GIULIANO GHILLI, UN APPASSIONATO COLLEZIONISTA, dell’insegnante Maria Chiara Bianchi Burgassi; note del coordinatore

 

NOTE DEL COORDINATORE
Articolo, al tempo Pubblicato sulla “Comunità di Pomarance” n.1 2006, che riproponiamo su questo blog, con note del coordinatore (NDC) Piero Pistoia, come ricordo  dello studioso della Natura e di altro, Giuliano Ghilli
Foto di una ‘magica’ settaria, una pietra di origine e interpretazione complesse e piuttosto criptica, scattata da piero pistoia ad una mostra di Ghilli a Pomarance nel 2008, raccolta dallo stesso Giuliano sulle biancane e crete a calanchi alle pendici della Verna (Gr).

A ‘CACCIA’ DI SEPTARIE IN UN  POSTO DI RACCOLTA IN VAL DI CECINA (Buriano, Le Fogliare), 2009

A destra Giuliano Ghilli, con accanto l’accademico dott. P. Orlandi dell’Università di Pisa, prof. di Mineralogia e Gemmologia; all’estrema sinistra lo studioso e autore della foto Massimo Magni, di cui abbiamo pubblicato su questo blog recentemente l’articolata ricerca sulle Septarie della Val di Cecina; fra parentesi abbiamo pubblicato anche un altro punto di vista sulle Septarie scritto da una studiosa di cristalloterapia Eva Saroglia, alla ricerca di un ‘invariante culturale’ regolativo, come da nostro progetto (leggere premessa al blog); l’ultimo è un personaggio di rilievo del Gruppo Mineralogico di Cecina (Livorno) ed altro.

Ma veniamo all’articolo; in prima istanza, per leggere le tre pagine dello scritto dell’insegnante Maria Chiara Burgassi cliccare in successione sui tre links seguenti:

 

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Successivamente, per facilitarne la lettura, con calma, previa ristampa dei tre files, cercheremo di inserirli, sempre in pdf, in uno solo, con una opzione dello scanner, ovvero di riportare per esteso l’articolo sul blog, scannerizzando di nuovo le tre pagine stampate, questa volta in JPG, da inserire in successione. La via della conversione dei testi da PDF a ODT modificabile, sembra poco affidabile nonostante le garanzie degli svariati convertitori e certamente non percorribile se esistono nel documento intermezzi diversi (es. foto) . Faremo dei tentativi e vedremo…

In base alla precedente nota, intanto cliccando sul link sotto, si legge l’intero articolo.

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Proviamo ora a riportare i tre files in jpg, inserendoli poi in successione.

 

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LA SEPTARIA DELLA VAL DI CECINA: strana e magica pietra di origine litologica secondaria per ‘azione diagenetica’ da una tendenzialmente argillosa, dello studioso Massimo Magni, Gruppo Mineralogico di Cecina (li)

NOTE DEL COORDINATORE (NDC) piero pistoia

FOTO DI UN ESEMPLARE DI SEPTARIA

Autore della foto di anteprima, Piero Pistoia (scattata ad una  mostra di Giuliano Ghilli nell’ottobre 2008); proprietario della pietra, Giuliano, uno studioso oggi scomparso, grande conoscitore di rocce, minerali, fossili e dei luoghi di raccolta, in particolare in Val di Cecina, dotato di notevole Einfhunlung nella ricerca e nella scoperta. Vedere l’art.  sui calcedoni di cui è co-autore ed un breve  suo ricordo, sempre in questo blog,  a nome dell’insegnante Maria Chiara Bianchi Burgassi.

 

 

PER VEDERE L’ARTICOLO DI MASSIMO MAGNI CLICCARE SUL SEGUENTE LINK:

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UNA LEZIONE IN DIVENIRE: STORIA DI BASE SUL MIOCENE, APERTA, DA AGGIORNARE, CIOE’ DA ADEGUARE, CORREGGERE, REINTERPRETARE, NEL CORSO DEL TEMPO; ZONA DI POMARANCE-VOLTERRA E DINTORNI; a cura del dott Piero Pistoia

HAIKU SUI GENERIS

COSI’ SIAMO PARTITI:

TANTO INCOSCIENTI,

SPROVVEDUTI FANCIULLI,

DA QUASI SAGGI!

P. Pistoia

Le parti adeguate nel tempo aggiunte saranno inserite fra parentesi graffe

 

DALLA CARTA STRATIGRAFICA INTERNAZIONALE (ICS)

 

I LINKS CHE SEGUONO RIMANDANO ALLA PRIMA BOZZA DELL’ARTICOLO DA COMPLETARE CON CALMA ED AGGIUSTARE NELLE FIGURE DA INSERIRE

Le due figure al termine dell’art.  sono state riprese dalle ‘Note illustrative della carta geologica d’Italia a cura del “servizio Geologico D’Italia”; zona Pomarance; Università di Siena; Coord. Lazzarotto –  L.A.C. Firenze 2002

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P R E M E S S A

CENNI AD ALCUNI EVENTI RILEVANTI, MAGMATICI, TETTONICI E SEDIMENTARI DURANTE L’OROGENESI APPENNICA NEL MIOCENE, LUNGO LA SEGUENTE DIRETTRICE, A PARTIRE DAL RETROPAESE:   BACINO BALEARICO – L’ERCINICO SARDOCORSO – TIRRENO SETT. – TOSCANA

(Leggere la breve successiva narrazione con lo schema che segue)

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La fase appenninica iniziò dopo la chiusura dell’area oceanica del Tetide (Fase Oceanica), quando i sue margini continentali Europa a N-O e Appennino a S-E iniziarono a scontrarsi (Fase Ensialica) nell’Oligocene, che portò alla formazione della catena appenninica attuale. Fra l’Oligocene superiore ed il Tortoniano superiore si attivò una sequenza di eventi con la strutturazione e l’accavallamento di diverse unità tettoniche costruendo, in sintesi, un complesso a falde:  Unità Liguri (Unità Ofiolitifere, Unità di Monteverdi-Lanciaia), Unità Austroalpine (Unità di S. Fiora, quella ad Argille e Calcari), Unità Toscane (in particolare, Unità della Falda Toscana). Sul campo si tratta di alcune successioni stratigrafiche riconosciute sovrapposte caratterizzate, in affioramento, da formazioni di facies diverse corrispondenti ad unità cronologiche uguali che sono state di conseguenza interpretate come deposte in bacini di sedimentazione distinti (per approfondire leggere, per es.,  “Elementi di Geologia” di A. Lazzarotto nel testo “La storia Naturale della Toscana Meridionale” Silvana Editoriale, 1993, o anche alcuni posts in questo blog, cercando con il nome delle Unità Tettoniche).

Terminata nell’Oligocene Superiore la chiusura per ‘collisione continentale’ del bacino ligure all’inizio del Miocene e forse a partire dal Oligocene sup. , (circa 23-25 maf), nell’area appenninica generalmente si svilupparono varie aree di ‘distensione’; si aprì il rift del ‘Bacino balearico’ i cui margini si ‘spostarono’  fino a parte del Burdigaliano, facendo ruotare in senso antiorario il Massiccio Sardo-Corso; intanto, sempre a partire dal Miocene inferiore, in corrispondenza della catena, anche l’asse di rotazione del Paleo-Appennino paleozoico ruotò in senso antiorario,  aprendo, fra la Corsica e l’Elba, il Tirreno sett. (forse non si trattò di un vero e proprio rifting) e il Bacino Corso, creando un’area di distensione nel versante occidentale dell’Appennino sett.;  questo evento distensivo venne accompagnato da magmatismo calco-alcalino nella Sardegna e Corsica allora ‘Erciniche’, e rimase attivo praticamente per tutto il Miocene ed oltre. Sempre nel primo Miocene in Toscana si strutturò il ‘core complex’ delle Alpi Apuane con riesumazione del metamorfico profondo e si configurò, ancora in fase distensiva, la ‘Serie Ridotta’. A partire dal Langhiano fino all’inizio del Tortoniano si ‘costruì’, sempre in Toscana, l’Epiligure e, successivamente, sempre in Toscana, iniziò il Neoautoctono, che perdurò fino alla fine del Pliocene.

Il core complex …

La Serie Ridotta: in alcuni luoghi della Val di Cecina (es., Campiglia, Monterotondo, Castelnuovo) la Serie Toscana si presenta con tutti i suoi termini fino al macigno; altrove, per es., appare priva di termini superiori al Calcare Cavernoso triassico, venendo  a contatto diretto con le formazioni dell’alloctono. Questa giacitura è nota appartenere alla Serie Ridotta della Toscana, che non viene più interpretata come dovuta ad erosione, ma come un denudamento tettonico detto “sostituzione di copertura”, strettamente collegato a rilevanti spinte tangenziali di laminazione in ambiente distensivo, durante le traslazioni. Ciò spiegherebbe perché spesso un “alto tettonico” della copertura può corrispondere a un “basso tettonico” nel basamento, cioè un horst nel basamento laminato dalla traslazione non necessariamente può corrispondere ad un picco topografico.

L’Epiligure viene descritto come costituito da placche di bassa estensione, di composizione per lo più  arenacea di età Miocenica medio-superiore (Langhiano – Tortoniano inferiore), ricche di micro- e macro- fossili, trasgressive sulle Liguridi e sulle Australpine interne, forse ancora in movimento (Baldacci F., 1967 e Decandia, 1992). Oggi sembra che siano formazioni assimilabili ad un Neoautoctono anticipato.

A partire dal Tortoniano superiore cessarono in Toscana i movimenti traslativi delle coperture e si instaurarono movimenti rigidi a componente prevalente verticale in regime distensivo. Si attivarono così faglie dirette con inclinazione intorno a 60°, con piano di faglia che in  profondità tendeva a spinarsi e le cui aperture procedevano nel tempo da ovest ad est, costruendo man mano, lungo tutta l’area della catena, fosse tettoniche allungate NO-SE, una successione in direzione appenninica di Horst e Graben (vedere figura sotto, da vari autori, 1992, ripresa da G. Gasperi “Geologia Regionale”, Pitagora editrice, Bologna).

BACINI NEOGENICI E QUATERNARI

                                                              LEGENDA

Bacini neogenici e quaternari  del versante tirrenico dell’Appennino, oggi.

Zone rigate: in generale, i bacini mio-pliocenici con depositi marini.

Zone punteggiate: i bacini plio-pleistocenici con depositi continentali

Zone bianche: in generale colline e dorsali; da notare la Dorsale Medio-Toscana: dalle Apuane attraverso il Monte pisano fino alla zona di Grosseto.

 

Schema di una catena ripreso dal testo di G. Gasperi “Geologia Regionale”, modif. da Boccaletti e Moratti, 1990

LEGENDA

Per studiare una sezione schematica medio-generica da SO a NE  attraverso la figura BACINI NEOGENICI E QUATERNARI precedente, osservare lo schema sopra con distinti i bacini evoluti nelle diverse condizioni strutturali.

  1. Bacini interni (es., i bacini neogenici toscani).
  2. Bacini formatisi in relazione ai sovrascorrimenti sul fronte della catena e insieme ad essa trasportati (ad es., il Pliocene Intrapenninico).
  3. Avanfossa posta fra il fronte della catena e la scarpata dell’Avampaese, la rampa di Avampaese.
  4. Avampaese sommerso.
  5. Avampaese emerso.
  6. Da notare la distensione nella catena iniziale e la compressione sul fronte.

