COMMENTI DELLE POESIE DI IVANA ROSSI: Il punto di vista del poeta-pittore dott. Paolo Fidanzi, medico-psicologo, ed il punto di vista del dott. Francesco Gherardini professore di ruolo in Lettere nella Scuola Superiore.

COMMENTO ALLE POESIE DI IVANA del dott. Paolo Fidanzi

Ho letto le poesie di Ivana Rossi. In due tempi . Le prime sei, le più antiche . Poi le ultime. Ho buttato giù alcune considerazioni , generiche, poiché la conoscenza è scarsa e potrei cadere nel giudizio.Resto a parlarne nel campo cognitivo di un “Effetto Alone”. E’ un fluire di ricordi, di connotazioni di un sentimento relativo, familiare. C’è il bisogno di ridefinire l’oggetto di cui si parla.
Si usano molti aggettivi, più che un sentire è uno svelare gli stati d’animo attraverso ciò che accade o sembra accadere. Si lascia una testimonianza precisa invitando , implicitamente, il lettore a trarne un vantaggio culturale. Si racconta qualcosa che in quanto lirico passa dal privato al sociale. Ma nella Rossi tende molto a restare nel privato , nel territorio intimo più che in quello sociale. Riguardo alla poetica si evocano atmosfere crepuscolari legate a tentativi post ermetici . C’è spesso la ricerca della parola asciutta che impronti un’immagine compiuta o uno scorcio di paesaggio , ma
lo sforzo viene ripagato solo in alcuni casi:”l’audace occhieggiare del fosso.” In altri la necessità di aggettivare prevale e spezza l’emozione, la frantuma sul nascere.
Bene, oltre non ritengo proseguire, troppo breve la frequentazione di queste poesie e ancora incerta la vocazione poetica, mi pare, per poter giungere a conclusioni critiche efficaci.

Dott. Paolo Fidanzi

 

COMMENTO ALLE POESIE DI IVANA del dott. prof. Francesco Gherardini

LE POESIE DI IVANA / MATERNITA’

