UNA BREVE RIFLESSIONE SUI DATI DA ELABORARE IN STATISTICA, SULLA BUONA SCUOLA ED ALTRO, a cura del dott. Piero Pistoia

UNA BREVE RIFLESSIONE SUL SENSO DEI MIEI SCRITTI DI STATISTICA, SULLA ‘BUONA SCUOLA’  ED ALTRO

a cura di Piero Pistoia

Come premessa generale a tutti i miei scritti di statistica vorrei precisare almeno la risposta alla domanda, che si percepisce nell’aria, diciamo ingenua, ma forse anche pretestuosa per secondi obiettivi (nel prossimo non indifferente c’è sempre un po’ di malevolenza), e, se in buona fede, come minimo da inesperti, che suona grosso modo così: <<A chi serve studiare dati certamente già analizzati da altri, anche in ambiti accademici e magari anche in tempi ormai lontani, ovvero studiare dati simulati?>>.

Se i dati fossero simulati si tratterebbe di fare mera esercitazione sulle leggi della statistica e sui linguaggi informatici relativi, che data la potenza di questi strumenti, mi sembra, se condotto con criterio (si insegna cercando di costruire insieme nell’andare, nel senso che nel correggere si impara), si tratti di un ammaestramento comunicativo rilevante e non da poco!

Se poi i dati sono reali, raccolti sul campo, per le teorie sul forecast, l’analisi dei dati lontani spesso ha più significato di quelli vicini. In una iperbole, si rifletta sul battere di ali di una farfalla lontana nel tempo, in situazioni complesse!

E se poi sono già stati analizzati più volte anche in sedi accademiche, pur permanendo la causa primaria di un ammaestramento significativo, si ha anche maggiore opportunità di imparare a controllare il conto, perché nel passato e nel futuro siamo sempre noi a pagarlo! Se su quel conto sono state prese decisioni che ci riguardavano e se era sbagliato al tempo, tale sbaglio continuava a ripercuotersi su tutte le previsioni future (il forecast appunto)! Ma perché i conti eseguiti in ambiti accademici possono essere ‘sbagliati’? Perché i conti sono tendenzialmente, direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, controllati da chi vengono pagati (chi ordina la relazione tecnica in qualche modo riesce a comunicare la propria idea che ‘pesa’ sul progetto), cioè dal potere, con maggior frequenza quanto più gli eventi in studio cadono in ambito complesso dove vari percorsi razionali sono sempre possibili. E questo è un rischio sempre in agguato.

Comunque, in generale, questi scritti, e anche  gli altri miei, sono sempre aperti a nuove congetture, a nuove argomentazioni, mai definitivi e …se falsificati anche meglio, come ci ha insegnato l’epistemologo K. Popper. Non si tratta di ‘oggetti assoluti’ appartenenti alla categoria della lectio magistralis  che, a ragione o a torto, oggi va di moda alla grande e i gruppi che la ‘sanno fare’ (da sè se lo dicono) si moltiplicano a dismisura. I nostri sono ‘oggetti in produzione’, in divenire (fieri), che procedono  su percorsi spesso tortuosi; meglio se il macchinario per costruirli è una ‘comunità di cervelli’ in interazione, che procede ‘annusando sentieri’, scegliendo ‘percorsi’ e spesso tornando indietro. Comunità non necessariamente appartenenti alle categorie di eccellenza, spesso autoreferenti, ma solo menti ‘che non sanno’ (cioè ‘sanno di non sapere‘), ma curiose di sapere e determinate ad acquisirlo, in un trouble (‘in un travaglio’, come direbbe il grande Socrate nella sua Maieutica) di prove e tentativi!

Senza entrare nel merito, nell’ottica di questo background metodologico, potremmo riformulare il concetto di Buona Scuola, dove per lo più l’aggiornamento dei lavoratori si configurerebbe come auto-aggiornamento, dove le conferenze, le lezioni, i corsi dei tecnici non si richiuderebbero in se stesse, come spesso accade, dove essenziale per le misurazioni del lavoro sarebbero le ‘argomentazioni intorno a punti interrogativi’ e mai o quasi un confronto con un quiz ad items, dove il rispetto dei dictat, dei ministeri e dei programmi non si esaurirebbe nell’applicare protocolli ai punti interrogativi, perché nel complesso i protocolli spesso falliscono l’obbiettivo, per cui sono a favore dei comunicatori e non degli alunni. C’è anche una probabilità che il protocollo possa ‘uccidere’! Proporre un evento culturale nella speranza che abbia successo, è certamente una buona cosa, se vengono attivati prima gli ‘incastri’ relativi a quell’evento, sulla frontiera del particolare ‘Mondo 3’ (Popper) degli utenti o delle classi,  ciascuno con la propria (vedere in questo blog il post “Insegnamento della Fisica” dello stesso autore), e se viene controllato, dopo l’evento, se qualcosa di culturale è stato davvero ‘agganciato’! Spesso ci si limita invece ‘a fare’ secondo legge e protocolli, perché è questo che richiede la burocrazia. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, forse è meglio l’antico!

