LA SEPTARIA DELLA VAL DI CECINA: strana e magica pietra di origine litologica secondaria per ‘azione diagenetica’ da una tendenzialmente argillosa, dello studioso Massimo Magni, Gruppo Mineralogico di Cecina (li)

NOTE DEL COORDINATORE (NDC) piero pistoia

FOTO DI UN ESEMPLARE DI SEPTARIA

Autore della foto di anteprima, Piero Pistoia (scattata ad una  mostra di Giuliano Ghilli nell’ottobre 2008); proprietario della pietra, Giuliano, uno studioso oggi scomparso, grande conoscitore di rocce, minerali, fossili e dei luoghi di raccolta, in particolare in Val di Cecina, dotato di notevole Einfhunlung nella ricerca e nella scoperta. Vedere l’art.  sui calcedoni di cui è co-autore ed un breve  suo ricordo, sempre in questo blog,  a nome dell’insegnante Maria Chiara Bianchi Burgassi.

 

 

PER VEDERE L’ARTICOLO DI MASSIMO MAGNI CLICCARE SUL SEGUENTE LINK:

DeSeptaria_Articolo

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IL PERCORSO DI PENSIERO DI J. S. BRUNER: DAL COGNITISMO COMPUTAZIONALE AL NARRATIVISMO, di Andrea Pazzagli

J. BRUNER: DAL COGNITIVISMO  COMPUTAZIONALE AL NARRATIVISMO
di Andrea Pazzagli

bruner20001

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Per leggere l’articolo in pdf cliccare sul link sopra

 

Art. rivisitato dall’inserto ‘Il Sillabario’ cartaceo.

CERCARE ANCHE LE PAROLE  ‘BRUNER’, ‘EPISTEMOLOGIA’  da questo blog, per trovare altri articoli ed informazioni sul Mentalismo Americano, Feyerabend, Popper ed altri, a cura dei docenti Piero Pistoia, Gabriella Scarciglia, Giacomo Brunetti.

 

RIFLESSIONI SUL FARE POESIA di Giorgio Albertazzi, Paolo Fidanzi, Piero Pistoia, Roberto Veracini ed altri

UNA BREVE RIFLESSIONE SULLA POESIA

di Giorgio Albertazzi

Ho chiesto spesso ai poeti perché scrivono versi, l’ho chiesto a Neruda ad Eliot, l’ho chiesto a Caldarelli, a Montale, a Gatto, a Luzi, che cos’è la poesia? Rispondono soltanto i poeti/critici o i poeti/letterati, parlando di ‘composizione’, di anapesti e spondei; i veri poeti non rispondono, si stringono nelle spalle sorridono, dicono tutt’al più una sola parola:”un ritmo…”.

Già perché il poeta è sempre selvaggio, ossessionato, ubriaco di vita e di morte; ma potrebbe essere allora semplicemente una possibile definizione romantica di “arte”, diciamo che la poesia è “insurrezione”, è connotazione di altro che la lingua di versi triti e pieni di decoro di molti decorosi poeti.

Partiamo quindi da Pound, come dice Sandburg. Perché si scrivono versi e si cantano nelle rivoluzioni e nelle ansie d’amore e di morte, che cosa sia quell’aurea che subito emana e prorompe dalla poesia autentica, quel magma, quel logos spermaticos. E dire versi con accenti giusti ed errati insieme, ma soprattutto cantare il ritmo, che viene prima del verso, eccetera.

Non è necessario capire, ma sentire sì: sentire è “provare” come diceva Benassi, il quale senza capire esprimeva il sound di “tutti i figli di Dio hanno le ali” come nessuno. E’ forse morta la poesia? E se è viva cerchiamola e cerchiamola ancora e diventeremo più belli e forse meno opachi. Niente vale di più di un verso di Penna o di Saffo in un certo momento della nostra vita.

Giorgio Albertazzi

ALCUNE BREVI RIFLESSIONI SUL FARE POESIA

di Piero Pistoia

CHE COS’E’ LA POESIA 

a cura di Paolo Fidanzi

A PROPOSITO DI POESIA

dott. Paolo Fidanzi

IL FERITO

di Roberto Veracini

(Un’idea della poesia)
Penso che tutti i poeti, finché tali, siano sempre in crisi
(E. Montale)

Il poeta è sempre ferito, si nutre della sua ferita, che non si rimargina
perché è la ferita del mondo: vive e rappresenta questa condizione fino in fondo e lo fa con gli strumenti che gli sono propri, i versi.

Per questo il poeta è anche il narciso, perché il peso di questa condizione è estremo e la ferita ha bisogno di incensi (veri o falsi) per essere sopportabile.

Ma il poeta è anche il disperato, quando la ferita si rivela insanabile e l’incenso svanisce, mostrando gli aspetti cupi e irrimediabili della realtà, la futilità delle cose e quindi dell’arte, che non basta più.

Il poeta è il sopravvissuto quando riscopre dalle macerie un segno ancora dell’esistenza e se lo porta con sé per sempre, perché tutto è ancora possibile, sempre.

Il poeta è il solitario del tempo, che riconosce e da cui è riconosciuto, ma tutto questo non appare, perché scoprire è meglio che far vedere, e il poeta vive del suo stupore e del modo in cui riesce a farlo sentire.

