LA TEORIA, LA REALTA’ E I LIMITI DELLA CONOSCENZA: considerazioni provocatorie a cura del dott. Piero Pistoia

Curriculum di piero pistoia:

PIERO PISTOIA CURRICULUM2

LA TEORIA, LA REALTA’ E I LIMITI DELLA CONOSCENZA
Considerazioni provocatorie
a cura del Dott. Piero Pistoia (vers. rivisitata)

Le Teorie scientifiche sono nostre invenzioni e, talora, procedendo, come afferma Galileo (1), “contro le sensate esperienze” e “facendo violenza al senso”,  sono così audaci da ‘scontrarsi’ con la Realtà;  e’ appunto da questo “scontro”  veniamo a conoscere che il Reale esiste (2). Questa posizione (3) considera errata la concezione secondo cui le teorie scientifiche debbono essere fondate su ciò che di fatto osserviamo, cioè sui dati forniti dal Reale, o perchè riconducibili a puro compendio e organizzazione di essi (Circolo di Vienna) o perchè conformate da  proposizioni molecolari teoriche, scomponibili in atomi linguistici immediatamente rapportati ai dati immediati dell’esperienza (Wittgenstein).

La Teoria non è riducibile ad asserzioni protocollari (dice molto di più di quanto possiamo sottoporre a controllo), per cui l’empirico non è più sorgente di significati per essa, serve solo, attraverso la logica del modus tollens (vedere dopo), a ricercarne, continuamente e senza fine, la falsificazione.

La Teoria così non è costruita a partire dai dati secondo processi di generalizzazione riassunti dal concetto di Induzione, che, sfuggendo a qualsiasi dimostrazione logica, ha la propria origine nella neuro-fisiologia animale  e serve  solo alla costruzione di una classe di convincimenti psicologici (certezze, ma non verità).

Essa non potrà mai essere “verificata” dai fatti, perchè il procedimento (fallacia dell’affermare il conseguente): “se H implica S e S è vero, allora H è vera”, non è un procedimento logico fino in fondo.

La Teoria potrà invece essere falsificata dai fatti tramite il procedimento deduttivamente valido (modus tollens): “H implica S e S è falso, allora H è falsa” (4).

Se poi nell’analizzare la zona di “scontro” (falsificazione) rinveniamo ancora processi a logica debole come l’Induzione, ovvero, data la complessità teorica degli oggetti in gioco (5), rimane oscuro e indeterminato ciò che viene falsificato, allora le teorie rimarranno semplici invenzioni della mente, convenzioni sostenute ora da paradigmi a forte permeabilità sociale (Kuhn), ora dai successi dei Programmi di Ricerca (Lakatos).

Ma allora il sostegno delle Teorie scientifiche non è più qualcosa di solido e oggettivo: prende il sopravvento l’aspetto convenzionale, arbitrario, propagandistico e strumentale, nel senso che esse diventano solo efficienti strumenti per la modifica più radicale dell’ambiente (teorico e fisico) a favore di una sopravvivenza (culturale e fisica) ad oltranza degli umani. Le teorie diventano convenzioni arbitrarie semplici ed efficaci, funzionali ai fatti, anche se non funzione dei fatti.

Si indebolisce così, in termini di principio, la distinzione da altre attività della mente umana con gli stessi obbiettivi (6) come le teorie del senso comune e del buon senso, il mito e la magia, la fede e il misticismo…(Epistemologia Anarchica).

La teoria scientifica diventa un’invenzione che non costruisce mappe del Reale, ma vi inventa sentieri e vi disegna “di brutto” depressioni e rilievi, aprendosi la strada man mano che procede. Il poeta Antonio Machado (7), in grande poesia, esprime questa azione conoscitiva umana:

Viandante, son le tue orme la via ,
e nulla più;
viandante non c’è via,
la via si fa coll’andare.
Con l’andare si fa la via
e nel voltare indietro la vista
si vede il sentiero che mai
si tornerà a calcare.
Viandante, non c’à via
ma scie sul mare.

Già Kant aveva affermato che “l’intelletto non attinge le sue leggi dalla Natura ma le prescrive (quaestio iuris) ad essa” (8) e altrove (9) che “l’Intelletto vede solo ciò che esso stesso produce secondo il suo disegno”.