Piero Pistoia

  • Non avere paura di chiedere,
  • compagno! Non lasciarti influenzare, verifica tu stesso! Quel che non sai tu stesso, non lo saprai. Controlla il conto, sei tu che lo devi pagare. Punta il dito su ogni voce, chiedi: e questo, perché? Tu devi prendere il potere.
  • [Bertolt Brecht 1933]
  • Curriculum di PIERO PISTOIA (Traccia)

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RIFLESSIONI SU CARLO CASSOLA dott. Paolo Fidanzi

Sollecitato dall’iniziativa del treno letterario Volterra-Cecina, mi vengono alcune riflessioni su Carlo Cassola. Auto-escludendomi dalla ridda di critici accreditati a parlare della sua poetica e della sua storia mi sovviene un ricordo del 1980. Andai a trovarlo nella sua villa di Donoratico con sotto braccio una cartellina di poesie. Stavo facendo il “militare” a Livorno e Cassola ,mi pare,era già presidente della Lega per il Disarmo Unilaterale. Fui accolto con la speranza di leggere nei miei versi un seme della sua nuova passione, forse ideologia. E in parte credo, l’accontentai. Fuori piovigginava e Cassola si soffermò sull’incipit di una poesia di Montale :-Piove…..-

Non chiesi a quale poesia si riferisse. Forse a “Piove” della raccolta “SATURA”. Parlò soprattutto lui, mentre la moglie Pola , scendendo da una grande scala che portava al piano superiore della villa, ci portò qualcosa da bere. Cassola mi chiese se avessi letto il suo romanzo “L’ANTAGONISTA”. Se non lo avessi letto mi invitò a farlo poichè lo riteneva il più significativo

per capire il suo discorso letterario ed umano. Ci salutammo e in seguito i nostri contatti furono solo epistolari. Gli inviai anche un mio racconto fantastico ma la sua risposta fu diplomatica. Effettivamente la malattia che lo colpì gli tolse anche la capacità di scrivere e di lavorare serenamente. Non a caso qualche anno dopo morì.

Non so per quale motivo si cerchi in Cassola e la si evochi , seppur a ragione, solo quella che Enzo Siciliano definiva “la convinzione che in un luogo geografico, o in un ambiente sociale, sia incarnato lo spirito assoluto del mondo”

Considerato il nostro tempo così carico di contraddizioni e di paradossi , così disperatamente estraneo ad una qualsiasi forma misericordiosa laica della specie umana, penso che una riflessione si possa fare sulla sua posizione bizzarra quanto ossessiva assunta riguardo alla nostra sicura autodistruzione ad opera degli armamenti nucleari e delle guerre .

Ora leggendo gli ultimi suoi libri, in particolare “MIO PADRE” e “COLLOQUIO CON LE OMBRE”,si avverte in Cassola maturo la volontà di fare chiarezza sul suo bisogno di mettere in prima fila i propri antagonismi , più che antagonisti, come lui ama definirli, mascherandone le forme con molti dei suoi personaggi e con le sue dichiarate posizioni politiche.

Se i leit-motiv di suo padre erano “LA VITA E’ BREVE “ E “L’UOMO E’ CATTIVO”(1)e se questi non sono stati che giustificazioni per essere stato fascista, se la partecipazione di Cassola alla resistenza in Berignone sfocia nel colloquio con un partigiano morto nei termini che ora riporto, allora credo sia il tempo di riproporre ,anche a livello critico, la sua eccezionale attualità politico- esistenziale.

“Ripenso spesso ai partigiani morti. Ho immaginari colloqui con loro. Per consolarne uno, ho la malaugurata idea di parlargli del presente: gli dico che presto li raggiungeremo nel regno delle ombre. Scuote il capo: “non è per questo che avevamo combattuto. Tanto valeva fare come i nostri coetanei, che sono rimasti a casa finchè non ci hanno liberato”.”Sì, è stato tutto inutile”dico io.

“ A pensarci bene, è stato inutile qualsiasi atto di vita: anche il tuo, che hai perso tempo a ricrearla.”

“ Non sono stato capito. S’è visto in me il campione di letteratura che intendeva sottrarsi agli obblighi che la vita via via c’impone quando io, la vita, volevo celebrarla. Mi consolavo pensando che sarei stato capito in futuro. Purtroppo non c’è nessun futuro per il genere umano.”

“Allora è inutile la catena della vita se deve bruscamente interrompersi? Nessuno ce l’aveva prospettato. Nemmeno tu, che venivi a parlarci di libertà quando avresti dovuto parlarci della pura e semplice sopravvivenza.”

“E’ vero” Ammetto. “Facevo anch’io questione di un valore-di un valore diverso da quello che sostenevate voi- e non m’accorgevo che era in gioco qualcosa di molto più elementare: il diritto alla vita che compete a tutti gli uomini, presenti, passati e futuri, per il solo fatto che sono uomini.”

“Dicci perchè sei così pessimista.”

“A voi stava a cuore solo il miglioramento della vita. Così vi avevano fatto credere. Anche a me avevano fatto credere qualcosa del genere. Non mi sembrava che si potesse vivere in un mondo senza libertà,come a voi non sembrava possibile vivere in un mondo senza giustizia: mentre era la semplice vita, comunque fosse, che avremmo dovuto mettere al sicuro..Ciò che un tempo era affidato alla gente semplice, a coloro che vivono senza riflettere, a quelli che io ho chiamato gli antagonisti,era diventato il principale problema politico.”(2)

Paolo Fidanzi

(1) La letteratura Italiana-E.Siciliano Curcio Editore

(2)Carlo Cassola -Mio Padre- Rizzoli 1983 pag 95

(3)Carlo Cassola – Colloquio con le ombre-Rizzoli 1982 pag 12-13-14

PROMEMORIA ALLA PROLUSIONE SU CASSOLA E “FERROVIA LOCALE” dott. prof. Renato Bacci