E comunque il poeta resta il ferito, cercato e abbandonato, osannato e deriso, e la sua ferita è il mondo, che rappresenta ma non sa capire, perché il poeta ha in sé l’orizzonte intero e il suo limite. Non necessariamente in quest’ordine.

Roberto Veracini

 

LE POESIE DI IVANA ROSSI; come intermezzo un breve ricordo dello scultore Vittorio Merlo (NDC)

LE PRIME POESIE

Per vedere la prima poesia cliccare sul link sotto:

IVANA_MATERNITA’

Il Generale di Squadra Aerea, valoroso pilota, Vittorio Merlo, docente di Scienze Aereonautiche all’Accademia navale di Livorn0, fu scultore figurativo moderno (45 mostre in tutta Italia) attivo sulla costa livornese;  con i suoi bronzi e terracotte neo-realiste ispira nell’osservatore  momenti di godimento estetico nel cogliere la bellezza espressiva contenuta nelle sue opere, alcune delle quali si possono ammirare presso il “Circolo del 51” a Milano.

 

MATERNITA’

Il presagio segreto
di chiari archi notturni
contagia di luce l’attesa
come linfa di spazio vitale
e culla la tenue impazienza
di un battito nuovo.
La vivida ansia si scioglie stupita
nel ritmo antico del tempo
e inonda di pace
il mio stupore di donna.
Tiepidi fili
le tue carezze esitanti
nel lieve respiro del ventre.
Racchiudo indifesa
la tenera gratitudine
dell’amore che cresce
e indovino dolcezze impetuose
invisibili gesti furtivi
palpitanti di carne
nella vita che nasce.

 

LE ULTIME POESIE

Partire

Indugia lo sguardo
sull’ala del vento
in fuga verso il cielo.
Paesi come corolle
inerpicati sul seno
di azzurre colline
sfiorano improvvisi
l’arco dell’orizzonte.
Griglie di campanili
svettano immobili
sul profilo dei monti.
D’asfalto e muschio
la sciarpa grigia della strada
si snoda e si flette
e accarezza il ritorno.
Si può partire
anche restando fermi
a osservare il silenzio.

…  il fazzoletto a riparo dal sole…

Ai miei genitori

Quando la pigra estate
distende le sue braccia
sui campi orlati
di assordanti cicale
il ricordo di voi stringe il cuore.
Quando la bionda estate
chiude i suoi occhi d’oro
su scarlatti papaveri di fuoco
la mancanza di voi chiude la gola.
E ti rivedo madre
china sul grano
con l’arcuata falce
il fazzoletto a riparo dal sole
e la squillante voce a regalar parole.
E insieme padre vedo il tuo volto calmo
le braccia alzate a sollevar covoni
nel tranquillo dovere del lavoro.
Quieti sorrisi
sull’ondeggiante carro dei raccolti
da riportar nell’aia
per la promessa della trebbiatura.
Lieve sembrava il giorno
e leggiadro il ritorno
per me bambina
con in testa sogni
e tra le braccia giochi.
Dolci gli abbracci
e gentili i modi
sempre a me riservati
come fosse svanita ogni dura fatica.
E poi le filastrocche
a cullare il mio sonno
nella notte vibrante di creature
contro il buio stellato
che piano scivolava
nell’alba che sorgeva
a disegnare sconosciuti futuri.

 

Figlie nella vita

Si rincorrono gli anni
e avanza l’inverno
dispiegando i suoi giorni e la vita.
Ogni tempo o stagione
inizia e finisce
la ricerca e l’attesa invece indugiano piano
e non finiscono mai.
Basta accettare che lì sta il segreto:
nel cerchio sospeso dei sogni,
in quell’ora che lieve rintocca,
in quel divenire leggero,
nella pallida luna che corre.
Il passato e il futuro non sono dettagli,
ma solo il presente è irrinunciabile gioia.
Basta forse capire
che è il cammino il dono celeste,
non la partenza o l’arrivo
e in quel viaggio inebriarsi di gioia.
Gli alberi fuggitivi contro il cielo
e il grano che matura
i passi che ti portano
e le stelle che vibrano:
è questo forse il senso della vita
canto di uccelli nascosti
che disvelati tacciono.
E’ nello slancio, figlie,
nello stupore del quotidiano giorno,
nella gratitudine del risveglio
che canta la vita,
è nel vento sospeso
nella luce che cambia
nell’imbrunire
che non separa dai ricordi :
è nel cammino
è ora il senso della vita .

Ancora per te

Dolce scende il tuo profilo
e accarezza gli occhi
della mia nostalgia.
Forti i tuoi polsi
stringono lievemente
le strade del mio cuore.
E la musica di parole
attraversa il tuo sguardo
e come un ponte si lancia
a protezione del futuro.
E nell’arco della notte
le tue lacrime
saranno luce di luna
a sorprendere il buio.
Voglio cullarti
come se i tuoi anni
scivolassero verso l’inizio
del nostro primo incontro
a immaginare
la pienezza del poi.

