Le poesie “L’Ode sublime” e “Tramontata è la luna” di Saffo: commenti a più voci con Intermezzo

Anche testi rivisitati da il ‘Sillabario’ n. 4 1996

LINKS AI SINGOLI COMMENTI

 

Saffo e “L’ode sublime”, L. Ghilli
Saffo e il testo greco, L. Ghilli
Tramonto della luna, A. Togoli
Tramontata è la luna, R. Bacci
INTERMEZZO, a cura di Piero Pistoia

 Scultura ripresa da lospeaker.it_Newsletter del 4-2-2015_Art. di Antonio Vitale

SAFFO_ SCULTURA

Saffo e “L’ode sublime”, L. Ghilli
ghilli_saffo0001

Saffo e il testo greco, L. Ghilli
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   Dott.ssa Lucia Ghilli

INTERMEZZO a cura di Piero Pistoia

INIZIO INTERMEZZO

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Sappho-Musei-Capitolini

INTERMEZZO_SAFFO in odt

INTERMEZZO_SAFFO in pdf

A cura di Piero Pistoia

L’ODE 31 DI SAFFO SECONDO LA TRADUZIONE di Giovanni Pascoli

A me pare simile a Dio quell’uomo,
quale e’ sia, che in faccia ti siede, e fiso
tutto in te, da presso t’ascolta, dolce-
mente parlare,

e d’amore ridere un riso, e questo
fa tremare a me dentro al petto il core;
ch’ai vederti subito a me di voce
filo non viene,

e la lingua mi s’è spezzata, un fuoco
già non hanno vista più gli occhi, romba
fanno gli orecchi

e il sudore sgocciola, e tutta sono
da temore presa, e più verde sono
d’erba, e poco già dal morir lontana,
simile a folle.

TESTO LATINO DEL CARMEN N. 51 di Catullo 

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
vocis in ore,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.
Otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

BREVE COMMENTO RELATIVO AL CARMEN 51 di Catullo A CONFRONTO CON LA “L’ODE SUBLIME (31)” di Saffo; rivisitato da SKUOLA.NET.

Questo carme è la traduzione, o meglio un libero rifacimento, della celebratissima ode 31 di Saffo nel vedere la fanciulla amata a colloquio con un uomo. La lirica, ancora oggi interpretata come una sorta di dichiarazione d’amore del poeta a Lesbica-Clodia e tradizionalmente collocata ai primi tempi dell’amore tra i due, testimonia l’originalità con cui Catullo sa entrare in competizione con i modelli letterari più suggestivi.
Il testo fu a lungo inteso come documento della gelosia di Catullo nei confronti di Lesbia, intenta a civettare con un altro uomo. In realtà esso risulta piuttosto centrato sull’analisi che il poeta compie di sé e dei propri sentimenti, a partire dalla constatazione dell’incapacità nel controllare la propria passione, contrapposta alla serenità di chi può stare accanto a Lesbia senza alcun turbamento. Questa lettura, del resto, non è molto diversa da quella che oggi prevale anche nell’interpretazione dell’ode di Saffo, non più ritenuta il canto della gelosia, ma piuttosto l’analisi degli effetti provocati nell’amante dalla contemplazione della persona amata.
Del tutto originale rispetto al modello saffico sembra l’ultima strofa, di carattere propriamente riflessivo, sulla cui reale appartenenza al carme si è lungamente discusso. Particolarmente suggestiva, nel quadro generale dell’opera, l’interpretazione secondo cui questa strofa, centrata sui danni provocati da amore, costituirebbe una prima, implicita percezione da parte di Catullo della sofferenza che il suo sentimento per lesbia gli avrebbe arrecato.
È bene tuttavia non lasciarei suggestionare troppo da indizi che solo apparentemente depongono a favore dell’originalità catulliana. Se si considera che della quinta strofa di Saffo ci è giunto soltanto l’incipit del primo verso: “Ma tutto bisogna sopportare”, e che anch’esso in qualche modo potrebbe introdurre un ripensamento sull’opportunità di liberarsi dalla rovinosa passione d’amore, l’effettivo divario di Catullo rispetto all’originale potrebbe ridursi anche di molto.