PREMESSA

Il prof. Bacci,  autore della nota densa ed illuminante che segue con il  titolo ‘PROMEMORIA ALLA PROLUSIONE…’,ha tenuto in Comune  a Volterra un esaustivo intervento ” a braccio ” su Cassola e il suo romanzo ” Ferrovia Locale”. Ad accompagnare gli ospiti del  Treno Letterario, interessante iniziativa finanziata dalla Regione Toscana, lungo la tratta Cecina – Volterra, doveva essere  Daniele Luti, studioso da anni di Cassola, che impossibilitato a partecipare, è stato sostituito all’ultimo minuto dal prof.  Bacci in emergenza, su richiesta del Sindaco di Volterra, onde  evitare uno spiacevole rinvio del viaggio. In pochissimi giorni  Bacci si è preso così l’ incarico  di scegliere i passi da recitare e  commentare sul treno, preparare  gli ultimi comunicati stampa e la relazione su “Ferrovia Locale” rileggendo di corsa il testo di Cassola, dato che già molte  persone avevano pagato per partecipare al Treno Letterario, tutte provenienti da fuori e addirittura diversi stranieri. E’ riuscito così   a valorizzare questa iniziativa densa di significati culturali. che potrebbero essere fruibili ovunque si produca cultura, dalle scuole , ai circoli culturali…. Per questi motivi siamo lieti di pubblicare la  “scaletta” del prof. Renato Bacci.

I COORDINATORI DEL BLOG

Ferrovia locale di Carlo Cassola

Nel 1978 andava in onda sulla Rai, nell’ambito della trasmissione culturale Rai Letteratura, un’intervista a Carlo Cassola realizzata in parte nel giardino della sua casa di Marina di Castagneto in località Tombolo, dove risiedeva ormai da sette anni, e in parte presso i bagni della Tana dei Pirati distanti circa duecento metri dove in estate ogni tanto riusciva a trascinarlo la compagna Pola che poi diverrà sua moglie. Li’ era il buen ritiro del nostro autore che lì in quel periodo aveva scelto di lavorare in un apparente splendido e tranquillo isolamento. Dico apparente perché nel corso dell’intervista Cassola tiene a sottolineare che lì dove abita tutto l’anno ha il necessario per essere a contatto con il mondo esterno, ha la televisione, legge quotidianamente i giornali ma può al tempo stesso dedicarsi al suo lavoro che, abbandonato l’ insegnamento, dopo il successo della Ragazza di Bube che lo ha consacrato scrittore di fama internazionale, è quello appunto di scrivere imponendosi da rigoroso qual era, di buttar giù circa venti cartelle al giorno, preferibilmente al mattino, per far fronte agli impegni assunti con i suoi editori. E’ un Cassola maturo, consapevole di se stesso, della strada che fin lì ha percorso e tutt’altro che dimesso, ma pronto a quella che sarà la sua ultima battaglia, quella per l’abolizione dell’art. 52 della Costituzione per un disarmo unilaterale che ritiene indispensabile ad evitare che sul mondo si possa abbattere da un momento all’altro la catastrofe nucleare. Mi rifaccio a questa intervista a un Cassola appunto maturo, ha 61 anni e morirà a 70, perché in mezzo ai contrastanti pareri critici sull’opera complessiva di Cassola, ritengo importante tener presente la voce dell’autore, e questo ci consentirà anche di meglio intendere e capire Ferrovia locale, opera uscita dieci anni prima, di cui tratterò nella seconda parte del mio intervento.

L’intervistatore pone alcune interessanti domande a Cassola ed ancor più interessanti e illuminanti sono le risposte: – Non si sente isolato a vivere qui tutto l’anno specialmente in inverno?- Mah! che vuole.. qui sono vicino ai luoghi della mia fantasia e quanto all’isolamento oggi il mondo esterno con la televisione e i giornali ti entra in casa, qui posso lavorare in tranquillità , produrre le mie cartelle quotidiane da ragioniere della letteratura, che è definizione che non mi offende. Batto direttamente a macchina una prima stesura dell’opera cui poi segue almeno una seconda.

-Vivrebbe a Roma o in una grande città?- Io sono nato a Roma , avrei potuto rimanervi ma le casualità della vita mi hanno portato qui e poi penso che anche in una grande città uno scrittore ha bisogno di isolamento

Qual è il suo rapporto con l’ambiente? Di lei si dice che è il Pasternak o il Balzac della Toscana visto che la sua opera ha configurato la commedia umana, ma Balzac aveva Parigi, lei ha Cecina, Volterra o Castagneto.Beh.. io non credo che siano questi i criteri giusti per valutare uno scrittore, uno non è un grande scrittore perché ambienta la sua opera a Parigi, Roma, Pietroburgo o New York. Io mi sono confermato nell’opinione che i grandi fatti della vita sono gli stessi dappertutto e a riguardo mi sono studiato Thomas Hardy che ha ambientato i suoi racconti nel Dorset, una regione periferica dell’Inghilterra meridionale, e che nonostante questo è riuscito ad attingere a quella che si dice l’universalità, le sue storie sono emblematiche di una condizione umana che si ripete in ogni angolo del mondo e in questo senso Cecina vale Parigi.

Il mare dove in estate riesce a portarlo ogni tanto la signora Pola non è molto presente nella sua opera, lei sembra più uomo di collina. Si è vero , come direbbe Montale sono un uomo con i piedi a terra, comunque anche quando sono al mare lavoro perché, vede… uno scrittore è in servizio permanente, fa ovunque riflessioni , considerazioni, guarda la gente, trae spunti per il suo lavoro, sente il rumore continuo della vita. Qui sulla spiaggia la gente si diverte, e fa bene, e mi ricorda che anche le spiagge del ’39, prima dello scoppio della guerra, erano affollate come ora e vedo la stessa gente distratta da un facile consumo tesa a questioni secondarie e disattenta a due cose principali che rischiano di pregiudicare quella vita che invece potrebbe esser una perenne vacanza:l’ opportunità di conservare questa condizione di gioia e di conseguenza la necessità di smettere di preparare in tempo di pace una cosa funesta che è la guerra.

