VALORE ALIMENTARE: EPIGENETICA del dott. prof. Marcello Buiatti

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LEGGE DEI SEMI a cura del dott. prof. Marcello Buiatti, ordinario di Genetica, Università di Firenze

L’articolo_documento si basa su discussioni relative a dati presentati in un Convegno ad alto livello tenutosi a Firenze  nel febbraio 2013

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Legge dei semi (1)

Il prof. Buiatti è Presidente del Centro InterUniversitario della Filosofia della Biologia “Res Viva, La Sapienza Roma

E’ membro anche del Consiglio Nazionale dell’Ambiente CNA, Roma

CAMBIAMENTO CLIMATICO E CRISI ECONOMICA : DUE EFFETTI DELLA STESSA IDEOLOGIA dell’accademico Dott. Prof. Marcello Buiatti

CAMBIAMENTO CLIMATICO E CRISI ECONOMICA: DUE EFFETTI  INFINE DELLA STESSA IDEOLOGIA

Dott. Prof. Marcello Buiatti
Dipartimento di Biologia Evoluzionistica
Universita’ di Firenze

Per comprendere meglio le ragioni dell’atteggiamento umano verso la natura é utile andare molto indietro nella nostra storia fino ai tempi in cui un piccolo gruppo di donne ed uomini uscirono dall’Africa e cominciarono a “occupare” il Pianeta. Molti animali hanno fatto lo stesso e cioé si sono avventurati in nuovi ambienti. Tuttavia gli animali hanno usato la loro variabilità genetica per adattarsi nel senso che in ogni ambiente gli individui che avevano un patrimonio genetico localmente più adatto sono stati favoriti Gli animali cioé si differenziano per geni, e vengono selezionati dall’ambiente per cui gruppi della stessa specie che occupano “nicchie” diverse hanno anche patrimoni genetici diversi. Noi umani invece abbiamo “inventato” una nuova strategia che è quella di puntare essenzialmente al cambiamento dell’ambiente a nostro favore sostituendo il potere adattativo della variabilità genetica, minore in noi che negli altri Primati, con la variabilità culturale. Anche altre specie lo fanno ma in modo molto più stereotipo mentre noi siamo passati attraverso una serie di modificazioni che sono culturali e non genetiche. All’inizio cercavamo come gli altri animali degli ambienti adatti dove stare, pescavamo, raccoglievamo cibo. Poi abbiamo acquisito la capacità di astrazione come si può vedere dai primi utensili complessi ma soprattutto dalle pitture preistoriche. In queste si vede infatti che i pittori , dopo aver osservato un oggetto ne modificavano l’immagine nel loro cervello e la proiettavano sulla materia esterna. Questo processo prelude alla produzione, perché produrre un oggetto significa sviluppare un progetto mentale e poi realizzarlo proiettandolo sulla materia ottenendone oggetti. Fin da quando gli esseri umani attuali sono nati questo non lo fanno solo per fini utilitaristici ma anche per fini estetici e cioé non solo astratti ma perfino sganciati anche dal valore materiale del loro possibile uso. In seguito siamo quindi passati agli scambi di oggetti e poi alla creazione della moneta all’inizio come mezzo per facilitarli e poi agli scambi virtuali di sola moneta.

