UNA POESIA DI PIERO JAHIER “Corpo a Corpo”, commenti a più voci

CORPO A CORPO#7

Mi son bardato per la serata:
dal momento che volete vedermi nei vestiti
.                                                     che gridano: non è lui.
(Io che respiravo alle giunture degli abiti
.                                               vecchi come un insetto
– mi sono bardato per la serata).

E – tremando – dall’anticamera riscaldata
mi son prodotto nella luce, negli specchi e sorrisi:
– un sorcio attraversa il salone del transatlantico –
E nuotando nella luce, negli specchi e sorrisi
.                                      dell’accoglienza cordiale,
mi son trovato a parlare delle sole cose care,
a spiegare e difendere la causa della mia vita.

Ma ho visto – a tempo – il respiro della
.                                                   mia passione,
congelarsi contro i vostri visi.
A tempo mi avete guardato
come un drago che butta fuoco.

Mi domando perché mi avete invitato:

ma se è perché ho scritto tre parole sincere
e vorreste il segreto di questo mestiere:
Ci son sette porte e ho perso la chiave
.                                                per poterci tornare.

Se le ho dette, vuol dire che avran traboccato,
alzatevi presto e vedete partire la lodola
.                                                 quando il sole ha chiamato.

Nella via mentre rincasate – su molli compensate –
ritrovo la mia chiave – solo –:

.                                                    Sono stato visitato
.                                                    sono stato auscultato
.                                                    riconosciuto abile a vita coraggiosa
Dieci volte respinto – ricomincerò:
e se proprio fossi disteso, una polla di sangue
.                                                          al petto
aspettate a venirmi vicino; ancora non vi
.                                                accostate.

Ma ho ritrovato la mia chiave – solo –,
ma vi ringrazio;
ma son tornato dove non potete venire –
dove son certo che la mia parola
senza averla gridata non posso

.                                                morire.

Piero Jahier

COMMENTO DEL DOTT. PROF. FRANCESCO GHERARDINI

CORPO A CORPO#7 di Piero Jahier

Premessa

Fin dai tempi del Liceo mi hanno incuriosito i cosiddetti poeti vociani: Carlo Michelstaedter, Giovanni Boine, Carlo Stuparich, Scipio Slataper, Piero Jahier. Perché interventisti, perché giovanissimi ( tutti nati attorno al 1886/1887 , tutti volontari della prima guerra mondiale ) e infine per il fatto che molti di loro erano morti troppo presto o, come Jahier, antifascista , cancellato nel ventennio e oltre.

Mi interessava conoscere la loro weltanschauung , capire quali impulsi interiori avessero spinto questi giovani ad incamminarsi volontariamente al massacro, come agnelli al mattatoio; si perché la prima guerra mondiale non fu il IV Risorgimento, ma piuttosto una spaventosa carneficina, con milioni di morti e di famiglie ridotte alla disperazione e spesso alla fame; per non ribadire che aprì le porte al Fascismo.

Il mio interesse è sempre stato elevato per questa tragedia, nella quale sono entrati sicuramente come involontari e trascurabili protagonisti anche i miei due nonni, Francesco e Paolo : l’ uno, tornato dalla Pennsylvania per non essere considerato disertore , caporal maggiore , disperso -per sempre perché mai riconosciuto come “morto” – durante la battaglia di Caporetto; l’altro portaferiti colpito alla tempia da una scheggia , rimasta fortunatamente bloccata per altri settant’anni nel suo cervello senza procurare danni. Quest’ultimo, nonno Paolo, mi ha raccontato spesso dell’accoglienza generosa, ricevuta dagli Italiani liberatori del Sud Tirolo, accolti festosamente dalle fucilate dei cecchini dalle finestre e dai tetti delle case. Entrambi della generazione dei Cavalieri di Vittorio Veneto , come i poeti vociani.

Di questi poeti , Piero Jahier , volontario e tenente istruttore degli Alpini, ebbe – per sorte diversa dai suoi coetanei – l’opportunità di sopravvivere, di tornare a casa vivo; qui rimase per venti anni in silenzio; ho scelto di commentare questa sua poesia, l’ho preferito agli altri per la differenza delle radici culturali (valdese) e per quello che è stato definito come il “calor bianco” delle sue pagine, spesso indecise tra l’espressione poetica e la prosa, a volte sarcastica a volte ironica; un aspetto –io credo- della sua modernità e un portato della sua vicinanza a “La Voce”.