FINE INTERMEZZO

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Saffo-di-Giuseppe-Mazzullo-239x300Saffo, granito, 239×300

Fondazione Mazzullo, Taormina

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Saffo e “Tramonto della luna”, A. Togoli
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Sappho_Smyrna_Istanbul_Museum_Hellenistic_period

Tramontata è la luna, R. Bacci
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COMMENTO ALLA POESIA “PAROLA” di S. Quasimodo

PAROLA

Tu ridi che per sillabe mi scarno
e curvo cieli e colli, azzurra siepe
a me d’intorno, e stormir d’olmi
e voci d’acque trepide;
che giovinezza inganno
con nuvole e colori
che la luce sprofonda.
Ti so. In te tutta smarrita
alza bellezza i seni,
s’incava ai lombi e un soave moto
s’allarga per il pube timoroso,
e ridiscende in armonia di forme
ai piedi belli con dieci conchiglie.
Ma se ti prendo, ecco:
parola tu pure mi sei e tristezza.

Salvatore Quasimodo

COMMENTO del Dott. PAOLO FIDANZI

Abbiamo una poesia “PAROLA” tratta da Oboe Sommerso, seconda raccolta quasimodiana che introduce un nuovo genere poetico, un ermetismo personale privato dell’ansia metafisica dell’ermetismo classico, un genere criptico, che deve essere intuito e indovinato fondato essenzialmente sulla poetica della parola. Dove la parola è tutto e si scava in essa e fuori di essa smuovendo sillabe, in un logorio faticoso della ricerca del ritmo, del tempo d’attesa, del significato profondo di una sovrapposizione fonetica a determinati mutamenti dello stato d’animo. Ma Quasimodo, spinto dalla forte valenza sociale del suo sentire quotidiano che porterà alle poesie di Giorno dopo Giorno, facendolo uscire, appunto, dall’ermetismo delle sue prime tre raccolte, ”Acque e terre, Oboe sommerso e Erato e Apollion, comincia a subire il peso della parola quasi subito: ”IL TUO DONO TREMENDO DI PAROLE SIGNORE SCONTO…., dice in Erato e Apollion. Ma ancor più sorprendente è trovare una prima incrinatura, lo spunto emergente di una abiura della poetica della parola, come dice Petrucciani, proprio nella nostra poesia “PAROLA”. Poichè pur avendo evocato la figura femminile, la donna, una bellissima donna nuda, con linee di una classica e tuttavia morbida scultura, avverte con una cadenza sconsolata, la pungente amarezza della “predestinazione nominalistica”: anche la donna si trasfigura in parola poetica, così come la natura e il divino e tutto ciò che il poeta tocca, ”re Mida sui generis”.

Personalmente al di là della forza e della suggestione che in me determina il primo verso non ho sentito particolare riscontro emotivo in questa poesia. Non a caso riflette più la necessità di una sintesi espressiva del poeta se non la sua incapacità ad essere compreso in quella che poi si manifesterà essere la sua più matura vocazione. Ovvero La sua indignazione contro le ingiustizie umane e la sua laica pietas per il mondo “creato.”, insieme alla sua potente fonte nostalgica che lo accompagnerà nell’intero percorso umano ed esistenziale.