Tre nipoti, l’ultimo tre mesi fa; da nonno ho ri-scoperto la stupefacente bellezza dell’evento della nascita di un bambino e della felicità , incommensurabile rispetto a qualsiasi altro evento , che ha portato ai suoi genitori (e ai nonni ) . Il viatico giusto- credo- per leggere e commentare le tre poesie di Ivana Rossi sul tema della maternità. Mi limiterò alla prima con pochi richiami alle altre due.
Nei primi sei versi colpisce la scelta della parola “presagio” ; la trovo straordinariamente pregnante: il verbo presagire [ deriva dal latino prae = avanti e sagire = penetrare con lo spirito , derivante da sagus=indovino , termine che non casualmente ritorna nella poesia al verso 11 ] dà l’idea del preannunziare, del predire, del profetare, della magia. Vengono in mente le mille domande di amici e conoscenti : la prima “sarà maschio o femmina? ” . Un tempo a queste domande si rispondeva con congetture, le più bizzarre, si guardava ad esempio alla forma della pancia per stabilire il sesso del nascituro. Oggi si risponde quasi immediatamente con la sicurezza delle sentenze di laboratorio e ben presto si vede ( e si fotografa ) il feto mentre naviga nel suo mare. La poesia di Ivana risale , credo, a una trentina di anni fa, quando ancora la tecnologia non cancellava la visione e il sogno. Al presagio si accompagna l’aggettivo “segreto” . Vocabolo e attributo concorrono a fornirci l’idea del tentativo da parte della futura mamma di immaginare, di ascoltare , di interpretare, di capire le variazioni del corpo, tanto più in caso di prima gravidanza, di pre- vedere il futuro tenendolo stretto nei propri pensieri , proprio come fa un indovino. In “Maternità 1” compare un’immagine sublime : “La gioia nel grembo si muove / come ape nel vento / come alga nel mare”.
A che cosa si riferisce il presagio, quale è il suo contenuto? “di chiari archi notturni”. Certo è difficile interpretare emozioni e sentimenti ineffabili, soprattutto da chi certe trepidazioni può viverle solo di riflesso (come un nonno). Si nota subito il contrasto chiari/notturni, un ossimoro apparente che lascia immaginare le notti insonni a disegnare il futuro; il vocabolo “archi” suggerisce più di un’immagine : la volta del cielo, il ponte tra gli uomini e il Creatore,il sentirsi parte integrante di un tutto, le volte immense delle cattedrali; in “Maternità 1” è “chiarità di infinito”. Dalla volta celeste giunge la luce che penetra ovunque (“contagia l’attesa”) . Alla prima lettura urta un po’ questo verbo (contagia) che esprime sempre in altri contesti un pensiero negativo, ma in fondo risponde bene a ciò che accade nella realtà: la notte spesa a pensare… i pensieri che si sviluppano nella mente della donna sono come una materia impercettibile e volatile, un virus meraviglioso e positivo, imbattibile , ineliminabile che impregna di sé ogni attimo dell’attesa (l’impazienza è incontenibile , anche quando è “tenue” ossia tenuta a bada, non ostentata) , al punto di essere avvertita come linfa vitale. Da sottolineare due termini particolarmente allusivi : linfa , un vocabolo che immediatamente richiama l’immagine del feto nel liquido amniotico e attesa, la straordinaria bellezza dell’attesa, in questo caso dell’attesa di una gioia, anzi dell’evento più bello della vita umana, dell’ esperienza più piena e più profonda. Si tratta di una sensazione simile a quella che esprime Leopardi nella lirica “Il Sabato del Villaggio”, ma tutta sotto una luce positiva.
La “luce” rende l’attesa attraente, emozionante, la prima nascita, la visione della culla, la delicatezza degli atteggiamenti , una nuova vita che nasce dentro e che si avverte dai battiti del nuovo cuore. Un evento straordinario e sorprendente (la prima volta). Impossibile da descrivere da chi non l’ha provato. Qui sta la superiorità delle donne, la loro fortuna rispetto ai maschi. Il rovesciamento della freudiana invidia del pene. Un concetto – credo – forse adombrato anche in un verso successivo dalla espressione “stupore di donna”.
La seconda quartina è veramente pregevole: La vivida ansia si scioglie stupita / nel ritmo antico del tempo/
e inonda di pace il mio stupore di donna.L’impazienza, l’ansia non si può celare; ma quella certa agitazione si stempera e si supera quasi magicamente nel ritmo antico del tempo ; forse pensando che in fondo il miracolo della nascita , della vita, si ripete da secoli e che quello che ciascuna donna sta vivendo e che è meraviglioso, è stato già vissuto da milioni di donne nel corso della lunga storia dell’umanità. E arriva la pace, la serenità, quasi come un’onda improvvisa che travolge ogni altro pensiero , dilaga e placa l’ansia. Un po’ come “ e naufragar m’è dolce in questo mare” di leopardiana memoria.
Tiepidi fili / le tue carezze esitanti/ nel lieve respiro del ventre.
La poesia si sa è del poeta, ma anche del lettore che la interpreta ; in definitiva il testo assume, appena scritto e divulgato, una sua vita autonoma, tanto più se l’interpretazione letterale non è così agevole. A me pare che questi versi introducano la figura del compagno e mi sembrano accennare a un tipo di azione che ho visto tante volte in questi ultimi mesi prima della nascita del mio nipotino : il compagno che si avvicina alla donna gravida e che con estrema delicatezza (i fili) , titubante di fronte alla nuova vita che si distingue e si muove, le accarezza il ventre con le mani per sentire i movimenti del bambino e pone l’orecchio sul ventre per ascoltare i battiti del suo cuore, una carezza piena di amore per entrambi ,madre e figlio.
Racchiudo indifesa / la tenera gratitudine / dell’amore che cresce/ e indovino dolcezze impetuose/invisibili gesti furtivi/
palpitanti di carne/nella vita che nasce.
Anche questi versi si prestano a più di una interpretazione perché piuttosto criptici.
Racchiudo : questo verbo dà l’idea della volontà di proteggere la nuova vita in formazione, mentre l’aggettivo indifesa lascia pensare alla fragilità, alla debolezza, alla preoccupazione della puerpera di non farcela, di non essere all’altezza. L’amore che cresce? una circonlocuzione che può sostituire il vocabolo “ bambina”, la gravidanza ormai sta per terminare; ma associata all’altro termine “gratitudine” può invece essere più facilmente riferirsi al compagno. La nascita di un figlio in effetti generalmente rinsalda il rapporto amoroso tra i coniugi; l’amore coniugale cresce insieme col nascituro con il passare dei mesi di gestazione e in fondo si materializza nella nuova vita . Gratitudine in questo caso per l’ amore che il compagno le ha dato e che ha prodotto la nuova vita. Cfr. in proposito i versi in Maternità 2 “nel gioco dell’attesa/ il notturno ricordo/ tremante di fuoco” Ma la gratitudine potrebbe essere perfino indirizzata verso qualcosa di superiore, verso il Creatore per esempio , come accade in tante culture.Il nuovo nato come Dono del Cielo, del Signore.
Negli ultimi quattro versi ritorna la visione, il “presagio” (indovino= percepisco, immagino) che mescola ogni cosa: le dolcezze impetuose , traboccanti d’amore, lasciano pensare al desiderio di inondare di baci e carezze la figlia che sta per nascere che è carne della sua carne (palpitanti di carne), mentre gli invisibili gesti furtivi sono tenerezze che possiamo immaginare: gesti di affetto verso la bambina o verso il compagno ( in questo caso meglio si spiegherebbe l’uso dell’aggettivo furtivi, ovvero volutamente nascosti o non notati ). Ma la mia attenzione si è soffermata soprattutto sull’espressione “palpitante di carne” ; mi ha suggerito l’idea del battito del nuovo piccolo essere (lui sì indifeso) che si stacca definitivamente dalla madre, che era poco prima carne della sua stessa carne e che diventa un soggetto nuovo e autonomo, grazie a quel primo dolore che è il taglio del cordone ombelicale , la parte più traumatica – dicono gli psicologi- della nostra vita di esseri umani.