La sua poesia appare subito parente stretta dell’espressionismo [ad es. Munch ], anch’egli vede la realtà per così dire con gli occhi dell’anima e la esaspera . Come vedremo più avanti analizzando i suoi versi , il poeta avvia un’aspra polemica sul piano dell’etica e dell’estetica contro la società borghese del suo tempo, ipocrita e superficiale, e ne intravede il disfacimento. E in fondo è anche un’autocritica contro se stesso, contro quel giovane che aveva scelto la guerra senza sapere di che cosa si trattasse.

CORPO A CORPO #7

Mi sono bardato per la serata

dal momento che volete vedermi nei vestiti

che gridano: non è lui.

io che respiravo alle giunture degli abiti

vecchi come un insetto

  • mi sono bardato per la serata.

Il primo aspetto che colpisce, nero sulla pagina bianca, è la distribuzione dei versi, di quelli soprattutto che partono da metà riga e segnano un distacco dal verso che li precede e da quello che li segue. Appaiono come momenti di sosta pensosa, di ponderazione e di schiettezza; altrettanto interessante la ripetizione del primo verso nell’ultimo di questa strofa, così come accade abbastanza spesso nell’intercalare comune (epanalessi) ; in questo caso a mostrare la fissità , la invariabilità di un pensiero che spinge a riproporlo al termine della locuzione. Tutto appare incentrato su un fatto oggettivo e inequivocabile: mi sono bardato; indubbiamente un’autocritica per il proprio comportamento.

Che cosa è accaduto? Il poeta – siamo nel 1919 a guerra finita- probabilmente è stato invitato ad una festa importante, perché si vuole conoscere, magari dopo che se ne è sentito parlare tanto . In qualche modo sente di non poter dire di no, ma si rende conto di subire una costrizione, deve comunque adattarsi contro la sua volontà alla nuova situazione, deve indossare abiti ( ma qui si può dare ovviamente anche una lettura metaforica e intendere atteggiamenti riflessioni pensieri) che non sono i suoi ed è davvero tanto evidente il disagio , chiaro per lui e per tutti gli altri, quasi scandaloso (lo sottolinea quel “gridano”); nonostante questa interiore contrarietà il giovane poeta ha comunque accettato di “bardarsi”.

Ora bardarsi è già una voce verbale ambigua, da un lato significa vestirsi con ricercatezza, con eleganza oppure con eccentricità, ma dall’ altro il verbo “bardare” si usa anche per esprimere azioni precise che riguardano ad es. gli asini; si adopera per indicare il momento in cui si mette il basto sulle spalle di questi animali, che -a differenza del poeta- spesso accettano la bardatura, i finimenti, senza mostrare troppa insofferenza, abituati come sono a portare carichi pesanti . Anche lui si è bardato , ha ceduto, ha accettato di fare qualcosa che stride con la sua natura e che è chiaro e lampante a tutti; lo ha fatto per rispondere alle convenzioni sociali, per entrare in un mondo nuovo per lui. In qualche misura è stato forzato, lo hanno costretto (volete vedermi) e ne è uscita una “maschera” bell’e pronta per la serata, tutta apparenza e niente sostanza; lui che si sentiva in realtà nient’altro che un insetto (un essere insignificante , isolato, volutamente nascosto) e sopravviveva (respiravo) come una tarma rintanata nelle giunture degli abiti vecchi . Certamente in questi versi si nasconde un pensiero complesso e forse gli abiti vecchi adombrano antiche idee consolidate e valori che appaiono antiquati ai nuovi signori emergenti, un mondo più semplice e moralmente più saldo rispetto a quella società che lo ha costretto ad adeguarsi camuffandosi. Il poeta sembra patire , sembra provare una forte sofferenza per la contraddizione interiore , pare che voglia dirci che ha accettato per un momento di rinunciare a qualcosa di sé pur di fare l’ingresso nella nuova società, che sa molto bene tuttavia chi è lui e che cosa pensa e … conosce la distanza.