Parallelamente a queste macro-modificazioni la nostra percezione della realtà in cui viviamo è cambiata. Mano a mano che utilizzavamo di più i nostri strumenti culturali abbiamo accelerato un processo di alienazione e di distacco dalla materia reale e dal valore d’uso delle nostre azioni e dei nostri prodotti, fatti su misura per un Mondo esterno a “immagine e somiglianza “ più dei nostri pensieri che della materia che percepivamo con i nostri sensi. Siamo passati così attraverso due fasi: una prima fase di macchinizzazione del mondo e una seconda fase di smaterializzazione della realtà. Nella prima fase abbiamo fatto come se il mondo fosse un’immensa macchina e essendo una macchina potesse essere modificato a nostro piacimento pezzo per pezzo senza limite fino alla ottimizzazione. come fa una fabbrica di automobili quando ottimizza la automobili. Si é creduto cioé che il mondo fosse fatto come una macchina e in quanto tale fosse costituito di elementi indipendenti. In realtà in una macchina i singoli pezzi restano uguali se staccati dalla macchina a come erano quando ne fecevano parte mentre questo non succede nel caso degli esseri viventi. Ad esempio se io levo una ruota ad una automobile né questa né la ruota stessa cambiano e qundi possono facilmente essere assemblate di nuovo dando esattamente lo stesso risultato di prima della operazione. Non é così se mi privo di un dito perché in questo caso il dito muore e io cambio il mio stato abbastanza drasticamente. In altri termini in noi esseri viventi gli elementi non sono indipendenti ma sono connessi, mentre nella macchina i componenti sono indipendenti e possono quindi essere assemblati nell’ordine che vuole il costruttore che ne ha fatto il progetto. Nella seconda fase della nostra collettiva evoluzione culturale il distacco dalla nostra stessa materia sta diventando molto maggiore perchè, mentre anche le macchine sono materia, servono ad usi ben precisi e son parte di un progetto di Mondo preciso, così non é del denaro che ora viene scambiato direttamente in economie che sempre di più si staccano dalla produzione di beni e servizi.

La rivoluzione concettuale che ha dato inizio a questo processo è iniziata ufficialmente nel 1847 con il concetto di equivalenza tra esseri viventi ed sistemi non viventi proposto da un gruppo di fisiologi e chimici meccanicisti. La proposta della natura meccanica delle vita ha il suo simbolo nel “dogma centrale della genetica molecolare” che dice che noi siamo essenzialmente dei computer dotati di un unico programma “scritto nel DNA” che, se letto, ci permetterebbe di predire completamente la nostra storia futura. Se la realtà fosse veramente questa, come ancora molti di noi credono, potremmo trasformare e ottimizzare anche gli esseri umani. L’espressione forse più estrema di questa concezione, in un certo senso anche divertente, è il futurismo italiano fondato sull’idolatria della macchina, sulla identificazione del progresso con la costruzione di macchine, e quindi con la macchinizzazione del mondo. Quali sono le possibile conseguenze dell’utopia meccanica, dico utopia perché poi é fallita? Intanto che se volessimo “migliorare” la nostra specie ci sarebbero solo due strade: o buttiamo via gli esseri umani che hanno i geni “cattivi”, o gli cambiamo i geni, strada quest’ultima che ovviamente non funziona soprattutto perché non siamo capaci di controllare il processo della trasformazione o almeno di limitarne i livelli di imprevedibillità con possibili conseguenze negative.

Il primo esempio delle difficoltà che derivano da questo tipo di ragionamento viene dall’agricoltura perché l’agricoltura è l’attività produttiva che utilizza esseri viventi per la produzione. Ad iniziare su larga strada la applicazione del principio di ottimizzazione é stata in questo campo la cosiddetta rivoluzione verde, un grande movimento, una grande impresa internazionale, cominciata negli anno ’60 del secolo scorso con l’intento di ridurre o eliminare la fame nel mondo. Allora i selezionatori facevano riferimento al cosiddetto “ideotipo” di Donald dal nome di un ricercatore inglese, intendendo con questo termine un progetto di pianta che univa tutti i caratteri ritenuti positivi come se fossero appunto indipendenti come in una macchina e veniva messo in pratica selezionandoli uno per uno in modo da ottenere la varietà ottimale a prescindere dall’ambiente in cui era coltivata. Se poi in certi ambienti questa varietà non si fosse dimostrata ottimale si prevedeva di risolvere il problema con mezzi artificiali di supporto e cioé con additivi chimici, macchine ecc. In questo modo furono selezionate moltissime varietà, alcune molto utili, altre meno ottenendo in un primo tempo risultati positivi in tutti i continnenti con la eccezione dell’Africa in cui mancavano i soldi e le industrie per produrre gli additivi necessari. E’ aumentata così ma solo fino al 1995, la produzione del cibo totale e, anche se in misura molto minore quella pro capite, abbassando quindi il livello di la fame Poi la situazione si é rvesciata ed ora in pochi anni le persone sotto il livello di sussistenza sono risalite da 800 milioni ad un miliardo e cento milioni. Il progetto quindi non ha funzionato per il semplice fatto che ad ogni nostra azione sull’ambiente e sui sistemi viventi risponde una reazione in parte imprevedibile. Infatti se diamo molta chimica, anticrittogamici ecc..il terreno si depaupera rapidamente, l’humus se ne va, le acque non vengono trattenute e il terreno perde anche minerali e si desertifica. Per ovviare a questo si danno più additivi peggiorando ancora la situazione ed aumentando il costo di produzione mentre i prezzi sul mercato diminuiscono per la aumentata disponibilità delprodotto sul mercato. Per questo non esiste agricoltura al mondo che sia del tutto autonoma dal punto di vista economico, molte aree non sono più coltivabili e la fame cresce di nuovo.