Lei ama la gente?,-Certo, la guardo anzitutto perché é il materiale del mio lavoro e la sento profondamente buona, e non è vero che la gente è attratta dal male, dalla voragine del nulla, che si suicida per questo, come sostiene una cultura da quattro soldi, è vero però che la gente è stupida, lascia che si crei la possibilità di star male quando potrebbe star bene. Lo scrittore ha quindi il compito non solo di giudicare la gente ma anche di illuminarla per far si di evitare che magari a Ferragosto , quando siamo nella gioia, nella festa e quindi nella spensieratezza e incoscienza si verifichi quello che è dietro l’angolo, la catastrofe atomica.

Ma non è certo nell’intervista che Cassola parla per la prima volta di se stesso. In una riedizione della Visita di Einaudi nel ’62 aveva scritto a mo’ di autopresentazione “ Mi accade spesso di essere qualificato come uno scrittore toscano: e questo perché la maggior parte dei miei racconti sono ambientati in Toscana. In realtà io sono nato a Roma, nel 1917, e a Roma ho vissuto fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Mia madre era toscana, di Volterra, mio padre invece era di famiglia settentrionale. Ho avuto la mania di scrivere fin da bambino; ma solo dopo i diciott’anni mi sono scoperto una vocazione letteraria. Lo scrittore che ha avuto una decisiva influenza sulla mia formazione è stato il Joyce di Dubliners .

Nei primi anni scrissi solo racconti brevi, che furono pubblicati in due volumetti usciti nel ’42, La Visita e Alla periferia. Il mio primo racconto lungo è del ’46: s’intitola Baba e s’ispira alle vicende della guerra partigiana, a cui avevo preso parte in Toscana. Il mio primo romanzo è del ’52: Fausto e Anna. In seguito ho alternato le due misure del romanzo e del racconto lungo, mentre non ho più ripreso a scrivere racconti brevi. Nel ’59 l’editore Einaudi ha raccolto in un unico volume tutti i miei racconti lunghi. La raccolta è stata intitolata II taglio del bosco, da quello dei miei racconti che ha ottenuto maggiori consensi critici.
Nel ’60, con La ragazza di Bube, ho vinto il Premio Strega e ho ottenuto un vasto successo di pubblico. Successo che si è ripetuto per il mio ultimo romanzo, Un cuore arido, uscito nel ’61. Per vivere ho fatto il professore e il giornalista. Non ho mai fatto parte di nessuna corrente letteraria. Da molti anni vivo a Grosseto, nella Toscana costiera.”

Ma ripartendo dal servizio Rai, senza entrare nel merito dell’impegno antimilitarista di Cassola e arrivando a Ferrovia locale credo non sfugga che Ferrovia locale è l’espressione di quella poetica di attenzione al quotidiano nella sua universalità come l’autore sottolinea nell’intervista. Dopo l’enorme successo, che tale fu, della Ragazza di Bube e del film di Comencini che si ispirò al romanzo, Cassola, che pure aveva avuto stretti contatti con il neorealismo letterario del dopo guerra, e caratteristiche della letteratura neorealista sono ben evidenti nella Ragazza di Bube, volle recuperare quel modo di accostarsi al reale che aveva caratterizzato la sua produzione giovanile e che consentiva fosse definito subliminale.

Non a caso ebbe a dire Mi ritengo uno scrittore realista nel senso che amo la realtà e non desidero evaderne. Nel senso che amo il mio tempo. Nel senso che non ho una mia mitologia o se la ho, è una mitologia legata al mondo moderno. Insomma, se io penso a un bosco, mi piace immaginarlo abitato dai boscaioli e non dalle ninfe e dai fauni. Se penso a una passeggiata in pineta con una ragazza, mi piace immaginare che la ragazza si chiami Anna e non Ermione. Se poi mi ci si vuole proprio appiccicare un’etichetta, allora mi si appiccichi quella di subliminale. Qualsiasi altra, la rifiuto. Il nome lo ha trovato Cancogni, e a distanza di anni devo dire che era singolarmente azzeccato: subliminale significa infatti sotto la soglia, cioè sotto la soglia della coscienza pratica. Così appunto stanno le cose: l’emozione poetica non appartiene alla sfera della coscienza pratica, ma alla coscienza che sta sotto, alla coscienza subliminale. Il sublimine è l’oggetto spogliato di ogni suo attributo ideologico, etico, psicologico, storico.” A monte di questa poetica stanno l’ammirazione che il giovane Cassola aveva provato per la lettura dei Dublinesi di Joyce e dei romanzi russi. Lo scopo di Cassola è molto semplice ed è quello di restituire, attraverso personaggi assolutamente normali, il sentimento dell’esistenza, dei suoi doni, delle sue sensazioni, pensieri e ricordi. L’ambiente descritto da Cassola è l’ambiente della sua vita perché come egli stesso scrive: “lo scrittore può parlare solo di ciò che conosce, la propria vita; poiché la mia vita è Cecina e Volterra e la Maremma, io parlo di Cecina e Volterra e la Maremma”. Così lo scrittore, nel chiudersi nei suoi posti sente di aprirsi alla vita totale perché essi coincidono con la sua visione della vita. E ci racconta di una terra discreta, isolata dalle grandi città, economicamente modesta, i cui abitanti sono contadini o artigiani o piccolo-borghesi e che riflettono bene il senso della vita così come egli lo intende. Nel 1963 in un intervista al Corriere della Sera, l’autore annunciava quale sarebbe stato il suo programma di lavoro, riscrivere uno per uno i suoi brevi racconti giovanili portandoli alla dimensione di romanzo. Già lo aveva fatto con Cuore arido del ’61, ma dal ’63 in poi quello che era stato un debutto diviene un metodo . Significativo Il cacciatore, che uscì nel ’64 : poche pagine di un racconto con questo titolo pubblicato insieme ad altri nella Visita, prima dello scoppio della guerra, danno lo spunto per uno scritto di quasi duecento cartelle.

