dei curdi, perché non riguarda solo loro.

L’obiettivo della costituzione di uno stato nazionale è stato superato da quello di confederalismo democratico, di autonomia e autogoverno dai paesi in cui i curdi vivono e convivono con altri popoli, arabi, assiri, siriani, turcomanni. Non si va lì solo per i curdi, sconfiggere i regimi è una lotta che riguarda tutti e ovunque.

Le donne, nel processo di riforma democratica, hanno un ruolo determinante.

Le unità di protezione del popolo, YPG, sono composte da uomini e donne che combattono e godono di grande autonomia, nella società e nel movimento. Nella società mediorientale, la centralità del ruolo della donna e la lotta al patriarcato sono davvero un fatto rivoluzionario.

La prima cosa che ti spiegano è che il fine della lotta è l’autodifesa del popolo, c’è un’etica alla base di ogni azione, nessuno va a combattere solo per uccidere, al primo posto c’è la sicurezza dei civili.

Fra i suoi ricordi c’è quello sul fronte di Deir Ez Zor, zona di pozzi petroliferi rimasti sotto il controllo di Daesh per giorni.

Il camioncino dei rifornimenti non poteva arrivare e scarseggiava tutto, ma quello che c’era si condivideva e con mezzo litro di tè si beveva in dieci, ora mi chiedo come fosse possibile e mi tornano in mente le parole di un compagno di Cipro, “quando tornerai a casa questo poco e questo sporco ti mancherà”, ed è vero.

Mi manca il senso di comunità, il fatto di entrare in villaggi dove i civili, disperati, ci davano tutto per sostenerci perché ti accorgi che ciascuno sente sulla propria pelle il dolore degli altri e c’è un rispetto inimmaginabile e nessun individualismo. È questo il senso della rivoluzione, di comunità e solidarietà, che ciascuno di noi porta con sé quando torna a casa.

Gabar traccia, infine, la differenza fra gli stranieri come lui che si uniscono alle YPG e i foreign fighter dell’ISIS.

Io non sono fuori legge per lo Stato italiano e le YPG non sono organizzazioni terroristiche; loro sono mossi dall’odio, sono pronti a uccidere e a morire per il risentimento, lo hanno dimostrato gli irriducibili di Raqqa, foreign fighter arroccati nell’ospedale fino alla fine e non per chissà quale principio o fede, molti di loro non hanno mai letto il Corano. Per loro combattere è uno strumento di rivalsa sociale, sono inebriati dal potere di ammazzare, stuprare, ed esaltati dalle droghe.

I volontari internazionalisti non combattono per soldi, nel modello di società e nel movimento curdo non servono per vivere, il necessario per il quotidiano ti viene dato.

Le YPG compiono operazioni di difesa e respingimento del nemico, di ricognizione e assalto per liberare porzioni di territorio; la guerra è per lo più tattica, non è azione continua, è fatta di noia e terrore.

Prima l’esperienza umanitaria, poi quella militare. A fianco dell’YPG contro l’ISIS. È la storia di Karim Franceschi, 29 anni, di Senigallia, padre italiano e madre marocchina, che ha combattuto più volte, senza aver avuto prima d’allora esperienze in campo militare. Ha imbracciato le armi nel 2015 come soldato semplice per liberare Kobane, dove si era addestrato per la prima volta, e nel 2016 come comandante, quando l’obiettivo era Raqqa, capitale del califfato nero. La sua storia di “combattente per la libertà” Karim l’ha raccontata in due libri: Il Combattente. Storia dell’italiano che ha difeso Kobane (BUR-Rizzoli) e il più recente Non morirò stanotte (Rizzoli), presentato nello spazio autogestito Arvultùra di Senigallia dove il combattente “Marcello” (era il suo nome di battaglia) ha passato diversi anni impegnato in attività culturali e solidali.

La mia esperienza militare è finita, non tornerò a combattere. Ora spetta alle popolazioni siriane e curde continuare a dare vita a quell’esperienza democratica per cui tante migliaia di persone hanno sacrificato la vita o tutti i propri averi.