La vita imperfetta

Quando viaggi nella vita
affamata di futuro
e lento ti sembra il giorno
nelle lunghe stagioni,
tutto ti appare possibile
e funzionale al tuo esistere.
I ponti si adagiano spontanei
tra le sponde di ogni utopia
e si distendono come carezze
ignare delle spine.
I tuoi progetti ridono nella certezza
di scelte inevitabili e ispirate
come i versi di una poesia.
E quella poesia
è un arco eterno
nell’immutabile bellezza
della gioventù.
Nella notte silente
immota una scia di stelle
disegna la via
protagonista del tuo domani.
La profondità dell’amore
allontana i rimpianti
e accende di colore
i toni pastello dei sogni.
Richiami di uccelli
e colline di grano
si stemperano
nella calda estate
dalle ali aperte
sui boschi di foglie dell’autunno.
L’inverno nell’agguato
del suo freddo candore
spinge lontano la mente:
vi guardo, figlie,
creature fresche e diverse
che proseguite la strada a modo vostro
in forma nuova e inaspettata.
E con stupore mi accorgo
che c’è niente da capire
negare o cambiare,
ma solo da amare
per essere felici.
E’ allora che la vita imperfetta
vibra di luce nella pienezza del suo canto.

 

Maturità

Come un gomitolo
si srotolano
strade note previste
o sconosciute.
Domata la superbia
inconsapevole di ieri
profondamente vedo
inaspettate
nuove possibilità.
Ignaro il cuore
si dispone
a cercare
sorprendenti
inattesi traguardi.

 

SEGUE UN BRONZETTO DELLO STESSO SCULTORE

 

DUE DOMANDE ALLO SCULTORE

Dove sta andando l’ Arte?

Vale la pena oggi di parlarne?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA STORIA DI BASE SUL MIOCENE, APERTA, DA AGGIORNARE, CIOE’ DA ADEGUARE, CORREGGERE, REINTERPRETARE, NEL CORSO DEL TEMPO; ZONA DI POMARANCE-VOLTERRA; a cura del dott Piero Pistoia

DALLA CARTA STRATIGRAFICA INTERNAZIONALE (ICS)

I LINKS CHE SEGUONO RIMANDANO ALLA PRIMA BOZZA DELL’ARTICOLO DA COMPLETARE CON CALMA ED AGGIUSTARE NELLE FIGURE DA INSERIRE

Le due figure al termine dell’art.  sono state riprese dalle ‘Note illustrative della carta geologica d’Italia a cura del “servizio Geologico D’Italia”; zona Pomarance; Università di Siena; Coord. Lazzarotto –  L.A.C. Firenze 2002

In odt:

MIOCENEok

In pdf:

MIOCENEok

 

CHI E’ L’AUTORE (traccia): CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

Piero Pistoia, diplomato negli anni ’50 presso il Liceo Classico Galileo Galilei di Pisa, è dottore in Scienze Geologiche con lode e, da borsista, ha lavorato e pubblicato presso l’Istituto di Geologia Nucleare di Pisa, misurando le età degli “strani” graniti associati alle ofioliti (1) e studiando i serbatoi di gas e vapori della zona di Larderello. Successivamente ha scritto almeno una cinquantina di articoli pubblicati a stampa, a taglio didattico-epistemologico, di cui circa la metà retribuiti secondo legge,  dagli editori Loescher, Torino, (rivista “La Ricerca”), La Scuola di Brescia (“Didattica delle Scienze”), a controllo accademico ed altri, affrontando svariati problemi su temi scientifici: dall’astrofisica all’informatica, dall’antropologia culturale all’evoluzione dell’uomo, dalla fisica alla matematica applicata e alla statistica, dalla geologia applicata al Neoautoctono toscano, dall’origine dell’Appennino alla storia delle ofioliti, alle mineralizzazioni delle antiche cave in Val di Cecina (in particolare su calcedonio, opale e magnesite) ecc..  En passant, ha scritto qualcosa anche sul rapporto Scienza e Poesia, sul perché la Poesia ‘vera’ ha vita infinita (per mere ragioni logiche o perché coglie l’archetipo evolutivo profondo dell’umanità?); ha scritto alcuni commenti a poesie riprese da antologie scolastiche e,  infine decine di ‘tentativi’ poetici senza pretese. Molti di tali lavori sono stati riportati su questo blog. (2)

NOTE

(1) L’età dei graniti delle Argille Scagliose, associati alle ofioliti, al tempo situate alla base della falda in movimento, corroborò sia l’ipotesi che esse fossero ‘strappate’ dal basamento ercinico durante i complessi  eventi che costruirono la catena appenninica, sia, indirettamente, rafforzò la teoria a falde si ricoprimento nell’orogenesi appenninica. Fu escluso così che il granito associato alle ofioliti non derivasse, almeno non in tutti i casi, da una cristallizzazione frazionata (serie di Bowen) da un magma basico od ultrabasico.

(2) Piero Pistoia ha superato concorsi abilitativi nazionali, al tempo fortemente selettivi (cioè non frequentò mai i ‘famigerati’ Corsi Abilitanti voluti dai sindacati!), per l’insegnamento in particolare nella Scuola Superiore per le seguenti discipline: Scienze Naturali, Chimica, Geografia, Merceologia, Agraria, FISICA e MATEMATICA. Le due ultime materie sono maiuscole per indicare che Piero Pistoia in esse, in tempi diversi, fu nominato in ruolo, scegliendo poi la FISICA, che insegnò praticamente per tutta la sua vita operativa.

