GEOGRAFIA ED I NUOVI RAPPORTI FRA UOMO E AMBIENTE dell’accademico Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

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LA GEOGRAFIA E I NUOVI RAPPORTI TRA UOMO E AMBIENTE

dell’accademico Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

Dopo anni di riflessione critica su problemi epistemologici la geografia sta acquisendo importanza crescente nell’applicare i propri principi e i propri metodi d’indagine nello studio delle attività umane e nel loro interagire con l’ambiente.

La geografia fisica negli ultimi decenni ha realizzato sensibili progressi nei suoi singoli settori perché ha concepito le realtà geografiche oggetto di studio (ghiacciai, clima, ecc.) come entità derivanti dalla interconnessione di elementi diversi che si influenzano a vicenda.

Basta pensare ai sistemi di erosione; l’azione delle forze che contribuiscono a generare questo fenomeno varia secondo le condizioni del clima; se considerate separatamente non possiamo pervenire a comprendere la realtà, ma se indaghiamo sul modo in cui esse si intrecciano tra loro, sapremo ritrovare il legame che le unisce nell’insieme morfologico che risulta dalla loro interazione.

Si è ben presto capito che anche i fenomeni geografici fisici dovevano essere studiati con il metodo sistemico, cioè considerare tutti i fenomeni come facenti parte di un sistema, appunto un insieme di elementi interconnessi che si influenzano tra di loro.

Ed un elemento che influenza l’ambiente naturale è l’uomo, che si inserisce nell’ambiente naturale, che nel corso del tempo vi ha impresso notevoli trasformazioni modificando quello che era l’ambiente originario.

I geografi fisici studiando, ad esempio, l’erosione normale delle medie latitudini scoprono che l’intervento umano non è più limitato a singoli luoghi abitati, ma è diventato un fatto di ampiezza planetaria; le acque già controllate dall’uomo attaccano il rilievo, ma questo non è più un rilievo naturale ma è largamente plasmato dall’azione umana con la deforestazione, la costruzione di strade, il terrazzamento, ecc.

Così la geografia fisica gradualmente si è trasformata, si è resa conto di dover unire allo studio strettamente naturalistico la ricerca sull’azione umana sulla natura, è diventata una disciplina antropocentrica.

Ci si volge così allo studio dell’ambiente considerato come un sistema antropo-fisico, suscettibile di essere studiato solo mediante ricerche pluri-disciplinari e con il fondamentale contributo della geografia.

In Francia soprattutto si dà una definizione dell’ambiente in chiave sistemica: “l’ambiente è l’insieme degli elementi, fisici, chimici, biologici e sociali che caratterizzano uno spazio e influenzano le vita di un gruppo umano”.

L’ambiente è quindi un insieme coerente di elementi che agiscono e reagiscono gli uni con gli altri. Ogni ambiente è un’unità “aperta”, cioè riceve impulsi esterni e può trasmetterne a sua volta.

E’ dagli anni settanta che si apre quel vasto campo di ricerca che viene definito come “problematica ambientale”; si cerca cioè di studiare , nei suoi vari aspetti e nelle sue conseguenze l’impatto della società urbana e industriale su tutti gli elementi naturali. Si indaga sull’ampiezza del fenomeno, sulle sue cause e sulla sua evoluzione e quindi sulle misure da prendere per salvagurdsre determinate aree per tentare se non un ripristino nelle condizioni antecedenti alla loro alterazione almeno un miglioramento del quadro di vita della società umana.

Proprio nel campo della geografia fisica questa nuova tendenza porta a orientamenti diversi nei settori più importanti.

La “climatologia” si è orientata verso lo studio delle trasformazioni intervenute nell’ambiente atmosferico a causa del processo di industrializzazione e di urbanizzazione; così hanno preso nuovo impulso la bioclimatologia umana, che studia i rapporti tra clima e salute, e la modellistica climatologica che tenta di prevedere le condizioni del clima fra trenta-quaranta anni per prevenire le alterazioni dell’atmosfera causate dalle attività umane.

Nell’idrologia si tenta di chiarire tutti gli impatti umani nel campo idrologico per realizzare una gestione più razionale della risorsa acqua.

La “geomorfologia” ha esteso il suo interesse ai suoli trasformati dall’uomo, soprattutto ai fenomeni erosivi nei quali i fattori antropici vanno messi sullo stesso piano di quelli naturali.

In complesso la geografia fisica collabora attivamente nella definizione delle aree a rischio che rappresentano uno dei campi della ricerca ambientale (rischio sismico, idraulico, consumo di spazio, ecc.).

Un campo di intervento che ha visto un lungo dibattito scientifico è quello che riguarda la protezione del paesaggio.

Possiamo anzitutto definire il paesaggio: esso rappresenta una unità spaziale definita la cui individualità trae origine dalla sedimentazione delle azioni della natura e delle attività umane.