In un’intervista, Karim, spiega il perché della sua scelta:

Perché guardavo questi uomini e donne che resistevano all’ISIS e mi riconoscevo nei loro valori. Nella loro causa ho trovato i valori della nostra democrazia, della Costituzione italiana, valori che ho ereditato da mio padre che è stato partigiano. Parlo dei valori della resistenza e della libertà.

I curdi, il popolo più grande al mondo senza uno stato. Repressi ma mai domi. Sono le milizie dell’YPG a essere accorse per prime a difesa dei yazidi sterminati dai nazi-islamisti dell’ISIS. Sono loro, i curdi in armi ad essersi opposti per primi all’avanzata dei miliziani di al-Baghdadi in Iraq e a condurre l’assedio alla “capitale” siriana del Califfato, Raqqa.

Nel nord della Siria, l’obiettivo è quello di “creare un sistema sociale autonomo”, come ha detto all’agenzia di stampa curda Firat Nesrin Abdullah, comandante dell’unità femminile delle YPG, che hanno portato avanti una dura lotta contro il Califfato.

Eppure, per il presidente della Turchia, restano il nemico principale, ancor più di Bashar al Assad. Un nemico da annientare, con o senza il via libera di Washington. E ciò che spaventa gli autocrati e i teocrati mediorientali non è la forza militare dei curdi (poca cosa rispetto all’esercito turco, il secondo dopo quello americano, quanto a dimensioni, in ambito Nato) ma la capacità attrattiva del modello politico e istituzionale che propugnano: un confederalismo democratico che ridefinisca in termini di autonomia (in particolare in Turchia e in Siria) gli stati centralistici ed etnocentrici. In un grande Medio Oriente segnato da una deriva integralista o da controrivoluzioni militari, il “modello curdo” va in controtendenza. Perché si ispira all’idea che più spaventa califfi, sultani, teocrati e generali: l’idea della democrazia. Un’idea per la quale vale ancora la pena battersi.

 

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In questa ottica, il 12-11-2019 a pag. 18 della La Nazione, abbiamo potuto leggere di una iniziativa a favore del popolo curdo da tempo travagliato e tradito, descritta nel trafiletto riportato sotto:

 

UN CALDO E PRESSANTE INTERROGATIVO RIVOLTO AI LETTORI DI QUESTO POST

Durante un intervento attuale della Croce Rossa Italiana insieme ad altre associazioni, come comunicato dalla televisione italiana (l’8-11-2019), è stato rimpatriato un ragazzino figlio di un genitore italiano e di una ragazza affiliata all’ISIS, uccisa in combattimento. Durante questa intervista gli ascoltatori hanno potuto scoprire che tale minore era internato in un grande campo di raccolta profughi dove erano attivi anche tre orfanotrofi con diverse centinaia di piccoli ospiti. Fu detto che l’interno di questo campo ospitava complessivamente 18000 (diciottomila) minori completamente soli in stato di forte disagio, forse con rischi probabili di diventare anche oggetti di tragici ed esecrabili eventi, per es., ora violati ora diventati ‘magazzini’ di organi per trapianti… e, nel migliore dei casi, combattenti, almeno potrebbero essere in grado di potersi difendere, all’occasione, da queste aggressioni disumane. Per non parlare della non remota possibilità che questo campo venga bombardato!

La domanda che fu rivolta dal giornalista direttamente ad un personaggio importante  della Croce Rossa, appartenente alla squadra di salvataggio, fu quella che anche noi rivolgeremo ai lettori di questo post <<Ma per gli altri 18000 minori abbandonati a se stessi, in questo attuale e drammatico teatro di battaglia fra Turchi e Curdi, come si pensa di intervenire?>>. La risposta fu ‘fumosa’.  Secondo noi dovremmo invece tentare di  procedere rapidamente prima dell’irreparabile, secondo criteri dettati dalla Globalizzazione!….. e il problema non si risolve con interventi singoli, pur meritevoli.