ASPETTI DEL RAPPORTO: MOMENTO DISCIPLINARE/MOMENTO SOCIALE NELL’INSEGNAMENTO SCOLASTICO; di A. Pazzagli-P. Pistoia

INSEGNAMENTO SCOLASTICO: MOMENTO DISCIPLINARE/MOMENTO SOCIALE

A. Pazzagli – P. Pistoia

  1. Oggi esistono due istituzioni rivolte a promuovere la comunicazione culturale e la costruzione della conoscenza:   l’istituzione scolastica ed il complesso delle istituzioni culturali emanate a vari livelli dai corpi sociali (enti locali, Provincie, Comunità Montane…).
  2. Questa bipolarità di istituzioni suppone due modalità di approccio sostanzialmente diverse al problema della comunicazione culturale e della costruzione della conoscenza.
  3. Una riflessione epistemologica sul modo in cui la cultura umana si è costruita ed un’analisi psicologica su come il cervello umano acquisisce conoscenza, ci ha chiarito come il Terzo Mondo di Popper si articoli in strutture disciplinari che si configurano come unici strumentiefficaci per sezionare l’oggetto complesso (sociale e/o naturale) in vista della sua razionalizzazione (cioè comprensione tramite il cervello umano). Di qui la risposta al delicato problema didattico del come sviluppare le potenzialità cerebrali tramite l’insegnamento delle discipline.
  4. Ne deriva che l’attività centrale dell’istituzione scolastica si situa in prospettiva disciplinare, proprio perché solo in tale prospettiva si aiuta la crescita intellettuale durante lo sviluppo.
  5.  Sorge di qui il problema di come costruire la struttura disciplinare.Sembrano esistere due tentativi di risposta al problema, alternativi e talora opposti:  a) La costruzione disciplinare prevede di partire dall’oggetto sociale complesso e a valenza interdisciplinare per costruire le singole discipline che ritorneranno poi sull’oggetto sociale provocandone per altro un arricchimento. Questa posizione, di chiara matrice deweyana, è ripreso in parte, per es., dalla stessa Tornatore che però è poi costretta a riconoscere che spesso la costruzione disciplinare prosegue per conto proprio senza possibilità di un ritorno interdisciplinare, sottolineando che l’unico vantaggio di tale metodo è la sensibilizzazione iniziale degli studenti ai problemi sociali, senza promozione di alcuna reale maturazione intellettiva. b) La costruzione disciplinare è tutta interna alla disciplina e si esplica attraverso le fasi della scoperta in cui si ritrova la sequenza popperiana dell’ipotesi e della falsificazione, attraverso i momenti curricolari ben programmati che hanno come strumento essenziale l’esperimento “pulito”. Questi momenti di costruzione seguono momenti di stasi, di ripensamento, di esercitazione, nei quali gioca un ruolo essenziale l’esperimento “grezzo”. E’ la fase dove, attraverso anche i primi tentativi si sezionare l’oggetto complesso a valenza interdisciplinare, si aumentano le possibilità del trasfer of training (termine popperiano). La costruzione disciplinare procede a gradini; ogni gradino si configura, per es., come unità didattica e ad ogni gradino ci si sofferma  per acquisire, su quella struttura parziale, competenza ed abilità crescenti, per trovare, nel ripensamento, la sorgente dei problemi che portano al gradino successivo.
  6. Le attuali esperienze scolastiche italiane, come conferma anche una lettura delle programmazioni a vario livello, non partono né dai presupposti di tipo a) tentativi di costruzione disciplinare a partire dall’oggetto sociale, né tanto meno da quelli di tipo b) costruzione disciplinare interna con ritorno periodico all’oggetto sociale. In effetti prevale una progettazione esterna a qualsiasi serio discorso pedagogico con fondamenti psicologici ed epistemologici coerentemente utilizzati: si nutre così una fiducia cieca che il semplice avvicinamento ad oggetti sociali, ( fatto anche al di fuori di qualsiasi impostazione scientifica propria delle stesse scienze sociali), garantisca una più alta efficacia formativa. Nel migliore dei casi si produce una  attività di tipo integrativo guidata dai superati criteri della pedagogia del “Tatonnement” (processo per tentativi ed errori), cui si affianca uno stentato ed insufficiente apparto disciplinare che rimane dopo tutto di carattere tradizionale. Si è ben lontani dunque  dalla più meditata proposta deweyana che condiziona l’efficacia del sociale alla mediazione del filtro culturale operata dalla scuola.
  7. In effetti si nota, in un mare di genericità, l’emergere occasionale di spunti pedagocici troppo spesso scarsamente riflessi quindi non utilizzati. Si parla, per es., dello stare insieme operando come finalità di primaria importanza, ma poi si precisano i rapporti delicati fra  i componenti del gruppo che opera (dinamica di gruppo e relative problematiche), Si teorizza una scuola “serena”,  dimenticando che la “scoperta” presuppone la febbre della ricerca della soluzione e l’ansia della conoscenza. “Serena” non sarà neppure la convivenza nel gruppo come un fatto acquisito naturale: vi sono infatti conflitti da superare in senso tendenziale (fine regolativo), fino ad arrivare ad un equilibrio dinamico fra il leader ed il gruppo strutturato. Si pone l’obbiettivo della socializzazione calibrandola sulle richieste delle teorie del senso comune e fraintendendola così con l’ “adattamento” passivo e privo di ogni connotazione culturale. In effetti nel passaggio dall’Io infantile provvisorio all’Io adulto (processo che occupa la pre-adolescenza e gran parte dell’adolescenza), ha importanza notevole il Mondo 3 di Popper e l’esigenza ad esso correlata dell’assunzione di una prospettiva disciplinare, nella misura in cui la identificazione personale avverrà a più alto livello e non a quello di una socializzazione meramente adattiva agli stimoli ambientali. Troppo spesso infatti si trascura la Letteratura e la stessa Storia viste come matrici di metafore mitiche utili appunto a favorire la consapevolezza della propria identità psicologica e storica, diventando in tal modo per i giovani quasi obbligante il riferimento ai modelli ed ai miti non validi proposti dall’industria culturale. Ma forse queste incompiutezze scientifiche dei progetti scolastici sono la conseguenza immediata di concrete situazioni poco razionalizzabili che continuamente si ritrovano nella scuola di oggi dopo la notevole scoperta dei problemi dell’handicappato e dello svantaggiato, ma con i successivi tentativi robinsoniani di portare loro soluzione in seno alle vecchie strutture.
  8. Il riaffermare, come a noi pare giusto, il primato del disciplinare dentro la scuola non esclude affatto a) la possibilità di un rapporto della scuola stessa col sociale diversamente vista, ma più efficace; b) il riconoscimento dell’importanza centrale che, nel quadro dell’educazione permanente, può assegnarsi all’intervento formativo culturale delle strutture sociali in un contesto metodologico più aderente alla legge della comunicazione culturale secondo finalità collaboranti con quelle della scuola in vista dell’integrazione culturale. Il primo aspetto sottolinea la distinzione fra esperimento “pulito” ed esperimento “grezzo”,  dove quest’ultimo, favorendo allargamento di competenza mediante “trasfer” alla Popper, consente una più efficace costruzione disciplinare e quindi favorisce un’accresciuta maturazione intellettuale. Il secondo aspetto sembra presentare tre componenti che corrispondono poi a tre possibilità di intervento del sociale, differenziate, ma non contrastanti. Prima possibilità, il sociale potrebbe farsi carico di affrontare lo studio di discipline o settori di conoscenza che la scuola spesso trascura, fuori dai corsi indirizzati, (ecologia, linguaggi estetici, agraria, urbanistica… e forse anche il settore sportivo). Seconda possibilità, il sociale potrebbe intervenire,  nel processo di comprensione dell’oggetto complesso, utilizzando gli strumenti razionali acquisiti scolasticamente, in maniera che il processo di sezionamento razionale “derivi” dalle teorie acquisite, andando oltre il consueto taglio educativo dei corsi professionali. Con la terza possibilità, il sociale potrebbe ripetere il procedimento dall’esperimento “grezzo” all’esperimento “pulito” in un percorso a più alto livello, portando ad utilizzare come esperimento “grezzo” lo stesso oggetto dell’attività lavorativa.