Dott. Paolo Fidanzi

Commento alla poesia del prof.  Francesco Gherardini

Ermes , figlio di Zeus e Maia, è il dio del Mistero, esperto nell’uso della parola; padre del  logos (cfr.     PlatoneCratilo, 407e-408d ), indubbiamente padre della cosiddetta poesia ermetica: alleggerita di nessi e strutture grammaticali , condensata, chiusa, oscura, ambigua, indecifrabile, difficile da disserrare, votata alla ricerca della purezza e della bellezza formale; non necessariamente collegabile a qualcosa di reale , se non ad una realtà piuttosto labile composta di sospiri, sentimenti, pensieri, intuizioni, suggestioni, parole ; un genere di poesia che si presta a più interpretazioni , magari anche fortemente contrastanti, ma – io credo pirandellianamente – tutte egualmente vere. Chi legge prova un’emozione diversa in funzione della sua sensibilità e del suo grado di cultura; molto spesso il lettore costruisce più di quello che il poeta non voglia dire o indicare, finendo perfino per arricchire il testo.

Offro la mia interpretazione per così dire del tutto “istintiva”.

Questa lirica , tratta da Oboe sommerso si intitola “PAROLA”; stando all’etimologia, il termine, deriva probabilmente dal latino “PARABOLA” , un vocabolo che ha una straordinaria pregnanza , un grandissimo spettro di significati quali Similitudine, Comparazione, Insegnamento; soltanto molto tardi assume il significato di “voce qualsiasi esprimente un concetto” , sostituendosi al termine “verbum”.

Salvatore Quasimodo, un amante del mondo classico, ha pensato questo titolo , forse indispensabile per ricercare il senso occultato di versi che preannunciano una similitudine, che stabiliscono l’ accostamento Poesia=Parola=Donna. Proprio la fanciulla , qui descritta, pare la trasfigurazione della poesia (o viceversa) . La poesia come la seducente giovinetta è attraente, richiede amore, passione e dedizione, e alla fine può rivelarsi evanescente, leggerissima, privata della capacità di cogliere la realtà oggettiva fuori di noi così come la fanciulla resta “smarrita in sé” o svanisce.

Il poeta gioca certamente anche sulla pluralità di significati del vocabolo “parola”; nella vasta gamma che va da “ voce” a “insegnamento” , forse anche nel senso di “parabola evangelica”. Qualcosa da comprendere e trasmettere. Quasimodo si rivolge direttamente ad una giovane donna, forse la “fanciulletta” bella e pudica, amata nell’ infanzia , morta precocemente, a lei che conosce le sue fatiche letterarie e che sorride/ride dei suoi sforzi , dei suoi tentativi di “scarnificare”, di togliere il superfluo alla parola e di costruire attorno a sé un mondo ideale, piegato ,”curvato”, da lui stesso alle sue proprie esigenze; un mondo virtuale ; in definitiva un meraviglioso inganno che la luce (ossia la realtà/ la verità cfr. Apocalisse, Giov.3,19 ) fa sprofondare, distrugge.

Questa fanciulla sorride al nostro autore/ anzi ride di lui, delle sue fatiche; crede e non crede al suo estro poetico, alla sua fame di emozioni e di rappresentazioni, alla sua vis poetica. Ma sa bene che la poesia lo attira irresistibilmente così come del resto fa lei, che lo affascina con la sua bellezza carnale, i suoi seni turgidi, le sue movenze timorose e sensuali , l’armonia delle sue forme. [Il linguaggio si fa assai allusivo e simbolico]. Ma alla fine anche lei, alla prova dei fatti (quando ti prendo) si rivela una costruzione sui generis, una parola, un mero insieme di consonanti e vocali, di pensieri e di suoni (flatus vocis) e ciò genera e rende ancora più amara la tristezza, perché il poeta non riesce a trovare la concretezza, a conoscere la realtà e a darle un senso.

Il poeta siciliano non istituisce alcuna effettiva relazione col mondo esterno, come avviene in altre raccolte. L’ambiente è indeterminato, collocato in un tempo indefinito, solo apparentemente reale (i colli, la siepe, gli olmi, l’acqua), in realtà impalpabile, fatto di suoni e di colori che affondano nella luce. Oltre alla donna e al poeta, l’unico essere vivente è una pianta, l’olmo; forse una scelta casuale, forse un richiamo voluto al fatto che l’olmo nel linguaggio magico,esoterico, simbolizza le aspirazioni e l’intuizione interiore. Del resto nelle piante Quasimodo trasferisce le sue emozioni, ad esse attribuisce i suoi propri sentimenti; gli olmi che stormiscono rivelano la sua ansiosa ricerca di qualcosa al di là del mondo fenomenico e le acque trepide personificano la sua agitazione nervosa.