POESIA “LA VALLE DELLE FARFALLE” del poeta curdo Sherko Bekas; commento del dott. prof. Francesco Gherardini

Per leggere il commento in pdf, cliccare sul link:

La Valle delle Farfalle di Sherko Bekas

Opppure:

SHERKO BEKAS 1940 – 2013

Nato a Sulaimanja nel Kurdistan irakeno, figlio del poeta curdo Fayak Bekas, nel 1965 entra nel Movimento di Liberazione del Kurdistan e lavora alla radio ” La voce del Kurdistan”. Lascia la sua patria a causa delle pressioni del regime irakeno nel 1986. Dal 1987 al 1992 vive in esilio in Svezia. Nel 1992 torna in patria. Muore di cancro a Stoccolma nel 2013.

Il suo lavoro principale è la VALLE DELLE FARFALLE, un poema epico pieno di sentimento , incentrato sulle vicende del popolo curdo nel XX secolo. Scrive con un tocco gentile e con ritmo, senza melodrammaticità, parla degli avvenimenti che segnarono la fine della guerra tra Iran e Iraq. La minoranza curda affronta tremende difficoltà in entrambi gli stati. In particolare in Iraq Saddam Hussein provoca la distruzione di migliaia di villaggi e fa compiere ai suoi soldati massacri indicibili con decine di migliaia di vittime.

Sherko Bekas scrive in una maniera molto personale, senza toni affannosi, sciorina delle litanie come se passasse uno per uno i grani di un rosario. Parla di Halabja richiamando la ferocia di un regime che ha fatto cinquemila morti e migliaia di carcerati per impedire la crescita della Resistenza contro il suo regime. L’ insieme dei versi è come una Nenia, dove piano piano la Forza del popolo curdo nasce dalla Resilienza. Canta come un Bardo delle ere passate, raccontando queste vicende. Nel poema su tutto sovrasta l’avvincente bellezza dei paesaggi, delle montagne dove i Curdi si rifugiano; luoghi che non cederanno mai. Nonostante la drammaticità delle vicende narrate non viene mai meno la Speranza.

Sherko Bekas fa abbondante uso di metafore, di immagini astratte e surreali, di riflessioni molto complesse. La bellezza e la tragedia convivono in un contesto di grandi contrasti anche climatici fra inverni rigidissimi ed estati fiammeggianti oltre i cinquanta gradi. La sua poesia riflette queste condizioni estreme della vita curda.

Sherko Bekas è stato un pioniere della poesia curda, un poeta estremamente popolare; la faccia stessa del movimento di Liberazione fin dal 1980. Dopo il 1992 con la fondazione del Governo regionale del Kurdistan irakeno si è concentrato sui temi della giustizia sociale, contro l’estremismo religioso, la corruzione e il nepotismo anche di quelli che una volta erano stati rivoluzionari. Ha dato voce ai poveri, alle donne e a tutti gli “altri” emarginati.

BUTTERFLY VALLEY (Derbendi Pepûle) è stata pubblicata nel 1991 in Svezia e tradotta in molte lingue. Il poema è stato scritto per ricordare il massacro di ANFAL del Febbraio 1988 e l’annientamento coi gas degli abitanti della città di HALABJA del 16 Marzo 1988. Con queste azioni estreme Saddam Hussein volle punire la popolazione di questi villaggi per il loro sostegno alla Resistenza curda. Duemila villaggi distrutti e 281 attacchi chimici ad ANFAL , centomila civili sterminati. Ad Halabja cinquemila persone gasate. Entrambe le vicende occupano il posto centrale nel poema di Sherko Bekas, che evoca la tragedia di Halabja parlando di “doomed spring” (primavera condannata) e “the frost of March” (il gelo di Marzo) e di “lemon tree”, un albero di limone costituito dalle persone morte avvelenate. Gli eventi tragici sono descritti e narrati attraverso una mescolanza di generi letterari ( che vanno dal folksong alle lamentazioni funebri rituali e tradizionali più antiche fino ai rituali di nozze), di colori (white, brown, yellow, quelli delle miscele di gas letali) e di odori (di aglio e mele marce).

Riporto i primi duecento versi introduttivi del poema, così profondi intimi suggestivi emozionanti che non potranno non colpire il lettore. Butterfly Valley è pubblicato in lingua inglese dal 2018.

La Valle delle Farfalle di Sherko Bekas

Goccia a goccia la pioggia disegna per terra dei fiori

come lacrima per lacrima i miei occhi danno forma al tuo volto.