PALEOGEOGRAFIA DELLA TOSCANA NEL MESSINIANO  (da Bossio et al., 1992, trasferita dal testo di  A. Lazzarotto “elementi di Geologia”, 1992, opera citata).

LEGENDA

1 – Aree emerse

2 – Aree sommerse dal mare messiniano.

3 – Bacini lacustri.

4 – Linee di riva marine e lacustri nel Messiniano.

5 – Linee di costa  e margini dei bacini lacustri attuali.

“Alla fine del Messiniano si verificò in Toscana un sollevamento generalizzato che determinò una quasi totale regressione marina; ad ovest della Dorsale Medio – Toscana, solo piccoli bacini ristretti rimasero occupati da acque dolci-salmastre (facies di lago-mare)” (A. Lazzarotto, 1992, op.cit.)

Probabilmente alla fine del Messiniano (subito prima della grande trasgressione del Pliocene inf.), un striscia di terra doveva collegare l’Elba al continente perché dal Monte Capanne, circa 4 maf, un fiume potesse fornire ciottoli, filoniani da magma granitico (aplite porfirica, porfido granitico), ad un conglomerato complesso che si depositava sopra banchi di gesso al tempo in Val di Cecina (Pomarance).

In odt:

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In pdf:

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CHI E’ L’AUTORE (traccia): CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

Piero Pistoia, diplomato negli anni ’50 presso il Liceo Classico Galileo Galilei di Pisa, è dottore in Scienze Geologiche con lode e, da borsista, ha lavorato e pubblicato presso l’Istituto di Geologia Nucleare di Pisa, misurando le età degli “strani” graniti associati alle ofioliti (1) e studiando i serbatoi di gas e vapori della zona di Larderello. Successivamente ha scritto almeno una cinquantina di articoli pubblicati a stampa, a taglio didattico-epistemologico, di cui circa la metà retribuiti secondo legge,  dagli editori Loescher, Torino, (rivista “La Ricerca”), La Scuola di Brescia (“Didattica delle Scienze”), a controllo accademico ed altri, affrontando svariati problemi su temi scientifici: dall’astrofisica all’informatica, dall’antropologia culturale all’evoluzione dell’uomo, dalla fisica alla matematica applicata e alla statistica, dalla geologia applicata al Neoautoctono toscano, dall’origine dell’Appennino alla storia delle ofioliti, alle mineralizzazioni delle antiche cave in Val di Cecina (in particolare su calcedonio, opale e magnesite), qualche lezione-sintesi di epistemologia ecc..  En passant, ha scritto qualcosa anche sul rapporto Scienza e Poesia, sul perché la Poesia ‘vera’ ha vita infinita (per mere ragioni logiche o perché coglie l’archetipo evolutivo profondo dell’umanità?); ha scritto alcuni commenti a poesie riprese da antologie scolastiche e,  infine decine di ‘tentativi’ poetici senza pretese. Molti di tali lavori sono stati riportati su questo blog. (2)

NOTE

(1) L’età dei graniti delle Argille Scagliose, associati alle ofioliti, al tempo situate alla base della falda in movimento, corroborò sia l’ipotesi che esse fossero ‘strappate’ dal basamento ercinico durante i complessi  eventi che costruirono la catena appenninica, sia, indirettamente, rafforzò la teoria a falde di ricoprimento nell’orogenesi appenninica. Fu escluso così che il granito associato alle ofioliti non derivasse, almeno non in tutti i casi, da una cristallizzazione frazionata (serie di Bowen) da un magma basico od ultrabasico.

(2) Piero Pistoia ha superato concorsi abilitativi nazionali, al tempo fortemente selettivi (solo sotto il 5 per mille gli abilitati, max voto 8), e non frequentò mai i ‘famigerati’ Corsi Abilitanti voluti dai sindacati (99% gli abilitati con voti altissimi!). Superò  i concorsi per l’insegnamento, in particolare nella Scuola Superiore, per le seguenti discipline: Scienze Naturali, Chimica, Geografia, Merceologia, Agraria, FISICA e MATEMATICA. Le due ultime materie sono maiuscole per indicare che Piero Pistoia in esse, in tempi diversi, fu nominato in ruolo, scegliendo poi la FISICA, che insegnò praticamente per tutta la sua vita operativa. Pochi anni prima che l’Istituto Tecnico Industriare di Pomarance fosse aggregato al Tecnico Commerciale di Volterra, il dott. prof. Piero Pistoia fu nominato Preside Incaricato presso il detto istituto dal Provveditorato agli Studi di Pisa, ottenendo la valutazione massima.

 

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA; lo scritto è a nome di due autori (Pazzagli A. – P. Pistoia); il dott. Piero Pistoia ha anche ricercato e curato la rivisitazione ed il trasferimento di esso su questo blog.

FESTA_FOLCLORE   in pdf :     FESTA_FOLCLORE

 

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA
Mo. Andrea Pazzagli – dott. Piero Pistoia

RIASSUNTO

Il presente lavoro è stato occasionato dagli spettacoli “ Da maggio a maggio” che ritornano periodicamente con le primavere nelle piazze dei nostri paesi. Esso intende recuperare i concetti culturali di festa e folclore attraverso un’analisi di tipo storico e con riferimenti antropologici. Da questa analisi è emersa la possibilità di un legame della festa e del folclore con la cultura attuale. Infine si forniscono almeno ipotesi di interventi operativi.

PARTE PRIMA

MONDO DELLA RETTA E DEL CIRCOLO: LA FESTA ED I MODELLI MITICI

La società industrializzata, caratterizzata da un procedre irreversibile, condizionato essenzialmente da una tecnica, che può crescere solo su se stessa con continuità, ignora pressoché completamente i grandi cicli naturali. L’artificiale uccide o, nel migliore dei casi, nasconde la visione del Naturale (per es., il cemento e la luce elettrica si frappongono fra l’uomo e le grandi ciclicità del Cielo e della Terra). Di fronte a questo mondo della linea retta sopravvive in angoli perduti o come residuo dentro la stessa società industrializzata, il mondo del circolo, le culture della ciclicità. In queste culture esiste una profonda rispondenza fra le caratteristiche antropologiche dell’uomo, sorto da un Cosmo regolato ciclicamente e il Cosmo medesimo. Tale rispondenza si sprigiona essenzialmente in occasione della festa che nelle società arcaiche si riconnette sempre al rapporto uomo-natura sia pure mediato dal rapporto uomo-uomo, cioè dalla Cultura.

Gli studiosi di antropologia ed etnologia vedono nelle feste infatti ben altro che l’odierna contrapposizione di “ tempo libero” e “tempo di lavoro”: la festa è sospensione di attività quotidiana, immissione in un tempo sacro ed immobile, destorificazione e ritorno alle origini e quindi di coinvolgimento diretto con la matrice cosmica comune.

Il diverso rapporto istituito con la natura della festa, trasforma radicalmente anche il rapporto fra gli umani. In questo mondo capovolto (Cocchiara) tutte le regole saltano, come accade presso gli Indiani pescatori Junok, citati da Erikson: l’avaro diventa prodigo, altre volte si disconoscono completamente le regole di castità; anche i ruoli sociali consueti vengono messi in discussione, come in due feste cicliche che hanno resistito fino ad oggi: il Carnevale ed il Maggio. Nel carnevale fino all’epoca moderna si infrangono liberamente da parte dei sudditi i privilegi e le protezioni dei membri della classe dirigente; nel Maggio si eleggono un”re” ed una “regina” del maggio ed i loro poteri sono accettati nella comunità per un intero mese.

L’interpretazione della festa data dagli studiosi può ricondurre a tre posizioni di fondo:

1 – Interpretazione “irrazionale” di Eliàde, secondo la quale la festa ciclica e arcaica attinge l’essenza cosmica.

2 – Interpretazione “culturale” di Jensen e Kereny, secondo la quale nella festa si colgono le implicazioni più profonde della vita di quella comunità: chi partecipa alla festa fa esperimento, erlebnis, diretto della base comune su cui si regge il gruppo.

3 – Interpretazione “funzionalistica” che suggerisce di vedere la festa anche in relazione alla necessità di superamento di problemi psicologici nascenti dall’intersecarsi dell’attività produttiva.

 

Nonostante le diversità di questi punti di vista, essi però concordano nel riconoscere alla festa le caratteristiche di un’occasione privilegiata per riconquistare l’unità profonda fra uomo e cosmo e , di qui, fra uomo e uomo, secondo moduli mitici, differenziati certo da cultura a cultura, ma tuttavia riconducibili ad una unità di esperienza e funzione.

Sul sentimento di unità e identità di gruppo, rivissuti o riconquistati nella festa, si fonderà poi il vario mondo delle relazioni umane da quella familiari a quelle economiche, collegate al principio antropologico a valenza evolutiva della spartizione del cibo, che danno luogo, in società più evolute, a manifestazioni, a loro volta partecipi dello spirito della festa, come la “fiera”. In questo contesto si potrebbero anche situare feste come i “Palii”, es., di Siena, Arezzo, Pomarance…, il “Gioco del Ponte” di Pisa…, che pur risalendo nella loro fenomenologia apparente a fatti storici precisi (e in questo somigliano alle feste religiose della Seconda Parte), rimandano però anch’esse ad esigenze antropologiche a valenza etologica (smorzare e ridurre a gioco simbolico, i conflitti inter-gruppo per il controllo del territorio).

 

PARTE SECONDA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA FESTA NELLE GRANDI RELIGIONI

Il mondo della retta è il mondo di oggi, però le sue origini sono lontane. Come diceva Weber il disincanto e la razionalizzazione hanno cominciato a distruggere i miti molto prima dell’età moderna. Questa teoria trova esplicita conferma proprio nel caso della festa e in particolare del rapporto fra modello mitico arcaico e modello delle grandi religioni storiche (Buddismo, Ebraismo e Cristianesimo).

Le grandi religioni storiche anzitutto abbandonano il tema della interazione uomo-cosmo e le vicende naturali per sostituire loro l’evocazione di precisi fatti storici (Natale, Pasqua…) che sollevano la storia umana a storia di salvezza e respingono il linguaggio mitico. Quindi dal mito alla ragione, dal cielo alla storia. Naturalmente questo processo è differenziato da una religione storica all’altra Nel Buddismo infatti la struttura ciclica permane anche se connotata negativamente, come catena da interrompere; nell’Ebraismo e soprattutto nel Cristianesimo gli eventi si presentano secondo una direttrice rettilinea richiamata dalla parusia futura (finale trasformazione del mondo dopo il secondo avvento). Così alcune grandi religioni dischiudono le porte al mondo della retta, cioè all’Era Moderna. Per altre, specialmente all’origine, lo stesso Cristianesimo e tutt’altro che ignaro del grande valore intrinseco della festa ciclica e compie numerosi e significativi tentativi di recupero. La stessa festa del Natale recupera la precedente festa invernale pagana del Sole invitto (già dal solstizio invernale infatti il sole risale a spirale verso il Tropico, quasi a suggerire la rinascita sua e del Cosmo); anche nella Pasqua , festa tipicamente cristiana, c’è un recupero di temi ciclici del Dio che risorge con la Natura e dell’uovo come simbolo di fecondità. Questi aspetti, con il pathos naturalistico e lo stesso pathos mistico specifico delle feste religiose, centrato sul tema della rivelazione e della salvezza, si sono andati sempre più affievolendo nel corso dei secoli; è stato perso il senso della festa, del naturalistico e del sacro. Un poeta italiano alle soglie dell’era moderna, Giacomo Leopardi esprime la crescente incapacità dell’uomo contemporaneo a sentire e vivere la festa.