Poniamo attenzione ai verbi che usa il poeta .

Nella prima strofa adopera Mi scarno ( scarnifico, riduco all’osso, tolgo tutto ciò che è esteriore, superfluo abbellimento, orpello) , Curvo (piego alla mia volontà, ai miei desideri anche la natura naturans trepidante, partecipe, che mi circonda), Inganno ( mi prendo gioco della giovinezza, dell’inesperienza tramite le tinte -nuvole e colori- del dolore e della gioia che la ragione-la luce- si incarica di far sprofondare, di distruggere, di ridurre a routine, a banalità ). Essi spiegano il suo lavorio intellettuale, più o meno velleitario alla luce dell’atteggiamento ironico della ragazza. Nella seconda strofa seguono verbi finemente descrittivi del corpo femminile e della sua postura ( s’incava, s’allarga, ridiscende) simili a quelli che uno storico dell’arte utilizzerebbe per tratteggiare minuziosamente il panneggio e l’ atteggiamento di una statua greca.

Con quel Ti so premesso al primo verso della seconda strofa il poeta mostra di (credere di ) conoscere a fondo e di saper apprezzare la sua interlocutrice, ma con ti prendo si passa fin troppo bruscamente dall’immagine che si pensava reale alla realtà “effettuale” e il sogno svanisce senza tante spiegazioni. La bella donna si riduce a parola; flatus vocis?!

Allora che cosa potrà volerci comunicare con questa “parola”/ “parabola”? Forse Quasimodo ci invita a capire che1) l’uomo è condannato a vivere, senza riuscire a sfuggire alla disintegrazione dei suoi sogni che 2) la solitudine e la tristezza sono le sue vere compagne nella vita. Una conclusione che marca indubbiamente un fortissimo contrasto con l’immagine preziosa, accattivante e felice, gioiosa ed eccitante della fanciulla che avrebbe meritato un epilogo meno pessimistico.

Prof  Francesco  Gherardini

Commento alla poesia “Parola” della prof.ssa Nara Pistolesi
Una parola-chiave apre e chiude il testo: “parola”, presente nel titolo e nell’ultimo verso e, chiaramente, fonte dell’ispirazione del poeta. La ‘parola’ è la poesia stessa e attraverso il testo sembra delinearsi il processo della creazione poetica dolcemente fuso con un’esperienza di vita profonda che può essere l’esperienza d’amore, ma rimane indeterminata. Questo percorso è scandito da tre fasi coincidenti con le strofe che vanno diminuendo gradualmente la loro lunghezza fino ad arrivare al distico finale, culmine del processo.