Dott. Francesco Gherardini

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POESIA E CANZONE

Il poeta si serve degli altri per parlare di sè

Il cantautore parla degli altri servendosi di sè.

La differenza tra poesia e canzone è sostanziale e determina una platea d’ascolto definita emolto diversa. Non a caso, come dice Magrelli, ai concerti di Bob Dylan ci sono migliaia di spettatori mentre alle letture di Luzi o di altri importanti poeti si arriva appena a qualche decina o poco più.

La canzone è un mezzo mentre la poesia sembra essere un fine. E qui probabilmente sta il motivo della sua scarsa fortuna. Con Valerio Magrelli, che abbiamo ascoltato l’altra sera dalla Gruber duettare con Vecchioni, siamo coetanei e compariamo entrambi sulla circolare di poesia – rassegna di originali BARBABLU’ N° 5 di Siena del 1981. Ricordo anche la sua partecipazione alla COLLINA, foglio di poesia da me fondato sempre a Siena, con altri amici, nel 1984, che dimostrava, nella rubrica Poesia e Poeti:” metapoetica e autocritica, ovvero la poesia che si pensa”,un senso già compiuto della poesia stessa attraverso il recupero di una cultura storico rappresentativa, legata ad una precisa collocazione, condivisibile o meno, dell’arte poetica stessa.