PARTE TERZA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA MORTE DELLA FESTA NEL MONDO CONTEMPORANEO E NECESSITA’ DI UN RECUPERO

Il mondo contemporaneo si caratterizza per un radicale venir meno delle radici mitiche e religiose della festa. Da un lato la festa viene ridotta a mero tempo libero contrapposta, ma insieme uguale, per l’assenza della dimensione “libertà”, al tempo di lavoro; dall’altro lato la festa, ormai svuotata del suo significato, viene ad essere inglobata nell’economia e nella produzione, attraverso l’imposizione e l’esasperazione del consumo.

Sono sorte anche nuove feste legate ad eventi particolari della storia di una nazione, di un gruppo o di una classe (ricorrenze nazionali, celebrazione della resistenza, Primo Maggio…); talora queste feste, come il caso del Primo Maggio, hanno cercato anche di assumere in sé precedenti valori e tradizioni, ma in generale si può dire che tali feste moderne, come semplice assenza di lavoro e più recentemente in quello consumistico, non sono riuscite a recuperare il modulo mitico della festa originaria.

 

Anche altre occasioni come le “fiere”, un tempo ricche di significati simbolici (occasione di incontro fra gruppi, rivolto a favorire scambi esogamici, occasione di riconferma di tradizioni alimentari o di abbigliamento…), tendono , eccetto particolari situazioni di residui di civiltà contadine o montanare, a diventare sempre più occasione per l’acquisto di merce (dalla fiera al mercato). Anche nei Palii si assiste da una discontinuità di partecipazione fra i turisti che assistono ed i cittadini coinvolti nell’evento.

In questi ultimi anni si è assistito ad un tendenza al recupero delle tradizioni, forse dovuto agli effetti atomizzanti sulla società esercitati dalla cultura sempre più simbolica, dalla specializzazione e parcellizzazione crescente del lavoro industriale, nonché dal venir meno di numerose occasioni di scambio nella vita quotidiana. Questa tendenza si è espressa in modi molto vari, talora chiaramente distorti (come l’esasperazione del tipo sportivo per le squadre locali), tal altra strumentalizzati, come nelle feste di partito, altra ancora, certo in modo più genuino, nelle feste e sagre paesane o nella costituzione di gruppi per il recupero delle tradizione folcloristiche (canto del Maggio, Bruscelli; ricerche, anche stampate, su aspetti paesani pieni di ricordi e nostalgie…), ma tuttavia non recuperanti in generale la distanza fra cultura odierna e festa. Infatti, mentre la feste nelle società arcaiche e in quelle contadine più recenti (fino a pochi decenni fa) esplicitava e confermava un mito che a sua volta sostanziava la cultura, ora viene meno proprio questo legame; la discontinuità fra folclore e cultura( o per usare la terminologia gramsciana, fra folclore e storia) rimane profonda.

A questo livello si pongono con urgenza due problemi:

1 – E’ possibile un collegamento fra folclore e cultura?
2 – Se è possibile a quali condizioni?

Alcune correnti sociologiche sostengono l’impossibilità di ritrovare un legame fra la cultura attuale ed il folclore e ritengono quindi che il fenomeno della riscoperta del folclore sia solo sintomo di una sterile nostalgia, per altro ben comprensibile nelle condizioni di aridità e solitudine delle società tecnologicamente avanzate, che fra l’altro stimolano anche l’insorgere di fenomeni come l’interesse per la parapsicologia, l’astrologia, la magia nera.

A nostro avviso sono più accettabili altre posizioni della cultura contemporanea che affermano la possibilità, sia pure problematica, di ristabilire un rapporto fecondo fra folclore e cultura. Lo stesso Gramsci, anni addietro, intuiva tale necessità e possibilità e, anziché irridere illuministicamente alla cultura del popolo, ritenuta per altro insufficiente, ne ipotizzava tuttavia un recupero necessario ad una presa di coscienza, in vista dell’emancipazione del popolo stesso.

In contesto culturale assai diverso il grande antropologo Levi-Strauss distingue fra civiltà fredda e civiltà calda, intendendo col primo termine le società primitive di cacciatori-raccoglitori orientate ad un rapporto simbiotico e non distruttivo con la natura, e, col secondo termine, l’odierna civiltà tecnologica caratterizzata al contrario da un rapporto distruttivo e ad alta entropia con la realtà naturale;egli auspica e ritiene non impossibile che le civiltà calde possano, in qualche modo, assumere alcuni caratteri delle civiltà fredde e non è fuori luogo vedere, proprio in un ben inteso recupero culturale del folclore, una delle strade per tale necessaria integrazione.

Ritornando all’iniziale metafora del circolo e della retta, per altro sorretta da concezioni di carattere cosmologico, pare opportuno pensare ad una società in cui il circolo non si chiude mai completamente, aprendo con continuità a spostamenti lungo la retta (vedi figura), in tal modo le componenti del progresso e della stabilità non si oppongono, né si escludono, ma al contrario reciprocamente si completano. Viene formulata così una risposta positiva al primo interrogativo.

 

 

PARTE QUARTA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: IPOTESI OPERATIVE

Circa i modi di rendere concreta la possibilità di recupero della festa alla cultura contemporanea, sembrano da respingere gli attuali tentativi che o ripetono il vecchio modulo della festa, diretto intenzionalmente da parte delle classi dirigenti ad esorcizzare e riassorbire conflitti e tensioni (De Masi, Europeo N°21 del 3 agosto 1981), oppure si riconducono ad essere semplice “Festa dell’oblio”, fine a se stessa, magari inserendosi nelle tendenze, oggi diffuse nei giovani, al disimpegno, al rifiuto politico, all’isolamento totale singolo o di gruppo nella droga o nel rock.

La strada da seguire è un’altra:

1° – In primo luogo si tratta di immettere il folclore nel circuito culturale attraverso una presa di coscienza colta dei valori intrinseci che la festa autentica ed il folclore recano in se stessi, consapevolezza da riportare poi al pubblico tramite esperimenti di drammatizzazione e teatralizzazione che che consentano la immedesimazione e la partecipazione emotiva degli spettatori, portati a rivivere così in forme mediate il loro folclore. Esperienza colta significa anche confrontare e così capire il proprio modo di vivere, nel folclore, fondamentali esperienze umane, col modo in cui le stesse sono vissute o celebrate in altre culture, anche molto lontano nel tempo e nello spazio, sottolineando in tale maniera la comune umanità che pervade le differenti tradizioni: è in questa fase che è colto esplicitamente il rapporto valorizzante fra folclore e scienza antropologica, possibile sapere disciplinare fra altri come Botanica, Zoologia, Fisica…), quindi fra folclore e cultura simbolica.

2° – In secondo luogo si può vedere nel recupero del folclore locale, la possibilità di far recuperare ad un gruppo le sue comuni radici quindi di ridarli un’identità che troppo spesso la società attuale tende a cancellare e gettare nell’oblio. Ci riferiamo ad esperienze che a noi paiono esemplari in tal senso, nei nostri paesi spesso le autorità sociali (Assessori della cultura e dell’istruzione, Commissioni alla cultura…) attivano, usando strutture presenti come Filarmoniche, Filodrammatiche ed altro se disponibile, per, es., spettacoli che si riferiscono al folclore coinvolgendo di solito interi paesi. Così la solidarietà di gruppo, caratteristica, almeno in passato, delle nostre popolazioni si trova spesso amplificata per es., nelle diverse versioni del “Maggio” tramandate oralmente per generazioni: si leggono spesso strofe che indicano la buona disponibilità verso l’ospite, lo straniero che bussa alla porta del podere; al tempo si aprivano le cantine si imbandiva la tavolata in allegria (“Quando andate giù in cantina / fate il giro alla rotonda / e prendete la meglio forma / della tavola su in cima” ovvero “Quando andate a quel prosciutto / e prendete quel coltello / e tagliate il cordicello / affettaticelo tutto”). Rimane qui l’immagine di una società contadina resa peraltro tanto disponibile all’ospite anche dalla diffusa abitudine alla caccia di gruppo, grandemente sviluppata anche oggi (si pensi alle cacciate al cinghiale nelle macchie della Carline, di Monte Castelli, di Sant’Ippolito, della Trossa, della Casa…) e dalla relativa cultura (divisione del cibo…), nonché dalle caratteristiche territoriali della zona, con poderi molto isolati, in cui si aspettava con ansia l’arrivo del forestiero in vista di scambi di oggetti, esperienze, legami affettivi (esogamia).

3° – Infine si nota una forte connessione fra recupero del folclore da una parte e cultura ed educazione ecologica dall’altra; la natura o più precisamente una natura ben più ricca di quella attuale, un ambiente non ancora degradato, sono protagonisti dei canti di Maggio e di altri momenti del folclore: le “bubbolelle” e gli “allori spontanei” sono quasi scomparsi dalla Val di Cecina, i prati inaridiscono sotto gli zoccoli delle pecore o sfruttati fino all’inverosimile dai seminati intensivamente condotti e dalle monoculture, solo i margini dell’asfalto sono ancora accessibili e gli stessi fiori di maggio si sono ritirati in rare stazioni (si pensi ai “tromboni”, alla “ruta”, alla “camomilla”…); è diventata esperienza privilegiata riuscire ad ascoltare il gaio, dolce e articolato canto dell’usignolo o rivedere il frizzante giallo del cardellino (quanti ne sono consapevoli?): “E’ tornata la bubbolella / a far nido in su pe’ prati / come fan l’innamorati /quando vanno dalla bella” ovvero “Su per Cecina e per l’Era / son fioriti già l’allori / cardellini e rosignoli / cantan ben la primavera”. E’ riascoltando questi versi che non solo si ha nozione nostalgica di un mondo che ormai sta scomparendo, ma si riceve forse l’impulso potente al rispetto dell’ambiente naturale in ogni suo componente.

 

I SASSI DI MONTEBUONO: I MAMMELLONATI ED ALTRO; della dott.ssa prof.ssa Susanna Trentini, laureata con lode, al tempo laureanda in Filosofia

NOTE DEL COORDINATORE (NDC) Piero Pistoia

E’ possibile vedere molte foto dei ‘mammellonati’ nel post relativo ad essi in questo blog e insieme avere informazioni su come osservarli anche in posto (articolo – ricerca del dott. Giacomo Pettorali e del dott. Piero Pistoia, integrato a ‘zibaldone’ da svariati altri personaggi della cultura).

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Mammellonati in acqua

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I SASSI DI MONTEBUONO: I MAMMELLONATI ED ALTRO; riflessioni personali della dott.ssa prof.ssa Susanna Trentini, al tempo dello scritto laureanda in filosofia

PARTE PRIMA

Guardate questi sassi.
Viene da chiedersi cosa significhino, perché nei suoi elementi la natura parla una lingua muta , traduce un linguaggio che non è convenzione da noi controllata, patteggiata, stabilita.
Eppure è una lingua che ci esiste, che ci fa esistere. E quanto dice ognuno di questi massi lisci, ognuna delle sue fessure, e, come per contrasto ogni terra ruvida, arsa, sbriciolata, che per antitesi ci viene alla mente e alle dita….
Ognuno di questi sassi parla alle zone della nostra anima che non decidiamo come rispondono, di cui non padroneggiamo le catene, i simbolismi, le associazioni emozionali. Parla ai nostri cinque sensi, al tatto, e al nostro bisogno di toccare, e alla tattilità in generale, e alla musica in cui l’anima è tatto.
Ogni sasso è un’emozione, una parola, un pensiero che non in un altro modo potrebbe essere detta.
Ogni sasso è una carezza di irripetibile forma, un’immaginazione di cui toccare la musica.
Quando la natura parla non ci asseconda, è unica come lo è il sentirla, intraducibile come il suo stesso canto.
E’vita senza verbo, un’impotenza a comunicarla, e un movente a comunicare. Di sicuro non possiamo avere il potere di restituire ciò che proviamo.
Ci penso: noi non saremo mai il sole che tramonta, e con le parole, in fondo, neanche l’emozione che ci dà possiamo rendere. Ma possiamo unirci ai sassi e alle stelle e al sole, ogni giorno diverso, ogni giorno lo stesso, consapevoli che nell’insondabile incontriamo tutto questo. Consapevoli che nell’insondabile facciamo poesia tentando di restituire il divino.