Di fronte ad un ‘tu’ che ride, emerge lo sforzo della creazione poetica (“per sillabe mi scarno”), la ricerca di parole e ritmi che sappiano esprimere l’io attraverso colori, suoni della natura. Tra l’io e il ‘tu’ sembra esserci lontananza, velata forse da una certa ironia (“Tu ridi”). Il “Ti so” che apre la seconda strofa indica la conoscenza profonda; il ‘sapere’ latino ha ritrovato qui il suo significato pieno: sento il tuo sapore, il tuo odore, gusto la tua bellezza e la tua armonia. Le immagini percorrono il corpo femminile cogliendo in particolar modo “l’armonia di forme”: alla ‘conoscenza’ della donna si può accostare la conoscenza, la percezione del ‘gusto’ della parola pura , secondo la poesia ermetica, la parola che sia essa stessa armonia e in quanto tale possa esprimere l’armonia della natura. “Ma se ti prendo”: ecco il momento del possesso in cui l’esperienza di vita e la parola sembrano unirsi profondamente, ma questa unione genera “tristezza”. E’ difficile intuire il perché di questo stato d’animo: forse la percezione dell’immensità dell’esperienza del possesso, forse la paura di perdere ciò che si è raggiunto con tanto sforzo, forse l’immagine posseduta appartiene al passato ed il suo possesso avvenuto attraverso la memoria genera tristezza malinconica, rimpianto.
Quest’ultima parola, posta in clausola e a chiusura della poesia, – per questo sicuramente importante per il poeta – ci può dare una chiave di lettura forse più precisa. L’immagine femminile si affaccia alla memoria, inizialmente distante. L’io poetico si sforza di raggiungerla attraverso la “parola”. Il graduale recupero del ‘sapore’ della donna apre la strada alla possibilità di cogliere la parola che sappia esprimere la sua bellezza e la sua armonia. Il possesso pieno del ricordo e quindi dell’immagine si trasforma in poesia e nel momento della pienezza del possesso la tristezza legata al rimpianto domina la pagina.
“La parola, come l’ultimo stadio d’una lunga e indefinita operazione d’avvicinamento … presa in una miracolosa trasparenza di tutte le variazioni, infine come sede generale del sentimento. La parola ancora come un’eco da suscitare, da saper suscitare”: così Carlo Bo interpreta in modo profondo il significato della ‘parola’ nella poesia di Quasimodo, nel saggio “Condizione di Quasimodo” (in Letteratura come vita , Milano 1994). Egli stesso definì la sua idea di letteratura nel 1938 con l’espressione “Letteratura come vita”: letteratura e vita sono “tutt’e due, e in egual misura, strumenti di ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l’assoluta necessità di sapere qualcosa di noi…”; tale concezione è stata considerata fondamentale per chiarire l’humus alla base della poesia cosiddetta ‘ermetica’ e si comprende così la capacità di questo critico di cogliere l’essenza della poesia di Quasimodo, in esame, scritta pressoché negli stessi anni. Ma la riflessione sull’importanza del rapporto profondo fra letteratura e vita, fra la parola e la vita va oltre l’esperienza poetica ‘ermetica’: mi vengono in mente due bellissime poesie rispettivamente all’inizio e alla fine del secolo scorso, che esprimono in modo esplicito l’esigenza profonda del legame inscindibile tra la parola e la vita interiore del poeta stesso, quel legame che nella poesia di Quasimodo emerge attraverso l’espressione del processo stesso della creazione poetica.

Commiato (da L’Allegria)

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

G. Ungaretti (Locvizza il 2 ottobre 1916)

 

M. Luzi, Vola alta, parola (da Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985)

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?

(Prof.ssa Nara Pistolesi)

COMMENTO ALLA POESIA DI QUASIMODO “PAROLA” (anonimo)

Il poeta con i versi riesce a trasformare gli “oggetti” della Natura secondo i suoi desideri, trasferendoli in una dimensione magica, ma da lui fruibile e quindi per lui reale. Sembra spiegare in che senso si dice che la poesia trasforma il mondo naturale e umano, anche se in modo diverso e, a mio avviso, forse più potente della scienza, per la sua valenza soggettiva che può agire con piena libertà nel complesso (“curvo cieli e colli”, “giovinezza inganno” ecc.). E non è neppure vero che questi mondi di sogno non scambino energia col mondo reale!
Sembra che questo processo poetico del trasformare si avvicini, a diversi livelli, al balbettare di sillabe nei riti di maghi antichi, al bisbigliare in lingue sconosciute dei mistici medioevali invasi di Spirito durante il miracolo, alle antiche “conte” dei bimbi per disturbare il caso, alle speranze degli alchimisti, o, in definitiva a qualche processo noumenico che “non si può dire”, pescato nel vasto e tumultuoso oceano dell’irrazionale che sbatte l’isoletta razionale del grande logico Ludwig Witghenstein ( Tractatus Logico-Philosophicus).
“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” recita l’ultima proposizione del Tractatus, la numero 7000. Ecco la mia parafrasi libera, difforme e volutamente provocatoria.