Che anno di esilio sempre in contatto , che dolore in tutto il corpo

portano alla fioritura la montagna della mia testa

pietra su pietra; ramo per ramo, frasca per frasca

fanno germinare le mie mani riarse, le mie dita,

e come fa il cardo 1 abbandonano me al vento del tuo amore,

per germogliare nel gelo della tua anima.

Crepitando e vibrando il vento pare leggere i campi

mentre sussulto per sussulto il mio respiro ti chiama.

Cos’è questo verde uragano,2

questo leggendario cavallo alato

che rinforza la corsa per strapparmi da questo posto fuori dal mondo,

per portarmi dai tuoi nomadi nei loro quartieri invernali!

Fiocco per fiocco, la neve ascolta la montagna

e parola per parola le mie poesie hanno cura del tuo amore.

Cos’è questa nevicata giallastra,3

questa bufera di neve di una storia prematura

che nella morte di oggi

mi spinge verso di te.

Campo per campo, montagna per montagna

lungo il percorso di una morte bianca!

Questo è un viaggio

Un viaggio

Viaggio

Il viaggio della paura permanente

Il viaggio di un albero povero e martoriato,

un insieme di ferite erranti.

E’ un gelo

Un gelo

Gelo

Il gelo annuale di una primavera condannata

Il gelo di Marzo.

Questo è il lamento della tempesta di vento e il singhiozzo dei fiori,

così io mi preparo.

Quando il dolore sboccia sulla pietra

Io preparo il mio cavallo, la sua testa ardente per la partenza.

Quando la pioggia scrive le poesie più verdi

Io preparo il tuono lamentoso di queste nuvole rosse.

Quando la culla, gli arbusti, il cespuglio galoppano

Io preparo il puledro irrequieto dei bianchi dolori.

Quando Dio è stupito e la morte perplessa

Io preparo un carrettino di graziosi angioletti

Che chiedono aiuto.

Quando la morte è la mia sposa,

quando il veleno è il regalo che mi fa il mondo,

io preparo questi versi velati,

una collana di nebbia.

Al Crepuscolo, dopo che hai convocato tutte le tue ferite,

io arrivo, al Crepuscolo.

Al Crepuscolo, dopo una cena di pianti,

sarò con te, al Crepuscolo.

Accendimi una candela sulla santa cima cara a Nali4, quando arrivo.

Lascia che sia la fronda di un albero,

i petali del Narciso o un albero di glicine.

Illuminami una ferita di Haji 5sul picco del monte Kekon6.

Lascia che sia la testa decapitata di una poesia,

il seno di Wasana7 o l’immagine di Halabja.

Dopo che hai riunito presso di te tutte le tue ferite, io arrivo.

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Non seppellire quei fiori bianchi8 finché non arrivo.

Aspetta! Non lasciarli alla culla della storia

Lascia che si sdraino sulla schiena

Sulla collina erbosa

Lasciali riposare tra le braccia dell’acqua

Lascia che si appoggino sulla spalle del vento.

Non chiudere il cielo dei loro occhi,

non coprirli con una nuvola di montagna finché non arrivo,

non disperderli.

Vorrei, per l’ultima volta,

bagnare i miei occhi con una spruzzatina del loro profumo.

Vorrei, per l’ultima volta,

abbracciare la loro brezza,

mettere le mie labbra sulle labbra dei loro desideri, uno per uno,

respirare la loro delusione,

annusarli come una madre,

sentire l’odore di pioggia e melone,

passare le mie dita

attraverso le ciocche dei loro capelli

e baciarli filo per filo.

Non seppellire quelle lune gialle finché non arrivo.

Aspetta finché porto la luce della luna del mio esilio.

Permettimi di arrivare

Cosicché io possa raccogliere le mie poesie

E fare una cintura ai loro fianchi.

Io spero, per l’ultima volta,

di abbracciare le fasce del loro collo,

scuotere i loro dolori uno per uno, l’albero di limoni delle loro figure, avvelenate a Marzo,

mettere la mia testa sulle loro corolle innevate, uno per uno,

inchinarsi a loro, uno per uno,

soffiare sulle loro ferite aperte

e suonare il flauto dei loro corpi, uno per uno.