Più recentemente , abbandonata la speranza di ridurre la fame con la sola svolta industriale della agricoltura basata solo sulla selezione é stato propagandato un altro metodo “magico” che dovrebbe risolvere tutti i problemi, che si basa sull’inserimento nel corredo genetico delle piante di geni provenienti da altri organismi anche lontani dal punto di vista evolutivo. Questo nella presunzione che un gene , spostato da una specie ad un’altra continui a svolgere la funzione che aveva nella prima anche nel contesto genetico del ricevente. Il concetto da cui si parte é lo stesso di prima perché qui invece di modficare la “macchina” che non va bene ci si inserisce un “pezzo” completamente nuovo proveniente da un altro manufatto. Anche questo tentativo, nonostante la propaganda sfrenata che se ne fa, é fallito dato che , dal 1983, anno in cui fu prodotta la prima pianta geneticamente modificata ad oggi, sul mercato ci sono soltanto quattro piante trasformate ( mais, soia, colza e cotone) in cui si sono modificati solo due caratteri, resistenza ad insetti e a diserbanti.Il fallimento é dovuto al fatto che quando facciamo una trasformazione con un gene non sappiamo quante copie di questo entrano nel corredo ereditario della pianta, in quale parte di esso si inseriscono prvocando danni in geni pre-esistenti, se il gene é stato modificato durante il processo, in che modo interagisce con la pianta ed il suo metabolismo ecc. In realtà quello che succede é che la struttura genetica e fisiologica della pianta ricevente viene modificata dal processo in sé stesso e dal fatto che il gene inserito non si é co-evoluto con i geni pre-esistenti, per cui quella che veramente soffre è la pianta stessa che in genere non produce abbastanza o produce male per cui non riesce ad entrare sul mercato. Sono così stati prodotti migliaia e migliaia di OGM nei laboratori ma solo i due ora citati vengono adesso coltivati dopo quasi trenta anni di ricerche frenetiche e costose. Anche questo metodo di ottimizzazione quindi é fallito ed é noto da tempo che gli OGM prodotti non producono più delle stesse piante non modificate, nonostante il tentativo di alcune delle imprese produttrici di falsificare i dati di produzione forniti dagli Stati come ha fatto Syngenta modificando quelli ufficiali del Dipartimento di Agricoltura americano. Tutto qusto conferma un concetto che é stato enunciato molto tempo fa da Charles Darwin quando parlava della cosiddetta “variazione correlata” affermando che un cambiamento in un organismo é accettabile solo se é armonico con la organizzazione precedente. Gli esseri viventi infatti hanno un’organizzazione a reti gerarchiche in cui ci sono connessioni sia fra i diversi livelli della gerarchia sia fra i componenti di ogni livello e inoltre ogni sistema vivente a sua volta é connesso anche con la materia non vivente per cui é praticamente impossibile prevedere completamente gli effetti di un eventuale cambiamento.in uno degli elementi del sistema complessivo. E infatti un altro grande fallimento, molto più grave di quelli già citati é il cambiamento climatico globale anch’esso direttamente derivato dalla “macchinizzazione del mondo” che ha aumentato in modo estremamente rapido la quantità di emissioni dei gas serra ,causa prima dell’aumento della temperatura del nostro Pianeta. Si può proprio parlare in questo caso di un “effetto farfalla” citando ancora una volta uno slogan desueto ma non sbagliato degli ambientalisti che, agli albori del movimento dicevano che “un battito di ali di una farfalla in un luogo lontano può provocare un tifone da noi” a causa di una amplificazione caratteristica, possibile dei sistemi complessi Anche in questo caso il processo mentale collettivo che é alla base dell’errore é un fenomeno di frammentazione.concettuale che ci fa pensare gli esseri umani come completamente staccati ed indipendenti da quello che li circonda ( lo “umwelt”, letteralmente, di Von Uexkull che noi chiamiamo ambiente). E’ per questa impostazione mentale che molti di noi pensano all’ambiente come a qualcosa di “altro da noi” da savaguardare o da distruggere senza renderso conto che se distruggiamo l’ambiente in realtà distruggiamo noi stessi. Deve essere chiaro quindi che non bisogna salvaguardare l’ambiente perché siamo buoni e amiamo gli animali né per ragioni estetiche, ambedue obiettivi nobili ma che non contribuiscono a migliorare la situazione. E’ necessario invece valutare gli effetti complessivi delle nostre azioni contemporaneamente sulle economie e le società umane, sulla salute nostra e degli altri, sull’ambiente. Purtroppo questo tipo di valutazione non é quello che fanno i governi, che, in particolare in questo periodo storico di “turbolenza” come direbbe un fisico, non affrontano insieme le quattro crisi che ci affliggono, quella economica, quella sociale, del cibo e della povertà, dell’ambiente non rendendosi conto che tutte derivano dagli errori concettuali di cui si é parlato. E’ bene nel caso specifico rendersi conto che il cambiamento climatico da una parte é globale e colpisce tutti, ma il livello di pericolo é comunque diverso nelle diverse zone della terra perché l’incidenza dei raggi solari è diversa come diverse sono le stagioni., per cui l’effetto é più o meno forte. Per esempio noi in Europa siamo tra le zone più colpite, tant’è vero che le ultime previsioni dicono che nel 2099 tutta l’Italia sarà arida. E ancora più colpiti sono i Paesi africani e le altre zone alle stesse latitudini che fra l’altro sono abitate dalle popolazioni più povere.