Tu ridi, ma io con la mia retorica iperbolica, i miei costrutti sintattici e impossibili neologismi (“per sillabe mi scarno”), piego cieli e colli come voglio, trasformo in azzurro siepi a me intorno, e i rumori della natura in dolci armonie. Tu ridi, ma io posso ingannare anche giovinezza con nuvole e colori dove la luce si perde e intimamente si confonde fornendo energia ai corpi umani. Ed è per questo e perché “ti so” (conosco i tuoi punti deboli), posso trasformare anche te, perplessa e timorosa, col potere della bellezza che plasma, in una splendida, dolce, armonica e voluttuosa Venere greca, da un’oscura sirena (forse una specie di “cozza” dai seni pendenti, dai lombi prominenti, dal pube …………?) in una stupenda femmina umana che mantiene ancora dieci conchiglie ai piedi belli (forse residui madreperla di squame della coda?). Ma se ritorno, dallo scarnarmi per sillabe, alla parola, ti guardo al lume della ragione, “ti prendo” insomma, e mi ridiventi un triste racconto come eri. Che senso avrebbe “trasformare” la ragazza se non ne aveva bisogno? Il ‘denso’ cappello al commento a questa poesia del prof. Gherardini chiarisce come la nozione del vocabolo ‘PAROLA’ sia polisemica, possa cioè acquisire significati diversi, anche profondi, nei diversi autori, conducendo a possibili diverse interpretazioni.

(anonimo, nei posts di questo Blog, corrisponde a Piero Pistoia)

 

RIFLESSIONI NON CONFORMI del dott. Piero Pistoia

curriculum di piero pistoia:

PIERO PISTOIA CURRICULUM1

RIFLESSIONI NON CONFORMI di Piero Pistoia

PROLOGO

Non è della ragione, né dei suoi raffinati strumenti di analisi ( logica, matematica, statistica…), né delle sue direttrici operative (tecnologie), recuperare definitivamente i danni dalla Ragione stessa provocati al cosmo, a causa delle sue connaturate attività di “separazione” e “semplificazione”, per non parlare degli altri suoi obiettivi più egoistici e mirati, come l’aumento ad oltranza della qualità della vita, l’accanirsi per un accumulo indiscriminato di risorse a spese dell’energia di tutti …. Né è della ragione formulare catechismi atti a maturare coscienze, onde poter “vedere” gli infiniti nessi che la stessa ragione per sua natura recide. Né è della ragione costruire personalità plurime capaci di “osservare” da una molteplicità di punti di vista o sistemi di riferimento, perchè l’Io Plurimo è un Io debole e la ragione per sua natura attiene ad un Io dominante al centro dell’Universo.

La via che la Ragione intravede non è la Via e ciò che alla ragione appare come insignificante e senza senso, da un diverso sistema di riferimento, potrebbe di fatto risultare enorme, drammatico, determinante.

Qualsiasi azione di un Ente, che non riuscirà mai a cogliere tutti i nessi, sarà molto probabilmente dannosa.