( Heyran Heyrana9 … questa è Sahar10,

sono questi gli occhi caduti di Sahar,

questo è l’autunno del corpo di Sahar,

questi sono le perle vaganti dei sogni di Sahar,

qui ci sono le mani, le dita e i seni

lasciati alle spalle da Sahar,

quelle sono le urla strazianti di Sahar,

qui ci sono le ceneri della casa paterna di Sahar,

Hayran Hayrana,

questo è l’addio al nubilato.

Aman amana11

Questo è il ballo.)

Questa è la candela che brucia il collo di Nali

in una notte nell’oceano pacifico e illumina il suo corpo di acqua,

egli misura la profondità del mare per la lunghezza dell’epopea, naviga tra i suoi sogni

nella parte inferiore della vasca da idromassaggio. Sbalordito dal turbine

il colibrì della sua paura riposa per un secondo. Laggiù depone le uova colorate

per il pesce alato della sua poesia.

Laggiù ha sogni vividi sugli occhi della sua terra natale.

Sta per affogare quando allunga la mano ed estrae la perla dal cuore di Dio.

Sta per annegare quando pianta i semi del sole e della poesia. E’ solo lui

E la sua barca, lui e il viaggio delle acque scure,

lui e la pagaia della sua penna, solo lui e i dolori fiammeggianti. Egli è il pioniere, che conduce la

ballata dei dolori dei senza patria. Egli guida le parole erranti.

L’esilio è bagnato. La barca senza costa cavalca la solitudine

E il giardino dell’acqua ha sbocciato i fiori dei capelli di Habiba.12

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Istanbul lo guarda e non sa quale lago

Giri sotto questo cappello da uomo,

sotto questa barba di basilico e neve.

Lo guarda ogni giorno e non conosce

Quali boschetti e ombre

Riposino nella stretta valle del suo torace.

I piccioni dei minareti e delle cupole lo guardano

E non sanno che belle ali abbandona in questo cielo blu dell’anima.

Le montagne al tramonto lo guardano e non sanno

Che brace, fiamma e fuoco brucia

Nel cuore di questo esiliato poeta errante.

La pioggia e le docce lo raggiungono e non conoscono quanto

Ruggito, lavoro, movimento e tuono

si soffermino in questa nuvola della mente.

Il povero lo guarda e non sa nulla

Del pane implorato e dell’acqua bramata

E della freddezza di un nascondiglio di vita

In una villetta dell’anima di questo vecchio uomo.

Gli amanti lo sorpassano e non sanno

Quale dolore ondeggiante

E quali visioni della primavera

Sono nell’alba di quegli occhi spalancati.

Aggiungo una piccola storia, La canna innamorata, una favola di grande delicatezza che fa comprendere la posizione psicologica dei Curdi, che non vogliono rinunciare alla loro identità:

Non era mai accaduto nel boschetto che gli alberi fossero tutti innamorati di una canna, una canna sottile che invece amava il vento, il vento che porta la pioggia. Così il boschetto l’aveva ripudiata. La canna innamorata non se la prese troppo. Voi fate come volete, io sto col vento e con la pioggia, così vuole il mio cuore. Il boschetto si offese e decretò la condanna a morte per quella canna innamorata dagli occhi di rugiada. Chiamò il picchio dal becco forte , che la colpì nel cuore tre, quattro, cinque volte. Da quel giorno la canna innamorata diventò un flauto e da quel giorno le ferite degli amanti parlano col vento e cantano da quel giorno ovunque nel mondo.

1 Antiche leggende narrano che questo fiore nasce “pieno di spine e vermiglio”dal pianto disperato della Terra per la morte del pastore Dafni

2 Questa Primavera così terribile

3 Il colore dei gas letali

4 Famoso poeta curdo, nato nella regione di Suleimani, emigrato in Siria, poi in Turchia,morto a Istabul

5 Celebre poeta curdo di Koysiniak

6 Monte presso Koysiniak

7 Regione curda bombardata con armi chimiche nel 1987 e 1988

8 Metafora per ricordare i giovani caduti

9 Heyran è un fanciullo protagonista di un canto popolare, dove si racconta con parole e musica la sua lunga storia d’amore

