RIFLESSIONI SULLA POESIA: IL POETA E’ UN DEFICIENTE (COME SPESSO SI VUOL FAR CREDERE) O UN VEGGENTE (COME SPESSO, SUO MALGRADO, SI TROVA AD ESSERE)? Dott. prof. Roberto Veracini

Caro Piero, ti invio queste riflessioni sulla poesia: il poeta è un deficiente (come spesso si vuol far credere) o un veggente (come spesso, suo malgrado, si trova ad essere)?

Un abbraccio, Roberto

 I POETI GUARDANO LONTANO

(Poesia e vita)

 I poeti sono sempre fuori tempo, ma sono nel tempo più di chiunque altro.

I poeti guardano lontano, spesso sono in qualche modo “veggenti”. Pensiamo soltanto a Pierpaolo Pasolini e alla sua visione del mondo di quarant’anni fa: c’era già tutta la nostra orrenda realtà di oggi e la fine delle speranze per una società migliore (“Io non ho più speranze”, diceva in una delle sue ultime interviste).

Eppure c’è sempre qualcuno che tira fuori un sorrisetto da paziente conoscitore del mondo e sentenzia “E’ un poeta”, come fosse un povero visionario o un eterno bambino, incapace di capire la realtà; ma spesso i poeti sono molto più realisti di quanto si pensi, perché i poeti guardano più lontano…

Il poeta è forse solo “un piccolo fanciullo che piange” (come dice, provocatoriamente, il giovanissimo Sergio Corazzini nei primi anni del Novecento, utilizzando un diffuso luogo comune, nella sua “Desolazione del povero poeta sentimentale”)? Ma quel “pianto”, quel sentimento è qualcosa di universale, è il “sentimento del mondo” (secondo il poeta brasiliano Drummond de Andrade: “Ho soltanto due mani/ e il sentimento del mondo”) e quando arriva non c’è sorrisino che tenga, si entra dentro un altro mondo, si sviscerano le cose e il tempo, ci si avvicina – forse solo per un attimo – alla “verità che giace al fondo” (come scrive Umberto Saba), si scava come un minatore (secondo la metafora di un altro grandissimo poeta, Giorgio Caproni) cercando sempre quel “quid” che rivela le cose, che rende un verso universale e non soltanto (o semplicemente) il povero pianto di un bambino che soffre…La poesia è qualcosa che va inevitabilmente oltre la banalità e proprio per questo spesso si cerca di banalizzarla, di creare il luogo comune del poeta fuori dal mondo, pazzo o infantile, il poeta inutilmente affranto per i suoi problemi irrisolti.

No. Il poeta prende su di sè il peso del mondo,  ne fa un fardello di immagini, percezioni, nostalgie, ricordi, utopie…il poeta è sovversivo in questo, perché usa un linguaggio diverso, apparentemente poco comprensibile, perché si rivolge direttamente alle emozioni, salta un passaggio, quello cognitivo,  che può rallentare le sue intuizioni, la sua capacità di cogliere l’attimo…Una poesia è un’avventura dove si sa quando e da dove si parte, ma non quando e dove si arriva (come dice Giovanni Giudici). E’ un’avventura ai confini del mondo reale, dove proprio il confine è la zona necessaria per cercare di avvicinarci all’inconoscibile, ciò che sta dietro le cose e le rivela, sorprendentemente. Fare poesia  è vivere oltre, abitare quel confine che non pacifica, vivere ai margini di ogni retorica, di ogni banale accettazione di verità  consolidate e assolute. Quello che si trova, con la poesia, è sempre il dubbio, la sola certezza possibile,  che però permette di avvicinarci ad una ipotetica, nascosta verità forse più di qualunque altra cosa.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                    Roberto Veracini

 

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