Con le parole e la letteratura preghiamo di rendere il tramonto del sole, con le età della nostra vita lo siamo, con il dolore del nostro amare lo traduciamo inconsapevoli fin da giovani, o fin dall’inizio, quando si nasce e accade il nostro primo essere strappo al nulla.
E ugualmente tentiamo di cantare questi sassi, ma è la nostra vita che si modella di tempo come il loro levigarsi di epoche, e sono le nostre sensazioni che si elaborano in divenire per avere anche una posa di macigni nel bisogno nostro d’eterno, d’eterno posato dove tutto scorre, come i sassi sul fiume.

Ma che sono i sassi? I sassi nello stomaco, i sassi sulle spalle. I sassi che pesano, che restano, che ostruiscono, che testimoniano.
Il nostro corpo è pieno di sassi, è pieno di acqua, è pieno di tempo e di inizio.
Il nostro corpo ricettacolo della nostra immaginazione, della nostra libido, del nostro dramma di transito, di fascino. Di pietre che conteniamo, sciolte o insolubili, e di pietre fuori, su cui ci proiettiamo, che sciogliamo investendole di liquido flusso, o che ci sopravvivranno, impermeabili, intangibili, imperterrite.

Guardo questi sassi. Qualcosa in me li tocca, li sente, li trova dentro la mia mente, il mio stomaco, la mia psiche.
I sassi sono nodi, sono segnaposti, cippi, steli, ruzzolamenti d’anima che si fermano.
I sassi sono resti, sono pesi che incombono dal passato, o che somigliano tondi al matrimonio dei contrari che fa la sfera, alla completezza dell’atemporale dove le dimensioni temporali si uniscono. Dove solo con il passato il presente può abbracciare l’ignoto futuro, ricongiungersi agli albori interi, originari. Sfere. Sfere atemporali di istanti pieni di tempo, apologie di completezze irrisolte, solo tensionali, matrimonio di significati, di continuità, del ricordo con la nuova e nota inspiegabilità. Involontari cerchi a somatizzare memorie. Pietre piene, verso il tondo e l’anello, e il nuovo e il ritorno.

I sassi sono volti, sono ricordi, sono presagi, sono sfere divine cadute sulla terra a diventare imperfette del miracolo del loro esistere, e del loro esistere per noi.
Il miracolo dell’esistenza è la sua imperfezione.

 

-Perdiamoci nei sassi, in un libero flusso. E’ un alfabeto potente ed esterno di natura, per questo diventa soggettivo, dove ognuno può scegliere cosa identificare, un alfabeto vasto.
Forse sono i sassi che ci guardano,…. perché noi li liberiamo dalla perfezione di un indistinto in cui sono panismo agli altri elementi naturali, in cui sono panismo a dove si trovano contestualmente inseriti e uniti, e domandano di svincolarsi….magari ci chiedono di poter corrispondere ciascuno, con la sua forma limitata , ad un limite nostro soggettivo ma partecipato, e vasto, vasto quanto il nostro immaginario personale….Sì, perché mai univoca e assoluta è l’associazione di sassi o altri elementi che la natura partorisce come significanti, a un nostro significato…
Allora….
Usiamo il serbatoio magico in noi….vediamo…..
Nei sassi ci sono visi, nasi, occhi che ci cercano dal fiume….
Nei sassi ci sono isole, profili di terre da cercare navigando…
Nei sassi ci sono graffi, scalfiture come nella nostra memoria…., nei sassi c’è il lavoro inarrestabile del mare e dell’oceano che leviga e consuma la terra, risciacquando la nostra esistenza…Raccontando….ripetendo ciò che accomuna ogni uomo….e ciò che da chiunque lo allontana, lo separa…perché dell’amore abbia bisogno, affinché l’amore sia tensione, forse nell’impotenza più piena…
Nei sassi ci sano ombre quando scende la sera sulla loro forma, sono scogli di fiume, ma arrotati di sale quasi…
Se i sassi potessero urlare cosa a loro brucia direbbero quanto sale sta nell’acqua dolce, come nella vita dell’uomo le cose dolci bruciano al ricordo….e fanno sale sulla ferita con il miele di ciò che non ha doppio, che non si ripete….che motiva esistenze intere senza poter essere ritrovato….

Per Eraclito tutto scorre, e mentre tutto scorre i sassi restano? Ma allora sono segni, tracce di presenza, bisogno di ricordare, che l’uomo senza memoria non è umano, i sassi,no, sono sassi anche senza ricordare, ma un’anima forse ce la hanno, e ricordano….Viene di pensarlo….
Sarà mitopoiesi proiettare sulla natura, sarà primitivo cruento dell’infanzia attribuire emozioni alle cose non viventi, ma guardateli, quei sassi vivono….sembrano vivere, non somigliano alle cose rimorte che ingombrano una piena dell’esistenza: sono troppo pieni per non tradurre il moto, e sono troppo feriti per non avere sangue…

Questi sassi sono seni, diventano trasparenti, antecedenti alle epoche, questi sassi sono grossi ventri rotondi di Veneri ancestrali, questi sassi sono l’inizio, e meteoriti cadute….Questi sassi sono una gestazione di madre, di terra, di suolo,un matriarcato fecondo, eppure sono anche visi di maschi, o maschere, irregolari, un pirandelliano non riconoscersi…

Questi sassi sono orecchie al sotterraneo, sono palle con cui giocano i cuccioli dei giganti….questi sassi sono pianeti in un universo d’acqua, scagliati da un big bang che la mente immagina di fuoco sulle trasparenze del fiume….e diventano colori, “gigantesche” biglie, non carboncini se non sulla tela che sente le ombre quando scende la sera sui letti d’acque….e le ombre si sentono nelle mani, e i sassi, allora, li si sente nel cuore….e le tinte bevono scurendosi…..come bagnandosi…..

Questi sassi sono reperti, reperti di un universo non artificiale, memorie del non costruito, memorie della pochezza e dell’impotenza dell’uomo, eppure la mente e il corpo e lo spirito d’ogni uomo possono ricreare quelle pietre mentre quell’uomo le sente, e le sente in ciò che solo per lui rappresentano, nel proprio istinto, nella propria fantasia, in quel preciso inconscio istante che non sarà reso, che passerà…
Ma allora questi sassi sono storia, storia umana se l’uomo la inventa, e storia libera dall’umano, storia che non addomesticheremo, perché ci oltrepassa, e accetta solo una nostra breve fantasia, una breve sensazione che si dilata a rappresentarsi……..,anche nella meraviglia e nel dramma della propria impotenza…….questi sassi sono spacchi al nostro senso di potenza e sono sublime che ci ricomprende al tempo…..e al disegno infinito di un incontrollabile universo…

Questi sassi sono da contare, come cabale non catalogabili, sono il primo abaco alle dita e al ventre….o sono materia sostrato del sogno che la terra cambi colore e possa diventare oro, e che l’oro sia astro e non soldo nella mia fantasia vige, chissà in quella dei maghi, dell’alchimia e del Graal…
Allora possiamo giocare, usarli come simboli più che come quantità, adoperati per un’aritmetica magica, per una scienza sragionante, sono scienza a mutare, e contarli li rende speciali, ma in base a regole alchimiche primigenie,…..allora sono materia di quanto la terra bassa è pietra preziosa che si eleva dentro di noi…..

 

Questi sassi sono palazzi, roccia da inserire nei nostri palazzi, quelli prima dei grattacieli, noi non domeremo mai le pietre che abbiamo usato nel nostro costruire, ogni pietra lavorata o adoperata è divenire limitato e limitato esito di quell’immaginazione che tanto ci rende umani mentre la guardiamo nel suo primo contesto, quando ancora la sua identità è potenziale e indefinibile…
Anche noi siamo tutto in potenza prima di divenire adulti, prima d’essere solo qualcosa di tradotto dell’indistinto dei sogni…….ed umano è il cruccio d’essersi spesi in qualcosa soltanto, in irreversibile scelta, ma che sia limite d’amore,…..sia ricchezza imperfetta di poter dire ho vissuto se c’è stato amore……

Che poi anche la nostra identità è indefinibile, come quella dei sassi…sì, questi sassi ci insegnano l’umiltà, i nervi dell’uomo del novecento che è le sue mille maschere pretese vere, ma in fondo immaginate, in un viaggio che si arresta senza poter corrispondere, e segue nell’acqua del fiume….

Questi sassi sono tutti i visi e nessuno, l’identità è un equivoco, bisogna posare con i sassi in una follia anonima per conoscere attraverso il sentire, la sensazione….perchè sembrano immobili i sassi ma non si arrestano, come la vita che non intrappoli, e poi non sono mai gli stessi come noi, dialogici a destini e ambienti: i sassi vivono in relazione a un un letto di fiume che scorre, che secca, che ogni mattino senza posa muta,e non c’è cosa che resta uguale mentre cambia l’acqua che la accoglie, se quella cosa incontra quell’acqua perennemente differente….
Sì, perché ogni cosa esiste “con”, esiste “in base a”, esiste in un contesto, ogni amore in base all’interlocutore e all’epoca, e ai momenti di una vita se di una sola vita si parla……..

Ma mi chiedo:c’è qualcosa di immobile in noi umani, qualcosa di immobile almeno temporaneamente, come quel parziale restare fermi dei sassi, e come quel loro cambiare tanto lentamente da sembrarci uguali a se stessi ,data la lentezza del loro trasformarsi? Poiché anche questo cogliamo, che la pietra è più lenta di noi, più ferma…almeno in apparenza…

Chissà, forse il mutare lento delle pietre, che non si può cogliere in pochi secondi, somiglia all’uscita benedetta del tempo che l’amore consente , che l’amore consente anche fosse errore, nel tentativo di non lasciar macinare quella tensione a mescolarsi che è animalità nell’unicità: magari ogni sasso traduce quell’abbraccio,….elevatezza della materia, materia come oscura carne in abbraccio nel pieno dei sassi…nel suolo, ….. sassi come pulsioni che escono e arrestano lo scorrere….
Ma la passione forte brucia, consuma, vorticosamente: che anche quell’istinto possa posare con una certa immobilità?
Sì, dentro noi, nel ricordo, nel bisogno che ci fa amanti perenni anche da soli, e forse il fiume dove si trovano i sassi è quell’interno dove i nostri fuochi vissuti posano, e si fanno sassi…..
Ma si fanno cenere, sassi frantumati, o fuoco ancora, fuoco sfuggito al mutare nel ricordo……fuoco che sopravvive, mai pietrificabile, in movimento continuo che arde, sprona, morde….
E’ tutto molto confuso, quando la vita è un vulcano….I sassi allora sono lapilli che vengono schizzati e scagliati al cielo dalla pancia del mondo, come Van Gogh schizzò al cielo, dal peso della Camargue, la sua notte stellata….e dalla sua follia endogena il suo volo di corvi nel grano, incandescente come la lava, schiantato come la sua pazzia….e la terra ha il potere d’essere pazza, l’universo si muove secondo moti di pazzia, e Dioniso secondo furori sacri e matti d’oscuro…

I sassi ,sì,mantengono il loro arcano anche nel garbo di un giardino, anche fossero in un giardino all’inglese, perché ciò che si lega alla terra è sempre doppio, ha in sé il selvaggio, il non coltivabile, comunque lo si componga, a significare, o semplicemente a sprigionare irrazionalmente….
Perché, che l’irrazionale non abbia senso, francamente, è per me la più grossa delle stupidaggini…. ……..