Ne riporto volentieri la traccia. Scriveva Magrelli:

“Tempo fa, ricevetti l’invito a presentare una scelta delle mie poesie per la collana “Codici di Poesia“edita da “l’orcio d’Oro” e da Vanni Scheiwiller. La pubblicazione, ancora inedita,mi parve un’occasione presiosa per organizzare tanto materiale secondo un criterio coerente (anche se, probabilmente, fittizio). Cercai cioè d’individuare nei miei testi un punto di fuga nascosto, un luogo prospettico privilegiato. Non una figura, né un soggetto, piuttosto la maniera di disporre l’oggetto prima di ritrarlo, il genere di posa preferito.Cercai di chiarire il senso della silloge ricorrendo a un occhiello, una semplice frase tratta da un dizionario che mi parve particolarmentre signficativa

Eccola”Carbonchio. Lat. Carbonculus, dim. Di carbo-onis e applicato al doppio valore di gemma e di malattia: calco sul gr. Anthraks”. Questa parola con cui la malattia convive con la gemma, in cui la gemma arde di una luce malata, mi sembrò indicare con inconsueta precisione uno dei temi ricorrenti nei miei versi: lo scambio tra la pietra e l’organismo. Raccogliendo i miei lavori sparsi ho ritrovato in vari passi tutta una famiglia d’immagini nate da questo processo di cristallizazione dell’animato, di fossilizzazione. Credo infatti che il fossile rappresenti quella condizione ideale in cui il reperto, consumata per intero la sua esitenza creaturale, giunge a trasfigurarla in puro segno, in disegno. E vorrei segnalare due recenti letture che mi hanno guidato all’interno di questo mondo simbolico: il libro di JULIUS VON SCHLOSSER sulle Wunderkammern e l’Essai de paleontologie lingiustique di ADOLPHE PICTET. Non so se queste poche tracce serviranno a chiarire in qualche modo la natura delle mie composizioni(si tratta ovviamente di una ricostruzione a posteriori). Mi basta avere almeno rinvenuto un bizzarro e sublime ascendente in quella linea letteraria tratteggiata da Carlo Ossola in un bel saggio sulla “MINERALISATION DU SIGNE”: De la Conchiglia fossile di (Lorenzo Mascheroni) aux OSSI DI SEPPIA de Montale les “ossements fossiles”de la lettre alliant devenir precieux gisement poetique, lieu de “denaturalisation”, de “fixation lapidaire” de l’ecriture contemporaine”.”

Magrelli , rispondendo a Vecchioni affermava che il testo di una canzone è come la margarina per fare una torta. In sostanza serve per un’amalgama finale che è  e deve restare tale, una canzone. A  proposito della differenza  tra canzone e poesia mi piace riportare l’intervento che l’amico Enrico Diciotti, sempre nel quarto foglio della COLLINA nel novembre 1985 fece su “APPUNTI PER UN’IMPROBABILE POETICA”, riguardo alla poesia. Considerazioni che personalmete sostenni allora e tutt’oggi confermo a testimonianza , appunto , della sciatteria e del disimpengo che pervade il panorama poetico contemporaneo, spesso, come diceva Vecchioni l’altra sera (22/10/16), solo autoreferenziale e portatrice di una chiusura al mondo delle idee e dei sentimenti che allontana la gente dalla poesia  facendola ritenere probabilmente qualcosa di noioso.

Il mio amico Enrico Diciotti scriveva nel 1985:

“1) La società poetica italiana è una società triste. Ha la tristezza delle società piccole, chiuse, ristrette. I suoi processi sono circolari: chi scrive poesia è la stessa persona che legge poesia e viceversa; ben poco di quanto viene prodotto giunge all’esterno, nel mondo indifferente. Le cause

di questa situazione sono in gran parte storiche, culturali, sociali; è però probabile che ad essa contribuiscano anche colpe dei nostri poeti, troppo sicuri di fare cultura (o arte) sia nel semplice riconoscimento dei dieci critici che contano e il successo e l’assunzione per cooptazione nell’empireo della società poetica.

2)Non rientra tra i miei ineressi indagare l’essenza della poesia (ammesso che una simile operazione possa avere un senso) e non pretendo di esprimere un punto di vista che abbia una validità oggettiva; tuttavia anche alcune di queste considerazioni potranno essere forse condivise da chi partecipa alle mie preoccupazioni e sente la tristezza dello stato attuale della poesia in Italia.

