COMMENTO ALLA POESIA DI MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini: post aperto

COMMENTO ALLA POESIA DI E. MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini

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LETTERA A MALVOLIO

Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio,
e neanche di un mio flair che annusi il peggio
a mille miglia. Questa è una virtù
che tu possiedi e non t’invidio anche
perchè non potrei trarne vantaggio.

No,
non si trattò mai d’una fuga
ma solo di un rispettabile
prendere le distanze.

Non fu molto difficile dapprima,
quando le separazioni erano nette,
l’orrore da una parte e la decenza,
oh solo una decenza infinitesima
dall’altra parte. No, non fu difficile,
bastava scantonare scolorire,
rendersi invisibili,
forse esserlo. Ma dopo.

Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.

Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
cercare la speranza nel suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile possa dire
forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
che la partita è chiusa per chi rifiuta
le distanze e s’affretta come tu fai, Malvolio,
perchè sai che domani sarà impossibile anche
alla tua astuzia.

In questi giorni ho riletto “La lettera a Malvolio “ del 1971; proprio mentre in TV si moltiplicavano le presenze di Federico Rampini che proponeva un suo libro “All you need is Love”; una sorta di prisma attraverso il quale vedere e capire il mondo reale, quello dell’economia, rileggendo i testi delle canzoni dei Beatles. Qualcosa di veramente originale e suggestivo, al punto che mi ha costretto a pensare ad un accostamento tra una celeberrima e conosciutissima canzone di John Lennon (“Imagine”) e la “Lettera a Malvolio”; per i contenuti, che un’armonia dolcissima non riesce a distruggere (come avviene spesso nel melodramma), ma che al contrario potenzia fino ad emozionarci parecchio. Tra i due testi – che definirei “utopici” – esistono delle analogie. Nei versi di Montale emerge l’utopia di un mondo a-ideologico, ricostruito e saldo sul piano etico, soprattutto grazie alla forza espressa dal rifiuto di omologarsi; nel secondo testo 1quella di un mondo basato sul rispetto delle differenze individuali ed etniche e in pace, fuori dalle ideologie politiche e religiose.

Montale, già senatore a vita, l’avevo visto a Pisa proprio nel 1971 durante una sua visita all’Università; una figura imponente, che mi è rimasta impressa nella mente anche per il suo aspetto fisico; assomigliava un po’ – forse anche per l’indiscussa saldezza sul piano morale – ad un grande uomo politico che avevo conosciuto quello stesso anno (Giorgio Amendola). Erano i tempi di “Satura”; Montale sembrava aver abbandonato la “poesia” per seguire una strada diversa, meno ermetica e più prosastica ed era stato il bersaglio delle frecce avvelenate di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista famoso e al centro dell’attenzione popolare proprio in quel tempo sia per il successo anche commerciale dei suoi films (Decameron, Racconti di Canterbury) sia per la radicalità delle sue posizioni politiche e l’asprezza dei suoi interventi. C’era poco da stupirsi; in quegli anni si era comunisti o anticomunisti, di destra o di sinistra, in modo davvero manicheo; visti con gli occhi di oggi, depurati dai grandissimi difetti, erano stati anni di grande fermento anche sotto il profilo etico: John Lennon cantava “immagina che non ci siano nazioni, niente per uccidere o morire, nessuna religione, immagina che tutti vivano la loro vita in pace”. Tutto era “militante”, anche la letteratura. Così, contro tutti quei critici che amano costruirsi l’Olimpo di poeti e letterati pacificati e in perenne armonia tra loro, si aprì ad opera di Pier Paolo Pasolini una feroce polemica tra lui e l’allora poeta nazionale, in odore di Premio Nobel (sarebbe arrivato quattro anni più tardi ).