Ciò che ne emerge è una topografia nuova di zecca, inventata e costruita dall’Uomo per L’Uomo ed è questo il suo Universo, “vero”, perchè funziona, è adatto ed adeguato (l’inglese fitting, o il passen tedesco).

Verum ipsum factum, aveva detto Vico molto tempo prima: ciò che l’Uomo “crea” con le sue mani è “vero” per l’uomo, cioè funziona nell’ambiente in cui l’uomo opera, permettendo di modificare tale ambiente fenomenico esterno e interno ai propri fini.

Allora non è dell’Uomo la conoscenza assoluta del Reale, visto come una congerie di infinite possibilità razionali e irrazionali di stati di un “qualcosa”, dove neppure il prima e il dopo, il sinistro e il destro, il sopra e il sotto corrisponderanno all’esperienza umana (Noumeno kantiano).

Nessuna concordanza o corrispondenza di immagine (match e in tedesco stimmen) quindi fra conoscenza e realtà, a differenza delle concezioni tradizionali e della Psicologia Cognitiva, sostiene con forza il Costruttivismo radicale  (10).

Forse siamo davvero chiusi in un “trappola per mosche”, costituita da una bottiglia la cui sommità è un imbuto rovesciato.  Dall’interno l’unica apertura appare alla mosca come la soluzione meno probabile e la più irta di ostacoli e da essa distoglie l’attenzione. E’ meno gravoso organizzarsi all’interno della trappola che trovare la via.

Come uscire allora da questa trappola che, metaforicamente, rappresentala nostra inadeguatezza nella soluzione dei problemi conoscitivi? Data la configurazione, le soluzioni andranno cercate nei luoghi più improbabili, fuori dalle credenze comunemente accettate, al di là delle abitudini dipensiero, negando cioè tutto ciò che compone il nostro attuale sistema di riferimento: la soluzione è infatti dove c’è più rischio. Non per niente ci si accorge poi che ogni fatto che sia stato oggetto di rifiuto più astioso e viscerale e limitato dalle repressioni più crudeli, stranamente, possedeva la sconcertante capacità di porre problemi insidiosi, ma che schiudevano nuove vie.

All’interno, quindi, il quadro concettuale appare coerente e privo di contraddizioni: il sistema di credenze, “dentro”, si auto-giustifica continuamente e tutti gli atti (osservazione, giudizio, valutazione…) vengono compiuti dal punto di vista particolare del sistema stesso. Se vogliamo uscire è necessario inventare un nuovo e inusitato sistema di certezze da cui “guardare” la situazione: è allora che riusciamo a individuare improvvisamente l’apertura. Una volta usciti ci troviamo però in un’altra trappola che ingloba la prima  e così via all’infinito: ciò che progredisce è solo l’adeguatezza delle teorie (fitting e non matching) che diventano sempre più funzionali ai nostri fini.

Questa configurazione indeterminata di trappole includenti sarebbe poi la conseguenza di un’ unica trappola inesorabile, cioè l’impossibilità totale della distinzione fra soggetto e oggetto. L’Io stesso è la visione dell’Universo, affermava il premio Nobel per la Fisica Schroedinger. Il confine di separazione fra Io e Universo si perde in frattali indefiniti e la sua ricerca rincorre descrizioni, di descrizioni, di descrizioni…. La poesia di Montale, trascritta di seguito (commentata nel post a più dimensioni in questo blog), sottolinea questa impossibilità di raggiungere tale limite da “dentro” (Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe…) e da “fuori” (Non domandarci la formula che mondi possa aprirti…).

NON CHIEDERCI LA PAROLA

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco perduto
in mezzo a un polveroso prato.
Oh l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri e a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula
che mondi possa aprirti, sì qualche
storta sillaba e secca come un ramo,
codesto solo oggi possiamo dirti, ciò
che non siamo, ci che non vogliamo.

Quindi come nell’incisione: “Galleria di Stampe” di Escher (vedere figura), l’Io, in basso, osserva un mondo (nave e fila di case lungo costa),  che si trasforma nel substrato che lo produce (casa d’angolo in alto a destra  dove si apre proprio la galleria dov’è l’Io che guarda). Non esiste alcun luogo da dove uscire (confine): se tentassi di farlo (risalire all’inizio di un mio pensiero o idea) mi troverei nel bel mezzo di un frattale in continua regressione, perdendomi in una infinità di dettagli e interdipendenze (il circolo interminabile che sfuma nello spazio vuoto al centro della figura).

