COMMENTO A ‘L’INFINITO’ di G. LEOPARDI; dott.ssa prof.ssa Nara Pistolesi

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L’infinito

 

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L’INFINITO: oltre il limite

      Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma, sedendo e mirando, interminati
spazi di lá da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima
quïete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Cosí tra questa
immensitá s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

“Un classico – afferma Italo Calvino – è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire”1: una definizione che coglie in profondità il valore di un’opera intramontabile. Così è la bellissima poesia di Giacomo Leopardi scritta nel 1819, quasi duecento anni fa: nel tempo non ha perso la sua freschezza, la sua capacità di parlare al cuore dei lettori, la potenza del suo messaggio. Come mette bene in evidenza Luigi Blasucci nel suo ultimo libro su Leopardi La svolta dell’idillio2, L’infinito e Ricordanza (poi Alla luna) testimoniano il passaggio “da un idillio di tipo teocriteo, fantastico-popolare e oggettivistico, a un idillio ‘sentimentale’ e soggettivistico” il vero idillio leopardiano, definito da Leopardi stesso nel 1829 “Idilli esprimenti situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”3. Sta qui la potenza del messaggio leopardiano che trasforma in poesia un’esperienza profonda dell’io: “il passaggio dallo stato antico al moderno” come l’autore chiarisce nello Zibaldone, in una pagina del 1° luglio 1820. Proprio nel 1819 il giovane Leopardi colloca una “mutazione totale” avvenuta in lui che lo trasforma da “poeta” in “filosofo”: “Da principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi erano pieni d’immagini (…)” nel corso di quell’anno, complice anche la privazione dell’uso della vista e della distrazione della lettura “cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, ad abbandonar la speranza, a rifletter profondamente sopra le cose (…) a sentir l’infelicità certa del mondo in luogo di conoscerla”. Come fa notare il prof. Blasucci nell’opera sopra citata, il 1819 fu anche l’anno di una lettura molto importante per Leopardi: il Werther di Goethe, opera alla quale rimandano molti riferimenti presenti nello Zibaldone. Questa lettura, secondo Blasucci – unita ad altre tra cui Corinne ou l’Italie di Madame de Stael – avrebbe avuto l’effetto di “suggerire, o meglio, promuovere” “un tipo di ‘esplorazione del proprio animo” che trovava terreno favorevole nel giovane poeta. Questa interpretazione è avvalorata da un altro passo dello Zibaldone (64) in cui Leopardi riflette sugli effetti che la lettura dei libri produce in lui, citando in particolare l’opera goethiana.

L’io è, quindi, l’indiscusso protagonista degli idilli leopardiani e la sua voce si esprime attraverso “parecchie modalità”: nell’Infinito è “pura dizione mentale”4.

La voce dell’io emerge a partire dall’incipit della poesia: attraverso l’uso della prima persona esprime un’esperienza di vita quotidiana di cui il Sempre iniziale sottolinea il carattere consuetudinario e il passato remoto fu discioglie “nella prospettiva di una durata indefinita”5.

Al modo degli idilli classici che di per sé sono “piccole immagini”, come suggerisce l’etimologia della parola (dal greco εἰδύλλιον), ci aspetteremmo forse che l’incipit proseguisse con la descrizione del paesaggio. Ma lo sguardo si ferma sulla siepe che interrompe il suo viaggio nel reale: “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Il forte “Ma” avversativo all’inizio del verso successivo introduce un’esperienza nuova: un viaggio interiore nello spazio e nel tempo di cui sono protagonista l’immaginazione e complice la natura. “Io nel pensier mi fingo” in forte posizione anastrofica sottolinea la potenza dell’immaginazione: il verbo “fingo”, dalla radice fig-, significa “plasmo, do forma, modello”, indica quindi una creazione plastica, in questo caso attraverso il pensiero. La grandezza e la forza dell’immagine creata si esprime con il lessico, con il ritmo, con il suono: i sostantivi “spazi” e “silenzi” in evidenza attraverso gli enjambement, si richiamano con l’anafora della /s/ e sono ambedue accompagnati da particolari e potenti forme di superlativo , quali “interminati”, “sovrumani”, anch’esse in stretto rapporto tra loro grazie alla posizione a fine verso e all’assonanza, resa più potente dall’ictus sulla /a/, il più aperto tra i suoni . Il culmine si raggiunge con “profondissima quïete”: come nota ancora Blasucci, questo superlativo è la parola più lunga nella serie e “quïete” è ampliata attraverso la dieresi.

