PROBLEMATICHE SOCIALI: GIUSTIZIA, MAGISTRATURA, ASSOCIAZIONISMO a cura dell’avv. Andrea Ciandri; a più voci

CONSIDERAZIONI SU UNA VICENDA UMANA DRAMMATICA

Avv. Andrea Ciandri

ARTICOLO ROBERTO BARBIERI

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Saranno contente le “Amiche di Mafalda” della tragica scomparsa di Roberto Barbieri, morto suicida dopo aver ucciso la moglie due anni fa a Castelnuovo: decidendo di uccidersi, ha esaudito il desiderio di questo manipolo di femministe, erettosi ad alfiere dei diritti delle donne e a centro antiviolenza dell’Alta Val di Cecina. Avrebbero voluto vederlo condannato all’ergastolo, eliminato dalla società come lui aveva eliminato la moglie, ma si è soppresso da solo.

Non ha dato loro, però, la soddisfazione di morire da colpevole: il processo non avrà un seguito in appello, che quasi certamente la Procura avrebbe promosso, e nel corso del quale, previa ulteriore perizia psichiatrica, avrebbe potuto essere ribaltata la sentenza di proscioglimento emessa dal GUP nell’aprile scorso.

Roberto Barbieri è morto quindi da innocente.

Questo va detto e ribadito, così che emerga l’aberrazione del commento alla sentenza espresso dalla suddetta associazione su La Spalletta del 16 aprile scorso. “Con questa sentenza una donna è stata uccisa due volte. (…) Questa sentenza non solo legittima ampiamente e inspiegabilmente un omicidio commesso da un uomo su una donna creando un pericoloso precedente in giurisprudenza, ma rende lo spazio pubblico e privato in cui una donna dovrebbe poter vivere senza incorrere in aggressioni e violenza, ancora più fragile e pericoloso.”

Siamo al delirio! Quello stesso delirio tante volte espresso da forze politiche di destra estrema come la Lega, a proposito di sentenze di condanna troppo miti o di ordinanze di rimessione in libertà di indagati extracomuniatri per reati predatori come quelli contro il patrimonio. Solo che quando è la Lega ad attaccare i giudici perché non emettono sentenze in linea con il comune sentire e con le istanze vendicative e repressive del popolo, le anime belle del garantismo e del mainstream di sinistra indirizzano i loro strali di indignazione e ripugnazione contro i barbari e incivili leghisti. Ed hanno pienamente ragione.

Ma quando le stesse scemenze, infarcite di una subcultura giuridica incline al diritto penale d’autore, che lo scorso secolo accomunava gli ordinamenti penali sovietico e nazista, le dice un gruppetto di signore impegnate in una causa giustissima e da tutti condivisa, nessuno osa indignarsi e rivolgere loro le stesse accuse di inciviltà e ignoranza.

Difendere i principi fondamentali di legalità e giustizia (non quella sommaria del popolo) non significa difendere il presunto criminale, ma difendere il diritto.

Senza diritto non c’è giustizia e senza giustizia non c’è diritto.

Roberto Barbieri è stato giudicato non colpevole perché incapace di intendere e di volere al momento del fatto.

La colpevolezza è a fondamento della responsabilità penale e della pena, che è meritata retribuzione per il reato commesso, e non strumento di deterrenza col quale dare l’esempio e intimidire i futuri devianti.

L’individuuo è un fine, non un mezzo di cui lo Stato debba servirsi per dare segnali di ordine e di sicurezza. Sul punto l’insegnamento di Kant, contenuto ne La metafisica dei costumi, è più che attuale, e le sue riflessioni sulla pena quale strumento giuridico di retribuzione morale, che trova nel male commesso e nella colpa la propria unica giustificazione, sono un argine all’arbitrio del potere statuale e alla tentazione atavica di fare del (presunto) criminale, del processo e della pena un mezzo di controllo sociale.

L’imputabilità, insieme al dolo e alla colpa, è un elemento costitutivo della colpevolezza. Imputabile è chi, al momento del fatto costituente reato, era capace di intendere e di volere. Perché solo chi sa rappresentarsi la realtà per quello che è e non per quello che gli appare, e sa determinarsi conseguentemente, può compiere un’azione con autentico dolo o autentica colpa.

Se a causa di una patologia psichiatrica viene meno la capacità di intendere o quella di volere, la volontà che è all’origine della condotta delittuosa è “non volontà”. Chi commette un fatto non voluto non è responsabile per quel fatto, quindi non è colpevole. E chi non è colpevole non è punibile. La sentenza di assoluzione è la normale conseguenza di un accertamento processuale dal quale emerga l’inimputabilità dell’imputato.

Così si spiega la decisione del GUP di Pisa. Di inspiegabile non c’è assolutamente niente. Inspiegabile è, semmai, l’arroganza del giudizio infondato e irriguardoso delle “Amiche di Mafalda”, che hanno accusato il giudice di aver ucciso due volte la povera dottoressa Fillini. Una scemenza che denuncia mancanza di senso delle istituzioni e di rispetto per la giurisdizione, oltre che assoluta ignoranza dei fondamenti dell’ordinamento penale di matrice liberale e occidentale. Chi come loro pretende la punizione dell’incolpevole, per dare l’esempio ai mariti violenti e per generare sicurezza nelle donne vittime di queste violenze, vorrebbe sovvertire i principi che rendono civile il nostro sistema penale.

L’unico punto della sentenza che può lasciare perplessi è quello sulla mancata applicazione della misura di sicurezza. Normalmente la patologia psichiatrica, se così importante da rendere la persona totalmente incapace, e da farle commettere un reato così grave come l’omicidio, è causa di una condizione di pericolosità sociale che induce il giudice a disporre la misura del ricovero in o.p.g. (ora r.e.m.s.). Ma la valutazione su tale condizione spetta per primo al perito, per cui bisognerebbe conoscere il contenuto delle perizie prima di esprimersi.

Ma invece le pasionarie “Mafalde”, senza nulla conoscere, giudicano!

In Italia, per diventare magistrato, occorre superare un lungo tirocinio all’esito di un concorso molto selettivo e di un percorso di studi comprendente, oltre alla laurea quinquennale in giurisprudenza, un corso di specializzazione biennale. Ciò nonostante chi non sa nulla di diritto spesso e volentieri si erge a giudice dei giudici, sparando regolarmente sesquipedali scemenze. Esattamente come le signore del centro antiviolenza, che hanno avuto l’arroganza di attaccare la sentenza senza peraltro attenderne e leggerne le motivazioni!

Invece di organizzare camminate dimostrative, queste signore dovrebbero dedicarsi all’apprendimento dei rudimenti della giustizia penale, e di quei principi costituzionali tanto citati, ma poco compresi e riconosciuti, come la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

La violenza sulle donne si combatte con la conoscenza, quella conoscenza che manca a chi ha la presunzione di occuparsi del fenomeno e di volerlo prevenire.

Uno sportello antiviolenza di supporto per le donne è utile se gestito da persone competenti nel campo della psicologia forense, della criminologia e del diritto, e non da un manipolo di femministe rancorose.

Posso solo augurarmi che le “Amiche di Mafalda” non ricevano un euro di soldi pubblici.

Andrea Ciandri

 

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