La poesia onesta del prof. Roberto Veracini

La poesia onesta

(Il tempo lento della poesia)

Vorrei partire da un’affermazione di Umberto Saba (“Ai poeti resta da fare la poesia onesta”), che per me è ancora oggi – anzi, soprattutto oggi –  condivisibile.

Ma che cosa s’intende per poesia onesta?  Per esempio una poesia che non ha paura del sentimento e di tutto ciò che esso comporta: è importante ricercare il sentimento (ma in senso forte, romantico, direi) perché credo sia quello che dà un senso effettivo alla vita, al di là della facile retorica; non bisogna aver paura di esprimerlo, perché la vita è comunque passione, sofferenza, gioia e tutto questo va espresso con forza, con coraggio, senza mai passare quel limite, oltre il quale si scade nel sentimentalismo, l’arte cinica di voler commuovere (il confine talvolta è quasi impercettibile, il rischio incombente, ma  necessariamente da correre)…Una poesia onesta è una poesia che s’immerge nella realtà e cerca di coglierne l’essenza, una poesia nuda, autentica, perché è solo l’autenticità che dà profondità…Una poesia insieme semplice e intensa, leggera e profonda, come il cielo evocato da Edmond Jabès negli occhi abbassati di chi scrive (“Mentre scrivi hai gli occhi rivolti in basso, ma il cielo è nei tuoi occhi”)…Una poesia che si oppone alla superficialità, alla fretta, al pressappochismo, una poesia che si sofferma sulle cose, guarda, ascolta, prende il suo tempo, un tempo lento, lentissimo…

Il tempo della poesia è inevitabilmente sovversivo, specie nella realtà che stiamo vivendo,  perché è un tempo verticale, va in profondità, non scorre via, ma si pianta nelle persone e nelle cose, mette radici, produce memoria, richiama agli elementi fondamentali dell’esistenza, a qualcosa di solido, di vero, a qualcosa che resta comunque (v. Foscolo). Il tempo della poesia è un tempo lungo, che fa sedimentare le emozioni, le quali si ripresentano – nella loro forma – quando loro stesse vogliono; come scrive Giovanni Giudici:”Un poema si può mettere giù anche in cinque minuti. Ma chissà da quanto tempo sarà stato in viaggio. Chissà da quanto si prolungava il processo di incubazione dal quale sarebbe poi affiorato il composto, e in apparenza naturalissimo, ordine di suoni, ritmi, parole, concetti, immagini e sentimenti in cui il poema consiste”. E’ così che, sempre secondo Giudici, “quasi sempre ci accade di scrivere non tanto il poema che vorremmo quanto invece il poema che ci viene, che viene a noi dalle sue imprendibili lontananze”.

Proprio per questo il ruolo del poeta (il “minatore” che scava nell’animo umano, come scrive Giorgio Caproni) oggi è quello del resistente, spesso irriso e diffamato, o comunque incompreso da una società anestetizzata, che non ha tempo, non s’interroga sulle cose, non accetta dubbi, inquietudini, passioni, non è interessata a nessuna “imprendibile lontananza”: la sua stessa presenza è destabilizzante, fonte inaccettabile di turbamento. Ma al poeta resta da fare la poesia onesta, sempre, e questo lo porta alla completa, devastante immersione nella realtà, e nel contempo alla sua ineluttabile evasione verso un mondo necessariamente “altro”.