Anche Ferrovia locale è frutto di questo modo di procedere. Anche questo titolo è presente nella produzione del primo Cassola ma si riferiva al breve racconto di un viaggio a/r nello stesso giorno sulla tratta Cecina-Campiglia, qualche incontro, qualche dialogo e tutto finiva lì. Nel ’66/67 Cassola vi rimise mano e nel ’68 uscì nell’edizione Einaudi l’opera che è oggetto di questo incontro. Non è opera che si possa facilmente definire Ferrovia locale che pure generalmente viene catalogata tra i romanzi dell’autore. Non è certo un racconto breve, né un racconto lungo , categorie in cui si ricomprendono altri scritti di Cassola, ma neppure ha quell’impostazione a trama articolata e conseguente che caratterizza il romanzo. Ferrovia locale è un puzzle di storie, personaggi a sé stanti, ma tenuti insieme dal filo conduttore di un treno che si muove su e giù quotidianamente sulla tratta Pisa- Orbetello della costa toscana. Vi si aggiunge quella deviazione all’interno Cecina – Saline di Volterra, che noi abbiamo percorso, perché riferita al trasferimento del capostazione Diego e di sua moglie Dina dalla stazioncina di Orciano appunto a Saline. A me rileggendolo per l’occasione ha fatto venire in mente l’opera di un autore che certo non può essere accostato a Cassola, mi riferisco all’Antologia di Spoon River di E. Lee Masters, con la differenza però che lì trovavamo un insieme di poetici necrologi a ricostruire l’universalità di un mondo, in Ferrovia locale invece tante storie apparentemente più insignificanti, ma in atto, che poi paradossalmente costruiscono e costituiscono il vero senso della vita. Siamo negli anni trenta, periodo in cui si ambientano molte opere di Cassola ma la storia, la grande storia, quella ufficiale del fascismo, del periodo tra le due guerre, è fuori dall’opera, non è una necessità di ambientazione storica che muove la penna di Cassola. Anzi, proprio quella poetica del subliminale di cui abbiamo parlato prima tiene lontana la storia dall’opera. Sappiamo che siamo negli anni trenta perché si accenna a Binda e all’Ambrosiana Inter in dialoghi, perché un personaggio è un insegnante di ginnastica che è pure capomanipolo della milizia, perché c’è un lontano ricordo della grande guerra con la battaglia della Bainsizza, perché i treni hanno la terza classe con le panche di legno che sono anche nella seconda classe degli ‘accellerati’, perché Bruno, lo studente universitario, fa la sua prima esperienza sessuale nel bordello del Villino Rosa a Pisa ecc.. L’attenzione dell’autore si rivolge a quel quotidiano universale che è nell’ambito degli affetti, delle pene, delle convenzioni, dei dialoghi familiari e paesani e tante frammentate piccole storie personali trovano alla fine, attraverso esili nessi, ricongiungimento lungo il filo della Ferrovia locale che viene a simboleggiare così l’immutabilità dell’esistenza, dietro un muoversi di sentimenti di uomini e donne che è solo apparente. Un’ esistenza che scorre nella realtà quotidiana che è fatta di ore, giorni, stagioni sempre uguali dove il tempo scivola tra le faccende di casa, passaggi a livello le cui sbarre si abbassano sempre alle stesse ore, turni di lavoro, partite a carte, qualche pettegolezzo, amori tiepidi, povere mense rallegrate da qualche bicchiere di vino e i protagonisti sono coloro che per piccoli trasferimenti o per impegno di lavoro salgono sul treno o lo vedono passare. E’ un mondo di ferrovieri, delle loro donne e amici, di medici, studenti, preti, contadini, macellai, fornai quello che anima Ferrovia locale. Un mondo che si avvolge su se stesso, pervaso da una ricorrente pena di vivere che è alla base, per paradosso, alla gioia della vita medesima. E’ il rumore della vita. Tutto questo Cassola ce lo presenta con tono scarno, dimesso, delicatamente discreto, in una forma espressiva fortemente paratattica. Ma il subliminale di Cassola, secondo la definizione dell’amico Manlio Cancogni “coincide – anche- col nudo fatto dell’esistere; o meglio, con l’esistenza e col suo attributo reale che essa comporta, la coesistenza dei sessi.” L’esistenza-coesistenza dei sessi diviene così inevitabilmente oggetto della rappresentazione letteraria ed anche Ferrovia locale in questo non fa eccezione. Dino il ferroviere , che è il primo personaggio che incontriamo, ha le donne in testa , spera a Lorenzana di vedere Anna la figlia del casellante e, ad Orciano, Dina, la giovane moglie del capostazione Diego, quello appunto che si trasferirà a Saline e ad ogni fermata si affaccia spesso per tempo dal finestrino per vedere quante donne attendono il treno nelle varie fermate. Le individua da lontano perché sono macchie di colore per gli abiti non grigi come quelli degli uomini. E le donne di Ferrovia locale? Generalmente pronte a tirare la carretta familiare, a servizio, se giovani, o perennemente in faccende, spesso alla ricerca di un matrimonio che, al di là del grande amore, garantisca loro una sistemazione. Fidanzate o aspiranti tali, madri e mogli. Una tra tutte , attraverso sia pure rapidi ma efficaci tratti si distingue: Dina la appunto giovane moglie del capostazione Diego. In quanto tale ha un ruolo “importante” e lo assolve con serietà, rifugge a Cecina dalle attenzioni di un improvvisato corteggiatore ma si concede qualche civettuola provocazione come quando, in occasione del trasloco da Orciano a Saline, tutta impegnata a portar via dalla vecchia sede anche le lampadine, si fa reggere la scala, per arrivare a svitarle, dal giovane manovale di stazione dopo avergli però