P.P. Pasolini sulla rivista “Nuovi argomenti” aveva sostanzialmente attaccato Montale perché “pessimista metafisico”, negatore dell’idea di progresso, portatore dell’ideologia liberista che in fondo fissava il potere borghese come fatto naturale e non modificabile, falso moralista o moralista in malafede anche perché ad esempio aveva edulcorato l’immagine di Leopardi (nei fatti narcisista, egocentrico, megalomane, impotente, maniaco, pieno di allergie) dando l’idea di una straordinaria perfezione morale, con ciò disconoscendo di proposito la complessità della realtà umana. In definitiva non un uomo che si confrontava con i temi veri del suo tempo, ma un conservatore, fors’anche un reazionario; un personaggio pubblico – forse suo malgrado – che non prendeva partito rispetto alla realtà di quel periodo (le stragi, la guerra del Vietnam ecc.).

La “ Lettera a Malvolio” è la risposta. Per quattro strofe Montale si attribuisce un merito: quello di tenersi alla larga, di aver sempre preso le distanze dal mondo dei potenti di turno prima e dopo, durante il Fascismo e con l’avvento della Repubblica; chiarisce per quattro strofe che questo atteggiamento non era da tutti e non era stato di tutti; forse era stato più facile quando le separazioni tra bene e male erano nette, ma dopo si era creato un “ossimoro permanente”, una “focomelia concettuale”, con l’onore e l’indecenza stretti insieme; chi teneva le distanze e badava a mantenere alta la propria moralità finiva per essere semplicemente deriso o confinato nel più profondo silenzio. Nella quinta strofa, la più lunga, esce il ritratto del suo antagonista; un quadretto terribile: Pasolini sarebbe quello che ha furbescamente mescolato marxismo e cristianesimo, traendone grandi vantaggi e guadagni personali proprio mentre, apparentemente, ostentava la nausea per questo tipo di relazioni umane e di società..

Montale si dice orgoglioso del suo modo di essere: non ha mai voluto fuggire dalla realtà, piuttosto la sua è stata una “fuga immobile” (bell’ ossimoro ironico) e neppure ha avuto mai un fiuto particolare (quello che invece attribuisce al suo avversario) per tenersi vicino ai potenti. Il suo atteggiamento è stato esattamente il contrario di quella furbizia che – a suo dire – esercita il suo oppositore, quell’ arte cortigiana/servile che gli impedisce di vedere e tenere le giuste distanze; un’astuzia, che comunque in un auspicabile e diverso domani non sarà più esercitabile. Parole molto grosse, tanto più se indirizzate ad uno spirito libero, fortemente critico e senza paure come fu Pasolini.2

La conclusione di Montale in fondo però appare perfino ottimistica: è vero che ora, hic et nunc, a mala pena si può cercare la speranza nel negativo (cfr. Non chiederci la parola), ma questo atteggiamento di fermezza morale può essere stimolo per tanti e comunque “la partita resta aperta”.

Non tardò la replica di Pasolini con una poesia intitolata “L’impuro al puro”.

Non ho banda, Montale, sono solo.//Non ti rimprovero di aver avuto //Paura, ti rimprovero di averla giustificata.//Male forse ne voglio, ma il mio.//Ti ha ottenebrato la tua un po’ troppo //Musa oscura.//Astuto poi non lo sono://di solito è astuto chi ha paura.

Da questi otto versi emerge un chiaro riferimento biografico, un’insinuazione relativa all’argomento della “Paura”: il poeta ligure era sempre stato antifascista, vedeva nel fascismo un’offesa all’intelligenza e alla moralità; aveva firmato nel 1925 il Manifesto degli Intellettuali antifascisti, ma nel 1938 per timore di perdere il suo posto di lavoro al Gabinetto Vieusseux, si “costrinse” a chiedere l’iscrizione al Partito Fascista, iscrizione subito negata con conseguente licenziamento a Dicembre. Da qui il rimprovero di Pasolini a Montale: per aver tentato di giustificare questo gesto, non tanto per averlo fatto, come purtroppo tanti altri uomini semplici erano stati costretti dalle circostanze a fare.

Ma torniamo alla poesia.

