L’ANZIANO NELLA SOCIETA’ PRIMITIVA E NELLA GRECIA ANTICA del dott. Renato Bacci

NB – A Roberto Niccolini  ed a opinioniweb è piaciuto questo post, come da mail invita all’Amministrore il 14-Nov-2018.

L’ANZIANO NELLA SOCIETA’ PRIMITIVA E NELLA GRECIA ANTICA

dott. Renato Bacci

Quale il ruolo e la considerazione dell’anziano nella storia? Ricchezza o peso? Soggetto da venerare, rispettare o da disprezzare ed emarginare? Le risposte nel corso dei secoli si sono sprecate nell’uno e nell’altro senso, spesso caratterizzate dal peso che hanno avuto modelli economico- culturali nei vari momenti storici e nelle diverse società.

Voglio dire che nelle società primitive, là dove ovviamente non era né semplice né in uso datare l’età di una persona ma la si valutava sulla base delle funzioni che poteva svolgere all’interno di una comunità, importanti erano le conoscenze degli “ anziani” circa i metodi di caccia o di coltivazione che potevano trasmettere ai più giovani. E non solo, la loro capacità di ricordare e raccontare era il tramite attraverso il quale si collegavano le generazioni riconoscendosi in un’origine e in una storia comune a supporto dell’identità del gruppo. Insomma in una società di cacciatori – raccoglitori prima e di agricoltori poi il ruolo dell’anziano che poteva vantare un patrimonio di conoscenza e di esperienza non era affatto secondario.

Intendiamoci però anche sul concetto di “ anziano” : nell’antichità storica a 30 anni si veniva considerati maturi avanzati se non propriamente vecchi, questo perché difficilmente si campava oltre i cinquant’anni, né debbono trarre in inganno certe longevità di cui la storia ci racconta, proprio perché eccezioni e non certo regola.

La considerazione dell’anziano variava poi da una cultura all’altra. Nelle antiche civiltà orientali, a partire da quelle indo-mesopotamiche, c’era un’attenzione particolare verso chi era andato in là con gli anni, evidentemente protetto e benedetto dagli dei, e si cercava di mantenerlo il più possibile in vita anche con pratiche magiche e interventi medicamentosi. Del resto sciamani, sacerdoti, scribi e stregoni, tutti in età avanzata, erano considerati i depositari del sapere di una pur rudimentale medicina e soprattutto erano ritenuti in grado di stabilire spesso un contatto con il mondo dell’al di là e di interpretare e prevedere il futuro. Questo perché ad oriente, diversamente da quanto accadrà in Grecia, il concetto e l’importanza della bellezza fisica erano decisamente marginali nel sentire comune e religioso. Tanto per fare un esempio le statue femminili delle zone orientali ci rappresentano donne matriarche, decisamente fin troppo in carne, con i seni pieni di latte, niente a che vedere insomma con le Veneri elleniche proporzionate, armoniche, espressione di rigidi canoni di bellezza estetica. Questo ci fa capire perché in una società, quale fu ad esempio quella ateniese, commerciale, dinamica, con il gusto canonico del bello, la condizione dell’anziano, con la conseguente decadenza psico fisica dovuta all’età fosse ritenuta quasi intollerabile e comunque sgradita. Atteggiamento del resto riscontrabile in buona parte della civiltà greca anche in epoche diverse.

Mimnermo, un poeta del VII secolo a.C., definisce la vecchiaia odiosa, che annebbia la mente e lo spirito, brutta e da disprezzare, inutile e pesante. Meglio morire che affrontare il processo dell’invecchiamento!:

Quale vita, quale gioia senza l’aurea Afrodite?

Possa io essere morto, quando non mi stiano più a cuore queste cose,

l’amore segreto, i dolci doni e il letto,

che sono fiori fugaci della giovinezza

per uomini e donne; ma quando sopraggiunge l’odiosa

vecchiaia, che rende l’uomo turpe e brutto allo stesso tempo,

sempre nell’animo lo tormentano tristi pensieri, né gode al vedere i raggi del sole,

ma è odioso ai ragazzi, disprezzato dalle donne:

così dolorosa un dio rese la vecchiaia.

 

Τίς δὲ βίος, τί δὲ τερπνὸν ἄτερ χρυσῆς Ἀφροδίτης;

Τεθναίην, ὅτε μοι μηκέτι ταῦτα μέλοι,

κρυπταδίη φιλότης καὶ μείλιχα δῶρα καὶ εὐνή,

οἷ’ ἥβης ἄνθεα γίγνεται ἁρπαλέα

ἀνδράσιν ἠδὲ γυναιξίν· ἐπεὶ δ’ ὀδυνηρὸν ἐπέλθῃ

γῆρας, ὅ τ’ αἰσχρὸν ὁμῶς καὶ κακὸν ἄνδρα τιθεῖ,

αἰεί μιν φρένας ἀμφὶ κακαὶ τείρουσι μέριμναι,

οὐδ’ αὐγὰς προσορῶν τέρπεται ἠελίου,

ἀλλ’ ἐχθρὸς μὲν παισίν, ἀτίμαστος δὲ γυναιξίν·

οὕτως ἀργαλέον γῆρας ἔθηκε θεός.