intimato di girarsi dall’altra parte in modo che non le possa vedere le gambe. Questa rappresentazione della donna fidanzata, moglie o madre, fatalmente ricorrente nelle opere di Cassola, fece sì che nel 1974 l’autore fosse oggetto di un duro attacco in un testo importante del femminismo italiano I padri della fallocultura di Bibi Tommasi e Liliana Caruso. In esso si accusa apertamente Cassola di aver rappresentato nelle sue opere donne solo complementari alle figure maschili protagoniste dei vari romanzi, donne che accettano con passività un ruolo di sottomissione alle scelte del partner, cui spetta l’azione quanto alla donna l’accettazione scontata dell’azione medesima. Cassola in veste di imputato è nell’opera di Tommasi e Caruso in buona compagnia, le autrici mettono all’indice infatti anche Moravia, Brancati, Pavese, Sciascia, Buzzati ecc…
Giova ricordare che siamo nel ’74, l’anno in cui gli italiani respinsero con il voto referendario la proposta di Gabrio Lombardi abrogativa della legge sul divorzio, né va dimenticato che due anni prima le femministe erano state caricate a Roma dalla polizia in occasione delle celebrazioni dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, e che sempre in quel periodo già si stavano organizzando i comitati per la depenalizzazione dell’aborto che verrà riconosciuto come diritto alle donne nel 1978. Momento insomma, questo dei primi anni ’70 di femminismo caldo, anche in Italia sulla scia delle rivendicazioni del ’68, cronologicamente ancora molto vicino. In questo quadro storico si evidenzia con forza l’impegno del femminismo più radicale a porre a rigorosa verifica tutte quelle ideologie e quegli stereotipi attraverso i quali l’universo maschile, in politica, nel vivere quotidiano, e nelle varie espressioni della sua cultura aveva relegato la donna in una posizione di subalternità. Ebbene anche la letteratura nazionale, in particolare quella del dopoguerra, in quanto ritenuta appunto espressione di una prevaricazione maschile fu sottoposta, è questo il fine dell’opera di Tommasi e Caruso, a una profonda rivisitazione. Se questo fu il clima culturale in cui si mosse e si sviluppò la contestazione femminista a Cassola ben difficile ci resta tuttavia considerare proprio Cassola un rappresentate per eccellenza di una cultura fallocratica sia pure d’epoca. Se c’è un autore estremamente attento a cogliere sottili sfumature della psiche femminile nelle sue manifestazioni e nei conseguenti comportamenti questi ci pare anzi essere, nel pur complesso e variegato panorama culturale della letteratura italiana anni’50,’60, proprio Carlo Cassola. Già i titoli di diverse delle sue opere sono a riguardo ben illuminanti, La ragazza di Bube, Fausto e Anna , lo stesso Cuore Arido sono chiaramente testimonianza di una scelta dell’autore di dare congruo spazio alle protagoniste femminili dei suoi romanzi e quantomeno evidenziano la consapevolezza dello scrittore dell’importanza di una dualità di soggetti all’interno delle sue storie. Certo è però che non si può chiedere a Cassola di rappresentare nei suoi scritti donne che non fossero quelle dell’epoca in cui ambienta i suoi romanzi, Mara, la fidanzatina di Bube, tanto per riferirsi ad una protagonista per eccellenza della letteratura del nostro autore, è una ragazzina degli anni ’40 cui la vita riserverà un percorso di crescita personale all’interno di una vicenda drammatica. Mara insomma non ha visto il boom economico degli anni ’60, non è stata toccata dalla rivoluzione tecnologica della televisione né dai sussulti libertari del’68. Ingeneroso pertanto ci appare un giudizio critico che in buona parte si avvale del senno di poi o meglio che piuttosto va a paragonare la realtà femminile di un periodo storico fortemente rivoluzionario e ricco di proposte innovative, quali furono gli anni ’70, con quella forzatamente repressa e inquadrata in rigidi schemi comportamentali dal virilismo dell’ideologia fascista, peraltro ben supportato da quell’immagine della donna angelo del focolare proposta ad ogni piè sospinto dalla Chiesa Cattolica di quei tempi. Di acqua sotto i ponti della storia ne era scorsa a fiumi; negli anni ’70 le avanguardie del femminismo chiedevano libero aborto, riconoscimento dell’omosessualità e del lesbismo in particolare, temi e istanze culturalmente improponibili alle figure femminili di Cassola, pena un evidente falso storico. E Cassola si difese dalle accuse delle due femministe sottolineando appunto che le donne dei suoi romanzi erano personaggi datati agli anni ’30 e ’40. Ma al di là di queste scontate considerazioni errato sarebbe guardare a Cassola come ad un autore che si limita a registrare e raccontare comportamenti femminili stereotipo di un epoca in cui alla donna si assegnavano ben precise funzioni ora di fidanzata, ora di moglie e madre. Le figure femminili di Cassola ben lungi da fissità rappresentativa sono sempre personaggi in movimento psicologico sottile come in Ferrovia Locale o più macroscopico come nella Ragazza di Bube. Mara si misura con la storia quella più grande e parzialmente e di riflesso lo fa anche Anna di Fausto e Anna, con quella più quotidiana ,subliminalmente recuperata ed illustrata, si misurano invece le Anna di Cuore arido, di Paura e tristezza, nonché appunto i personaggi femminili di Ferrovia locale. E’ l’esito della scelta di un ritorno alle origini di una diversa poetica che compì Cassola agli inizi degli anni ’60. Tra la Mara della Ragazza di Bube e Dina ad esempio di Ferrovia locale intercorre un abisso.