Ma allora il Paradosso non è semplicemente una curiosità intellettuale, ma si nasconde fra le pieghe dello stesso atto conoscitivo: correndo lungo un ramo di iperbole, non è da escludere che, in questi contesti, i due famosi professori in medicina, il Corvo e la Civetta, del libro di Pinocchio, ricordati con maestria e precisione da Collodi, avessero ragione ambedue.

Da questo insieme compenetrato e circolare di Io e Universo è mai possibile “saltar fuori”? L’”ombra”, di cui si parla nella poesia, porta scritto qualche segreto? Sarà forse più facile l’accesso al Reale tramite l’esperienza mistico-religiosa, l’esperienza artistica e quella magica?

Quest’ultime due, profondamente legate al loro sorgere (si pensi ai significati dell’arte Paleolitica nelle grotte di Lascaux), hanno lasciato di tale interazione tracce nell’arte di tutti i tempi (si pensi agli strani cieli a misura d’uomo di Van Gogh), anche se abbiamo perso la consapevolezza di questi profondi significati archetipici.

Già lo stesso B. Russel affermava che “non vi era alcuna ragione definitiva di credere che tutti gli accadimenti naturali avvengano secondo leggi scientifiche” (11). La discontinuità del tempo e dello spazio e la quantizzazione del microcosmo individuavano “zone d’ombra” a regime caotico, per cui “l’apparente regolarità del mondo sarebbe dovuta alla completa assenza di leggi”.

Non è trascurabile il fatto che scienziati e filosofi abbiano mutuato dalla Fenomenologia di Husserl (12) la parola “einfuhlung” (immedesimazione, empatia) per spiegare l’illuminazione che la mente subisce quando “inventa” ipotesi creative sul cosmo.

Il grande logico Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus (13) alla proposizione 6.52 scriveva “Noi sentiamo che se tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero neppure sfiorati” e successivamente, alla 6.522, “C’è veramente l’Inesprimibile. Si mostra, è ciò che è mistico”.

Esiste allora un immenso mare del magico e del mistico che circonda oscuro e tempestoso la piccola isola del razionale, anche se poi di questo “altro” (mare) non se ne può parlare (1° Wittgenstein), e degli altri infiniti “giochi linguistici” possibili sul mondo (isola), nessuno è plausibile, perchè non c’è realtà là fuori“ (2° Wittgenstein). E’ vero: spesso nelle esperienze mistiche e forse magiche, dove per pochi secondi soggetto e oggetto si fondono nella stessa unità primordiale, le descrizioni sono vaghe e soggettive; “il Tao che può essere espresso non  il vero Tao”  (14). Ma, per esempio, nel caso della situazione di Einfuhlung nella ricerca scientifica, mi sembra, che le cose siano leggermente diverse (si pensi all’ipotesi creativa che risolve un problema cruciale del mondo). Se questo fosse vero, forse sarebbe possibile non solo pronunciare qualche “storta sillaba”, ma balbettare qualche parola e sarebbe già qualcosa in termini di principio.

Il presupposto dell’esperienza magico-mistica che fa corrispondere puntualmente la struttura reale del Cosmo a quella della mente umana, permetteva l’accesso ai segreti più nascosti della Natura attraverso la meditazione e la contemplazione sull’Universo.

Si pensi a Giordano Bruno (15), che apriva un canale di comunicazione reversibile fra l’Uomo e Dio, percorribile, dal basso all’alto, tramite l’esperienza magico-mistica e la contemplazione su un Universo infinito (per questo fu bruciato vivo). Per lui la scienza e il copernicanesimo, a differenza di Galileo, che per questo salvò la vita, non erano altro che metafore e gli errori, che nell’interpretazione scientifica di esse commetteva, erano di nessun conto di fronte al potere che pensava di schiudere all’umanità ( la conquista del Vero contro l’apparente).  Lo stesso grande filosofo e mistico Plotino non incoraggiò forse a guardare in se stessi anzichè all’esterno, perchè da dentro è possibile contemplare il Nous (Spirito-Intelletto), che è divino, nel quale è scritta la struttura profonda dell’Universo?  Si pensi a quello che aveva detto lo stesso Shroedinger.