 A. Pazzagli – P. Pistoia

DA TERMINARE…

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA; lo scritto è a nome di due autori (Pazzagli A. – P. Pistoia); il dott. Piero Pistoia ha anche ricercato e curato la rivisitazione ed il trasferimento di esso su questo blog.

FESTA_FOLCLORE   in pdf :     FESTA_FOLCLORE

 

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA
Mo. Andrea Pazzagli – dott. Piero Pistoia

RIASSUNTO

Il presente lavoro è stato occasionato dagli spettacoli “ Da maggio a maggio” che ritornano periodicamente con le primavere nelle piazze dei nostri paesi. Esso intende recuperare i concetti culturali di festa e folclore attraverso un’analisi di tipo storico e con riferimenti antropologici. Da questa analisi è emersa la possibilità di un legame della festa e del folclore con la cultura attuale. Infine si forniscono almeno ipotesi di interventi operativi.

PARTE PRIMA

MONDO DELLA RETTA E DEL CIRCOLO: LA FESTA ED I MODELLI MITICI

La società industrializzata, caratterizzata da un procedre irreversibile, condizionato essenzialmente da una tecnica, che può crescere solo su se stessa con continuità, ignora pressoché completamente i grandi cicli naturali. L’artificiale uccide o, nel migliore dei casi, nasconde la visione del Naturale (per es., il cemento e la luce elettrica si frappongono fra l’uomo e le grandi ciclicità del Cielo e della Terra). Di fronte a questo mondo della linea retta sopravvive in angoli perduti o come residuo dentro la stessa società industrializzata, il mondo del circolo, le culture della ciclicità. In queste culture esiste una profonda rispondenza fra le caratteristiche antropologiche dell’uomo, sorto da un Cosmo regolato ciclicamente e il Cosmo medesimo. Tale rispondenza si sprigiona essenzialmente in occasione della festa che nelle società arcaiche si riconnette sempre al rapporto uomo-natura sia pure mediato dal rapporto uomo-uomo, cioè dalla Cultura.