La potenza dell’immagine è talmente grande che provoca smarrimento:” ove per poco / il cor non si spaura.”

Il punto fermo divide il verso e divide la poesia in due parti uguali. La “voce” del vento unita dal poeta all’”infinito silenzio” dell’immagine del pensiero, stimola il viaggio attraverso il tempo dall’eternità alla ‘stagione’ presente con la sua vita e i suoi suoni. Nell’”immensità”, o meglio, come sottolinea Blasucci richiamando vari interpreti e commentatori6, “tra” l’immensità, prodotto dell’immaginazione con il suo percorso nello spazio e nel tempo, “s’annega” il pensiero del poeta: ed ecco l’esperienza del naufragio. La potente metafora finale esprime il carattere straordinario dell’esperienza: la ‘dolcezza’ del naufragio nel “mare” dell’immensità.

Leopardi, nello Zibaldone (13 settembre 1821), richiamando il Pindemonte, afferma che lo stile è “non la veste, ma il corpo dei pensieri”: questa poesia ne offre esperienza piena. L’infinito emerge da una miriade di “segnali” presenti nel testo, individuati e ben spiegati ancora una volta da Luigi Blasucci nella sua analisi del 1985, Leopardi e i segnali dell’infinito, a cui abbiamo già fatto riferimento ed a cui rimandiamo. Questi segnali scaturiscono a livello lessicale, ritmico, fonico, morfosintattico e così via: la lettura non può che dar voce a questa esperienza di infinito e far provare la medesima esperienza a chi ascolta.

Mai come oggi, forse, in un mondo dove tutto sembra scoperto, dove le distanze sembrano annullate, c’è bisogno della consapevolezza del limite e della sua importanza: oltre il limite c’è lo spazio dell’io, della fantasia, dell’immaginazione, della creatività. La grandezza della poesia e della personalità di Leopardi scaturisce proprio da qui: la consapevolezza, l’accettazione, il superamento del limite. Egli dopo aver vissuto con estrema sofferenza la “mutazione” avvenuta in lui, va oltre gli impedimenti che avrebbero potuto bloccarlo: la salute fisica, il rigore della famiglia, un ambiente culturale con cui non si sente in armonia, il “secolo superbo e sciocco” in cui egli sente di vivere. Gli strumenti che gli permettono di andare oltre sono l’immaginazione, la fantasia, l’ironia che scaturiscono, però, da una profonda consapevolezza e da un’altrettanto profonda riflessione. Non a caso fra gli antichi il suo ideale è Platone, il poeta-filosofo: “il più profondo, più vasto, più sublime filosofo di essi antichi, che ardì concepire un sistema il quale abbracciasse tutta l’esistenza, e rendesse ragione di tutta la natura fu nel suo stile, nelle sue invenzioni ec. così poeta come tutti sanno” (Zibaldone 3245).

1 Perché leggere i classici, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, pg. 7.

2 Il Mulino, Bologna, 2017

3 Disegni letterari, 1828, in Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici e E. Trevi, Roma, Newton Compton, 2010.

4 L. Blasucci, op. cit., pg. 51.

5 L. Blasucci, Leopardi e i segnali dell’infinito, Il Mulino, Bologna, 1985.

6 Ibid. pg. 107: “la funzione originaria di “tra” è quella di connettere le due dimensioni evocate in precedenza, ossia l’infinito dello spazio e quello del tempo”.

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