Dopo millenni e millenni di dibattiti, argomentazioni, teorie, modelli, meditazioni, contemplazioni, immedesimazioni sofferte, miti e religioni è questa l’unica e ultima risposta: che siamo dentro una trappola senza possibilità di uscita? Sarebbe veramente il massimo dell’ironia se l’unica proposizione linguistica che un mistico possa formulare, senza contraddire Lao Tse, fosse che l’Io costruisce un mondo “a propria immagine” più o meno “adeguato”, senza essere consapevole di farlo, poi “sente” questo mondo, “esterno” e indipendente da sè, infine costruisce l’Io stesso a fronte della realtà di quel mondo ritenuto oggettivo, perdendosi in un frattale se scopre il gioco!

Le conseguenze positive che ne derivano sul piano sociale (tolleranza, e pluralismo, responsabilità personale, distacco dalle proprie percezioni e valori a favore di altri…), certamente non bilanciano l’ambito circolare in cui rimane imprigionata la creatività umana.

Infine certe attuali tendenze psicologiche (16) sostengono una dualità interattiva nella conformazione della mente. L’evoluzione del cervello dapprima avrebbe favorito lo sviluppo del lato destro, preposto essenzialmente ad una comunicazione empatica con la Natura, tanto da permettere l’ascolto delle “Voci degli Dei”, mentre il lato sinistro, oggi sede della consapevolezza razionale e della individualità, rimaneva in ombra permettendo comportamenti forse più conformi al vivere in gruppo, con scarsa consapevolezza dell’Io. Successivamente si ha una rivoluzione cerebrale dalla quale emerge e domina l’emisfero sinistro in tutta la sua complessità e potenza, atto alle analisi consapevoli e alle certezze sull’esistenza dell’Io, ove prevale la visione razionale all’atto uditivo di ascoltare gli Dei. Non ne deriva forse che per comunicare col Dio (e quindi cogliere la Verità) è necessario un processo di annullamento dell’Io nel cosmo?

“Non si può negare ciò che non si conosce”, affermano spesso gli Scritti Sacri e “di ciò che non si può parlare si deve tacere” (settima e ultima proposizione del Tractatus), ma forse è un “tacere” che apre altre direttrici di esperienza, in un mondo come l’attuale nel quale si sta riscoprendo la narrazione epica e il mito.

(Piero Pistoia)

BIBLIOGRAFIA

1-Galilei “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” Salani, 1964

2-K. Popper “La logica della scoperta scientifica” Einaudi, 1970

3-O. Tobisco “ La crisi dei fondamenti” Borla, 1984

4-C. Hempel “Filosofia delle scienze naturali” Il Mulino, 1968, pag. 20-21

5-A.V. “Critica e crescita della Conoscenza” Feltrinelli,1976

6-P. Feyerabend “Addio alla Ragione” Armando,1990

7-M. Cerutti “La danza che crea” Feltrinelli,1989

8-I. Kant “Prolegomeni”, Laterza, 1982

9-I. Kant “Critica della Ragione Pura” Laterza, 1966

10-A. V. “La realtà inventata”,  Feltrinelli, 1989, pag.17-35

11-B. Russell “L’analisi della materia” Longanesi,1964, pag. 293-29

12-E. Stein “Il problema dell’empatia” Studium,1984

13-L. Wittgenstein “Tractatus logico-philosophicus” Fratelli Bocca,1954

14-Lao Tse “Tao Te Ching” Adelphi,1980

15-L. S. Lerner et al. “Giordano Bruno” Le Scienze, N.58

16-Jaines “Il crollo della Mente Bicamerale” Adelphi, 1988

Annunci

POESIE DI CACCIA E NATURA di Piero Pistoia

Curriculum di piero pistoia:

PIERO PISTOIA CURRICULUM1

 

1-A CACCIA SUL POGGETTO DEL BULERA
2-A CACCIA NELLA MACCHIA DELLA SELVA
3-A CACCIA NELL’ACQUITRINIO DI GRANCHIO
4-LO SPIRITO ANIMALE
5-SQUARCIO
6-LA PALUDE
7-LA SOLITA ONDA
8-GABBIANI AL TRAMONTO
9-A BISCONDOLA(1)
10-I SASSI MAMMELLONATI DI MONTEBUONO(1)