Il cambiamento climatico è senza dubbio la prova più evidente dell’abbandono da parte della nostra specie della sua strategia adattativa orginaria che trasformava l’ambiente per aumentare il benessere reale mentre ora pensiamo che il mezzo ( la “macchinizzazione”) sia il fine. Ma la frammentazione del pensiero si spinge oltre, nel senso che tendiamo a non affrontare le quattro crisi insieme e non diamo una visione integrata nemmeno degli effetti delle emissioni che non cambiano solo la temperatura ma incidono su tutte le risorse della terra che sono poi i quattro elementi degli antichi, l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria a cui dobbiamo aggiungere le risorse viventi e cioé gli ecosistemi con la loro diversità. L’acqua, in seguito al cambiamento mancherà ma contemporaneamente inonderà le terre per lo scioglimento dei ghiacci, , il fuoco e quindi l’energia mancherà per la crisi del petrolio e quindi diventerà più cara ma dovrà soprattutto essere prodotta in modo sostenibile per non accelerare e peggiorare la crisi, la terra si desertificherà e perderemo i preziosissimi servizi degli ecosistemi che regolano le dinamiche dell’intero Pianeta incluso il clima stesso ed hanno grandissima importanza per limitare l’effetto serra, perché assorbono la CO2 e ne riducono la quanttà, per cui sono fondamentali per la nostra sopravvivenza,ed anche per le nostre economie che ne risulteranno fortemente danneggiate.

Anche l’ecosistema è una rete e quindi se si rompono i legami fra i componenti l’ecosistema muore. La causa maggiore della morte di ogni ecosistema è infatti la rottura dei legami tra i singoli componenti degli ecosistemi e fra questi e l’ambiente esterno..

A tutti questi problemi si aggiungeranno infine i danni procurati dalla crescente turbolenza della atmosfera che porta ai cosiddetti “eventi eccezionali” ( bufere, tifoni, inondazioni, frane ecc.) che già da tempo stanno aumentando in modo esponenziale.