  1. Il linguaggio serve per comunicare e l’uso del linguaggio è un atto di fiducia verso la possibilità della comunicazione; anche se ciò non significa un completo abbandono allo strumento, né un uso totalmente acritico di esso. Comunque, CHI NON CREDE NEL LINGUAGGIO AGISCA IN SILENZIO.
  2. Ne consegue la necessità di cessare ogni esercizio solipsistico e cerebrale, rompendo il muro che circonda gli orticelli della poesia, dialogare con un pubblico più ampio-che esiste, a patto di cercarlo, confrontarsi con la vita che esplode all’esterno, immettersi nel flusso della comunicazione.
  3. Una volta stabilita la meta, ognuno prenda la steada che vuole, visto che le strade sono sempre molte, anche se più di una si rivela poi insicura, in disuso, ecc.;così, dopo aver preso le premesse e gli obiettivi, giungo adesso a considerare una strategia poetica e questa si fa,credo, più personale, più privata.Non ho una ricetta, propongo alcuni ingredienti.Un po’ di cinismo per prima cosa:donare alla poesia l’astuzia (e l’incanto) di una merce che deve fare pubblicità a se stessa, renderla piacevole, venderla come torte e pasticcini- e che il lettore mangi e inghiotta anche il veleno di cui è eventualmente farcità. Poi la passione, la passione e il desiderio di stare nel mondo impossessandosi delle sue immagini, lasciandosi sedurre dal suo immaginario per utilizzarlo poi come arma scintillante di seduzione verso il lettore.La poesia, dunque, essenzialmente come seduzione; e qui si fondono gli elementi che parevano contraddittori:cinismo e passione. Altri elementi della seduzione:ambiguità bellezza. Tutto questo credo possa significare restituire alla poesia il proprio splendore.

Splendore e anche una qualche forma di grandezza. C’è qualcosa che si perpetua con la vita- al di là della storia e della moda letteraria- e che sentiamo più grande della nostra essitenza individuale: dico l’enigma dell’origine e della morte, la gioa , la malattia, l’angoscia, il tempo ..;io credo che dobbiamo rischiare (la banalità, la misera ripetizione di ciò che che è già stato detto magnificamente) e tornare a parlarne con meraviglia, amore, terrore.

Qualcuno dice che siamo discrepiti ormai. Io non ho questa convinzione; mi pare invece che, ovunque adesso siamo (sull’orlo della storia, sul limitare di un’era,al termine di un millennio, o nell’istante diu una nascita, o in qualunque altro momento senza nome) , la nosttra sensazione è di vivere in una fiamma in cui brucia ogni esperienza , arte, poesia, di ogni tempo e luogo: forse in questa fiamma molto (tutto) è di nuovo, possibile……..”

Due parole ora sulla questione , insita in tutto il mio intervento,del Nobel per la letteratura, assegnato nel 2016 al cantautore Bob Dylan.

La poesia può essere musicale e anche pittorica. Il ritmo e l’ironia servono a questo. La parola che dispiega significati può essere paesaggio e anche transfigurazione diventa la disposizione dei versi,come troviamo nel primo futurismo , per esempio. Ma la poesia rimane poesia con la sua tensione interna che difficilmente si trasmette con il testo della canzone o con un opera pittorica. Perchè la poesia può rimanere incompiuta e restare poesia , cosa che non accade in musica e pittura. Forse per questo le canzoni di Dylan assomigliano alla poesia , nel momento che ogni volta ,reinterpretandole in modo diverso, si fanno poesia. I giudici di Stoccolma sono forse stati indotti da una simile rappresentazione a definire le sue canzoni poetiche e letterarie? Dove stanno le valide argomentazioni a favore del Nobel a questo cantautore? E giustamente di questo parlavanoMagrelli e Vecchioni l’altra sera. Non c’entra l’invidia od altro. Il confronto mi è parso maturo.

Poi, naturalmente , ognuno la pensi come vuole.

Dott.Paolo Fidanzi