11-QUAL E’ IL SENSO
12-RICORDI-FLASCH SULLA NATURA
13- I SASSI DI Piero di ROBERTO VERACINI con lettera autografa

1-A CACCIA SUL POGGETTO DEL BULERA

Dove finisce l’ulivo, la stoppia:
una “posta” nel pruno.
Albe macchiate,
pezzi di cielo,
nubi dense,
altitudine verde.
Lontano,
sul poggio di S. Michele,
stormi di colombi diventano punti.
Un frullo di lodole
sulla civetta viva,
occhieggiante.
Pispole nascono dall’aria,
improvvise.
Volo pesante di schiattoni.
Verso S. Carlo,
lame di sole tagliano
voli risonanti del fringuello.
Orizzonti di macchie
aprono il “passo” verso il mare.
Brezze di tramontana
ravvivano ricordi di cacce lontane.

(Piero Pistoia

2-A CACCIA NELLA MACCHIA DELLA SELVA

Irti
serpicano sentieri
dal campo
alla macchia della Selva1.

Poldo,
il Bretone,
bubola e traccia
lontane ellissi
nel silenzio freddo
dell’alba silvestre:
mappa
vie inusitate,
memoria-archetipo degli antenati.

Il bubolo cessa
e l’attesa con lui.
Non lontano,
nella spina,
il Bretone
sniffa fulvo
sulla fermata.

Al comando,
la macchia alterna il cerro
nel frullo ambiguo della beccaccia.

Un colpo sordo,
il ciclo si chiude.

(Piero Pistoia

1 La macchia mediterranea della Selva fa parte degli estesi boschi (per lo pù cerro) che si scorgono, allungati lungo il Cecina, a destra di una delle due foto dell'”Agriturismo di Santa Lina”.

colline toscane

A CACCIA NELL’ACQUITRINIO DI GRANCHIO: un lampo incerto nel vuoto dell’aria

Prologo antropologico
Già in altri scritti proposi, fra l’altro, una possibile interpretazione dell’attività venatoria in chiave evolutiva.
L’uomo moderno dell’epoca post-industriale ha plusibilmente lo stesso cervello (come qualità e quantità) del cacciatore raccoglitore delle savane di qualche decina di migliaia di anni fa (l’uomo di Cromagnon della specie Homo sapiens) e le pressioni selettive che hanno ‘costruito’ la sua mente umana si devono ricercare nel tipo di economia legata all’attività della caccia e raccolta. Infatti per quasi tre milioni di anni il cervello del genere Homo evolve in questo ‘environment’ e, una volta giunto pressochè alla fine della sua evoluzione biologica (circa quarantamila anni fa), tale ambiente selettivo (e solo quello), perdura per altri trentamila anni, giungendo a circa decimila anni fa (prime avvisaglie della rivoluzione agricola).

E’ durante questa semplice economia che plausibilmente si sono radicati profondamente nell’animo umano i migliori aspetti del suo comportamento selezionati dall’operare in piccoli gruppi profondamete uniti per una precaria sopravvivenza in delicati equilibri (addirittura alcuni pensano anche ad un possibile legame telepatico). Se si abusa delle stazioni di raccolta e delle prede di caccia si può morire di fame e/o di altro (si pensi alle piante officinali)! Tali aspetti empatici sono coglibili nel rapporto uomo-uomo e uomo-natura modificati, affievoliti e talora soffocati dalle culture successive (evoluzione non più biologica, ma culturale) seguite alla rivoluzione agricola, successivamente a quella industriale (a cavallo del 1900) e all’attuale post-industriale.

Concludiamo quindi nel considerare la caccia, opportunamente intesa, come rito essenziale per la riscoperta ed attivazione di valori umani profondi perduti (come la condivisibilità, la solidarietà, il rispetto dell’altro e della Natura, per es. ecc.)

In questa ottica ho cercato di esprimere (in tentativo di poesia) alcune emozioni che la caccia potrebbe innescare al fine di catalizzare pensieri e atteggiamenti più favorevoli al rispetto di tutte le ‘cose’ dell’Universo.

3-A CACCIA NELL’ACQUITRINIO DI GRANCHIO
In attesa …
Sulla ginestra piegata …
l’ombra del silenzio
ondeggia
al vento gelido di Volterra.
Lontano
l’ellero nereggia
di suoni.
Grida d’amore:
la gallinella
vibra onde
tra le canneggiole.
Il sole trema
negli specchi d’acqua.
L’Airone
vigila grigio
l’azzurro
nel pelago di Granchio.
Ecco!
punta la squadra
delle marzaiole
alla solita ora.
Un lampo incerto
nel vuoto dell’aria.
La caccia:
rumori di sopravvivenza!