-Mi sembra l’abbia detto il piccolo principe che gli adulti non rintracciano nelle forme disegnate nient’altro che la spicciola plausibilità per somiglianza. Ora io vi dico che violenza è associare alle cose ciò che meramente somiglia loro mentre tutto può significare tutto? Forse il collante tra forme e sensi non è associazione logica e abitudinaria, ma dettata dall’amore, anche quando pare la cosa più incomprensibile…, o la cosa più assurda…
Non possono questi sassi essere le mura del mio mondo tormentato? O un seno felliniano? O fantasmi? O la sfera della fata guardiana,una delle tre guardiane, quella del destino, quando il mare e i boschi di Irlanda diventano tondi come un mandala alata, di femminile e bendato dominio?
Non possono essere, questi sassi, altrettanto, la mela blasfema del paradiso terrestre, e la disobbedienza che motiva la nostra vita?
L’illusorietà dei manicheismi, la disobbedienza come virtù’?
E non possono essere lapidi luttuose a ricordare, senza nomi incisi, proprio chi abbiamo amato nella purezza della natura che, per anonima che sia, non somiglierà mai alle fosse comuni in cui l’uomo dimentica i propri morti? E ancora può ogni sasso conoscere l’unicità più dei sepolcri foscoliani?

Può essere ogni sasso una pancia gestante sogni?
Possono essere, i sassi, in quanto pietra, una sorta di materia da scultore, una materia che l’arte fa sviluppare come dal marmo usciva la forma Michelangiolesca? Un marmo grigio all’invenzione, dove nasce colore con la forma….Scultura colore…non grigio, non bianco….
E bianche sono le strade del sud nel nostro cuore, di polvere senza sassi…
Ma poi cave, sassicaie, stavolta bianche loro, talora grige…..Il colore dipende da cosa si estrae nella cava……E se la cava è di novelle, o di miti?
Ecco, ……ecco, ho trovato questi sassi, ho trovato cosa sarebbero allora, o cosa sono: sono fiabe. Sono la nostra fiaba.
Sono un volo peso a terra. Sono un rammento del fantastico che resta e non vuol morire, che chiama ciascuno al pari diritto di inventare e d’essere il proprio sentire. Di essere il proprio sognare…perché niente quanto la natura concede libertà e pari diritti laddove la sua è potenza da tutti interpretabile, e da nessuno assoggettabile.
Perché nessuno al potere può dire “I sassi sono solo questo”.
Perchè quando qualcuno trova dei sassi, e decide solo lui cosa sono, e pensa di controllarli, o di poter imporre un loro senso immodificabile agli altri esseri viventi, allora esiste Babele e la dittatura.
Ogni cosa è “relativamente”, ogni cosa è ciò che per noi significa nel caleidoscopio infinito dei significati che esistono in base al nostro pensiero che ama anche l’esistenza dell’altrui emozione, dell’altrui pensiero.
Di differenze e ricchezze è la vita.
E non c’è un sasso uguale a un altro, un animale uguale a un altro.
Ma tu diresti mai “Ecco per quel sasso lì sbriciolate tutti gli altri!”, oppure diresti mai “Quel sasso lì suggerisce solo ciò che ho in testa io, solo ciò che sento io!”…..Io posso fare una piramide di sassi, ma franerà prima o poi, perché quello che conta, se proprio voglio farla, o se ne ho bisogno per passione, per dare un senso alla mia vita, è che io sappia che per il mio amore ho messo un sasso sopra agli altri, e che gli altri sassi reclamano la stessa vita…e che l’immobile non lo è mai così tanto immobile, e che un altro essere sfarebbe la mia piramide, e per amore terrà nei ricordi la mia….. Non sono piramidi basate sul valore assoluto dei loro elementi quelle fatte da mani pure, sono forme e non piramidi, forme dal cuore pulsante, come ognuno di questi sassi…., forme dure e lisce con il cuore morbido e ombroso, oscuro o multicolore….Però confido che si può dare la vita per un sasso che è al primo posto nel nostro cuore, ci rende necessari, e grati….e al contempo senza assoluti, pieni d’amore per ogni sasso che esiste……

Questi sassi sono un canto che dura il tempo di quando li accarezziamo o li immaginiamo, e questi sassi sono l’esistenza, perché dureranno più di noi come la vita che continua senza noi, e che continua quando chi amiamo muore o ci abbandona….ma nella straziante bellezza di tutto mi piace pensarli come una piccola scia di eterno, come ho sete e bisogno io, nell’umiltà di tanta poesia che, dio mio, quanto mi oltrepassa mentre mi è donata…….

E penso e sento, fin da quando ero bambina, che forse quando gli angeli si incarnano è come se dall’etereo, e dalla perfezione rarefatta e totale, accettassero il peso che tiene a terra, quel peso della morte che esiste, del limite in cui ha senso amare, e chiedere di dio.

PARTE SECONDA

Oltre a scrivere tutto quello che di getto sto scrivendo come a me nasce dentro, mi era stato chiesto di scrivere anche un pezzo sui sassi insieme a Renato Bacci (NDC: docente di lettere, di ruolo al Liceo Classico di Volterra (Pisa), con cui spesso ho lavorato.
Ma lui è in viaggio: non abbiamo potuto incontrarci, o parlarne. Allora proseguo da sola, ancora seguendomi liberamente in un flusso.
Renato, per caso, diversi mesi fa, mi ha parlato dei sassi di Matera, che non ho visto mai. Ho sentito sassi vuoti, dove stavano i poveri. Sassi concavi: la miseria abita grotte e pietre. La terra è fertile del valore più scomodo, e meno scontato: questo è stato il mio primo pensiero.
Il ventre della terra genera uomini ricchi di inizio, pieni di suolo, e di cielo, e di fame, mi è venuto subito di pensare.
E poi ,mentre Renato descriveva quei sassi, ho sentito che quando qualcuno tocca la tua memoria storica con quella di sé bambino fa diventare la vita ciò che ti descrive. Un pezzo di vita, di te bambina, che immensamente percepisci. Uno di quei pezzi di vita che immensamente viaggi più che con gli aeroplani, là dove, per anima, sei empatica e ricettiva in una forma devastante.
Poi ho sentito la vita intera di chi non mangiava, e aveva i sassi e il sole. Questi sassi che vediamo,svuotati, sarebbero i sassi di Matera. Potrebbero. Io li sento partorienti, sonanti ora.
Rimpiccioliti questi sassi qui, a Pomarance, sì, qui, non a Matera, ma attribuisco a loro lo stesso senso di quelle dimore di Sud, tremanti, fisse, in un’associazione che mi fa il cuore, che il corpo rende avulsa dal nome dei paesi. Un’associazione che mi si sveglia nel sangue. Percepisco con fisicità.
E mi dono alla bellezza della vera memoria, che è singola e insieme universale, collettiva, ancestrale: ora mi pare tutta in questi sassi. Li guardo alla luce delle storie che solo l’amore racconta.
Li guardo con gli occhi che l’amore presta quando dedica ciò che di lui fa parte mentre un’altra persona dona. Un’altra persona nell’epoca dei calzoni corti.
Sento la mia vita all’epoca della guerra, di mia nonna, sento quanto amo la sua borsina scomparsa, le mani. Sento la macchia.
Sento anche le lotte dei “sassi” che sono state dopo, e le sommosse della guerra delle idee, delle piazze.
Sento i quartieri popolari,poi i poderi del sud assolati e isolati, gli stinchi dei bimbi. Perché mi sono. E questo mi viene di unire a ogni sasso. E dunque al racconto di quando dei sassi sono case per disgraziati, prima di divenire oggi abitazioni che è lusso comprarsi.
Ed ecco in me il grano che affastella devastazioni. L’arsura, la vita, l’oscurità e l’ombra, le cantine da sempre mio fondo. Ed è in me questo perché questo amo, grido.
E faccio partire tutto dal guardare questi sassi di fiume. Perché ogni cosa è spunto al filo immenso che fa essere ovunque la nostra anima, nel ritorno di noi a ciò che amiamo, che patiamo, che è la nostra soggettività. Lo spunto è una cosa, la catena d’amore si libera dove sentiamo il bisogno, il rimpianto, l’empatia, la partecipazione. La radice di noi.
Questi sassi, da questi sassi può partire tutto.
Dal racconto di chi mi ama io trovo immagini mie, che non mi vengono dette , e che sono alla base di me, da ridonare, per ricompensare del racconto. Quando mi produce sensazioni ignote, sacre all’inizio del mio viaggio quaggiù, le più conosciute da me. Immagini senza le quali non sarei io dagli albori della mia vita mi pare, e senza le quali non amerei così tanto oggi. In questo preciso istante, negli istanti che verranno, in quelli in cui trasmetterò e riceverò.
Noi siamo mille vite, e una vita sola. Noi siamo mille anime da ripescare, da ridonare, da partecipare, siamo origini da dedicare. Mi affascina credere che siamo tutte queste vite da ben prima di nascere.
Siamo incodificati sassi di fiume che l’amore sviluppa, e rende antropomorfi. Ogni volta che amiamo, che conosciamo, che doniamo l’inconoscibile in noi, che lo lasciamo creare in noi dall’amore, dal ricordo di popoli, individui dentro di noi.
Lasciamo che la vita entri, che da sempre sia.
Renato mi racconta di Matera, della scuola con le ginocchia scoperte. Io gli racconto di mia nonna, dei poderi, io canto del mio Pavese, e diventa nostra la Sicilia.
Ora io sono in Toscana. Davanti ai sassi di fiume che un professore di fisica, un geologo di grande valore, ha scelto per studiare. Un professore di straordinaria capacità, che dona al mondo una realtà dei sassi da scienziato. Intelligente all’estremo.
E io allora penso: la vita è ventaglio che unisce e fa convivere.

-Guardo i sassi nel giardino del professore.
Vedo un presepe, vedo natività,ancora è sentire, non vedere. Gesù non contaminato da gerarchie nasce in una grotta. Fieno e pietre, immagino. Non di barocco terreno e di Vaticano. Eppure consistenti di materia, fisiche, nude. Pietre come il corpo che io prego dio ami.
Gli etruschi,poi, penso, chiudevano i corridoi alle camere mortuarie con pietre schiacciate. Più schiacciate dei sassi di fiume.
Ma che sia natività cristiana o al di là etrusco, dalla pietra, secondo me,nasce un contatto con l’oltre, con il divino di dei, o del dio.
Io credo che conti l’amore e l’immaginazione. Per me la pietra ha un sangue, deriva dalla terra. Sento la terra che batte nel mio sangue, io.
Le “lase” etrusche tentano di sbozzarsi da pietre tonde sulle pareti delle stanze dei morti. Stavolta pietre tonde, non schiacciate a chiudere corridoi. Io devo a Renato la conoscenza della parola “Lasa”. Mi ha mostrato lui, tempo fa, quella pietra tonda in una tomba. Mi disse che era per gli etruschi una specie di angelo.
Per me ha un suono divino la parola lasa. Per me i sassi suonano.