ALCUNE CONSIDERAZIONI ECOLOGICHE

Gli ambientalisti, quelli pedanti (la maggioranza), da tempo si sono preoccupati della sopravvivenza nel nostro ecosistema terra di specie che più coinvolgono le emozioni, la cultura e l’estetica umana e non tengono conto a sufficienza del fatto che in specie dall’inizio della pratica dell’Agricoltura il tasso di estinzione di specie viventi sul pianeta terra è diecimila volte superiore a quello esistente quando la sola attività umana era la caccia e la raccolta.
Parlo della sparizione di centinaia di migliaia di specie di invertebrati (insetti e affini) adibiti alle impollinazioni e di forme ancora più primitive come Acari, Alghe, Fungni e Batteri, vere e proprie valvole che regolano i flussi di energia e di elementi nutritivi agli animali superiori. Si legge che in un metro quadro di pascolo si possono trovano più di centomila esseri di questo tipo e in un grammo di suolo di bosco anche milioni di batteri e funghi!
D’altra parte gli agricoltori orientati verso le monoculture, con le loro armi micidiali con probabilità uno di colpire l’obbiettivo (vermi, insetti, erbacce e tutta la fauna povera insomma), regolarmente autorizzati, hanno costruito dovunque (eccetto sul cemento) deserti artificiali ed asettici, organizzati a perdita d’occhio in monoculture pur ordinate e gradevoli per l’estetica umana, ma in cui non vivono né si vedono muovere altri animali eccetto il contadino (e talora qualche attonito cacciatore di passaggio col fucile sulle spalle). Così i contadini con le loro degradate culture agricole, insieme agli allevatori con i loro sudici branchi di pecore, bovini e polli, gli sgraziati capanni di lastre metalliche e i macchinari puzzolenti e rumorosi hanno trasformato la campagna in un immenso cimitero di spoglie di animali e vegetali appartenenti all’Universo!
Chi, nel corso degli anni, ha avuto occasione o interesse di osservare i campi arati sui declivi dei nostri colli nel periodo dei maggesi, avrà certamente notato continui cambiamenti. Ferite sono apparse dov’erano i fossi alberati e cespugliosi, o alberi isolati nei campi, o argini di separazione, rigogliosi di cisti e ginestre, spianati ormai dalle ruspe. E’ l’estesa situazione degradata che controlla il punto di vista, spostando gli interessi per mantenere ed espandere se stessa.

E’ ormai urgente riuscire a maturare una sensibilità verso il Cosmo nelle giovani generazioni (BIOFILIA ESTESA) e sembra che catechismi e precetti razionali non siano conformi e la Scuola ha ben altro da pensare in questo mondo globalizzato di ragionieri! Noi crediamo che un tentativo possa essere riscoperto in quelle discipline che una volta creavano vibrazioni emotive nel profondo dell’uomo attivando riti e archetipi; mi riferisco all’arte e in particolare alla poesia insegnata senza tanti strutturalismi come viene invece comunicata oggi.

In proposito vorrei proporre, come primo tentativo ed esempio, una poesia (si fa per dire!), certamente banale, ma da me scritta.

FAUNA POVERA

Fiche
glabre
allungate
dolenti
aprono
gradienti nei colli,
laddove di vita
fremeva il cespuglio
e l’albero
ondeggiava nel fosso.

Labbra beanti
schiudono aride
l’urlo muto
di faune povere,
silenti,
infime creature,
anima del mondo.
Micro-forme frattali,
inumane,
a milioni,
perdute
nella cicatrice dei colli
piaga di ruspe

L’anima spolvera
persa nei maggesi
il grido
nel sasso,
nella zolla.

Non si dice
del variante fringuello,
né del superbo falco,
cacciatore d’allodola:
l’estetica umana
fallisce
dove l’orrido nasconde
bellezza ed energia
di un Creatore diverso.

EPILOGO

Mi ricordo che mezzo secolo fa la nostra campagna era ancora una grande opera d’arte ed aveva quasi il carattere sacro e mistico che si attribuisce alle cattedrali, alla musica, alla poesia, all’arte.

E’ tempo di di ritornare a sollevare gli occhi al cielo, di tornare a guardare i tramonti ed i paesaggi dove acqua cristallina serpeggia nel verde fra alberi radi (l’antica savana della nostra infanzia come specie), impressi come archetipi evolutivi; è tempo di ritornare a meravigliarci e rabbrividire davanti ai misteri e ai riti che ci appresta ancora per poco la Natura.

E’ il balbettare ‘Sillabe’ del verso e non lo scoprire la ‘Parola’, che evoca significati profondi del Cosmo! (Quasimodo, “Parola”)

(Piero Pistoia)

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