Epilogo
Bene, gli amici pensano, forse scherzando, che forse sono l’unico cacciatore a cui quelli del WWF darebbero volentieri la loro tessera: impinguo le industrie di caccia per i materiali che acquisto, ma la selvaggina può stare tranquilla. In effetti non mi sono mai posto il problema di procacciarmi tante prede (io uccido solo quello che mangio!) e poi il ‘vuoto dell’aria’ è molto più esteso del ‘pieno’ dell’animale selvatico.

Io e il mio vecchio cane Pullero siamo insomma cacciatori come ci pare. Ma una cosa è certa, per nulla al mondo io e il mio vecchio cane rinunceremo alle nostre belle cacce persi nella Natura per poco ancora incontaminata della Maremma.

(Piero Pistoia

4-LO SPIRITO ANIMALE

La luce
bagna
la macchia della valle,
tenera,
all’alba.

La dove ruderi emanano,
antichi,
l’acre odore del fico nero,
oltre il “confine del mondo”,
dove sanno di prede
il sasso, l’humus e l’albero
e di muschio
sanno grumi di pietra
nella macchia di lecci
– dove ulula storie
lo spirito del cerro
cupo fra i rami al vento
e nel fosso
la rana canta
e invoca la pioggia –
lì incontrerò
il mio spirito animale,
selvaggio,
e forse allora capirò.

Crepita il ginepro
nel fuoco del bivacco;
fra storie di animali
ognuno la “parte” attende.
A dividere il cibo
e non a gioco
conterà il cacciator la preda.

PIERO PISTOIA

5-SCQUARCIO

Apre Terra Sole a mezzo cielo
spreme umida macchia, a velo,
fitti di nebbia a tramontana.

Urla vento dirupo alla lontana.

Sprazzi a grani
fittan d’azzurro tempo
a rocce a forre a piani.

Avida quercia avita fissa rami
e cinghiali branchi e di mufloni
e trame, e progetti e dolori
e l’umana sorte assieme.

L’ansia quotidiana preme.

“fitta”(1) Sacro Terra attonita e Cielo.

Denso l’istante cessa
e sommessa riprende al fin l’ambita
corsa sfrenata nel tempo della vita.

PIERO PISTOIA

(1) Dall’inglese To Fit= adeguarsi, adattarsi

6-LA PALUDE

Là dove fiume
spande,
grigi
spirano cieli
nebbie d’orizzonti.

Vita diversa freme.
Anima fango il giunco al beccaccino.
Tracce, segni, formule a creature
perdon confini
aprono vie:
fra sasso e vita la palude.

Improbabili figure
acuti vortici
linfe,
tetraedri-cristallo in fango
e fango creò.

Ruba
cielo la macchia
aspro
dove ghebbio stride.

(Piero Pistoia)

7-LA SOLITA ONDA

Come quando tramontana
stagliano su cieli alberi e montagna,
netta la linea corre
fra ‘coscie’ mielate a dolci presagi.
Su rotondità tremor di vesti in fiore
curano sguardi complici.
Spremute di odori a piene mani:
selce libera spezzata arcano sole;
umore di lucertola,
del serpente addomesticato emblema
– d’acque antiche Uroboro si freccia –
s’addensa
e nel tormento geme
e rapido s’espande.
Tutta la Vita freme e l’Universo.

Amigdala bagnata segno di luna.

La solita onda sempre nuova:
primavera di sopravvivenza.

(Piero Pistoia)

8-GABBIANI AL TRAMONTO

Guardo la sera
rientro al mare
triste di gabbiani
nel fuoco del Tramonto.
Uno due tre…
lenti gruppi
diffondono,
misurano il cielo,
vaghe speranze
al nuovo sole.

Volano volano
nell’orrido dei fiumi
alle discariche
torsione entropica di tempi,
metamorfico acido
di mare vento tempesta,
memorie archetipo
di geni perduti.1

Dolorosi equilibri
alieni
percorsi impongono
di novello Prometeo.2

Un segmento
anche umano
dentro si perde:3
gabbiani dorati
figli dei mari
addio!