E Renato non sapeva che i miei sassi di fiume sarebbero stati anche “lase”. Nessuno sa cosa diventa un segno nell’altrui amore, nell’altrui significato, nell’altrui cammino di mente, e nel viaggio dei piedi.

 

La Toscana è etrusca.
La Palestina è lontana. Ma qui anche lei, come infinite altre culle sacre in pietra….L’amore e i sassi sono vicini.
La nascita e la morte.
La pietra dove si nasce, quella che suggella la morte, il proseguire altrove….e la pietra su cui si cammina, quella dell’eremita e del fare l’amore…. La scientificità, poi, è in un giardino vicino a casa mia. Il divino attraversa paesi e cuori .

Umilmente, ringraziando le pietre e la terra, le persone e la possibilità di scrivere involando sassi soggettivi come fossero parola …e ringraziando Piero Pistoia, e la sua intelligenza che ricerca, e Renato che crede nei viaggi che sento. E che sa esistere con la naturalezza dei sassi quando vivono,quando davvero vivono.

PARTE TERZA: conclusioni

E questi sassi sono il non trasmissibile, e il mio primo bagno, nel fiume Cecina, che ho fatto appena ieri per andare a trovare la loro origine.
Sono frutti d’acqua gelida,sono la melma che copre i loro fratelli sotto l’acqua pregna di zolfo. La melma che confonde ciò che l’uomo può capire in luoghi dove egli così tanto sente, e dove non può chiarificare. Non deve chiarificare…….se prega di partecipare…..
Sono un battesimo di Giordano, questi sassi, e il temperarsi del corpo alle acque, e al sangue caldo che la terra ricede la sera al fiume deserto.
Sono il corridoio di luce verde azzurra sotto cui i macigni si spostano d’onda. Sono l’elicriso e la croce sul masso più alto, che è a picco sul corpo, quel nostro corpo immerso, che alza gli occhi a dio. Agli dei.
Questi sassi sono come viaggiano lenti sul fondo di secoli, o di veloci imprendibili istanti, e sono come il piede li sente quando dall’acqua fonda torna alla terra.
Sono il vento che muove le piante e l’oro di ogni estate che sta per avventarsi. Di lingue altre. Devastanti e lì, a intriderci di lontano e di primario.

SUSANNA TRENTINI

 

DA INSERIRE FOTO MAMMELLONATI FRA LE SINGOLE PARTI……..

POMARANCE: UNA BREVE PASSEGGIATA FLORISTICA A SCANSIONE MENSILE, PARTE SETTIMA; a cura di Sofia; possibili note del coordinatore (NDC) piero pistoia

PIERO PISTOIA CURRICULUMOK

 

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NDC –  dott. Piero Pistoia

Continua il monitoraggio botanico-educativo, mappatura delle piante selvatiche, a scansione mensile, lungo un percorso, alla periferia del paese di Pomarance, che, inserito nel paesaggio floristico della Val di Cecina, ne riflette, in prima istanza, le sue caratteristiche botaniche essenziali. Data la vicinanza delle Scuole, potrebbe, nel tempo, se mai la Buona Scuola diventerà attiva, essere utilizzato anche per passeggiate scolastiche culturali ad uso didattico (infatti la comunicazione non sarà meramente descrittiva, ma spesso inserita in un processo di costruzione-scoperta, cioè nei contesti delle OSSERVAZIONI SCIENTIFICHE scolastiche),  e in generale come stimolo all’osservazione guidata della Natura Spontanea della zona, e non solo (se è vero che la vegetazione dell’Italia e delle altre Nazioni limitrofe, circa nella stessa fascia di latitudine, risente mediamente del clima dell’area mediterranea), per ravvivare il concetto di diversità biologica e rinnovare un nuovo patto con la Natura.  E questo è CULTURA! forse più significativa e formativa di altre e senza consumare risorse.

Riflessioni spurie

Se riesci a  ‘nominare’ una piantina dal ricordo, la più insignificante, la più nascosta e sconosciuta,  la riconosci e la inserisci nel tuo quotidiano (per te allora inizierà ad esistere nel Tutto!). Forse potrebbe essere possibile cogliere un parallelo, anche se a livello minore di consapevolezza e di interazione, fra il ‘nominare’ la pianticella e lo straordinario  processo reciproco di addomesticamento fra il Piccolo Principe e la volpe, nel famosissimo grande libello di Antoine De Saint-Exupery! Il ‘nominare’ non è forse il primo passo dell’addomesticamento? La piantina può ‘identificarti’ attivando qualche sconosciuta reazione chimica della sua biologia? Se tale reazione si esplica con un impulso elettro -magnetico, sarebbe possibile misurarlo con un particolare amplificatore? O la misura risulterebbe impossibile perché l’energia da misurare sarebbe così piccola da uscire a sinistra dell’intervallo di tolleranza della misura ovvero si perderebbe nel ‘rumore di fondo’ dello strumento?  Mi ricordo di  tentativi di progetti di circuiti riportati su riviste di elettronica  di anni fa (se possibile ne riporteremo uno) con questi obbiettivi. Le strane associazioni di pianticelle selvatiche, che talora meravigliano, sono volute dal caso? Forse sì, ma non lo sappiamo fino in fondo per la mancanza delle infinite informazioni relative a questi eventi sulla reciproca interazione, sulle interazioni con le comunità di animaletti ad esse associati (insetti, batteri,..), … e sulle interazioni di associazioni lontane nel tempo e nello spazio  attivate dalla loro presenza (interazioni fra segnali debolissimi fra eventi sperduti nello spazio-tempo).  E’ molto probabile che segnali di comunicazione, intra ed extra specifici, esistano (si pensi al fenomeno multiforme del parassitismo e alle sue interazioni, es., cistus-ipocistus…, alla congerie di piccoli animaletti che brulicano nelle associazioni spontanee e non, all’impollinazione, ecc.). Sarebbe da rendere più operativa una disciplina (che potrebbe chiamarsi Etologia Botanica) da sviluppare e su cui investire, se possibile per es., anche sul piano delle nanotecnologie,  per ripulire il segnale dalle energie spurie e permettere misure ed esperimenti, ovvero progettare metodologie statistiche capaci, tramite analisi di molti dati, di focalizzare un segnale rilevante.  Da ricordare che l’ Universo (il Creatore?), è, comunque, uno dei più potenti e precisi registratore di eventi! e mai evento forse si perde (si pensi, per es., alla risurrezione o al trasferimento dei corpi e del loro spirito in molte religioni).

EINSTEIN:  la logica ti porta da A a B; l’immaginazione dovunque!     PLATONE: la ‘Verità’ è altrove!

Quando i fenomeni in studio sono  complessi non escludiamo a priori anche qualche valutazione al di là della fisica e del buon senso, che, anche se guardano, ‘vedono’ solo da vicino! mentre il senso comune con  riesce a fare neppure quello.

COME NELLE ALTRE  PARTI I TESTI QUALIFICATI DI RIFERIMENTO PER QUESTO LAVORO SULLE PIANTICELLE SELVATICHE SONO PRINCIPALMENTE I SEGUENTI (consigliamo i lettori, interessati da questi posts, di  procurarseli per i riferimenti, l’approfondimento e la qualificazione delle biblioteche personali!) :

EUGENIO BARONI “GUIDA BOTANICA D’ITALIA” Ed. CAPPELLI

PIETRO ZANGHERI “FLORA ITALICA Vol. I-II” Ed. CEDAM        

SANDRO PIGNATTI “FLORA D’ITALIA Vol. I-II-III” Ed. EDAGRICOLE

EDUARD THOMMEN “ATLAS DE POCHE DE LA FLORE SUISSE” EDITIONS BIRKHAUSER BALE.

N.B. – Il testo precedente di THOMMEN è stato perduto e sostituito dal testo acquistato ad hoc:

E. THOMMEN e A. BECHERER con lo stesso titolo, ma con EDITORE, SPRINGER BASEL AG; più recente, comprende anche le nazioni straniere limitrofe. Si tratta della sesta edizione redatta da Aldo Antonietti. 

VENGONO ANCHE CONSULTATE DUE GROSSE ENCICLOPEDIE SUL REGNO VEGETALE, L’UNA EDITA DA VALLARDI E L’ALTRA DA RIZZOLI; E SVARIATI ALTRI TESTI SECONDARI DI DIVERSE CASE EDITRICI CHE NOMINEREMO QUANDO NECESSARIO.

A questi testi si farà continuamente riferimento esplicito e si spera che Autori ed Editori permetteranno di trasferire ogni tanto anche qualche disegnetto schematico, ‘DESSINS AU TRAIT’, di chiarimento, dai testi  a questo post, precisando sempre e con cura le coordinate da cui  estratto.  Gli unici obiettivi di questo lavoro, infatti, sono e rimarranno solo quelli di ‘costruire’ e comunicare didatticamente cultura, per quanto ci riesce, sempre del tutto gratis. Comunque siamo disponibili nell’immediato a qualsiasi intervento su questo post ed altri su avvertimento (al limite, se necessario, anche a sopprimerli!)

Il testo teorico di riferimento sarà:

Carlo Cappelletti “BOTANICA, Vol.  I° e Vol II°”, UTET

VERRANNO USATE NELL’OCCASIONE ANCHE LE SCHEDE RIPRESE DA UN TESTO SCRITTO DA DUE RICERCATRICI DELL’UNIVERSITA’ DI PISA:

Dott.sse GABRIELLA CORSI ed ANNA MARIA PAGNI

 “STUDI SULLA FLORA E VEGETAZIONE DEL MONTE PISANO”;  Arti Grafiche Pacini -Mariotti, Pisa

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CONTINUANO LE NDC

LE PIANTINE DI APRILE 2017 NEL PERCORSO BOTANICO

Avevamo trapiantato una delle piantine da interpretare per registrarne la crescita.

SEGUONO LE FOTO DELLA PIANTINA DURANTE LA CRESCITA, ANCORA DA CLASSIFICARE (prime ipotesi: Rosacea, Apiacea, forse un sedano o prezzemolo selvatico)

PRIMA FOTO IN VASO

Come si vede dalle foto il butto centrale ha foglie con caratteristiche diverse da quelle basali laterali e si presume porterà alla cima fiori e infiorescenze, le sue foglie sono  strette e lanceolate pennato sette.   I lobi delle foglie iniziali (basali: livello zero) più rigide e scure (foglie davanti in basso della foto precedente, fotografate dopo anche ingrandite), sembrano più rotondeggianti  e forse meno incisi delle successive (foto precedente caule a destra e la foto subito qui sotto), pur mantenendo la forma  tendenzialmente romboidale. La forma dei fusti erbacei con le foglie è essenzialmente triangolare a ‘felce’.