In effetti la base , il substrato del paesaggio è di ordine geografico-fisico, essendo costituita dalle forme del terreno, dalle acque, dalla vegetazione, che a loro volta mostrano l’influenza delle condizioni climatiche della natura litologica delle rocce. Ma le componenti fisiche e biologiche sono plasmate anche dall’opera dell’uomo, che si concretizza nella forma delle colture, nelle caratteristiche dell’insediamento, delle vie di comunicazione, opere che si inseriscono negli elementi naturali dando luogo alla particolare unità fisionomica sopra descritta.

Talvolta in Italia i quadri ambientali del paesaggio sono stati fortemente contraddistinti dalla forme produttive dovute all’organizzazione sociale dell’attività agricola. Per fare un esempio : gli ampi scenari di colline ondulate,, dove olivi, viti e cipressi si alternano in modo mirabile, costituiscono l’aspetto più tipico e suggestivo del paesaggio della Toscana; esso è stato definito come un’architettura della natura su cui si è sovrapposto il risultato storico del lavoro dell’uomo e particolarmente di determinate forme di utilizzazione della terra (la policoltura) e di particolari rapporti tra i proprietari della terra e i lavoratori (la mezzadria).

Il nostro paese, seppur in grave ritardo rispetto ad altri paesi europei, si è dotato di strumenti legislativi per proteggere i paesaggi. Infatti si è finalmente capito che un paesaggio rappresenta un vero e proprio bene culturale ( o meglio un bene culturale ambientale) che occorre tutelare come prodotto della nostra storia, pur accettando il principio che esso non è qualcosa di statico, ma una realtà che si evolve di continuo.

La legge dell’8 agosto 1985 n.431, (detta anche legge Galasso dal titolare del dicastero dei beni culturali e ambientali che la promosse) stabilisce che sono sottoposti a tutela i territori marini costieri e lacustri in una fascia di 300 m dalla linea di battigia; i corsi d’acqua e le rive per una fascia di 150 metri; i rilievi alpini al di sopra di 1600 metri e quelli appenninici al di sopra di 1200; i ghiacciai,; i parchi e le riserve nazionali e regionali; i territori coperti da foreste e boschi, le zone umide, i vulcani e le zone di interesse archeologico.

Pur prestandosi ad alcune critiche per l’applicazione, questa legge non parla di tutela delle bellezze naturali ma di “tutela di zone di particolare interesse ambientale”, introducendo quindi il concetto di ambiente e quindi della sua salvaguardia. Tra l’altro essa impone alle Regioni di sottoporre il loro territorio a normative di valorizzazione ambientale mediante “piani paesistici” o paesistico-territoriali miranti alla salvaguardia dei valori ambientali. La legge conferisce quindi a questa attività un’impostazione gestionale e dinamica proiettandola nel settore della pianificazione territoriale.

Ora una pianificazione del territorio può scaturire solo da studi preliminari approfonditi con una completa ricognizione dell’esistente ed una corretta valutazione delle attività umane, sia di quelle in atto sia di quelle suscettibili di sviluppo nei limiti della compatibilità ambientale. In tale processo di ricerca il geografo può dare un contributo importante in virtù della sua naturale capacità di correlare elementi naturali e fatti umani. Paesaggio e territorio sono da tempo l’oggetto principale della geografia.

Infatti la geografia nello studio del paesaggio, con il suo armamentario strumentale e metodologico, ha dato di recente un contributo significativo alla risoluzione delle due esigenze compresenti in ogni situazione di riorganizzazione del territorio; da una parte l’esigenza di trasformazione dell’assetto territoriale, dall’altra quella della conservazione di determinate frazioni o componenti tradizionali del paesaggio..

E in molti casi si è dimostrata valida l’applicazione dei metodi e delle conoscenze geografiche alla soluzione di problemi pratici, in vario modo connessi al rapporto uomo-ambiente ed alla organizzazione del territorio che ne deriva; in altri termini si può parlare di geografia applicata ogni volta che il geografo, mettendosi al servizio della società, utilizza le proprie conoscenze scientifiche, il metodo e lo spirito geografico che lo caratterizza per la soluzione dei problemi dello spazio organizzato.

E la geografia ha dimostrato anche di poter essere critica, nel senso di non temere con le proprie riflessioni di dissentire dal potere ufficiale, ed operativa, nel senso che non si limita a dibattere e criticare ma interviene praticamente esplorando ed indagando in modo sistematico le condizioni geografiche della trasformazione, insieme alle forze sociali capaci di praticare gli interventi.

Così l’interpretazione geografica del paesaggio è fatta non solo in funzione dell’azione politica reale e contingente, bensì di quella “ideale” volta ad assicurare l’armonizzazione dei fondamentali bisogni dell’uomo. L’impegno della geografia del paesaggio e dell’ambiente, lungi dal proporsi obiettivi irrealistici di museificazione di forme paesistiche ormai ridotte a fossili, è diretto a definire una possibile migliore programmazione e realizzazione di interventi finalizzati alla corretta fruizione e alla oculata tutela, non necessariamente avulsa dalla valorizzazione economica, di uno dei patrimoni-risorsa più ricchi di cui dispone ancora il nostro paese, malgrado saccheggi e trasformazioni recenti.

Dott. Paolo Ghelardoni

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