Ovviamente la distribuzione dei danni non sarà equa perché i Paesi poveri avranno maggiore difficoltà dei ricchi a prendere misure di adattamento al cambiamento climatico e anche perché i Paesi poveri sono nellle zone che .in cui l’aumento di temperatura sarà più forte e la desertificazione più intensa. Questo fatto comporterà una ondata migratoria impressionante che farà fuggire al Nord da 200 milioni a un miliardo di esseri umani con conseguenti possibili conflitti già al giorno d’oggi più frequenti di prima nei Paesi in via di sviluppo. Questo aumento delle disuguaglianze si verificherà inevitabilmente anche per quanto riguarda il PIL la cui caduta inevitabile , a livello globale sarà però senza dubbio più sentita dai Paesi poveri che da quelli ricchi e ridurrà ulteriormente la loro capacità di adattamento. E’ interessante notare che sono proprio i dati di riduzione del PIL in conseguenza del cambiamento climatico l’unica ragione per cui solo dal 2007 ,l’anno di pubblicazione del rapporto dell’economista Stern, i governi hanno cominciato a interessarsi seriamente degli effetti dell’aumento della temperatura sul piano economico. Ora sappiamo che, a seconda di quello che noi faremo il Pil calerà da dieci, 15 punti a 40, 60 punti percentuali.

Da tutto questo risulta chiaro il fallimento dell’utopia dell’ottimizzazione, e conferma che nella evoluzione l’ottimo non va bene ma vince invece chi se la cava, e cioé chi è capace di cambiare il suo progetto continuamente. Purtroppo la risposta delle economie e del pensiero umano al fallimento della ottimizzazione é stato il rifugio in una economia virtuale fatta solo di scambio monetario come se a questo punto si potesse considerare la materia come irrilevante. In questo modo l’economia o meglio la entità degli scambi di moneta, hanno continuato ad aumentare tanto che da un dato recente, risulta che lo scambio di merci e servizi è di 120 miliardi di dollari al giorno ed è largamente superato dalla dinamica delle borse e in genere della economia finanziaria che é di ben 7200 miliardi di dollari. Tuttavia lo scambio di merci è ancora fondamentale perché serve da volano per il resto degli scambi come risuota ad esempio dal fatto che i titoli in borsa di una azienda che non vende perdono di valore. Ecco perché tanta propaganda sugli OGM e su altri “prodotti “ come i cloni anch’essi praticamente inesistenti La propaganda serve essenzialmente a convincere della utilità economica degli OGM e dei cloni e infatti il titolo di Monsanto, la maggiore impresa del campo, sale quando un nuovo Paese apre le frontiere a questi prodotti o si reclamizza un particolare OGM che magari non andrà nemmeno sul mercato. Lo stesso é successo quando poco tempo fa gli Staiti Uniti hanno dato il permesso di commercializzare carne clonata. A me é capitat allora che diversa gente mi ha chiesto se secondo me questa carne clonata fosse in qualche modo pericolosa. Io ho risposto che non é pericolosa ma che comunque , cosa che é pura verità, il problema non esiste dato che sono poche centinaia gli animali clonati nel Mondo perché la clonazione da animale adulto produce individui tutti con menomazioni e non produttivi. In realtà la crisi economica é collegata alla crisi climatica perché deriva dalla stessa concezione e cioé dalla pur fallita utopia meccanica che ha portato alla economia virtuale , del tutto incontrollabile in quanto non legata al reale andamento della produzione di beni e servizi. Per fortuna molto recentemente sono stati sviluppati indicatori nuovi che tengono conto non soltanto dell’aumento della disponibilità monetaria ma anche di altre grandezze per dare indici di welfare, di benessere come il cosiddetto “indicatore genuino di progresso” che ci dà valutazioni numeriche inversamente proporzionali al PIL , come del resto succede con gli indicatori di felicità che ci dicono la stessa cosa: fino ad un reddito annuale di 8-10mila euro, più soldi danno più felicità, oltre questi valori succede il contrario e la fonte di felicità maggiore secondo i sondaggi diventa la buona comunicazione con i propri simili, gli altri esseri umani.