 

Ed ancora Saffo, manifesta ciò che prova la donna con l’avanzare dell’età, una terribile ferita narcisistica, conseguente allo svanire della freschezza e della bellezza del corpo:

Voi amate, ragazze, i bei doni delle Muse cinte di viola,

è la vostra ora, prenderete la lira melodiosa per il canto,

a me la pelle che era così tenera la vecchiaia ha devastato e da neri i capelli sono diventati bianchi,

e più non mi sostengono i ginocchi che volavano danzanti come cerbiatti;

ora gemo sovente, ma cosa potrei fare?.

 

ὔμμιν φίλα Μοίσαν ἰ]οκ[ό]λπων κάλα δῶρα παῖδες

πρέπει δὲ λάβην τὰ]ν̣ φιλάοιδον λιγύραν χελύνναν 2

ἐμοὶ δ᾿ ἄπαλόν πρὶν] π̣οτ᾿ [ἔ]οντα χρόα γῆρας ἤδη

αἰκίσσατο λεῦκαι δ᾿ἐγ]ένοντο τρίχες ἐκ μελαίναν 4

βάρυς δέ μ᾿ ὀ [θ]ῦμο̣ς̣ πεπόηται, γόνα δ᾿ οὐ φέροισι

τὰ δή ποτα λαίψηρ᾿ ἔον ὄρχησθ᾿ἴσανεβρίοισιν 6

τὰ <μὲν> στεναχίσδω θαμέως. Ἀλλὰ τί κεν ποείην;

 

Diversamente a Sparta, là dove persisteva un’ economia del latifondo legata fortemente alla terra e al suo sfruttamento, invece il vecchio godeva di grande considerazione, come il “ capoccia” , figura principe nelle famiglie delle nostre campagne

Era il saggio, memore di tante battaglie. Andava protetto e difeso, come dice il poeta Tirteo:

Combattete schierati dinanzi ai più anziani

dalle ginocchia non più agili,

non li abbandonate fuggendo.

E’ cosa turpe che invece dei giovani

combattendo in prima fila

i vecchi caduti giacciono al suolo

con la testa già da tempo canuta

e candido il mento,

nella polvere

l’ultimo glorioso respiro esalando

e con le care mani

coprendo le pudenda insanguinate,

cosa turpe a vedere e di biasimo degna.

 

ὦ νέοι, ἀλλὰ μάχεσθε παρ’ ἀλλήλοισι μένοντες,

μὴ δὲ φυγῆς αἰσχρῆς ἄρχετε μηδὲ φόβου,

ἀλλὰ μέγαν ποιεῖσθε καὶ ἄλκιμον ἐν φρεσὶ θυμόν

μὴ δὲ φιλοψυχεῖτ’ ἀνδράσι μαρνάμενοι˙

τοὺς δὲ παλαιοτέρους, ὧν οὐκέτι γούνατ’ ἐλαφρά,

μὴ καταλείποντες φεύγετε, τοὺς γεραιούς.

αἰσχρὸν γὰρ δὴ τοῦτο, μετὰ προμάχοισι πεσόντα

κεῖσθαι πρόσθε νέων ἄνδρα παλαιότερον,

ἤδη λευκὸν ἔχοντα κάρη πολιόν τε γένειον,

θυμὸν ἀποπνείοντ’ ἄλκιμον ἐν κονίηι,

αἱματόεντ’ αἰδοῖα φίλαισ’ ἐν χερσὶν ἔχοντα –

 

Ed era la “gerusia” , l’assemblea degli anziani, che provvedeva alle redazione delle leggi e all’applicazione della giustizia .

Una contrapposizione sul ruolo dell’anziano nella società è di tutta evidenza poi nel pensiero dei due massimi filosofi greci ovvero Aristotele e Platone. Il primo rifiutava la presenza degli anziani nel governo della città perché nell’uomo anima e corpo sono uniti e indivisibili, quindi quando il corpo decade entra in crisi anche la psiche e l’uomo diventa inutile e fastidioso per sé e per gli altri.

Platone, al contrario, sosteneva che solo gli anziani sono in grado di poter governare. La saggezza e la virtù appartengono all’anima e non possono essere scalfite dalla decadenza del corpo.

E così ancora se da una parte Omero pone più volte l’accento sulla saggezza del vecchio, nella tragedia greca spesso questa saggezza viene presentata come inutile se non dannosa e nella commedia addirittura la vecchiaia é ridicolizzata nelle sue manifestazioni con i difetti fisici e le turbe mentali: il vecchio è visto come misogino, avaro, uggioso , brontolone. Ma tragedia e commedia sono l’espressione di quella società ateniese imprenditoriale e commerciale di cui parlavo prima.