 

Sopra: foglia caulina leggermente diversa dalle foglie della rosetta

Sotto: cima della nuova foglia da caule centrale (livello 1°)

Cima delle foglie di uno dei primi  butti centrali; i successivi hanno foglie quasi lineari; tali butti centrali iniziano in un punto del ramo (nodo) con l’apertura di una guaina da cui appare una gemma (vedere foto)

Cima di una foglia di prima nascita (livello zero)

Cima ingrandita della precedente foto

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Confronto fra foglie iniziali e quelle successive

 

 

Oggi 23 Aprile 2017 la piantina precedente ha fatto tre gemme, sui cauli centrali, con  fiori abbozzati (forse) ad infiorescenza  ombrellifera come avevamo previsto.

Sopra, tre gemme fiorifere e foglie filiformi amplessicauli

Sotto: oggi 25 aprile una gemma sta esplodendo  in  una infiorescenza ad ombrella corroborando l’ipotesi di una Apiacea o Umbellifera; per il genere e la specie ancora da vedere.

DA SEGUIRE ULTERIORMENTE LA CRESCITA

FINE NDC

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PASSEGGIATA BOTANICA DI SOFIA; 4 aprile 2017

Passeggiata del 4 aprile 2017

  1. All’inizio della strada vicinale, proprio all’angolo con Via dei Filosofi, ho fotografato questa Brassicacea., che si ripete anche durante il resto del percorso. (Capsella bursa _pastoris)
  2. Vicinissima alla Borsa _pastore ci sono dei cespugli di Fumaria…….. (Credo officinalis). Sono visibili anche i suoi piccoli frutti ancora verdi.
  3. Sulla dx, di fronte alla apertura che porta a S. Anna, nel cespuglietto della foto, (dove inizia una specie di viottolo che segue i campi) ho notato, anche se ormai a fine fioritura, un ‘Giacinto romano’: Bellevalia romana. Non è facile trovarne, è una piantina poco comune. E’ stata riclassificata tra le ‘Asparagaceae’.
  4. Poco più avanti, sulla sx, nelle vicinanze del cartellino dell’Asteriscum, sono fioriti dei piccoli ‘Muscari neglectum’ (pure questa ‘Asparagacea’)
  5. Altra Asparagacea, sempre vicino al cartellino, ho notato l’Ornithogalum umbellatum (latte di gallina comune)

GERANIACEAE DA CONFRONTARE:

  1. Erodium malacoides……o forse alnifolium. Questa pianta è visibile all’inizio della strada, nell’angolo dx dell’incrocio Vicinale S. Anna e Via Filosofi.
  2. Due Geraniacee a confronto: rotundifolium e robertianum (con probabilità)
  3. Geranium robertianum
  4. Geranium rotundifolium
  5. Geranium sanguineum

Queste 3 specie si trovano tutte quante vicinissime, nel tratto di strada mostrato dalla foto. Colonizzano il ciglio e l’argine della via, sia a dx che a sx. Sono specie molto simili tra loro, si differenziano dalla forma delle foglie, ma per l’esatta identificazione, dovremmo aspettare la maturazione d e i frutti…… Simili anche loro, ma potrebbero essere di aiuto.

E’ comunque interessante osservare e confrontare ben quattro di queste piccole specie, appartenenti tutte alla stessa famiglia e così vicine da individuare!

SEGUONO NELL’ORDINE LE 10 SERIE DI FOTO SOPRA NOMINATE DI SOFIA

PRIMA SERIE – Capsella bursa-pastoris (quattro foto)


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SECONDA SERIE – Fumaria officinalis (5 foto)

 

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TERZA SERIE – Bellevalia romana (5 foto)

Sulla destra è posto la grossa pietra di calcare marnoso di ingresso a S. ANNA, nascosta dal cespuglio e si intravede appena la punta a destra; foto circa da ovest ad est

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SERIE QUARTA – Muscari neglectum (6 foto)

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SERIE QUINTA – Ornitogalum umbellatum (3 foto)

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SERIE SESTA – Erodium malacoides (7 foto)

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SERIE SETTIMA – Due Geraniacee a confronto (1 foto)

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SERIE OTTAVA – Geranium robertianum (6 foto)

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NONA SERIE – Geranium rotundifolium (5 foto)

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DECIMA SERIE – Geranium sanguineum (5 foto)

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SERIE UNDICESIMA – ZONA GERANI (1 foto)

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NDC

Foto di Piero Pistoia di G. sanguineum, trapiantato

 

LA PASSEGGIATA BOTANICA DI SOFIA DEL 22 APRILE 2017

CON RELATIVI COMMENTI E FOTO

Passeggiata del 22 aprile

  1. Credo che saper riconoscere con certezza una Apiacea, non sia proprio così semplice… Ho notato che la nostra piantina ‘ignota’ ostenta le sue foglioline basali in diverse varianti e per la maggior parte dei casi cresce prevalentemente al margine della fossetta della strada. Stropicciando le sue foglie con le dita emette un odore che ricorda quello del finocchio o del sedano. Naturalmente per la sua identificazione la terremo in osservazione fino alla fioritura, fino a controllarne i semi. Per ora gli azzardi di ipotesi potrebbero suggerire una certa rassomiglianza con l’Apiacea: ‘Oeante pimpinelloide’=finocchio acquatico. Vicino alla nostra piantina ignota, ho fotografato anche quella di un finocchio, proprio per poterla confrontare con un’altra Apiacea.
  2. Amaryllidacee a confronto: Allium roseum; Muscari comosum; Porro selvatico Si possono trovare lungo tutto il tratto del percorso, ma le foto si riferiscono alle piantine che colonizzano tutto l’argine che va dalla traversa per San Pietro al Ponso.
  3. E’ diventata una consuetudine l’osservazione del piccolo slargo erboso, che si apre di fronte all’indicazione di Sant’Anna. Di solito, nascosta tra i cespugli, spunta sempre qualche specie più insolita del resto del percorso. Ne è la prova questa piccola Plantaginacea, che non fiorirà prima del prossimo mese…. Speriamo resista ai vandalici tagli primaverili dell’erba!!!
  4. Osservazione di 2 Fabacee: Vicia sativa (Veccia comune) e Hedysarium coronarium (Sulla). Le foto si riferiscono al tratto di percorso tra il Ponso e San Domenico.
  5. Quasi davanti al pelago, sta fiorendo la Salvia verbenaca, sempre sul ciglio dx della strada.
  6. Davanti al pelago ho osservato 2 specie diverse di Ranuncolacee. La prima con i fiori più grandi e consistenti si trova sul lato sx, nella fossetta proprio vicino alla rete del pelago. L’altra invece colonizza gran parte del campo di fronde sul lato dx ed ha ramoscelli e fiori molto più esili.
  7. Poco prima del Ponso, sempre sulla dx, ci sono dei cespugli di Cariofillacee. Ho cercato di confrontare le differenze di una Silene molto appiccicosa, che credo si chiami Silene italica, con una Silene Alba.
  8. Anche quest’anno è ancora presente l’Erba vajola (Cerinthe major), sul lato sx della strada, quasi vicino all’asfalto, in corrispondenza della discarica di letame. La pianta è piccolissima, ma già mostra la sua bella fioritura.
  9. Curiosità. Poco prima del Ponso, lato dx, sui rami bassi di una Roverella ho notato questa escrescenza dovuta a parassiti, diversa da quelle che avevo visto fino ad ora.

    1 – QUATTRO FOTO SCATTARE ALLA APIACEA INCOGNITA

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INTERMEZZO: NDC PIERO PISTOIA

Trapiantai in un vaso la piantina ‘ignota’, all’inizio della sua crescita, che è stata più veloce rispetto alle ‘compagne’ rimaste in posto (una specie di esperimento) e oggi (28-04-2017) posso ricavarne le seguenti informazioni:

1 – le prime foglie della rosetta di base (di zero ordine) presentano nei 360 gradi lo stesso sviluppo  come nella foto (vedere anche le altre foto precedenti relative alla pianta in vaso, anche se meno chiare di quelle di Sofia, con i relativi commenti):

+ Aggiungi una nuova categoria

2 – Successivamente appaiono cauli centrali di diametro maggiore alla base, che ai nodi si slabbrano in guaine che si prolungano nelle foglie  (di primo ordine) completamente sette (La max: 2-3 mm ; Lu-max: 10-15 cm) e l’ elemento che resta prolunga il ramo rigato (vedere schema); vedere foto che riporta una foglia del primo livello:

FOTO DI RIFERIMENTO DEL PRIMO LIVELLO

3 – Le foglie  del secondo ordine, che prolungano la guaina come tutte,  sono  sempre più strette e lineari; subito prima delle gemme fiorifere, situate sempre sul prolungamento dell’ultimo segmento del ramo, le foglie sono diventate filiformi (foglie del quarto ordine); le gemme fiorifere, già apparse nella piantina dell’esperimento, stanno iniziando la fioritura in una ombrella semplice con una decina di peduncoli (vedere foto e schema):

Da queste foto sembra che, se si tratta del genere OENANTHE,  forse si può escludere la specie O. acquatica a causa della foglia presso l’infiorescenza; ripresa da Zangheri (op.cit.):

Mi sembra che per controllare l’ultima proposta di ipotesi di Sofia, OENANTHE pimpinelloides, basterebbe controllare le radici (filiformi con ingrossamenti a fuso diffusi) e la forma dei semi, naturalmente se è accettabile il nome del genere. Comunque ciò che sembra certo è che la famiglia sia una Apiacea e che le foglie siano difformi (almeno per  tre ordini o stadi) in funzione dello stato di sviluppo della piantina e quindi della sua altezza, fino a diventare sempre più filiformi e  intere nei pressi del fiore e lunghe una decina di cm. Ombrella con  una decina di peduncoli fiorali. Questi  aspetti rafforzerebbero l’ipotesi di Sofia. Se questa ipotesi fosse vera provare a descrivere i semi non ancora sviluppati! Questo informazione potrebbe corroborare o no l’ipotesi definitiva.

Errata corrige: nel testo le foglie del 1° livello sono considerate di livello zero (rosetta di base); quelle del secondo nella foto precedente, sono considerate del terzo livello; mentre le foglie del secondo livello sono quelle di una  foto precedente siglata “FOTO DI REFERIMENTO DEL SECONDO LIVELLO”; per cui la foto segnata come del terzo livello è in effetti del quarto. Quando avrò tempo riparerò e proporrò anche uno schema della nostra piantina sotto esperimento.

Lo Schema  della piantina ‘Finocchio acquatico’ , è riportato sotto; l’aggettivo ‘acquatico’, forse ci indica che la piantina potrebbe essere presente, nel nostro percorso, in particolare per es., dove il contatto fra la placca di calcare detritico conchigliare di basso spessore ed  il conglomerato a cemento argilloso sottostante, incontra la topografia; lì il terreno è certamente più umido.

 

 

Schema di P. Pistoia

Gemme si affacciano alla sommità della guaina verso foglie filiformi

Aspetto filiforme delle foglie del IV° ordine

Comunque è da precisare che  la semplificazione della descrizione con i livelli non esaurirà certamente le caratteristiche della piantina che è un essere vivente estremamente complesso in continua interazione con un ambiente pure complesso; così per esempio in un ambiente molto umido, riparato dal sole, con terreno opportuno è possibile che si debba aggiungere qualche altro livello intermedio per es.,  fra lo zero e il primo (vedere all’inizio del post, la foglia a destra della PRIMA FOTO IN VASO, e  la foto successiva della stessa foglia, con caratteristiche leggermente diverse dalle foglie della rosetta), così pure variano le altezze lungo i cauli su cui si situano i diversi livelli.