E –tremando- dall’anticamera riscaldata

mi sono prodotto nella luce, negli specchi e sorrisi:

  • un sorcio attraversa il salone del transatlantico –

E nuotando nella luce, negli specchi e sorrisi

dell’accoglienza cordiale

mi sono trovato a parlare delle sole cose care,

a spiegare e difendere la causa della mia vita

Trema il poeta ; questo fremito è prodotto dal timore di non essere compreso, di non riuscire a penetrare negli animi degli astanti, non si sente per niente a suo agio, si trova in una situazione artificiosa, innaturale e l’artificio è scoperto ed è evidente a tutti; l’atmosfera è calda, l’aria è riscaldata mica come nelle trincee, tutto sembra esprimere il desiderio di accogliere al meglio l’ospite; per due volte (anafora) tornano luce specchi sorrisi, al punto che il poeta accetta di esibirsi (mi sono prodotto) ; ma l’effetto che fa è fastidioso: così finisce per sentirsi smarrito , capace di incutere sorpresa e repulsione insieme (il sorcio che attraversa il salone) . Un effetto da collegare con l’immagine che offrivano i seguaci di Pietro Valdo, straccioni e topi di fogna; gente che aveva gettato i vestiti eleganti alle ortiche (le bardature) per seguire la povertà e la verità.

L’eleganza raffinata dell’ambiente e la lucentezza degli specchi l’hanno indotto comunque ad aprirsi, a parlare delle uniche cose che contano per lui , a difendere la propria visione del mondo e forse il ruolo dell’arte e della poesia , il posto della parola e dell’autenticità nel processo di civilizzazione dell’uomo .

Ma ho visto – a tempo – il respiro della

mia passione,

congelarsi contro i vostri visi.

A tempo mi avete guardato

Come un drago che butta fuoco.

Mi domando perché mi avete invitato:

ma se è perché ho scritto tre parole sincere

e vorreste il segreto di questo mestiere:

ci sono sette porte e ho perso la chiave

per poterci tornare.

Se le ho dette, vuol dire che avran traboccato,

alzatevi presto e vedete partire la lodola

quando il sole ha chiamato.

Nella via mentre rincasate – su molli compensate-

Ritrovo la mia chiave – solo-

Jahier ha parlato della sua passione suscitando sconcerto e se ne è accorto subito (a tempo ripetuto due volte) dal gelo degli sguardi come se fosse comparso nel salone un animale strano, un drago, un essere capace di incutere meraviglia e anche paura nello stesso tempo . I suoi ospiti non hanno capito niente di lui e del suo pensiero. Il poeta si chiede perciò perché è stato invitato quando tutti erano consapevoli della distanza incolmabile; il motivo è uno solo: visto che ha scritto tre parole sincere, i suoi interlocutori avrebbero voluto capire chi fosse realmente e magari carpire i segreti del mestiere di poeta, come se essere poeta fosse un mestiere qualsiasi, un po’ di tecnica e qualche trucchetto lessicale. Come se fosse facile stabilire chi è poeta?

Per capirlo ci sono sette porte da aprire, ma occorre la chiave giusta: detto in altri termini è un mistero e per tornare ad essere poeta bisogna ritrovare la chiave, la voglia, l’ispirazione vera (.??.) Ma forse è banale parlare di ispirazione, perché il poeta costruisce e non di getto come immaginavano i Romantici, ma con pazienza e grazie a conoscenze precise, di metrica, di musica, cerca l’armonia che renda intuibile il suo stato d’animo e il suo pensiero; allora quante cose egli deve conoscere per scrivere. Tante, almeno sette. Sette porte: la scelta del sette richiama alla mente una formulogia antica, la cabala biblica, l’apocalisse; il sette dà tradizionalmente il senso del perfetto, del misterioso e del magico.

Il poeta dà ai suoi intrattenitori una spiegazione sbrigativa: se ho detto tre parole sincere vuol dire che sono traboccate; traboccate significa uscite fuori dagli orli per una spinta incomprimibile di affetti e di emozioni. Continua con un’ espressione sferzante e ironica: smettete di dormire, alzatevi presto, fate come l’allodola che saluta l’alba quando il sole la chiama. Non possiamo non fare riferimento a questo punto all’immagine delicata dell’allodola , messaggera del mattino e vicina a Dio che è in tanti poeti, e in questo caso ricordata come simbolo di semplicità, di purezza e di obbedienza al divino; ma io credo opportuno anche all’ode ” il Giorno” del Parini: la ricca e sciocca aristocrazia la tira tardi, dorme troppo. Nel nostro caso non si tratta certo di aristocrazia, ma delle persone importanti, potenti o semplicemente più ricche, borghesi che si sentono più in alto appunto degli altri e da lassù in grado di capire tutto e di giudicare tutti.

Proprio quando tutti rincasano dopo una serata deludente e inutilmente prolungata, lui ritrova se stesso e la sua chiave,la molla che lo spinge, la pressione a cui non ci si può sottrarre; quando è ormai e finalmente tutto solo e non si perde in inutili chiacchiere.