10 Sahar è il nome di una donna, Alba. Il riferimento è ad una canzone popolare d’amore triste non ricambiato

11 Dall’inglese La sicurezza garantita

12 L’innamorata di Nali, mai sposata

EPISTEMOLOGIA E DIDATTICA DELLE SCIENZE, dell’accademico dott. prof. Silvano Fuso, chimico normalista

POST in via di costruzione…

Articolo trasferito da “Didattica delle Scienze” N. 174, La Scuola, Brescia. Ringraziamo Autore e Redazione se ci permetteranno di mantenerlo su questo blog, che è senza alcun fine di lucro e completamente auto-finanziato il cui unico scopo è la comunicazione culturale. Questo blog, per sua scelta, non riceve alcun contributo sociale o di altra natura. Altrimenti, avvertiti alla mail dell’Editore del blog, ao123456789vz@libero.it, lo sopprimeremo.

Per leggere l’articolo del prof. Fuso, cliccare sul link:

Epistemologia_Scienze0001

 

BREVE TRACCIA DEL CURRICULUM DI SILVANO FUSO

Silvano Fuso, nato nel 1959 a Lavagna (GE), ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa  e all’Università di Genova. È laureato in chimica (indirizzo chimico-fisico) con 110/110 e lode; ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Scienze Chimiche

Ha svolto, per diversi anni, attività di ricerca nel campo della spettroscopia molecolare presso l’Università di Genova. È coautore di diverse pubblicazioni nel settore su riviste internazionali (Journal of Chemical Physics, Physical Review, Makromolecular Chemie, ecc.) e ha presentato diverse comunicazioni a congressi nazionali e internazionali.
Dal 1987 è docente di ruolo di chimica nelle scuole superiori. Si occupa di didattica delle discipline scientifiche e di divulgazione e collabora con diverse riviste (quali Nuova SecondariaDidattica delle Scienze, ResIterLe Scienze, Explora, Scoprire, Magia, Coelum) e con diversi siti Internet.

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Silvano Fuso

Si interessa da tempo di indagini scientifiche sul presunto paranormale e di pseudoscienze. È socio effettivo del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale ), responsabile educazione del medesimo Comitato e segretario regionale del CICAP-Liguria . Ha collaborato per anni con la rivista Scienza & Paranormale, periodico ufficiale del CICAP, curando le rubriche “Come funziona la scienza”, “Mi è successo! È paranormale?” e “Il terzo occhio”. Fin dalla sua nascita, collabora con la nuova rivista del CICAP “Query”, dove tiene la rubrica “Non è mai troppo presto”.
È autore del libro Facili esperimenti scientifici (Edibrico, Gavi Ligure 1994), coautore di due testi di fisica e chimica per le scuole superiori: S. Fuso, C. Nicolini, Fisica e chimica: un approccio sperimentale alla scienza della materia (G.B. Palumbo Editore, Palermo 1998) e S. Fuso, C. Nicolini, Scienza della materia: un approccio sperimentale (G.B. Palumbo Editore, Palermo 1999) e del testo di ricerca didattica: P. Gentilini, G. Manildo e S. Fuso, Competenza razionale e didattica dei saperi di base (Franco Angeli, Milano 2007). E’ inoltre autore del libro La scienza come gioco. Capire la realtà divertendosi (La Meridiana, Molfetta 2004).
Relativamente al paranormale e alle pseudoscienze ha pubblicato i seguenti volumi: Realtà o illusione? Scienza, pseudoscienza e paranormale, Edizioni Dedalo, Bari 1999 (presentazione di Piero Angela); Paranormale o normale? Una guida per scoprirlo, CICAP, Padova 1999 (presentazione di Tullio Regge), ad uso degli insegnanti che vogliano affrontare in classe il problema del paranormale e delle pseudoscienze; Indagare i misteri, Editoriale Scienza, Trieste 2004 (pesentazione di Piero Angela), destinato ai ragazzi; Pinocchio e la scienza. Come difendersi da false credenze e bufale scientifiche, Edizioni Dedalo, Bari 2006 (prefazione di Tullio Regge); Strategie dell’occulto. Come far apparire vere cose palesemente false (in coll. con I. Torre), Edizioni Armando, Roma 2007; 100 Domande & Risposte. Sul paranormale, l’insolito, i misteri e le pseudoscienze, CICAP, Padova 2007; I nemici della scienza. Integralismi filosofici, religiosi e ambientalisti, Edizioni Dedalo, Bari 2009 (prefazione di Umberto Veronesi); Mai fidarsi della mente: n+1 esperimenti per capire come ci inganna e perché (autori principali: S. Della Sala e M. Dewar), Edizioni Laterza, Roma-Bari, 2010; Il libro dei misteri svelati. Una lucida analisi denuncia millenni di superstizioni e inganni interessati, Castelvecchi Editore, Roma 2010 (Prefazione di Silvan); Superstizione. Istruzioni per l’uso. In che cosa si crede e perchè, CICAP, Padova 2010; La falsa scienza. Invenzioni folli, frodi e medicine miracolose dalla metà Settecento a oggi Carocci, Roma 2013.
Ha inoltre collaborato alla realizzazione di diversi volumi collettanei.
Tiene abitualmente conferenze su tematiche legate alla divulgazione scientifica, al paranormale e alle pseudoscienze. Sugli stessi argomenti ha partecipato a diverse trasmissioni televisive a livello nazionale (RaiUno, RaiDue, RaiTre, TelePiù, Italia 1) e locale (Rai Tre-Liguria, TeleGenova, TeleNord, Telecittà , Primocanale) e a diverse trasmissioni radiofoniche (RadioUno, RadioDue, RadioTre, Radio Svizzera Italiana, ecc.).