La soluzione per affrontare le due crisi in atto sta intanto nel comprendere che la crisi economica è dovuta a una smaterializzazione dell’economia, il cambiamento climatico alla meccanizzazione del Mondo, al progresso inteso solo come costruzione ed omogeneizzazione. Bisogna quindi puntare insieme su una economia più legata alla produzione di beni e servizi e su produzioni sostenibili che riducano il cambiamento climatico. Per ridurre il cambiamento climatico bisogna da un lato aumentare l’adattamento e cioé salvaguardare meglio le risorse che ridurranno gi effetti del cambiamento che comunque avverrà, e d’altra parte mitigare il cambiamento climatico e cioé riconvertire l’economia reale in modo da ridurre l’effetto serra, il che significa energie alternative, ridurre la produzione di CO2, cambiare i cicli di produzione per ridurre gli sprechi di energia nei diversi punti del ciclo produttivo ecc. Tutto questo sarà possibile però solo utilizzando parte della ricchezza per la riconversione e per la ri-materializzazione della economia, tenendo conto che nel primo rapporto Stern del 2007 si indicava nell’uno per cento del PIL la spesa sufficiente per reggere il cambiamento climatico mentre il secondo rapporto , di soli due anni dopo, aveva raddoppiato la cifra in conseguenza della accelerazione continua della modificazione del clima e di fenomeni imprevisti all’epoca della prima stesura. Comunque sia é essenziale che il Paesi del Mondo entrino tutti nella nuova mentalità e tengano conto , oltre che della crisi economica e di quella climatica anche della crisi sociale e dell’effetto nefasto delle disuguaglianze fra nazioni ed all’interno di esse che, come dice il grande economista Jean Paul Fitoussi, comportano di per sè stesse crisi economiche, conflittualità crescenti, disgregazione. Lo vediamo con chiarezza da quanto é successo alla Conferenza di Copenhagen , almeno parzialmente fallita per la incapacità delle Nazioni di mettersi d’accordo sulla dividione delle specie. In particolare infatti i Paesi ricchi non hann mostrato la elasticità sufficiente per venire incontro a quelli poveri che, mentre facevano notare che gran parte del’effetto serra é dovuta al Paesi ad economia industriale, chiedevano aiuto in materia di innovazione e ricerca per la riconversione alla sostenibilità e sovvenzioni per i costi da affrontare . In realtà oltre a queste misure é necessaria una revisione seria delle regole della Organizzazione Mondiale per il Commercio ormai impotente di fronte alla divisione fra Paesi sviluppati ed economie emergenti e incapace quindi di dettare nuove regole. Evidentemente la virtualizzazione della economia rende miopi i Governi delle Nazioni che vedono ancora nell’aumento del flusso monetario in quanto tale il toccasana , senza comprendere che questo é sempre meno collegato alla vita delle popolazioni e quindi alla stessa sopravvivenza della specie apparentemente avviata per una strada suicidaria a mezzo fra quella dello struzzo e dei lemmings. anmali che ogni tanto si suicidano in massa guidati da un capo incosciente.

(Marcello Buiatti)
Dipartimento di Biologia Evoluzionistica
Università di Firenze

DAGLI OGM ALLA BIOPIRATERIA dell’accademico Dott. Prof. Marcello Buiatti

 