Gli studiosi di antropologia ed etnologia vedono nelle feste infatti ben altro che l’odierna contrapposizione di “ tempo libero” e “tempo di lavoro”: la festa è sospensione di attività quotidiana, immissione in un tempo sacro ed immobile, destorificazione e ritorno alle origini e quindi di coinvolgimento diretto con la matrice cosmica comune.

Il diverso rapporto istituito con la natura della festa, trasforma radicalmente anche il rapporto fra gli umani. In questo mondo capovolto (Cocchiara) tutte le regole saltano, come accade presso gli Indiani pescatori Junok, citati da Erikson: l’avaro diventa prodigo, altre volte si disconoscono completamente le regole di castità; anche i ruoli sociali consueti vengono messi in discussione, come in due feste cicliche che hanno resistito fino ad oggi: il Carnevale ed il Maggio. Nel carnevale fino all’epoca moderna si infrangono liberamente da parte dei sudditi i privilegi e le protezioni dei membri della classe dirigente; nel Maggio si eleggono un”re” ed una “regina” del maggio ed i loro poteri sono accettati nella comunità per un intero mese.

L’interpretazione della festa data dagli studiosi può ricondurre a tre posizioni di fondo:

1 – Interpretazione “irrazionale” di Eliàde, secondo la quale la festa ciclica e arcaica attinge l’essenza cosmica.

2 – Interpretazione “culturale” di Jensen e Kereny, secondo la quale nella festa si colgono le implicazioni più profonde della vita di quella comunità: chi partecipa alla festa fa esperimento, erlebnis, diretto della base comune su cui si regge il gruppo.

3 – Interpretazione “funzionalistica” che suggerisce di vedere la festa anche in relazione alla necessità di superamento di problemi psicologici nascenti dall’intersecarsi dell’attività produttiva.

 

Nonostante le diversità di questi punti di vista, essi però concordano nel riconoscere alla festa le caratteristiche di un’occasione privilegiata per riconquistare l’unità profonda fra uomo e cosmo e , di qui, fra uomo e uomo, secondo moduli mitici, differenziati certo da cultura a cultura, ma tuttavia riconducibili ad una unità di esperienza e funzione.

Sul sentimento di unità e identità di gruppo, rivissuti o riconquistati nella festa, si fonderà poi il vario mondo delle relazioni umane da quella familiari a quelle economiche, collegate al principio antropologico a valenza evolutiva della spartizione del cibo, che danno luogo, in società più evolute, a manifestazioni, a loro volta partecipi dello spirito della festa, come la “fiera”. In questo contesto si potrebbero anche situare feste come i “Palii”, es., di Siena, Arezzo, Pomarance…, il “Gioco del Ponte” di Pisa…, che pur risalendo nella loro fenomenologia apparente a fatti storici precisi (e in questo somigliano alle feste religiose della Seconda Parte), rimandano però anch’esse ad esigenze antropologiche a valenza etologica (smorzare e ridurre a gioco simbolico, i conflitti inter-gruppo per il controllo del territorio).

 

PARTE SECONDA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA FESTA NELLE GRANDI RELIGIONI

Il mondo della retta è il mondo di oggi, però le sue origini sono lontane. Come diceva Weber il disincanto e la razionalizzazione hanno cominciato a distruggere i miti molto prima dell’età moderna. Questa teoria trova esplicita conferma proprio nel caso della festa e in particolare del rapporto fra modello mitico arcaico e modello delle grandi religioni storiche (Buddismo, Ebraismo e Cristianesimo).

Le grandi religioni storiche anzitutto abbandonano il tema della interazione uomo-cosmo e le vicende naturali per sostituire loro l’evocazione di precisi fatti storici (Natale, Pasqua…) che sollevano la storia umana a storia di salvezza e respingono il linguaggio mitico. Quindi dal mito alla ragione, dal cielo alla storia. Naturalmente questo processo è differenziato da una religione storica all’altra Nel Buddismo infatti la struttura ciclica permane anche se connotata negativamente, come catena da interrompere; nell’Ebraismo e soprattutto nel Cristianesimo gli eventi si presentano secondo una direttrice rettilinea richiamata dalla parusia futura (finale trasformazione del mondo dopo il secondo avvento). Così alcune grandi religioni dischiudono le porte al mondo della retta, cioè all’Era Moderna. Per altre, specialmente all’origine, lo stesso Cristianesimo e tutt’altro che ignaro del grande valore intrinseco della festa ciclica e compie numerosi e significativi tentativi di recupero. La stessa festa del Natale recupera la precedente festa invernale pagana del Sole invitto (già dal solstizio invernale infatti il sole risale a spirale verso il Tropico, quasi a suggerire la rinascita sua e del Cosmo); anche nella Pasqua , festa tipicamente cristiana, c’è un recupero di temi ciclici del Dio che risorge con la Natura e dell’uovo come simbolo di fecondità. Questi aspetti, con il pathos naturalistico e lo stesso pathos mistico specifico delle feste religiose, centrato sul tema della rivelazione e della salvezza, si sono andati sempre più affievolendo nel corso dei secoli; è stato perso il senso della festa, del naturalistico e del sacro. Un poeta italiano alle soglie dell’era moderna, Giacomo Leopardi esprime la crescente incapacità dell’uomo contemporaneo a sentire e vivere la festa.