Ha una forma del tutto irregolare, senza rima, con numerose assonanze; il poeta appare concentrato sulla concatenazione logica delle sue argomentazioni, sui concetti che intende esprimere; in molti hanno intravisto in questa lirica il suo testamento politico, morale, e culturale. Emerge con forza il tema degli ossimori che dominano la nostra vita e l’argomento della “focomelia concettuale”, ovvero della scarsa coerenza tra il “dover essere” e la “realtà effettuale”.

Certo risalta la figura di un uomo che non si fa grandi illusioni, che vede la realtà per quello che è, senza tanti infingimenti, un uomo forse poco impulsivo e molto realistico, ma passionale, con un bagaglio di valori etici e spirituali che ne fanno una sorta di roccia, inattaccabile.

Già dalla prima riga compare il personaggio di Malvolio = Pasolini . Si tratta di un’accusa crudele. Malvolio è un personaggio shakespeariano (La dodicesima notte ndr. quella dell’ Epifania), un maggiordomo segretamente innamorato della padrona, un po’ comico, un po’ puritano, molto ipocrita, al punto da falsamente disprezzare ogni divertimento e gioco; sostanzialmente uno sciocco e un presuntuoso arrogante che alla fine viene beffato. Beffardo e sferzante è l’accostamento di questo atteggiamento (flair: l’aver – più che un fiuto finissimo – la predisposizione a fare il cortigiano) col termine “virtù”: siamo sempre nel campo dell’uso sarcastico degli ossimori da parte di Montale. Questa “virtù” lui proprio non la possiede, neppure potrebbe esercitarla se l’avesse, tanto è contraria alla sua natura.

Nella seconda strofa il poeta sembra voler ribadire e rafforzare un concetto, rispondere a una domanda sottintesa; tutto il verso è dominato da un unico lemma : “no” ! Montale nega di avere avuto paura, di essere fuggito di fronte ai problemi e alle difficoltà; spiega nuovamente che quello che ha fatto è stato prendere le distanze, non volersi mescolare.

Facile prendere le distanze, mostrare la propria diversità, quando c’era da scegliere tra l’orrore del Fascismo e la decenza dell’Antifascismo, sostiene. Come non richiamare a questo punto almeno alla vicinanza di Montale a Piero Gobetti fin dal 1917, a colui che possiamo considerare come l’incarnazione stessa dell’idealismo e del moralismo di matrice risorgimentale. Ma sull’Antifascismo Montale lascia intuire un non troppo velato avvertimento (solo una decenza infinitesima) a non gonfiare di retorica la vicenda complessa e sotto certi aspetti ancora poco illuminata della Lotta di Liberazione; c’è forse un’allusione alla tragedia familiare di Pasolini (la morte del fratello partigiano per mano di altri partigiani) 3. Per distinguersi e prendere le necessarie distanze – dice Montale con grande onestà – bastava “scantonare scolorire rendersi invisibili, forse esserlo”; e ammette : “ho vissuto il mio tempo col minimum di vigliaccheria che era consentito alle mie deboli forze” (finta intervista, Intenzioni 1946).

Quella che segue è la parte più dolorosa della lirica: dopo che fu vinto il Fascismo, l’onore e l’indecenza si sposarono; dominava su tutto la “focomelia concettuale”. Il distorto – visto da un’altra ottica – era considerato dritto e per chi tentava di aprire bocca, criticare oppure opporsi , la cura era quella della derisione o della condanna al silenzio.

Al di là dei fatti concreti4 che possono essere facilmente ricordati, adombrati da queste parole, colpisce il richiamo alla focomelia. Proprio in quegli anni scoppiò in Italia e nel mondo il caso del farmaco Talidomide e dei suoi effetti devastanti sui feti. La medicina più evoluta e di avanguardia, nata dagli sforzi congiunti a livello mondiale, anziché curare finì per causare danni spaventosi e irreversibili sui nascituri. Una metafora tragica di quanto stava succedendo nel nostro paese, risorto dopo la lotta antifascista, avrebbe potuto vedere sbocciare le migliori intelligenze ed energie e invece era di nuovo allo sbando sul piano della moralità pubblica, in preda alla corruzione, al malaffare, al sottogoverno, nelle mani della criminalità organizzata e di estremismi politici devastanti. Un sintetico riferimento alla realtà che il Poeta percepiva in tutta la sua crudezza, che contrastava a modo suo e dalla quale non voleva fuggire, ma prendere le distanze, non essere contaminato.