Curiosità: il 27 gennaio 2013 il Minor Planet Center dell’International Astronomical Union  ha intitolato a Silvano Fuso un asteroide  in orbita tra Marte e Giove.

Per maggiori dettagli si veda il suo sito personale: www.silvanofuso.it 

“PERCHE’ INSEGNARE LA SCIENZA” e “UMANESIMO SCIENZE TECNOLOGIA”: editoriali ripresi dalla rivista “Didattica delle Scienze”, ed. La Scuola, Brescia, scritti dal Direttore, l’accademico Mauro Laeng, docente di Pedagogia all’Università di Roma.

Post in via di costruzione….

Questi scritti sono stati trasferiti da ‘Didattica delle Scienze’ N. 67,  e N. 174, Ed. La Scuola, Brescia. Ringraziamo autore ed editore della rivista se ci permetteranno di mantenerli sul nostro blog, senza alcun fine di lucro e completamente auto-finanziato, il cui unico scopo è la comunicazione culturale gratis; di fatto non riceve alcun contributo sociale o di altra natura, per nostra scelta; altrimenti, avvertito l’Editore del blog, alla mail ao123456789vz@libero.it, verrà soppresso.

PREMESSA

 

Per leggere l’editoriale “Perché insegnare la Scienza” cliccare sul link seguente:

LAENG0001

Per leggere l’editoriale “Umanesimo Scienza Tecnologia” cliccare sul link seguente:

LAENG10001

LEONARDO OSANNATO, MA NEL NOSTRO TEMPO NON CAPIREMMO LA SUA INCOMPLETEZZA; scritto dal dott. prof. Alfonso M. Iacono

L’interessante riflessione su Leonardo da Vinci di Alfonso M. Iacono che segue, è stata ripresa dal Tirreno (Pisa-Pontedera) del 21-Ottobre-2019, riportata nella pagina delle  ATTUALITA’ (PAGINA APERTA). Ringraziamo Il Tirreno e l’autore se ci permetteranno di mantenerla su questo blog, che è auto-finanziato, senza alcun fine di lucro, il cui unico scopo è la comunicazione culturale gratis. Altrimenti, avvertiti alla mail ao23456789vz@libero.it, la sopprimeremo.

Sguardo sinistro

LEONARDO OSANNATO, MA NEL NOSTRO TEMPO

NON CAPIREMMO LA SUA INCOMPLETEZZA

di Alfonso M. Iacono

Per leggere lo scritto cliccare sul link seguente:

LEONARDO_Tirreno_21-10-2019