Dott. Renato Bacci

 

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Le poesie “L’Ode sublime” e “Tramontata è la luna” di Saffo: commenti a più voci con Intermezzo a cura di P. Pistoia

Anche testi rivisitati da il ‘Sillabario’ n. 4 1996

LINKS AI SINGOLI COMMENTI

 

Saffo e “L’ode sublime”, L. Ghilli
Saffo e il testo greco, L. Ghilli
Tramonto della luna, A. Togoli
Tramontata è la luna, R. Bacci
INTERMEZZO, a cura di Piero Pistoia

 Scultura ripresa da lospeaker.it_Newsletter del 4-2-2015_Art. di Antonio Vitale

SAFFO_ SCULTURA

Saffo e “L’ode sublime”, L. Ghilli
ghilli_saffo0001

Saffo e il testo greco, L. Ghilli
saffo0003

   Dott.ssa Lucia Ghilli

INTERMEZZO a cura di Piero Pistoia

INIZIO INTERMEZZO

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Sappho-Musei-Capitolini

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INTERMEZZO A CURA DI PIERO PISTOIA

Per leggere Questo intermezzo in pdf cliccare su:

INTERMEZZO_SAFFO_OK1

L’ODE 31 DI SAFFO SECONDO LA TRADUZIONE di Giovanni Pascoli

A me pare simile a Dio quell’uomo,
quale e’ sia, che in faccia ti siede, e fiso
tutto in te, da presso t’ascolta, dolce-
mente parlare,

e d’amore ridere un riso, e questo
fa tremare a me dentro al petto il core;
ch’ai vederti subito a me di voce
filo non viene,

e la lingua mi s’è spezzata, un fuoco
già non hanno vista più gli occhi, romba
fanno gli orecchi

e il sudore sgocciola, e tutta sono
da temore presa, e più verde sono
d’erba, e poco già dal morir lontana,
simile a folle.

TESTO LATINO DEL CARMEN N. 51 di Catullo 

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
vocis in ore,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.
Otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

BREVE COMMENTO RELATIVO AL CARMEN 51 di Catullo A CONFRONTO CON LA “L’ODE SUBLIME (31)” di Saffo; rivisitato da SKUOLA.NET.

Questo carme è la traduzione, o meglio un libero rifacimento, della celebratissima ode 31 di Saffo nel vedere la fanciulla amata a colloquio con un uomo. La lirica, ancora oggi interpretata come una sorta di dichiarazione d’amore del poeta a Lesbica-Clodia e tradizionalmente collocata ai primi tempi dell’amore tra i due, testimonia l’originalità con cui Catullo sa entrare in competizione con i modelli letterari più suggestivi.
Il testo fu a lungo inteso come documento della gelosia di Catullo nei confronti di Lesbia, intenta a civettare con un altro uomo. In realtà esso risulta piuttosto centrato sull’analisi che il poeta compie di sé e dei propri sentimenti, a partire dalla constatazione dell’incapacità nel controllare la propria passione, contrapposta alla serenità di chi può stare accanto a Lesbia senza alcun turbamento. Questa lettura, del resto, non è molto diversa da quella che oggi prevale anche nell’interpretazione dell’ode di Saffo, non più ritenuta il canto della gelosia, ma piuttosto l’analisi degli effetti provocati nell’amante dalla contemplazione della persona amata.
Del tutto originale rispetto al modello saffico sembra l’ultima strofa, di carattere propriamente riflessivo, sulla cui reale appartenenza al carme si è lungamente discusso. Particolarmente suggestiva, nel quadro generale dell’opera, l’interpretazione secondo cui questa strofa, centrata sui danni provocati da amore, costituirebbe una prima, implicita percezione da parte di Catullo della sofferenza che il suo sentimento per lesbia gli avrebbe arrecato.
È bene tuttavia non lasciarei suggestionare troppo da indizi che solo apparentemente depongono a favore dell’originalità catulliana. Se si considera che della quinta strofa di Saffo ci è giunto soltanto l’incipit del primo verso: “Ma tutto bisogna sopportare”, e che anch’esso in qualche modo potrebbe introdurre un ripensamento sull’opportunità di liberarsi dalla rovinosa passione d’amore, l’effettivo divario di Catullo rispetto all’originale potrebbe ridursi anche di molto.

FINE INTERMEZZO

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Saffo-di-Giuseppe-Mazzullo-239x300Saffo, granito, 239×300

Fondazione Mazzullo, Taormina

Saffo-di-Giuseppe-Mazzullo-660x330-Copia

Saffo e “Tramonto della luna”, A. Togoli
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Sappho_Smyrna_Istanbul_Museum_Hellenistic_period

Tramontata è la luna, R. Bacci
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