E’ la conseguenza di una profonda cesura che Cassola volle imporsi tra l’opera di suo maggior successo e la successiva produzione. Di Dina abbiamo già sommariamente detto quindi prendiamo in considerazione, per dimostrare questo assunto, il personaggio femminile più noto di Cassola, la Mara, della Ragazza di Bube. All’inizio della storia é una ragazzina sedicenne spensierata, quasi sbarazzina che si innamora del partigiano Bube, un’icona familiare per essere stato amico e compagno del fratellastro Sante, caduto durante la resistenza. Ed il Bube a cui Mara si concede nelle due notti al capanno, prima della suo riparare in Francia per sfuggire all’arresto, è ai suoi occhi un eroe, più grande di lei, uomo che avrà sicuramente avuto i suoi buoni motivi per fare quello che ha fatto, anche se Mara palesa già un evidente disagio “.. in cinquanta contro un vecchio…” quando Bube, nel ruolo che ormai gli era stato assegnato di vendicatore, è pressoché costretto a picchiare il prete Ciolfi, collaboratore dei fascisti, incontrato sulla corriera per Volterra. Ma quando Bube se ne va esule oltralpe, quando le notizie di lui si fanno sempre più scarse, l’angoscia sostituisce la spensieratezza adolescenziale e la solitudine comincia a pesare alla ragazza. Da qui il progressivo apprezzamento della compagnia di Stefano durante il soggiorno come domestica a Poggibonsi, il dilemma che comincia a porsi di accettarne il pur discreto corteggiamento o esser fedele alla parola data a Bube di cui però non ha più notizie. Poi il precipitare degli eventi, il ritorno di Bube, l’arresto, l’incontro e il colloquio con lui che le fanno capire quanto ancora sia ben presente nel suo cuore. Ne segue la comunicazione a Stefano di aver scelto di essere la fedele fidanzata di Bube qualunque esito possa avere il processo. E sarà un impegno che manterrà per quattordici lunghi anni. Quattordici lunghi anni durante i quali maturano riflessioni e consapevolezze diverse circa la figura del fidanzato che Mara sempre più mette a fuoco per quello che realmente è stato ed ancora di più è: un ragazzo cresciuto senza guida familiare, di fatto impegnato a recitare un ruolo più grande di lui, in ultima analisi un personaggio abbandonato a se stesso, più vittima che protagonista della storia dell’epoca. Mara ha sempre sentito dentro di sé che Bube poteva evitare di rincorrere fino in casa il figlio del maresciallo per ucciderlo, ma solo questo poteva fare Bube “ vendicatore”. All’ infatuamento della ragazzina per l’eroe partigiano ha fatto seguito la presa di coscienza di una donna che ai giudici, prima della sentenza altro non vorrebbe chiedere che “ ...un po’ di pietà..” per il suo uomo, per la sua storia personale. Alla fine del romanzo è proprio il personaggio di Mara che spicca per autonomia non solo letteraria ma psicologica. E con questa considerazione – excursus sulla Ragazza di Bube, perché poi non si può a Volterra parlare di Cassola senza un riferimento alla sua opera principe tutta volterrana, che voglio richiamare l’attenzione sulla differenza che intercorre tra l’opera di Cassola più nota e la successiva produzione letteraria. Evoluzione o involuzione? Non sta certo a me dirlo e la critica su questo si è ampiamente sbizzarrita. Credo che comunque la si voglia pensare vadano riconosciute al nostro autore, un’onestà intellettuale ed una caparbia volontà di essere se stesso fino a rischiare di veder mettere in discussione il successo raggiunto presso il grande pubblico. Quel che è certo è che la poetica del subliminale non fu un atteggiamento né una sperimentazione fine a se stessa ma la più convinta e sentita manifestazione di sé che Cassola ha saputo consegnarci. E, per concludere, amo ricordarlo, sarà stato l’84, qui in questa Sala Consiliare, ormai inchiodato su una carrozzella e devastato da quella malattia degenerativa destinata a prendere rapido sopravvento, amorevolmente assistito dalla giovane moglie Pola, battersi come un leone a sostegno della sua idea circa la necessità di un disarmo unilaterale e dell’abolizione per legge del servizio militare. Avevo portato i miei studenti ad ascoltare lui e Padre Ernesto Balducci, altro relatore di quella sera, che dal canto suo preannunciava che al rischio di una guerra nucleare si sarebbero a breve aggiunte le inevitabili, tremende conflittualità di uno scontro tra il sud e il nord del mondo, tra poveri e ricchi. Due pazzi invasati, come allora si sosteneva da più parti o due intellettuali di vista lunga? Credo che la risposta sia nella storia dei nostri giorni. Non sta a me dire se sia stato un grande o modesto scrittore, quello che posso dire è che, quanto a passione e impegno nel difendere le sue convinzioni etiche e le sue idee politiche e letterarie, fu un Uomo con la U maiuscola. Da ufficiale artificiere dell’esercito italiano si rifiutò di minare Manarola, nelle Cinque Terre, e scampò fortunosamente al processo in Corte marziale, si unì nella lotta partigiana ai compagni della XXIII Brigata Garibaldi, che operò nei nostri boschi di Berignone, non sposandone mai l’ideologia comunista ma condividendone con determinazione l’ impegno a combattere le milizie fasciste. Negli anni ’50 difese con forza la sua scelta di raccontare la Resistenza tenendone fuori quella visione eroica e agiografica che Palmiro Togliatti, sulle pagine di Rinascita, riteneva dovesse essere la chiave di lettura di uno scrittore veramente impegnato. Difese la sua poetica del subliminale dagli attacchi irriverenti di Pasolini, Calvino ecc.. si permise in un famoso dibattito a Parigi di criticare due mostri della letteratura mondiale, Camus e Sartre, per il troppo ideologismo che plasmava le loro opere ed in ultimo uscì dalla sua agiata condizione di buon ritiro per urlare all’esterno che in questo mondo c’era bisogno di pace, che il cancro della guerra, del pericolo di un’ultima guerra, andava estirpato ad ogni costo.