L’ultima strofa è intessuta di richiami fin troppo personali alla vita e all’opera di Pasolini; (materialismo storico e pauperismo evangelico) come non pensare al “Vangelo secondo Matteo” , uscito nel 1964, visto da gran parte della critica cinematografica come l’avversione comune sia del cattolicesimo che del comunismo nei confronti del materialismo borghese o (pornografia e riscatto) alla sceneggiatura di dieci novelle del Decamerone, ambientate nel territorio napoletano, o ai Racconti di Canterbury oppure infine a Il fiore delle Mille e una notte, tutte pellicole allora individuate da gran parte della stampa nazionale e anche della critica cinematografica come intrise di insopportabile “pornografia”  . Un’attività cinematografica che, accanto alle critiche scontate, produceva denaro: per Montale Pasolini era colpevole di mostrarsi schifato verso un certo mondo che pure frequentava e dove si trovava a proprio agio (l’odore di trifola) senza sentire il lezzo del denaro (pecunia non olet).

Adesso – lo ripete da tanto tempo Montale – possiamo soltanto dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”… e basta con le ideologie ; non fuggo, resto immobile a testimoniare i miei valori, che serviranno a qualcuno per avere più forza perché il mondo può tornare a una sua rispettabilità, a una sua decenza. Sono davvero duri gli ultimi versi, ma proviamo ad accostare queste parole a quanto accade in questi giorni e in questi anni, ad esempio a quanto emerge dallo scandalo di Roma Capitale.

Al di là di ogni visione ideologica o religiosa, tornare almeno a un po’ di decenza “borghese” nei comportamenti sarebbe un passo in avanti considerevole.

1 immagina non esista paradiso//È facile se provi//Nessun inferno sotto noi//Sopra solo cielo//Immagina che tutta la gente//Viva solo per l’oggi//Immagina non ci siano nazioni//Non è difficile da fare//Niente per cui uccidere e morire//E nessuna religione//Immagina tutta la gente//Che vive in pace//Puoi dire che sono un sognatore//Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia//Immagina un mondo senza la proprietà//Mi chiedo se ci riesci/Senza bisogno di avidità o fame//Una fratellanza tra gli uomini//Immagina tutta le gente//Che condivide il mondo//Puoi dire che sono un sognatore //Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia.

Lennon

 

2 “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti, è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi davanti alle loro ideologie hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. […] La povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Il gran male dell’uomo consiste nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo …Il laicismo consumistico ha trasformato gli uomini in stupidi automi, adoratori di feticci [dal Testamento di Pasolini]

3 Guidalberto Pasolini  , nome di battaglia “Ermes“, morì appena diciannovenne nei fatti legati all’ eccidio di Porzus, controverso episodio , in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati da partigiani comunisti.

4 In particolare il 1971 si ricorda per i tentativi di golpe (Sifar ,piano Solo, golpe Borghese), ma anche le nazionalizzazioni nell’Algeria liberata e il voto alle donne in Svizzera, l’ammissione degli anticoncezionali, il comunista Tito In Vaticano, l’apertura con Nixon dei rapporti Cina /Usa, l’opera di Basaglia, la nascita di Greenpeace e di Medici senza frontiere .

Dott. Prof, Francesco Gherardini

P. Fidanzi dice:
Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo, colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

Dott. Paolo Fidanzi

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One thought on “COMMENTO ALLA POESIA DI MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini: post aperto

  1. P. Fidanzi:
    Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo,colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

    Dott. Paolo Fidanzi

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