 DAGLI  OGM ALLA BIOPIRATERIA

del Dott. Prof Marcello Buiatti

Come ho scritto nei miei precedenti interventi, a dispetto della propaganda delle grandi imprese produttrici, le Tre Sorelle come le chiamo io (Monsanto, Dupont e Syngenta), è praticamente dal 1996 che i prodotti OGM veramente sul mercato sono sempre le stesse quattro piante modificate per resistenza o ad insetti o a diserbanti. Nessuna innovazione dopo l’anno di introduzione sul mercato di queste PGM eppure le Tre sorelle vanno avanti nella loro strada senza fare ricerca che ancora potrebbe almeno migliorare i prodotti che hanno. Vanno avanti però essenzialmente dal punto di vista finanziario perché controllano il mercato del cibo e guadagnano dalla speculazione in Borsa dai soldi che vengono dai brevetti. In sintesi si potrebbe dire che gli OGM sono il doloroso e assurdo specchio dei nostri tempi in cui tutto è sempre più virtuale, lo scambio di merci è infinitamente minore dello scambio di denaro online, i prodotti si vendono perché sono ben pubblicizzati e non per il loro valore per il benessere, dove la gente è costretta con i mezzi più svariati a comprare le stesse cose spesso inutili che gli impongono i mezzi di comunicazione, dai libri di Harry Potter, alle scarpe di plastica costosissime ma con cui si cammina male, ai cellulari che si “devono cambiare” al più presto per non farci una figuraccia. Non a caso le statistiche ci dicono che in Italia la risposta alla crisi, anche questa finanziaria e non necessariamente reale, gli italiani hanno risposto aumentando la spesa per i cellulari e diminuendo quella per il cibo. Non a caso quindi, pochi lo sanno, ma è stato l’avvento degli OGM che ha provocato il cambiamento della legislazione europea dei brevetti meglio chiamati “diritti della proprietà intellettuale”, che è stata estesa agli organismi viventi che sono passati da bene comune fondamentale a merce in possesso di un numero limitatissimo di esseri umani. Fino a relativamente poco tempo fa il lavoro creativo dei selezionatori e costitutori delle varietà vegetali e delle razze animali era protetto da una Convenzione detta UPOV nata nel 1961. Secondo la UPOV naturalmente una varietà selezionata da un costitutore non poteva essere venduta da altra persona, ma innanzitutto un contadino se comprava i semi di una varietà poteva poi riprodurre il prodotto del suo campo senza pagare altri balzelli in virtù del cosiddetto “esenzione dell’agricoltore” e se era a sua volta un selezionatore poteva utilizzare la varietà acquistata per incrociarla con altre e eventualmente costituirne una nuova di sua proprietà (“ esenzione del selezionatore”) . D’altra parte le varietà e le razze non potevano essere coperte dal molto più restrittivo brevetto industriale. Le cose cambiarono poco dopo la introduzione nel mercato delle PGM per la pressione delle potenti imprese produttrici che, vinta la battaglia negli Stati Uniti, riuscirono a modificare anche le leggi europee con la direttiva n.44 del 1998. Secondo questa direttiva anche alle varietà è applicabile il brevetto industriale sia di processo che di prodotto ove per processo si intende qualsiasi serie di operazioni che servono a costruire varietà migliori, mentre il prodotto è la varietà stessa che può anche essere geneticamente modificata per un solo gene introdotto da un biotecnologo. Inoltre, e questo è il fatto più grave, i brevetti di prodotto coprono tutte le piante che hanno il gene in questione e quelli di processo tutte le piante migliorate con lo stesso metodo. Chi aderiva alla Convenzione UPOV quindi correva il pericolo di perdere la proprietà di una varietà ottenuta dopo lunghi anni di selezione se un biotecnologo ci inseriva un suo gene perché a quel punto la varietà cambiava automaticamente padrone in virtù del brevetto industriale. Gli aderenti alla UPOV allora si difesero eliminando in parte la esenzione del selezionatore e introducendo il concetto di “varietà essenzialmente derivata” quella che contenesse un gene nuovo, ma fosse identica alla precedente per il resto del corredo genetico. In questo caso chi aveva introdotto il gene doveva pagare al costitutore primario una cifra stabilita da una contrattazione che in parte remunerava la perdita del possesso totale della varietà. Le cose sono andate peggiorando recentemente perché le grandi multinazionali si sono accorte che l’ ingegneria genetica non produceva alcun nuovo risultato, come ha affermato anche pubblicamente un dirigente di Syngenta, e stanno tentando purtroppo con qualche successo di sottoporre a brevetto industriale varietà selezionate anticamente e tipiche delle diverse agricolture. Questo obiettivo è facilmente raggiungibile se si vogliono utilizzare varietà tipiche perché queste non sono protette dalla UPOV in quanto non omogenee geneticamente al loro interno, ma lo è anche utilizzando due nuovi trucchi. Il primo consiste nella analisi molecolare del DNA e nella individuazione di un gene presente nella varietà che viene brevettato con brevetto industriale che quindi copre tutte le piante che posseggono quel gene. Il secondo si basa invece sulla modificazione del processo di selezione e sulla brevettazione del nuovo metodo. In questo modo l’impresa Plant Bioscience sta brevettando dei broccoli, il Ministero della agricoltura israeliano, un pomodoro e Monsanto un melone, ma ci sono già un centinaio di domande di brevettazione di altre varietà di diverse specie.

(Dott. Prof. Marcello Buiatti)