PARTE TERZA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA MORTE DELLA FESTA NEL MONDO CONTEMPORANEO E NECESSITA’ DI UN RECUPERO

Il mondo contemporaneo si caratterizza per un radicale venir meno delle radici mitiche e religiose della festa. Da un lato la festa viene ridotta a mero tempo libero contrapposta, ma insieme uguale, per l’assenza della dimensione “libertà”, al tempo di lavoro; dall’altro lato la festa, ormai svuotata del suo significato, viene ad essere inglobata nell’economia e nella produzione, attraverso l’imposizione e l’esasperazione del consumo.

Sono sorte anche nuove feste legate ad eventi particolari della storia di una nazione, di un gruppo o di una classe (ricorrenze nazionali, celebrazione della resistenza, Primo Maggio…); talora queste feste, come il caso del Primo Maggio, hanno cercato anche di assumere in sé precedenti valori e tradizioni, ma in generale si può dire che tali feste moderne, come semplice assenza di lavoro e più recentemente in quello consumistico, non sono riuscite a recuperare il modulo mitico della festa originaria.

 

Anche altre occasioni come le “fiere”, un tempo ricche di significati simbolici (occasione di incontro fra gruppi, rivolto a favorire scambi esogamici, occasione di riconferma di tradizioni alimentari o di abbigliamento…), tendono , eccetto particolari situazioni di residui di civiltà contadine o montanare, a diventare sempre più occasione per l’acquisto di merce (dalla fiera al mercato). Anche nei Palii si assiste da una discontinuità di partecipazione fra i turisti che assistono ed i cittadini coinvolti nell’evento.

In questi ultimi anni si è assistito ad un tendenza al recupero delle tradizioni, forse dovuto agli effetti atomizzanti sulla società esercitati dalla cultura sempre più simbolica, dalla specializzazione e parcellizzazione crescente del lavoro industriale, nonché dal venir meno di numerose occasioni di scambio nella vita quotidiana. Questa tendenza si è espressa in modi molto vari, talora chiaramente distorti (come l’esasperazione del tipo sportivo per le squadre locali), tal altra strumentalizzati, come nelle feste di partito, altra ancora, certo in modo più genuino, nelle feste e sagre paesane o nella costituzione di gruppi per il recupero delle tradizione folcloristiche (canto del Maggio, Bruscelli; ricerche, anche stampate, su aspetti paesani pieni di ricordi e nostalgie…), ma tuttavia non recuperanti in generale la distanza fra cultura odierna e festa. Infatti, mentre la feste nelle società arcaiche e in quelle contadine più recenti (fino a pochi decenni fa) esplicitava e confermava un mito che a sua volta sostanziava la cultura, ora viene meno proprio questo legame; la discontinuità fra folclore e cultura( o per usare la terminologia gramsciana, fra folclore e storia) rimane profonda.

A questo livello si pongono con urgenza due problemi:

1 – E’ possibile un collegamento fra folclore e cultura?
2 – Se è possibile a quali condizioni?

Alcune correnti sociologiche sostengono l’impossibilità di ritrovare un legame fra la cultura attuale ed il folclore e ritengono quindi che il fenomeno della riscoperta del folclore sia solo sintomo di una sterile nostalgia, per altro ben comprensibile nelle condizioni di aridità e solitudine delle società tecnologicamente avanzate, che fra l’altro stimolano anche l’insorgere di fenomeni come l’interesse per la parapsicologia, l’astrologia, la magia nera.

A nostro avviso sono più accettabili altre posizioni della cultura contemporanea che affermano la possibilità, sia pure problematica, di ristabilire un rapporto fecondo fra folclore e cultura. Lo stesso Gramsci, anni addietro, intuiva tale necessità e possibilità e, anziché irridere illuministicamente alla cultura del popolo, ritenuta per altro insufficiente, ne ipotizzava tuttavia un recupero necessario ad una presa di coscienza, in vista dell’emancipazione del popolo stesso.

In contesto culturale assai diverso il grande antropologo Levi-Strauss distingue fra civiltà fredda e civiltà calda, intendendo col primo termine le società primitive di cacciatori-raccoglitori orientate ad un rapporto simbiotico e non distruttivo con la natura, e, col secondo termine, l’odierna civiltà tecnologica caratterizzata al contrario da un rapporto distruttivo e ad alta entropia con la realtà naturale;egli auspica e ritiene non impossibile che le civiltà calde possano, in qualche modo, assumere alcuni caratteri delle civiltà fredde e non è fuori luogo vedere, proprio in un ben inteso recupero culturale del folclore, una delle strade per tale necessaria integrazione.