Oggi 21 Maggio 2017 ho notato nel percorso la presunta Apiacea (Ombellifera) Oenanthe pimpinelloides (finocchio acquatico), a intervalli, davanti all’argine della proprietà S. Anna, partendo dalla pietra di insegna, però a destra della strada (venendo da Pomarance), fino a vedere il vecchio arato sopra strada. Alcune piantine si notano anche a destra davanti alla proprietà S. Domenico; in ambiente più arido, le foglie della rosetta a superficie maggiore sono seccate.

Osservando in posto queste pianticelle che si ergono alte sopra delle altre erbe, può suggerirci una possibile ipotesi, che forse non sarà unica, sulla difformità dell’area della superficie fogliare, che tende a decrescere  dal basso verso l’alto del caule; infatti le foglie più basse, a partire dalla rosetta, dovranno avere maggiori superfici verdi, per sfruttare meglio i deboli raggi solari che le raggiungono, filtrando attraverso le erbe associate, rispetto alle altre salendo lungo i cauli.

Sono anche rifiorite varie altre pianticelle (es., la Nigella damascena, la candida Filipendula esapetala (?),… e, in via del Poderino, scendendo a sinistra, davanti al vecchio cancelletto dello stadio, dopo qualche anno, lì è rifiorita, bianchissima, l’Achillela millefolium, una piantina magica, della famiglia delle Composite, strutturata ad ombrella.

Oggi a fine Maggio quella piantina trapiantata in vaso (vedere il post PARTE SESTA), plausibilmente Mesopartes orontium , alta ormai 80 cm, ha abbondantemente fruttificato con capsule all’ascella delle foglie,  rigide vuote contenenti centinaia di semini neri (max 1 mm) oblunghi (fra un fuso ed una palla da base-ball). In alto continua a fiorire. Le foglie, il caule ed i frutti si sono ricoperti di una fine lanugine grigia quasi fino alla cima (?). Un analogo riferimento è riportato anche nel post PARTE SESTA, lì dove si argomenta  di questa pianticella. Vedere foto seguente.

Segmento medio del caule con foglie e capsule globulari; una capsula aperta ha sparso in parte  i  suoi semi. La piccola pietra è costituita da uno strato di calcedonio mammellonare grigio che avvolge una magnesite impura silicizzata (vedere anche il post dello stesso autore cliccando ‘calcedonio).

Oggi 29 maggio è stato possibile fotografare le ombrellette fruttifere dell’Apiacea di cui avevamo proposto un’ipotesi che sta reggendo alla falsificazione, Oenanthe pimpillenoides, (vedi sotto figure):

i):

Foto delle ombrellette fruttifere dell’Apiacea sotto controllo in vaso

Confrontando le precedenti foto con gli schemi corrispondenti nei testi riferimento (in particolare i dessins au trait del II vol. di Zangheri, n… e n…,(op.cit.), possiamo accettare che l’ipotesi proposta sia corroborata, cessando di fare ulteriori accertamenti.

 

FINE NDC piero pistoia

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SOFIA

2 – DUE FOTO SCATTATE AL FINOCCHIO SELVATICO

SEI FOTO SCATTATE AD Allium roseum

SETTE FOTO SCATTATE A MUSCARI comosum

QUATTRO FOTO SCATTATE A PORRO SELVATICO – Allium rotundum

UNA FOTO SCATTATA ALLA ZONA DELLE AMARALLIDACEE

TRE FOTO SCATTATE A PLANTAGINACEE DA OSSERVARE

SEI FOTO SCATTATE A FABACEE A CONFRONTO

QUATTRO FOTO SCATTATE A Salvia verbenaca

SETTE FOTO SCATTATE A RANUNCOLACEE A DX NEL CAMPO

SETTE FOTO SCATTATE A RANUNCOLACEE A sx (nel campo)


CINQUE FOTO SCATTATE A SILENE A CONFRONTO (latifolia)



CINQUE FOTO SCATTATE A Cerinthe maior

DUE FOTO SCATTATE A ROVERELLA

DA CONTINUARE…

14 maggio DI SOFIA

Passeggiata del 14 maggio

A)Ancora Fabacee a confronto. Presenti su tutto il percorso. Le foto si riferiscono alla parte in discesa che porta al Mirto

1)Trifoglio stellato—Trifolium stellatum

2) Trifoglio campestre – Trifolium campestre

3) Trifoglio bianco –Trifolium repens

B Due Rosacee molto simili a confronto

4) Potentilla reptans . Le foto sono relative alle piantine vicino al deposito del letame, anche se la specie è presente un po’ ovunque su tutto il percorso

5) Potentilla hirta. Questa specie invece è presente in numerosi esemplari al margine della strada sul lato dx della discesa del Mirto, dopo l’Alalterno

Oltre alcuni particolari che diversificano la struttura del fiore, queste due specie hanno foglie ben diverse (a confronto nella foto)

C) Loncomelos naborniensis.

6) Fotografato all’inizio percorso, sulla dx

D)Piantine in osservazione:

7) Filipendula in fioritura. Foto a dx appena passato il podere Ponso

8) Linum sp: da tenere in osservazione, se effettivamente si possa trattare di una specie di Lino. (Foto a sx discesa Mirto)

9)Asteracea già presente lo scorso anno. Da controllare appena fiorisce. Si trova vicinissima al Lino.

10)Orobancacea in osservazione davanti il piccolo spazio di campo che si apre davanti all’indicazione di S.Anna. Cresciute in gran numero altre piante di questa specie, in attesa di fioritura.

11) Apiacea in fioritura. Da osservare ancora, ma presumibilmente identificata come un sedano selvatico.

E)Arbusti:

12) Alaterno (Rhamnus alaternus) – Foto vicino alla grande roverella di riferimento lungo il percorso del Mirto

13) Prugnolo (Prunus spinosa) Siepe a dx salita prima del Ponso. Si notano i fruttini già ben sviluppati

14) Cornus sanguinea. Presente anch’esso sotto la Roverella discesa Mirto. Questo ancora in fioritura

SEGUONO LE FOTO DI SOFIA DEl 14 MAGGIO









FiLIPENDULE

LINACEE

COMPOSITE SOTTO OSSERVAZIONE

OROBANCACEE SOTTO OSSERVAZIONE

APIACEE SOTTO OSSERVAZIONE

OTTO SERIE DI PIANTINE DEL SERVIZIO FOTOGRAFICO DI SOFIA SUL PERCORSO DELL’11 GIUGNO 2017

LINK  -> Percorso dell’11 giugno 2017

Percorso dell

Percorso dell’11 giugno 2017
Non facile l’ osservazione delle specie presenti nel percorso, in quanto l’eccessivo caldo di questo periodo, sta disseccando anticipatamente ogni pianta.

1) La Ranuncolacea Clematide vitalba in fiore, poco dopo l’incrocio con la stradina di San Pietro

2) Ciò che rimane dell’Orobancacea: ‘Bellardia trixago’ tenuta in osservazione fin dal mese scorso, nello spazio antistante la segnalazione dell’ingresso di Sant’Anna.

3) Frutto del ‘Loncomelos narbonensis’. La foto si riferisce ad alcune piantine sulla dx poco lontano dalla casa gialla, dopo Sant’Anna.

4) La bella Asteracea: Galactites tomentosa. Alcune piante si trovano sulla dx dopo il podere del ‘Ponso’, altre nella discesa verso il ‘Mirto’.

5) Knautia o Scabiosa??? La differenza tra le due specie talvolta è impercettibile. Con probabilità la piantina in osservazione potrebbe essere una Scabiosa, in quanto la corolla sembra si apra in 5 denti, mentre nell’altra specie si divide in 4. (Foto lato sx, poco prima di San Domenico)

6) Centaurum erythrea. La pianta per l’esagerata esposizione al sole, sembra che stia appassendo prima ancora di completare la fioritura. Osservata sempre sul lato sx prima del capanno davanti San Domenico.

7) Porro selvatico (Allium ampeloprasum) Caratteristica pannocchia globosa che ospita i semi della pianta. Si trova un po’ su tutto il percorso, ormai di consistenza pagliacea.

8) Echium vulgare. Questa boraginacea si trova accanto alla siepe di alloro della casa Fontanelli e lungo la discesa verso il Mirto.

PRIMA SERIE

Ranuncolacea: Clematide vitalba

SECONDA SERIE

Orobancacea: Bellardia trixago

TERZA SERIE

FRUTTO del Loncomelos narbanensis

QUARTA SERIE
Asteracea: Galactites tomentosa

 

 

QUINTA SERIE

Knautia o Scabiosa

SESTA SERIE

Centaurum erythrea

 

SETTIMA SERIE

Allium ampeloprasum (porro selvatico)

OTTAVA SERIE

Echium vulgare

NDC

Ormai sono trascorsi due cicli completi (due anni) di mappatura botanica a scansione almeno mensile del nostro percorso, a nostro avviso sufficienti per un eventuale confronto con un’analogo lavoro che potremmo svolgere fra qualche anno, per cercare, per es., indizi di un riflesso possibile dell’attuale iperbolico cambiamento climatico, magari con l’apparire a sorpresa di qualche pianticella selvatica nuova e rilevante. Cessiamo così il nostro attuale lavoro con questo settimo post. Con l’occasione Sofia ci ha mandato una serie di belle foto di scorci di visuale al tramonto che si sono potuti godere durante le passeggiate nel corso di questo giugno 2017 assolato. Chiuderemo con le foto, sempre di Sofia, di scorci di paesaggio visibili da punti strategici del nostro percorso.

 

 

 

UNA MOSTRA DI SCULTURE IN ARENARIA DELLA CARLINA “L’azione antagonista dell’uomo” di Roberto Marmelli, scultore

N.B.

QUESTO POST NON PREVEDE ALCUNA TRANSIZIONE VENALE E DI PROFITTO DI ALCUN TIPO E DA ALCUNA PARTE; SI PONE ESCLUSIVAMENTE COME ‘LETTURA’ ED ‘INTERPRETAZIONE’ EDUCATIVO-CULTURALE DELLE VARIE ‘ARTI’, IN SINTONIA ALLO SCOPO GENERALE DEL NOSTRO BLOG.

LA MOSTRA <<L’AZIONE ANTAGONISTA DELL’UOMO>>

DI ROBERTO MARMELLI, SCULTORE BELLIGERANTE E DI PERSONALITA’ VIRTUOSA

COMMENTO DELL’AUTORE: SPIRITO E MITO ANIMANO LA PIETRA

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DA CONTINUARE…

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PIANO O STANZA 4 – IDOLI

Idolo intimo femminile – fronte

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Idolo intimo femminile – parte alta

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Intimo femminile – lato

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La scultura, realizzata in pietra arenaria, rappresenta il profilo essenziale di un tronco femminile, privo di gambe e braccia. Nell’interno, nell’intimo, il  profilo viene realizzato con il tratto caratteristico ottenuto con lo scalpello a ‘gradino’.

Idolo Divinità

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idolo Idoli

idolo-idoli

STANZA O PIANO 3 – VOLTI DI PIETRA

Cariatide

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Rotondo Primordiale

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Giuliano

piano-3-giuliano

STANZA O PIANO 2 – GUERRIERO DI POPOLI

Gladiatore

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Migranti

piano-2-migranti

Crociato

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STANZA O PIANO1 – Guerrieri di Pietra

Il Dardo ed il Guerriero

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Il Guerriero in colonna

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Il Guerriero con Elmo

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Il Guerriero con Elmo a Cavallo – lati AeB retro

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LatoB

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PIANOTERRA -ELLENICO EPIRO

Ellenico Epiro

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IN VIA DI REVISIONE…..

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