Carlo Cassola è sepolto nel piccolo cimitero di Montecarlo di Lucca, là dove aveva stabilito la sua ultima dimora, tra gli ulivi, su una collina che domina la città di Ilaria del Carretto. La tomba, opera dell’artista volterrano Mino Trafeli, suo dialettico quanto caro amico, si compone di semplici ciottoli che provengono dalle terre care alla fantasia dello scrittore. Vi è ricavato un incavo dove possa depositarsi l’acqua piovana perché gli uccellini se ne abbeverino, un dovuto omaggio a chi l’idea di pace, come ineludibile bisogno di quegli uomini e donne comuni che appaiono nei suoi scritti, ha sempre saputo difenderla e alimentarla in vita.

Dott. Prof. Renato Bacci

Le ultime sculture in arenaria di Roberto Marmelli

Marmelli_ il testone1

Marmelli_ il testone2

 

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La scultura che segue, realizzata in pietra arenaria ,rappresenta il profilo essenziale di un tronco femminile privo di gambe e bracci. Nell’interno, nell’intimo, il profilo è realizzato con il tratto caratteristico ottenuto con lo scalpello “a gradina”.

 La scultura,insieme ad altre 3 sarà esposta nel mese di aprile alla galleria d’arte “La fenice” a Sassari.
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Marmel2
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Questo post rimarrà per qualche tempo, poi inseriremo la scultura insieme alle altre dello stesso autore.

UNA PRECISAZIONE ED UN’IDEA del dott. Marco Chiavistrelli

ANNI FA, SU UNA POESIA “AI SASSI NOSTRI FRATELLI” DEL POETA MUSICISTA DOTT. MARCO CHIAVISTRELLI E SU UNO SCRITTO DI G. PETTORALI E P. PISTOIA,* M. CHIAVISTRELLI PRESENTO’ UNA PROPOSTA, <<UNA PRECISAZIONE ED UNA IDEA>>, AGLI ORGANI SOCIALI. QUI VERRA’ RIPORTATA, NON SOLO PER LA SUA ATTUALITA’ nell’attivare legami fra un popolo e la natura, MA anche PER IL SUO ‘DENSO’ CONTENUTO EMOTIVO, DIDATTICO E CULTURALE, A FRONTE DI ALTRI INTERVENTI SOCIALI, A NOSTRO AVVISO PER LO PIU’ MENO RILEVANTI E PIU’ DISPERSIVI, CONTROLLATI DALLE VARIE LOBBIES ECONOMICHE E CULTURALI. **

  * La poesia e l’articolo citato sono riportati su questo blog.                        **  Naturalmente…. questa proposta cadde completamente nel silenzio.

UNA PRECISAZIONE ED UN’IDEA

La poesia “Ai sassi nostri fratelli” era dedicata allo splendido lavoro fotografico-scientifico del dott. Giacomo Pettorali e del prof. Piero Pistoia sui sassi mammellonati della vallata del Cecina. L’evocatività delle immagini, il senso del percorso arcano delle pietre levigate dal tempo, dalle intemperie, dalle leggi della geologia, parevano aprire orizzonti di storia e di vita sconosciuta, percorsa lungo le vie dell’evoluzione incredibile del pianeta. So che altri poeti ed “intellettuali” evidentemente suggestionati dalla potenza delle manifestazioni descritte, hanno scritto in proposito, al punto che potrebbe profilarsi l’idea di una mostra a riguardo, utilizzante più linguaggi espressivi, i sassi stessi, la descrizione scientifica, la prosa, la poesia, la musica, il teatro, con le pietre magari inserite in contesti “forti”, come i nostri centri storici, così scolpiti dal vento e dal passato.

Sarebbe bello avvicinare giovani e persone al mondo scientifico con un approccio inusuale come una rappresentazione viva della geologia delle nostre terre e dei nostri luoghi utilizzando risorse e protagonisti del nostro posto. Le piazze e gli angoli di Pomarance e Volterra parrebbero luoghi perfetti per una siffatta mostra-poesia-spettacolo, così rivolgiamo un appello ai Comuni perchè raccolgano questa proposta multimediale per rilanciarla sul territorio. Sappiamo che anche gli Etruschi utilizzavano le pietre mammellonate come oggetti votivi e sacri, al dire di una certa universalità che percorre le frontiere ed i percorsi temporali dell’uomo, anche la storia quindi entra di prepotenza a contatto con le forme stravaganti e dolcissime dei sassi.

Dott. Marco Chiavistrelli