Da questa strofa emerge la diversità del poeta rispetto a tutti gli altri presenti, insieme con l’incomprensione per la funzione etica e sociale oltre che estetica dell’artista. Proprio il Parini mi pare una figura di riferimento per Piero Iahier; come lui, anche Jahier avverte l’esigenza di esprimere un alto tasso di moralità, un’etica pubblica, e lo fa con un forte spirito caustico nei confronti di una società sostanzialmente balorda.

Per comprendere meglio questo stato d’animo sarebbe opportuno accostare a questa un’altra poesia, intitolata “Dichiarazione” , scritta in trincea; versi nei quali compare invece l’altro popolo, quello vero, digiuno di tutto, che non sa perché va a morire, illetterato che ha campato di miseria, pieno di figlioli, per il quale la scuola è l’osteria. Con questo popolo diverso e vero non ci si può sentire soli: “altri morirà solo, ma io sempre accompagnato”.

Sono stato visitato

Sono stato auscultato

Riconosciuto abile a vita

Coraggiosa

Gli astanti hanno squadrato e minuziosamente esaminato il poeta, come se si trattasse della visita di una Commissione Militare (qui senz’altro esiste una qualche attinenza con quanto presumibilmente gli sarà accaduto prima di andare volontario in guerra fra gli Alpini); così come i medici militari lo hanno dichiarato abile e arruolato per compiere l’impresa più grande per un irredentista (la riunificazione della patria e la riconquista di un’identità culturale e nazionale), questi signori che nel corso della festa l’esaminano senza comprenderlo, in fondo – pur senza capirlo- riconoscono il suo coraggio, la sua diversità. Ciascuna delle parole ha una sua forza: ad esempio auscultato; si ausculta con lo stetoscopio, ma anche mettendo l’orecchio direttamente sulla cavità toracica per scoprire eventuali anomalie dei polmoni o del cuore , quasi a voler dichiarare che tra lui e gli altri c’è stato un contatto molto stretto per conoscere il suo respiro e il suo cuore che ha portato almeno a intravedere la sua singolarità , il suo essere diverso, la sua vita comunque “coraggiosa”.

Dieci volte respinto – ricomincerò:

e se proprio fossi disteso, una polla di sangue

al petto

aspettate a venirmi vicino, ancora non vi

accostate.

Nessuno lo ha veramente capito, dopo tanti tentativi (dieci volte respinto), ma il poeta non si arrende, anzi avverte i suoi interlocutori: se mi vedeste a terra ferito a morte nel sangue non vi fate illusioni, non sono morto; state lontani come è giusto che accada tra chi non ha niente in comune .Il mio mondo ,l’amore per l’arte e per la poesia non morirà, nonostante tutto, nonostante intorno a me ci siano condizioni proibitive. Non fingete, state lontani. Certo questi versi fanno pensare: a quanto sia difficile lasciare spazio alla poesia quando intorno infuria la guerra o nei momenti immediatamente successivi quando di manca di tutto, anche il necessario per la sopravvivenza fisica oppure nel bel mezzo di lotte sociali dirompenti; in queste condizioni può esistere la poesia? Dà una risposta la poesia stessa , manifestandosi.

Ma ho ritrovato la mia chiave – solo-

Ma vi ringrazio;

ma sono tornato dove non potete venire-

dove son certo che la mia parola

senza averla gridata non posso

morire

Sembra dire il poeta che ha ritrovato finalmente la sua vocazione, la sua passione con le sue sole forze, il suo spazio, quel luogo dove tutte quelle persone non possono entrare e dove non può morire prima di aver gridato la sua parola (ecco l’urlo di Munch), il suo desiderio di poesia e di verità (tre parole sincere).

Tre versi cominciano consecutivamente con un “ma” avversativo, a sottolineare il contrasto con la condizione degli altri interlocutori e l’accentuazione della sua diversità; il poeta prima di scomparire vuole urlare la sua “parola”, non può scomparire o morire senza averla detta. A questo punto  calza bene il riferimento ad alcune notizie biografiche su Piero Jahier: sente che la sua parola corre il rischio di essere soffocata e lo fu effettivamente durante tutto il ventennio fascista; patisce la diversità della sua religione, un valdese, un protestante in una società escludente che dieci anni più tardi col Concordato avrebbe ufficializzato con la maggioranza cattolica; ha toccato con mano l’ipocrisia di un conformismo che ha costretto suo padre al suicidio. Ma rileggendo attentamente questi ultimi versi non si può non notare la posizione grafica isolata di certi vocaboli (gridano, passione, solo, coraggiosa, petto, polla di sangue, morire) che fanno immaginare la battaglia, la trincea, la macelleria di una guerra che non aveva avuto eguali nella Storia.