Ritornando all’iniziale metafora del circolo e della retta, per altro sorretta da concezioni di carattere cosmologico, pare opportuno pensare ad una società in cui il circolo non si chiude mai completamente, aprendo con continuità a spostamenti lungo la retta (vedi figura), in tal modo le componenti del progresso e della stabilità non si oppongono, né si escludono, ma al contrario reciprocamente si completano. Viene formulata così una risposta positiva al primo interrogativo.

 

 

PARTE QUARTA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: IPOTESI OPERATIVE

Circa i modi di rendere concreta la possibilità di recupero della festa alla cultura contemporanea, sembrano da respingere gli attuali tentativi che o ripetono il vecchio modulo della festa, diretto intenzionalmente da parte delle classi dirigenti ad esorcizzare e riassorbire conflitti e tensioni (De Masi, Europeo N°21 del 3 agosto 1981), oppure si riconducono ad essere semplice “Festa dell’oblio”, fine a se stessa, magari inserendosi nelle tendenze, oggi diffuse nei giovani, al disimpegno, al rifiuto politico, all’isolamento totale singolo o di gruppo nella droga o nel rock.

La strada da seguire è un’altra:

1° – In primo luogo si tratta di immettere il folclore nel circuito culturale attraverso una presa di coscienza colta dei valori intrinseci che la festa autentica ed il folclore recano in se stessi, consapevolezza da riportare poi al pubblico tramite esperimenti di drammatizzazione e teatralizzazione che che consentano la immedesimazione e la partecipazione emotiva degli spettatori, portati a rivivere così in forme mediate il loro folclore. Esperienza colta significa anche confrontare e così capire il proprio modo di vivere, nel folclore, fondamentali esperienze umane, col modo in cui le stesse sono vissute o celebrate in altre culture, anche molto lontano nel tempo e nello spazio, sottolineando in tale maniera la comune umanità che pervade le differenti tradizioni: è in questa fase che è colto esplicitamente il rapporto valorizzante fra folclore e scienza antropologica, possibile sapere disciplinare fra altri come Botanica, Zoologia, Fisica…), quindi fra folclore e cultura simbolica.

2° – In secondo luogo si può vedere nel recupero del folclore locale, la possibilità di far recuperare ad un gruppo le sue comuni radici quindi di ridarli un’identità che troppo spesso la società attuale tende a cancellare e gettare nell’oblio. Ci riferiamo ad esperienze che a noi paiono esemplari in tal senso, nei nostri paesi spesso le autorità sociali (Assessori della cultura e dell’istruzione, Commissioni alla cultura…) attivano, usando strutture presenti come Filarmoniche, Filodrammatiche ed altro se disponibile, per, es., spettacoli che si riferiscono al folclore coinvolgendo di solito interi paesi. Così la solidarietà di gruppo, caratteristica, almeno in passato, delle nostre popolazioni si trova spesso amplificata per es., nelle diverse versioni del “Maggio” tramandate oralmente per generazioni: si leggono spesso strofe che indicano la buona disponibilità verso l’ospite, lo straniero che bussa alla porta del podere; al tempo si aprivano le cantine si imbandiva la tavolata in allegria (“Quando andate giù in cantina / fate il giro alla rotonda / e prendete la meglio forma / della tavola su in cima” ovvero “Quando andate a quel prosciutto / e prendete quel coltello / e tagliate il cordicello / affettaticelo tutto”). Rimane qui l’immagine di una società contadina resa peraltro tanto disponibile all’ospite anche dalla diffusa abitudine alla caccia di gruppo, grandemente sviluppata anche oggi (si pensi alle cacciate al cinghiale nelle macchie della Carline, di Monte Castelli, di Sant’Ippolito, della Trossa, della Casa…) e dalla relativa cultura (divisione del cibo…), nonché dalle caratteristiche territoriali della zona, con poderi molto isolati, in cui si aspettava con ansia l’arrivo del forestiero in vista di scambi di oggetti, esperienze, legami affettivi (esogamia).

3° – Infine si nota una forte connessione fra recupero del folclore da una parte e cultura ed educazione ecologica dall’altra; la natura o più precisamente una natura ben più ricca di quella attuale, un ambiente non ancora degradato, sono protagonisti dei canti di Maggio e di altri momenti del folclore: le “bubbolelle” e gli “allori spontanei” sono quasi scomparsi dalla Val di Cecina, i prati inaridiscono sotto gli zoccoli delle pecore o sfruttati fino all’inverosimile dai seminati intensivamente condotti e dalle monoculture, solo i margini dell’asfalto sono ancora accessibili e gli stessi fiori di maggio si sono ritirati in rare stazioni (si pensi ai “tromboni”, alla “ruta”, alla “camomilla”…); è diventata esperienza privilegiata riuscire ad ascoltare il gaio, dolce e articolato canto dell’usignolo o rivedere il frizzante giallo del cardellino (quanti ne sono consapevoli?): “E’ tornata la bubbolella / a far nido in su pe’ prati / come fan l’innamorati /quando vanno dalla bella” ovvero “Su per Cecina e per l’Era / son fioriti già l’allori / cardellini e rosignoli / cantan ben la primavera”. E’ riascoltando questi versi che non solo si ha nozione nostalgica di un mondo che ormai sta scomparendo, ma si riceve forse l’impulso potente al rispetto dell’ambiente naturale in ogni suo componente.