Piero Pistoia

1 La discarica per il gabbiano è una “torsione entropica…di mare vento tempesta”, coinvolti in una trasformazione velenosa.
Il mondo gabbiano
precipita, si risolve e presto si dissolverà in un vortice entropico che abbrevia i tempi della specie, conseguenza di geni che stanno perdendosi.

2 Il nuovo equilibrio genetico si pone come alieno e doloroso per la specie che, costretta dalla biologia, si trasforma in novello Prometeo.

3 Se è vero ciò che afferma la sociobiologia che tutte le specie sono in equilibrio delicato. 

9-A BISCONDOLA(1)

Oggi,
a “biscondola”
brezze di tramontana.

Sul poggio.

Raggi di luce
frunscian
fra stipa e ginestra.
Aleatori
traccian
percorsi su roccia serpente.
Bianche nubi
fuman lente.

Di lontano.

In aria
improvviso
fluttua un evento.

In attesa …

anima
nel sasso sento
e nel fiore selvatico.

Nella tremula cifra
smarrito,
formule invoco
ed esperimento.

Ma, sgomento,
nella bruma
mi perdo
e dimentico.

(Piero Pistoia)

(1) Parola spesso usata nel Volterrano. Si tratta di uno spazio magico in cui il sole che filtra attraverso le verdi foglie tremule
costruisce luci ed ombre vibranti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

10-I SASSI MAMMELLONATI DI MONTEBUONO(1)
Li puoi vedere i morfi.
Nubi lisce di pietra.
Là dove in alto formano i ‘nidi’.

Già a primavera appaiono giganti
a reggere lo spumeggiare del fiume.

Da Giugno nella calura d’Estate
poggiano pesanti
in acqua
fra sassi di fiume
lenta
dalle rive secche.

Nuova generazione.

Sassi con Anima
respirano aria dei nostri tempi.
Solo per poco.

Ogni primavera appaiono i nuovi
allo schiudere delle uova del Tempo,
le stesse che fanno apparire fossili
ad ogni aratura profonda.
Qui da noi.

I vecchi si perdono nel ciclo esteso
dei sedimenti d’inverno
dove nei tempi lunghi della Terra
faranno ritorno in alto ai nuovi nidi
sopra tracce di nuovi fiumi
al profumo di nuove epoche.
Da miriadi di inverni.

Forse.

Quelli visti oggi torneranno.
Tra milioni di anni!
Ci sarà qualcuno ad osservarli?

(Piero Pistoia)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

scansione0005

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

11-QUAL E’ IL SENSO”>

Arde la canicola
Lenta meridiana
Oltre le stoppie
Tremule
Sui fili neri di formiche.

In segni sempre uguali.
Quali geometrie!?

Muoiono a milioni
Le singole formiche.
Fili di fatica e di dolore.

Qual è il senso?
L’Ente
La forma
L’invariante regola d’esperimento?

Ha cifra l’Essere?
Segni…
Messaggi criptati…
Rivolti a chi? Per chi?

Il due più due fa quattro dell’Universo
Conta il senso delle celle:
Questa si, questa no, questa…

Ma quest’unico senso
Sospende la speranza.

Piero Pistoia

12-RICORDI-FLASCH SULLA NATURA

(in divenire)

Alieno sguardo, il gabbiano,
di cieli stridenti,
lame di ghiaccio, aghi d’argento.

Tempi in fiore di ginestre,
albe dischiudono nebbie,
spighe ammantan di grano,
tele vibranti di punti
brillanti(1) al primo sole.

Oltre il muro sgretolato di sassi,
campo ‘petroso’ si estende e di nepitella(2).
Ma Verbasco, il tasso, domina alto,
lanoso, giallo splendente(3).

(Piero Pistoia)

(1) ragnatele gocciolanti di rugiada.
(2) Calamyntha nepeta
(3) Il Verbascum tapsus della poesia ‘Memoria, Memoria…’

13-I SASSI DI Piero di ROBERTO VERACINI con lettera

I sassi di Piero

Materia emersa
dall’ultima lontananza, sassi.
Presenze ferme
del tempo, misure
degli occhi, forme intatte
dei sogni, volti assenti
invisibili resti
del libero Mondo
che non c’è.

(Roberto Veracini, 16/10/06)