Alcuni cenni sull’organizzazione dei versi: molte assonanze, qualche rima ora baciata ora alternata , versi sciolti e rotti, ripetizione di locuzioni. Due numeri magici, il 3 (parole sincere) e il 7 (chiavi) . Non so dire quanto si trovino lì casualmente o quanto costituiscano rimandi voluti e rientrino nel gioco del mistero. Teniamo conto del fatto che il poeta era iscritto ad una Facoltà di Teologia e che da Valdese era un profondo conoscitore della Bibbia. Il tre è da sempre definito come numero perfetto per eccellenza, un segno divino (tre i figli di Noè, tre gli apostoli accanto a Gesù nell’orto degli Ulivi, tre i giorni di Cristo nel sepolcro, la trinità di Dio e l’essenza della vita (nascita,espansione,morte); quanto al sette ci sono altrettanti riferimenti (sette giorni per la Creazione del mondo, sette teste la Bestia dell’Apocalisse, sette i vizi capitali). Alla luce di queste considerazioni forse un po’ estemporanee potremmo dire che il poeta ha detto tre parole sincere, quelle giuste e vere, ma per comprendere la sua parola c’è bisogno di sette chiavi ad indicare la necessità di uscire dalla superficialità per andare più a fondo a scoprire la straordinaria complessità dell’esistenza.

La chiusura di questa poesia rafforza l’idea di una assoluta incomunicabilità del poeta con gli altri e (cfr. solo,solo) la sua solitudine quasi aristocratica, il distacco segnato da chi non capisce e non ha le chiavi adatte a penetrare dentro le sue “sole cose care” e la “ causa della sua (mia) vita”. Resta tra lui e gli altri una muraglia insuperabile, tra lui e tutti coloro che non riescono a capire come la poesia metta in gioco la vita di ciascuno, come sia l’unica vera condizione per respirare e vivere. Come non pensare al contrasto stridente tra una certa stolidezza della società del primo dopoguerra e l’aver vissuto la tragedia, aver visto da vicino le polle di sangue sul petto dei soldati morti. Questo contrasto induce il poeta ad un atteggiamento pessimistico, moralistico, verso una società che non capisce più , che non ha i suoi stessi panni. Non è bastato il bagno di sangue, la Società si accontenta dell’apparenza, del conformismo, della superficialità delle relazioni umane. Ma, ma, ma..il poeta non può accettare il silenzio, non può morire senza avere gridato la sua parola. In questa chiusa cresce la tensione emotiva, c’è un crescendo che giunge all’acme con la parola “morire”, ci senti dietro l’urlo,la disperazione, la rabbia di un uomo che si rende conto di essere del tutto incompreso; di uno che ricerca una dimensione autentica del vivere fuori dalle convenzioni e dalle maschere; c’è un tema che richiama tanta filosofia e tanta letteratura del primo Novecento. In questo caso la parola assume un valore straordinario, può rappresentare una persona in carne e ossa , senza la parola c ‘è solo la morte.

In tutta la poesia si respira l’atmosfera valdese: il senso religioso dell’esistenza, l’accettazione del peso della vita, la ricerca di semplicità e schiettezza; si avverte l’eco lontana delle parole di Matteo, XIX ,21 “Gesù disse al giovane ricco : se vuoi essere perfetto, vai e vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”; l’eco di quelle parole che indussero Pietro Valdo a vestirsi di stracci e a dar vita ai Poveri di Lione; un atteggiamento del tutto incompreso e che anzi suscitava la curiosità,ma soprattutto incuteva paura (come il drago della nostra poesia) tra i nobili e i ricchi borghesi del tempo. A questo proposito si possono leggere poche righe del “De nugis curialium” di Walter Map, rappresentante del re Enrico II Palantageneto al Concilio Lateranense del 1179: “Costoro mai hanno dimore stabili, se ne vanno due a due a piedi nudi, vestiti di lana, nulla possedendo, ma mettendo tutto in comune come gli apostoli, seguendo nudi il Cristo nudo. Iniziano ora in modo umilissimo, perché stentano a muovere il piede; ma qualora li ammettessimo, ne saremmo cacciati”.

Dott. Francesco Gherardini

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