Commento alle poesie di MARIO LUZI “VOLA ALTA, PAROLA” ed “IL PIANTO SENTITO PIANGERE”, della dott.ssa Prof.ssa Nara Pistolesi

VOLA ALTA, PAROLA

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?

(Mario Luzi)

Commento della prof.ssa   Nara  Pistolesi   Liceo classico Volterra

Mi è tornata alla memoria questa poesia ascoltando i poeti che hanno partecipato alla “Maratona poetica per Volterra” dal titolo significativo “La ferita, il volo”, organizzata all’interno di VolterraTeatro 2014, da un’idea dei poeti Alessandro Agostinelli e Roberto Veracini per dare voce alle riflessioni generate dalla frana che ha colpito le mura medievali della nostra città. Durante la serata le parole “poesia” , “parola” sono risuonate spesso accanto a “volo” “volare” – in tutte le sue forme – e a “speranza”, “vita”, “ferita”, “dolore”, “sofferenza”. Nella  poesia di M. Luzi, inserita nell’opera Per il battesimo dei nostri frammenti uscita nel 1985, alcune delle parole suddette ed il loro profondo significato vengono inscindibilmente legate ad esprimere il valore e la funzione della poesia  stessa.

Il poeta affida alla parola, quindi alla poesia, il compito di volare “alta”, aggettivo che rimanda al suo complesso significato latino che indica insieme  altezza e profondità;  subito dopo, infatti, si esorta la parola a crescere “in profondità”, toccando “nadir e zenith” della sua “significazione”, a lanciarsi con pari forza in alto e nel profondo. Solo questo slancio duplice permetterà alla ‘parola’ di mantenere il contatto con l’io, con “il caldo di me” ed essere, quindi, “luce” per chi scrive e per chi legge, non “disabitata trasparenza”, una bellezza priva dell’ ‘uomo’ e del suo calore.

In questo suo percorso verso l’alto e nella profondità dell’io e del mondo la ‘parola’ acquista una immensa capacità espressiva, può aspirare a divenire “luce” , secondo Luzi, in quanto si carica di calore umano, si fa memoria, dà voce all’ “anima”, dà voce alla “sofferenza”, è ‘vita’. La metafora della luce non implica lo svelamento di una verità che dia risposta agli interrogativi dell’animo umano, ma illumina la ‘verità’ insita nell’animo umano stesso: un insieme di speranza e di dolore,  di attese e di sofferenze. Gli interrogativi rimangono, come dimostra il verso finale: non solo quelli relativi alla vita stessa e al senso dell’esistenza vista nella sua complessità, ma anche quelli che indagano il valore profondo della ‘parola’. Questo valore, però, non può prescindere da un rapporto  con l’io, la sua ‘sofferenza’, la sua ‘anima’.

Significativo è l’inciso ai vv 3-4: “sogno”, apposizione di “parola”, potenzia ulteriormente il desiderio del poeta di riuscire a esprimere, a ‘chiamare fuori’ (“esclami”) con pienezza “la cosa” inscindibilmente unita al suo calore vitale. Il “sogno” si staglia nel “buio della mente” come una luce calda.

Mi viene in mente un altro testo, estremamente attuale,  tratto dalla medesima opera di  M. Luzi che dimostra  emblematicamente questa forza della poesia: Il pianto sentito piangere

.

Il pianto sentito piangere

                                       nella camera contigua

di notte

         nello strampalato albergo

                                               poi dovunque

                                                                   dovunque

                                                                            nel buio danubiano

                                                           e nel finimondo di colori

di ogni possibile orizzonte

                                        dilagando

                                                      oltre tutti i divisori

                                                                            delle epoche

                                                                            delle lingue

sentito bene sentito forte

                                    nel suo forte rintocco di eptacordio

e rimesso nel fodero di nebbia

                                               del sonno

e della non coscienza

                                      riposto nel buio nascondiglio

del sapere non voluto sapere

                                           fino a quando?-

Mario Luzi

 

La parola poetica, la versificazione, il ritmo esprimono con forza la sofferenza, il dolore dell’animo in cui si riflette la sofferenza del mondo. Anche in questo caso un’interrogativa chiude la poesia: il mistero della vita e del dolore rimangono, ma attraverso la poesia questo mistero emerge, acquista voce e diviene stimolo per la riflessione. Anche in questo testo mai si perde il rapporto tra la parola e la sua significazione, non c’è un minimo elemento che non sia essenziale all’espressione. Si potrebbe richiamare alla memoria il “sentire e meditare” alla base della poetica manzoniana che ritorna nella differenza che Saba individua tra la poesia di Manzoni e quella di D’Annunzio: nei versi del Manzoni c’è “la costante e rara cura di non dire una parola che non corrisponda perfettamente alla sua visione” mentre D’Annunzio “si esagera o addirittura si finge passioni ed ammirazioni che non sono mai state nel suo temperamento”; quest’ultimo “si ubriaca per aumentarsi”, “l’altro è il più astemio e il più sobrio dei poeti italiani”.

Afferma il poeta Pierluigi Cappello:”Non esiste altro lessico se non il tuo in poesia; e quel lessico deve accordarsi con lo sguardo tuo proprio, deve intrecciarsi alla relazione che il tuo sguardo stabilisce con i tuoi sensi e che i tuoi sensi stabiliscono con il mondo, finché il lessico stesso, le parole stesse diventano relazione. Un intreccio da cui una forma di verità molto parziale, la tua, si sviluppa e cresce con il tuo respiro” (Questa libertà, RCS libri, Milano 2013, pg. 65).

La grande “maratona poetica” che ha animato la Pinacoteca di Volterra il 26 Luglio scorso ha veramente fatto emergere questa potenza della poesia. Attraverso una “cordata di corpi e parole” – come si afferma nella presentazione dell’evento – ha unito nadir e zenith: dalla profondità della ferita della terra che ha stimolato ad ascoltare “la ferita più profonda che ci portiamo dentro”, è spiccato il volo verso l’alto per ripartire con speranza e fiducia e “tornare a vedere meglio il mondo” e noi stessi.

Nara Pistolesi

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